martedì 13 ottobre 2015

Il casalingo disperato #1 - Il letto


Mi sono trasferito a Torino da quasi un mese ed è bene che ricominci a scrivere qualcosa che non sia una lista della spesa. In questa nuova rubrica, dal titolo non troppo ironico di "Il casalingo disperato", appunterò le considerazioni confuse che mi vorticano in testa come pulviscolo mentre solletico le mensole con lo Swiffer, le idee assillanti che mi sbatacchiano nel cervello mentre frego con forza pentole e padelle incrostate, nonché le osservazioni pungenti che mi colgono al momeno di sostituire la busta della pattumiera, e ancora i pensieri suicidi che mi accompagnano mentre mi trascino per strada con un fardello d'acqua minerale per mano. Insomma, chi di voi vorrà, potrà seguirmi nei miei maldestri, tardivi approcci all'economia domestica, mentre cerco di avvicinarmi anche solo un po' a inarrivabili modelli di perfezione, al pantheon di quelle che io chiamo "le dee in guanti gialli": mia nonna, mia mia madre, mia sorella... ma soprattutto Bree Van De Kamp. 
Be', le mie zie... neanche loro scherzano, pensandoci.
Comunque, dovendo cominciare da qualche parte, inizio da quello che ancora distingue una casa da una libreria 
LaFeltrinelli: puoi dormirci.  


Il letto

Io davvero non capisco il perché di tutto questo stress che molta gente ha per i letti. Non so dalle vostre parti, ma dalle mie c'è un'intera categoria di persone che va sotto la definizione di "Gelosi del proprio letto." E' come un tratto distintivo della personalità, o forse, più precisamente, un disturbo non troppo invalidante che torna sempre utile come argomento di conversazione: "Io soffro tremendamente il mal d'auto, e tu?", "Io no, per fortuna: leggo anche in macchina. Però sono geloso del mio letto", "Ah, sì? Anche mia moglie..."
Da bambino se mi avvicinavo anche solo di un centimetro al lettone di mia nonna, se sfioravo anche solo con mezza chiappa il tessuto verdino aula-scolastica del copri-letto,  lei – non importava dove fosse: in cantina a stipare le conserve, o in aperta campagna a raccogliere le olive – lei captava immediatamente che qualcosa di sacrilego stava per accadere, e ogni volta riusciva a beccarmi un secondo prima che potessi sedermi sull’orlo più estremo della sponda del suo letto. A questo punto si fiondava verso di me - il nipote degenere, lanciando la sua intimazione: “E non ti sedere, a nonna! Che così guasti il copri-letto!” L’intimazione era solo un po’ addolcita, resa quasi supplicante dal dativo etico, “a nonna”, così tipico delle nonne del Sud, ma nel suo sguardo... nel suo sguardo c'era l'assassinio, giuro. 
Non è mai stata tipo da raccontare fiabe, mia nonna, ma qualcosa mi dice che, se avesse avuto quest'attitudine, nella sua versione di Riccioli d'Oro e i tre orsi una bambina, per quanto adorabile, che si appisoli allegramente sui letti altrui finirebbe meritatamente sbranata, e nel più sadico dei modi. 
Avete presente Jen di Dawson’s Creek? La ragazza newyorkese che viene beccata dai genitori a fare cose turche sul loro letto matrimoniale e viene per questo esiliata dai genitori in un paesino dove ci sono solo adolescenti frignoni, e sua nonna cerca di redimerla a suon di avemaria e rosariBe', se la beccava mia nonna a sgualcire il suo, di talamo nuziale, la biondina scialba passava direttamente dalle lenzuola al sudario. E nel tempo che impiegate a cantare un “anawanawey”. 
D'altronde c'è chi ha la nonna baciapile, e chi la nonna che bacerebbe il pile (dopo averlo accuratamente ripiegato.)
Davvero, ma perché darsi tanta pena per un letto? Per qualcosa che si fa e si disfa ogni santo giorno?Mettiamoci a stirare e piegare le onde del mare, già che ci siamo, va, o a sprimacciare le nuvole...
Solo ora che vivo per conto mio ho preso realmente coscienza di quanta roba pensiamo ci serva, per fare un letto. 
Si parte dal materasso. Poi c’è il copri-materasso. Poi i cuscini. E le federe. E le copri-federe. E le lenzuola di mezzo. Le grandi lenzuola e le piccole lenzuola. Le lenzuola doppio-strato traspiranti. E il piumino. E il copri-piumino. E la cotta di maglia. E poi il piumone, il copri-piumone, il copri-letto, il copri-copri-letto, la trapunta…
Ma è un letto o una millefoglie?
Tutti questi strati non soltanto devi comprarli, non soltanto devi riuscire a distinguerli l'uno dall'altro (perché 
a un certo punto sembrano tutte pezze uguali), ma li devi anche sostituire, li devi lavare, risistemare, distinguerli di nuovo l'uno dall'altro, piegare, e poi lavare di nuovo, in un ciclo senza fine…
Insomma, dal Giappone abbiamo importato praticamente di tutto, no?
La luminosa prosa di Banana Yoshimoto, ad esempio - anche se non mi ricordo nemmeno una trama; 
Il surimi - anche se c’ho messo anni a capire di cos’è fatto; 
Persino i kaki, abbiamo importato - anche se a volte ne becchi uno che ti fa rattrappire la lingua…
Ma un futon, dico io? 
Perché non il futon
Lo srotoli per terra, ti ci infili… e bon.

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