giovedì 11 febbraio 2016

Il neo (un racconto tratto da una storia vera)


Canta gli onori e i vanti/de la rosa novella,/che baldanzosa e bella
sorge da l’umil erba,/tra la plebe de’ fior donna superba
(GIOVAN BATTISTA MARINO, La rosa) 
Quando dico che mi guadagno da vivere facendo il bodyguard la cosa suscita sempre una certa impressione, all’inizio. Poi però mi chiedono per chi lavoro, e allora la gente si rilassa subito. Quasi tutti si fanno una risatina. Qualcuno non sa se crederci o no.
Io però ci credo. Non prendo il mio compito sottogamba. Sono stato addestrato duramente per essere qui dove sono, e mi tengo sempre pronto ad agire, nel caso ci sia bisogno di me. Non si può mai sapere.
Non corro grossi rischi nel mio attuale impiego, questo è vero. È difficile che debba mai prendermi una pallottola al posto della mia protetta. Probabilmente la scorta di Saviano mi darebbe del cicisbeo. Ma non m'importa. Considero il mio un incarico di tutto rispetto, se non di prestigio. Non si tratta solo di vestirsi elegante e avere un'aria minacciosa. È un onore proteggere un personaggio così celebre. E in più mi pagano anche piuttosto bene.
C’è solo un piccolo neo, nel mio lavoro, che un po’ di fastidio in effetti me lo dà.
Non è un neo molto piccolo, a dire il vero. Diciamo pure che è parecchio grande. A volte mi sembra perfino gigantesco.
Parlo del neo che ha sul seno la mia protetta. Un grosso neo sporgente, sulla tetta sinistra. Un neo grosso davvero. Così grosso che certe volte faccio fatica a non fissarlo. Mi fa un po’ senso, a dirla tutta. Pare quasi una terza tetta, lasciata lì a seccare come l’uva passa. Io ci provo, a non guardarglielo, ma certe volte mi riesce proprio difficile. Fortuna che porto sempre gli occhiali scuri.
Oggi lei e il suo grosso neo si mettono in mostra per le vie del centro. Io, con il resto dello staff, naturalmente devo seguire la mia protetta ovunque vada, nel labirinto dei suo capricci, sempre silenzioso e attento.
Ha una particolare predilezione per Piazza del Popolo, e c’è da dire che il popolo la ricambia con tenerezza. Siamo appena arrivati e già un ammiratore le si avvicina, con un grande sorriso e un fascio di rose. “Oh, ma grazieee” dice lei. Con i fan usa la sua voce più calda e cavernosa, una voce che sembra uscire dalle ruvide cavità di un nuraghe di cioccolato. “Ma che belle” dice, e si porta le rose al naso, anche se sa che non profumano di niente.
“Valeria! Da questa parte!” le grida qualcuno in lontananza. Lei si volta immediatamente. È subito pronta. Si spreme le labbra con un dito laccato di rosso e manda in volo un bacio. Il fotografo punta l’obiettivo, e lei, orgogliosa, offre il petto a quella mitragliata di scatti. Il flash è la luce nei suoi occhi.
Qualche cambio di posa, e la passeggiata può riprendere. Mentre cammina lei non smette un attimo di guardarsi intorno, la voracità di uno squalo nello sguardo. Non si dà pace, almeno finché non si accorge di qualcun altro che si è accorto di lei. Sono solo pochi minuti di attesa, però. Ben presto fioriscono i bisbigli…
“Ma non è la Marini, quella?”
“Sì, è lei! È la Marini!”
“Hey, Valeria!”
Non manca mai chi le grida un complimento, chi la ferma e le chiede un selfie. Se non glielo chiedono è lei che lo propone: “Dai, facciamoci un selfie” dice, e tutte quelle ‘c’ dolci schioccano baci a salve. Il cellulare glitterato si solleva, lei si china, la bocca si piega in un sorriso, e con le dita ingioiellate si cala un languido, biondo boccolo sulla scollatura. “Fatta?” chiede poi. La voce da sensuale si fa subito pragmatica, quasi ansiosa. “L’hai scattata?” Poi dà un'occhiata a com'è venuta, sorride e saluta la folla con un cenno elegante e con la voce che torna flautata.
Oggi però c'è qualcosa di diverso nell'aria. Sono inquieto. Uno strano presentimento mi si è attaccato addosso. I miei sensi di bodyguard non si concedono mai un attimo di riposo, e ora captano un pericolo in agguato nella folla.
Mi basta un rapido sguardo per capire che non mi sono sbagliato. L’ammiratore di prima, quello delle rose, infatti ci sta seguendo. Si fa strada con agilità nel viavai capitolino. È piccolo. Compare e scompare a intermittenza, il volto scuro. Si capisce che non è contento: non gli è bastato incontrare il suo idolo, non gli è bastato consegnarle le sue rose. Vuole di più. “Signorina!” lo sento gridare. “Signorina!” La mia protetta non si è accorta di lui: l'hanno fermata dei turisti spagnoli e ora sta accennando il ritornello di Bésame mucho. “Signorina!” insiste l’ammiratore. È straniero, ed è sempre più vicino. È ora di entrare in azione. “Signore, devo chiederle di tenersi a distanza” lo avverto, col mio tono da duro. Lui cerca di infilarsi sotto la transenna delle mie braccia, ma lo blocco. Ha coraggio, per essere un piccoletto. “Signorina, le rose!” grida ancora. La mia protetta ora si è girata e lo guarda, le labbra dischiuse. “Che c’è? Che succede?” (le sue ‘c’ mandano baci allarmati.) Prima che possa fare qualcosa per fermarlo, l'ometto mi sfugge. Prima che possa fare qualcosa per allontanarlo - magari scaraventarlo lontano, l'ometto urla: “Signorina, le rose! Non hai pagato!”
Per qualche istante non succede nulla. La piazza tace. La mia protetta resta immobile. A muoversi è solo lo sfavillio esterrefatto degli strass. “Ma come non ho pagato?” borbotta poi.
“Non hai pagato le rose!”
Il sorriso le si incastra tra le guance.
“Ah, ma io pensavo che volevi farmi un regalo… ” dice allora, cupa. “Va be’…”
Schiocca le dita e fa cenno a uno dei suoi assistenti: “Gregory, vieni qua un attimo.” Ha assunto di nuovo il suo tono pratico. “Dai qualcosa al signore per le rose.” Poi volta subito le spalle all’ambulante. Non vuole assistere al pagamento. “Ma guarda tu questo... Speriamo che non lo vengono a sapere quelli di Striscia!” prova a scherzare, senza rivolgersi a nessuno di noi in particolare, “altrimenti un Tapiro non me lo toglie nessuno.” Tenta un sorriso: le labbra fanno lo stesso attrito dei palloncini quando li piegano e li annodano a forma di barboncino.
“Ho letto da qualche parte che è successo anche a Marilyn” azzarda l'assistente, con un risolino nervoso.
“Seh, va be'...”
La passeggiata per negozi procede, ma le sue gambe ora mi sembrano più incerte. I tacchi vacillano all’urto coi sanpietrini. Si stringe nel collo di pelliccia nera. Ripara il neo e il décolleté dal vento freddo di febbraio. Qualche fan di passaggio la saluta, ma lei si è fatta sospettosa. I “baci stellari” che distribuisce qua e là non brillano come al solito. Di tanto in tanto abbassa lo sguardo sulle rose, che stringe ancora in mano, e forse ripensa alle delusioni passate, ai rifiuti, alle carezze che le sono state elargite e poi all’improvviso negate.
È in momenti come questi che mi rendo conto davvero di quanto sia vano il mio lavoro; di quanto in certi casi anche un bodyguard esperto sia del tutto impotente. Perché non importa l’addestramento, non importa quanto alleni i muscoli in palestra, non importa quanto tu sia disposto a prenderti una pallottola al posto di qualcun altro; i pugnali più infidi sapranno sempre trovare una breccia nella tua difesa. Ci sarà sempre qualche colpo infame – qualunque cosa tu faccia - che riuscirà a ferirla, ad infilarsi tra le maglie di ogni suo reggiseno-gioiello, per piantarsi dritto lì, dove le farà più male. Nel suo punto più tenero e sensibile, che batte nel profondo, tra le tette e quel neo troppo grande.

Illustrazione (dettaglio) di Theo Danella
Potete leggere (e votare) questo racconto anche qui

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