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domenica 17 febbraio 2013

L'essenziale di Sanremo 2013

E mentre il mondo cade a pezzi, io compongo l'ultimo post dedicato a questo Sanremo, che, dopo quattro puntate (1, 2, 3 e 4) si è richiuso come un cerchio: nella prima serata il pensiero è volato a Verdi, nell'ultima abbiamo sognato cavalcate selvagge grazie al direttore inglese Daniel Harding e il suo omaggio a Wagner.
La finale di Sanremo è sempre il momento dei miracoli: le canzoni risultano quasi tutte più belle del solito, soprattutto quella di Malika, ma persino Vorrei dei Marta sui Tubi è parsa meno malvagia di quanto ricordassi. Intanto Annalisa Scarrone tira fuori finalmente uno straccio di vestito, e Chiara Galiazzo fa un tentativo lodevole, per quanto malriuscito,  visto l'effetto uovo pasquale. Maria Nazionale sfoggia ancora una volta una mise di grande tendenza. Dieci anni fa, forse. Un abito a sirena turchese che solo alla fine rivela anche degli orripilanti disegni tribali sull'orlo. Quanto a Simona Molinari, io credo che odi profondamente se stessa: dopo essersi vestita al buio per giorni, ieri ha cavalcato il palco con la sua tenuta da amazzone, una specie di corazza di rame con drappeggi svolazzanti. Tra i membri della Giuria di Qualità, ho notato con piacere che l'étoile Eleonora Abbagnato ha smesso l'abito di due sere fa, un sacco nero con una striscia verticale più chiara al centro (stile puzzola, per intenderci) e si è stretta in un succinto tutù da Cigno Nero. Peccato per l'inquadratura imbarazzante che ha immortalato le sue gambe nerborute in una posa decisamente poco elegante. Ma non lo sa che deve accavallarle se non vuole che le si veda tutta la Giselle in mondovisione?
Una menzione speciale va all'inquietante travestimento di Max Gazzè, che dopo essersi rattoppato il retro della giacca con i resti di un pappagallo messo sotto da un tir, ha spaventato a morte Fazio con l'occhio di vetro e il completo gotico-piratesco.
Ma la vera filibustiera del festival, la balenga con la voce di Elvira dei Looney Tunes, è l'adorabile Lucianina Littizzetto, che si è posata sull'Ariston volando con le ali della farfalla di Belén: "Sono una farfalla cavolaia, perchè mangio le teste di cavolo!". Come aveva già fatto durante la serata dedicata alla lotta contro violenza sulle donne, anche ieri ha esordito con la sua verve comica e poi sbalordito con la sua vis retorica, intessendo un elogio alla bruttezza, o meglio alla non bellezza esteriore, e alle beautiful minds del presente e del passato, da Rita Levi Montalcini a Giacomo Leopardi, finanche a Noè, che ha salvato capre e cavoli.

Luciana collauda il suo sguardo sexy da "saltami sulle piume!"
Parlando di mera bellezza esteriore, non si può davvero dire che Bianca Balti abbia fatto sfoggio di poi così tanta avvenenza. Credo sia intrinsecamente molto bella, ma è scivolata su un po' troppe bucce di banana, e stava anche per rovinare sul palco mentre dava lezioni di passerella a un'esultante Luciana (forse era meglio rimanere a piedi nudi). Come perdonarle gli incisivi giallognoli e i capelli stinti, color pelliccia di licaone? Un po' troppo spettrale la sua apparizione, quando è discesa tra noi comuni mortali, in preda alla ridarella, con un paio di chandelier esagerati e un (pur bellissimo) abito di pizzo bianco. Avrei preferito che qualcuno le avesse strappato le maniche a sbuffo come a Maria Nazionale. Entrambe, però. Le mise successive, escluso il completo nero (da dimenticare), cambiavano solo per il colore: bello il pizzo, ma, dopo un po', che pizza!
Un filino di trucco, inoltre, avrebbe aiutato ad ammorbidirle il taglio del viso, che ricorda molto quello di  un ghepardo. Complici anche i capelli a spaghetto, sembrava una nativa del pianeta Pandora con la ricrescita. Insomma, bella sì, ma come può esserlo un'opera d'arte incompiuta.
Lucy, invece, sembra essersi conservata il meglio per il gran finale, a partire dal fiammeggiante abito rosso cupo, tempestato di lapilli e fumante di piume nerofumo, che ben rispecchia la sua vulcanica personalità. Originale anche il secondo abito, con la gonna ardesia abbondantemente impreziosita da una luccicante cinta color elettro, brillanti e piume corvine. Più convenzionale, ma pur sempre apprezzabile l'ultima vestizione, con gli orecchini a forma di cozza astratta, la materna scollatura alla Clerici e l'ampia gonna papavero. Zitta zitta, sfarfallandogli intorno come una vanessa, Lucianina è riuscita a conquistarsi il pantagruelico rugbista Martín Castrogiovanni, "che parla come Belén, e ha pure gli stessi capelli!", e se l'è portata in braccio per tutto l'Ariston.
Oltre al succitato "armadio a due ante", tra gli ospiti della serata finale, il ballerino contemporaneo Lutz Forster (a cui hanno tolto le articolazioni), l'ormai leggendario Andrea Bocelli (Quizás, Quizás, Quizás), e la giovanissima cantante inglese Birdy (come altri ospiti stranieri, anche lei di secondo lavoro fa l'anestesista.)
Poco incisivo il monologo di Claudio Bisio sulla responsabilità del voto. Una lezione di coerenza poco credibile visto che, a quanto mi risulta, è ancora al soldo di Mediaset.


Ma adesso veniamo a noi, al podio dei vincitori. Meritatissimo il premio della critica e per il miglior arrangiamento agli Elii, che, per l'occasione, sono lievitati come palloni gonfiati d'elio. E' stata una piacevole sorpresa anche vederli arrivare al secondo posto. Prevedibile, come l'abito nero di Malika, la presenza tra i finalisti dei Modà e la vittoria annunciata di Marco Mengoni. Se è vero che "l'essenziale è invisibile agli occhi", L'essenziale è inudibile per le orecchie. Non che sia una canzone poi così brutta. Il problema, per me, sta tutto nella voce di Mengoni: stridula, enfatica, agonizzante. Senza contare tutti quei tic da cane idrofobo. Quando parla, poi, è anche peggio.
Infondo, però, è pur sempre meglio di Emma Marrone e la mai più ascoltata Non è l'inferno.
Più che per il trionfo di L'essenziale, questo festival verrà ricordato soprattutto per l'encomiabile e riuscitissimo tentativo di sensibilizzare, svecchiare, divertire e riabituare alla cultura un pubblico televisivo da troppo tempo assopito sul divano, e a farlo potevano essere solo una coppia vincente come Fabio e Luciana. Luciana, che ha il pregio di dire sempre ad alta voce ciò che tutti pensano soltanto, commentando e spesso schernendo dall'interno lo stesso festival proprio nel momento in cui va in scena.
Per la prima volta da tanto tempo, forse da quando ero bambino, mi sembra che Sanremo sia tornato ad essere evento davvero importante, una parte irrinunciabile dell'anima di questa nazione che, come dice bene Crozza, "è tenuta insieme con lo sputo." Nel contesto, con gli sputacchi di Mengoni.

sabato 16 febbraio 2013

Cosa mettono nel caffè a Sanremo 2013?














Anche il terzo e quarto appuntamento con il festival chez Fabieau et Lucianà sono trascorsi, a ritmo del trotto di Lucianina Littizzetto che, ormai perfettamente a suo agio sui trampoli, vanta un portamento degno del cavallo rampante della Rai.
Se gli abiti delle cantanti in gara migliorano leggermente di serata in serata, non si può dire lo stesso degli abiti della padrona di casa, dall'impermeabile trasparente che ha indossato a San Valentino, una specie di serra semovente, al coprispalle fior di pixel che ha sfoggiato ieri sera, tra l'altro abbinato a una camicia da notte premaman. In occasione dell'amarcord di Sanremo Story, poi, ha voluto giocare anche col vintage, vestendo i principeschi panni anni '50 di Nilla Pizzi (solo due anni prima di quel Sanremo il cinematografo proiettava Cenerentola, e si vede) e infine l'accappatoio celeste polvere di Caterina Caselli, di cui riproduce anche la capigliatura da paggetto rinascimentale, meglio conosciuta come caschetto alla Fantaghirò. Che poi, se vogliamo dirla tutta, è anche lo stesso hair-style di Johnny Depp nel ruolo di Willy Wonka. Quanti echi intertestuali può evocare un'orrenda acconciatura!
Anche in queste due serate, naturalmente, non potevano mancare gli ospiti. Il piano è andato forte, prima con l'enfant prodige Leonora Armellini e poi con lo straordinario juke-box pianistico di Stefano Bollani. Anthony and the Johnson, imbacuccato in una specie di poncho e con i capelli che evidentemente non hanno mai provato la spumeggiante ebbrezza di uno shampo come si deve, ci ha regalato con la sua voce grandissime emozioni. Emozioni emo, ma pur sempre emozioni. Tra la sua nenia e l'intervista anestetica a Roberto Baggio non so come sia riuscito a rimanere sveglio. Ah, sì, lo so: mi ha svegliato un do di petto di Albano, che ha fatto il suo ingresso trionfale all'Ariston in compagnia di una badante d'eccezione, Laura Chiatti. Dopo aver fatto un paio di flessioni (come se non avessimo già una vaga idea della prolifica forza dei suoi lombi), si è esibito, per la felicità del pubblico antediluviano di Rai Uno, nei suoi più grandi successi. L'Ariston si è presto trasformato in un karaoke da harakiri, con la Chiatti e Fazio che ballavano la quadriglia, facendo avanti e dietro dal backstage. Capisco d'altronde l'imbarazzo della Chiatti, che, dopo aver urlato ai quattro venti di voler cantare uno straccio di canzone, si vede appioppare il duetto con Albano. Era visibilmente combattuta tra il desiderio di godersi quei cinque minuti di visibilità e l'atavico istinto di nascondersi e salvare la faccia: faceva un po' come la bella villeggiante che prima si fa trascinare in pista (di malavoglia) dall'animatore marpione del villaggio vacanze, e poi, alla prima occasione, fugge via alla chetichella.
In ogni caso, in quanto pugliese, Albano mi ha profondamente deluso: mi aspettavo che cantasse anche la splendida Telenorba ("Con Teeelenorba non sarai mai sooolo!")
Sempre più protagonista, fortunatamente, la nostra amatissima Lucy in the sky with diamonds. E' riuscita a ottenere l'ultimo ingrediente del filtro d'amore con cui sogna di conquistare il cuore del dolcissimo Beppe Vessicchio, convincendolo a farsi tagliare un ciuffetto di barba (infilato in una bustina di plastica e poi riposto come una sacra reliquia nel décolleté, accompagnando il gesto con versi orgasmici: "Il massimo dell'erotismo!"). Poi si è data alle danze per la lotta contro la violenza sulle donne, bellissima iniziativa che ha fatto ballare il pianeta. La totale mancanza di senso del ritmo di Lucianina era di una tenerezza che scalda il cuore. Infine, la Litti è riuscita anche a tenersi l'Ariston tutto per sè, quando Fazio si è dovuto allontanare un attimo per unirsi alla famiglia di Mike Buongiorno, in occasione dell'inaugurazione della statua a lui dedicata (e qui devo fare un grosso sforzo per non mettere nero su bianco l'ignobile battuta che mi è venuta in mente in quel momento, qualcosa riguardante statue viventi, la moglie di Mike e il silicone... a volte odio avere una coscienza!).
Approfittando dell'assenza di Fabio, Lucy si è messa comoda, indossando un pigiama di raso nero col colletto di strass, e ha dato il via libera a Rocco Siffredi e agli Umpa Lumpa scatenati di Elio. Dalle Storie Tese, francamente, mi aspettavo un accompagnatore di maggior spessore, benché non si possa negare che Rocco, in fatto di cose tese, abbia una certa autorevolezza.
Peccato che Lucy sia dovuta passare dai brividi felini dell'incontro con Siffredi al bacio gusto Algasiv di Pippo Baudo. Meglio una pippa in solitaria (forse non avrei dovuto scrivere neanche questa battuta). Prima Cutugno, poi Albano e infine Pippo: gli ospiti da ospizio sono stati premiati con il chiaro intento di tenerli contenti. Com'era prevedibile, Pippo l'ha presa per le lunghe con i suoi aneddoti di storia sanremese, raccontando di come abbia dovuto lui stesso colorare coi pastelli ogni singolo fotogramma delle prime edizioni a colori di Sanremo, perchè il technicolor all'epoca costava troppo.
Sulla scia di ricordi più freschi, ma decisamente dolorosi, sono ritornati sul luogo del delitto anche i "figli di", ovvero i figli d'arte che condussero la disastrosa edizione del 1989, riassumibile in una parola: papere. Senza papaveri, solo papere. Gaffe e strafalcioni come se piovesse. Tra tutti gli eredi presenti sul palco - Rosita Celentano, Danny Quinn, Gianmarco Tognazzi e Paola Dominiguin - io mi soffermerei un attimo su quest'ultima, figlia degenere di Lucia Bosé, che ha osato riesumare un abominevole abito verde speranza. La speranza di non vederlo mai più. Dico io, Paola, hai una sola possibilità nella vita di tornare sul palco dell'Ariston e fare ammenda... e tu che fai? Ti vesti come un arbre magique alla menta piperita? Con quelle scarpe a punta? Per non parlare dei capelli! Scommetto che il figlio di Ugo Tognazzi non era l'unico a portare la parrucca.

Sono tutti figli di grandi artisti. Purtroppo nessuno di loro è figlio di stilista.
 Ma veniamo ai big, che ieri hanno interpretato hit storiche del festival, a partire da Cos'hai messo nel caffè? con Malika Ayane. Lei era vestita di nero per la terza volta consecutiva, ma a portare un po' di "arcobaleno" gaio sul palco ci hanno pensato i due ballerini, che la toccavano, le si strusciavano addosso e, infine, l'hanno coinvolta in un nostalgico balletto.
Parlando di colori, Emma Marrone non poteva fare a meno di degnarci della sua presenza anche quest'anno. Ripudiati i Modà, accompagna l'amica Annalisa in Per Elisa. Sarà stato il suo vocione cavernoso, la mise da ninja, o forse la capigliatura da ananas... ma non sono riuscito a resistere alla tentazione di disattivare l'audio del televisore e farmi una partita a Fruit Ninja.
Gli Almamegretta, intanto, affumicano la via Gluck ("Fate crescere l'erba!"), Daniele Silvestri continua a percorrere la via della "gigioneria" con l'omaggio a Dalla, e Mengoni, con Ciao amore ciao, si commuove fino a sbavare: hanno dovuto mettere il cartello "pavimento scivoloso", come se non bastasse il pericolo caduta massi dalla famigerata scalinata.
Raphael Gualazzi ha scelto Luce di Elisa. Altre canzoni proprio non ce n'erano. Che ne so, magari Papaveri e papere... o la sempre attuale WWW mi piaci tu. In ogni caso il brano era irriconoscibile. Difficile a credersi, ma era anche più brutto dell'originale. Elisa si sarà rivoltata nel bozzolo. Le sarà andata di traverso la rugiada. Avrà gridato come un'ossessa per i boschi, ululando di rabbia come il vento tra gli alberi.
Avete notato che Gualazzi non parla mai? E se parla, lo fa con una vocina sottile da moribondo? Ma tienitela, la tua voce preziosa! E' rimasto traumatizzato da La Sirenetta.
Simona Molinari insiste nel tirar fuori dal guardaroba abiti catarinfrangenti che neanche Pamela Prati al Bagaglino. Ha scelto, mancando di modestia, di cantare la sensualissima Tua con l'unico scopo di sottolineare la sua oggettiva sensualità. Secondo me nasconde qualcosa. Ci dev'essere del tenero tra lei e Peter Cincotti, altrimenti perchè si sarebbe dovuto sciroppare cinque serate a Sanremo? Dopotutto il mondo è pieno di gente che sa suonare il pianoforte e lanciare di tanto in tanto un "Oh I need you back!"
Ma arriviamo al primo verdetto di questo festival, il vincitore della categoria Giovani, decretato dal pubblico e dalla Giuria di Qualità (non mi spiego la presenza di Paolo Giordano, visto che si parla di qualità). Ho temuto che vincessero i Blastema, che sembrano usciti da Warm Bodies (il nome del gruppo, tra l'altro, mi ricorda un'imprecazione e al contempo un dispositivo medico, se non una patologia grave). A salire sul podio, però, è stato lo scimmiesco Antonio Maggio, rigurgito acido della prima edizione di X-Factor (era il leader dei presto dimenticati Aram Quartet), con la sua canzonetta irritante, i sorrisi inquietanti, gli schiaffi auto-inflitti e le preghiere masochiste: "Fammi male, fammi male!" Ma molto volentieri!
Mi piacerebbe sapere, poi, che significa la frase "Infondo mi è anche piaciuto, a mena dito". L'ingiustificata aggiunta di "a mena dito" sarà il grande mistero di questo festival.

Osare: lo stai facendo nel modo giusto.
Ben più interessanti le proposte di Renzo Rubino (di cui ho già parlato) e di un'altra ex-factor, Ilaria Porceddu. Coraggiosa e originale la scelta del ritornello in sardo, intrigante il testo della sua In equilibrio, onirico e dichiratamente ispirato a Fellini. Senza contare che la Porceddu, con i suoi sognanti abiti circensi, ha trionfato là dove ben più illustri ospiti hanno miseramente fallito: questo Sanremo finora è stato un corteo funebre di eleganti ma banali abiti neri. La cara estinta è stata l'originalità. Confido in Bianca Balti, super-star di questa serata, anche se, in un'invervista, ahimè, l'ho sentita parlare di sobrietà. Ma la sobrietà uno se la conserva per il colloquio con i professori a scuola, non per l'Ariston!
Tutti incollati allo schermo per la finalissima: solo per questa sera, Sanremo continua!


mercoledì 13 febbraio 2013

Sanremo 2013 e il futuro che sarà


Un Festival della Canzone Italiana presentato da Fabio Fazio e Luciana Littizzetto è una specie di regalo, una fiaba insperata prima di andare a letto, che fa rimpiangere meno il Canone Rai. In ogni fiaba che si rispetti, naturalmente, non può mancare la principessa, che giunge trionfante a bordo della sua sfavillante carrozza bianca. Considerando l'abito nero, però, si direbbe piuttosto che la regina cattiva abbia rubato il cocchio a Cenerentola, costringendola a provvedere altrimenti per i suoi spostamenti (al ballo ci si può sempre andare in autostop.)
La luciferina Lucianina nazionale fa il suo ingresso lanciando sul pubblico dell'Ariston manciate di affilate battute su Imu e Monte dei Paschi di Siena, e non delude con la sua sfavillante ironia, che compie il miracolo di sostituire lo sbadiglio (colonna sonora dei Sanremo passati) con la risata. Bacchetta i direttori d'orchestra, si spupazza i cantanti, fa le fusa a Toto Cutugno, imbarazza deliberatamente gli ospiti: è lei la padrona di casa di questo festival, ed è lei che, zampettando di qua e di là col suo passetto da bambolina con carica a molla, ci invita a seguire con lo sguardo il suo traballante andirivieni sul palco, per la prima volta allestito da una donna, Francesca Montinaro. Nell'omaggiare Burri e Fontana (che aprono squarci sulla tela del passato per provare a intravedere il futuro che sarà), la scenografa costringe l'orchestra ad appollaiarsi su scivolosi ripiani obliqui: l'effetto d'insieme è quello di un gigantesco flipper. Non nego, però, di essere andato letteralmente in estasi per la meravigliosa scala fatta di tasti neri del pianoforte, che, in un attimo, si è costruita come per magia (nera) ai piedi di una Luciana trapunta di stelle. Una scalinata incantata come quella, quasi demoniaca, lugubre nella sua eleganza, ce la vedrei benissimo nel castello di Malefica o nella fortezza di Sauron. Già Luciana ha paragonato i gradini sospesi a mezz'aria alle lame di Edward Mani-di-Forbice.
Un po' Principessa sul pisello, un po' grillo parlante, un po' streghetta, ma anche un po' fata madrina, Lucianina prende per mano l'esitante Marco Mengoni, che gioca con le piume del suo abito, forse riconoscendo le proprie, dati gli striduli gorgheggi e gli acuti gallinacei che emette sul palcoscenico. Per non parlare delle sputacchianti "t" all'inglese e gli accenni di ballo che farebbero venire il mal di mare a Celentano. Ma forse stava solo interpretando la danza dell'incontinente.
Dove ho già visto il sorrisetto malinconico di Raphael Gualazzi? C'ho pensato per tutto il tempo della sua doppia esibizione. Avete notato che canta sempre con gli occhi chiusi? Non ho capito se lo fa per dimostrare di saper suonare anche così ("Guarda, mamma, senza mani!") o se chiude gli occhi per lo sforzo di ricordare i termini aulici con cui ha infarcito le sue canzoni: non ricordo di aver mai sentito paroloni come "velleità","acquiescenza" o il trecentesco "accidia" nel testo di un brano musicale, almeno non in questo secolo.
Quanto a Simona Molinari, da brividi (in senso positivo) la voce, da brividi (in senso negativo) le canzoni proposte, a partire dalla giustamente liquidata Dr. Jekyll Mr. Hyde, ma da brividi soprattutto il vestito: una tovaglia natalizia. Mi domando da quale luccicante incubo, da quale agghiacciante nightmare before Christmas sia nato quest'abito, e soprattutto quale stilista lo abbia concepito: probabilmente Valentino. Sì, ma dopo aver mandato giù la pozione del dottor Jekyll.
Avrei preferito che la Molinari non si avvicinasse troppo alla conduttrice, visto che accanto a lei persino il bellissimo (a mio avviso) abito stellato di Luciana ha finito immancabilmente per ricordare il cielo di carta del presepe parrocchiale.

Era pur sempre Martedì Grasso, dopotutto...
Dai costumi di scena passiamo agli scostumati in galleria. Checché se ne dica, il Sanremo ai tempi delle elezioni non poteva essere più equo. La par condicio è stata perfettamente rispettata: ci sono state tanto le parodie quanto le Parodi. Il formidable Crozza non ha risparmiato nessuno, e se l'imitazione (più vera del vero) di Berlusconi non va giù a qualche contestatore (avanzi di stadio che probabilmente si troverebbero più a loro agio tra il pubblico urlante di un combattimento tra galli che in un teatro), è solo perché la verità fa male.
Tristemente necessario e toccante l'intervento di Marco Alemanno e della coppia di fidanzati gay, come pure l'accenno al tema della cittadinanza per i figli degli immigrati (sollevato al momento dell'apparizione del calciatore Angelo Ogbonna): sembra quasi che Fabio Fazio abbia voluto suggerire una to-do list al prossimo governo, dando voce a quelli che ancora oggi sono a tutti gli effetti cittadini di serie B e che da troppo tempo chiedono, senza essere ascoltati, leggi ormai garantite in tutta Europa.
Per quanto l'introduzione delle due canzoni pro capite sia sfiancante e dispersiva, la regola aurea dell'equilibrio e dell'equità sembra essersi estesa anche alle scelte musicali. Ce n'è un po' per tutti i gusti, dalla litania quasi orientaleggiante di Maria Nazionale ai vaneggiamenti diversamente intonati del cantante col baffetto alla Freddy Mercury dei Marta sui Tubi. Cosa avrà voluto dire? Di che parlava Dispari, la canzone che, a quanto pare, piaceva a tutti, ma che nessuno ha votato? "Complimenti per gli amici / ma quanti amici hai? / Mille modi in cui sorridi / Ma poi non ridi mai..." Stiamo parlando di Facebook, per caso? Delle "bimbeminchia" che si fotografano in bagno con la bocca a viola del pensiero (per non dire "a culo di piccione")?
Marta scendi dai Tubi e chiama l'idraulico, che è meglio. E fossi in te chiamerei anche un nuovo stilista: il chitarrista dove l'avrà trovato quel completo a pois? Gliel'ha dato tempo fa uno stano maraja, vecchio amico di papà?
Quel "Quanto sei gnocca!" urlato a Luciana, esplicito tentativo di captatio benvolentiae, basterà a riscattare i ragazzi di Marta agli occhi (dalla palpebra calante) del diversamente giovane pubblico sanremese?
Per la serie Orrori da indossare (un'idea da considerare per il prossimo docu-reality di Real Time), trionfa l'abito color Mon Chéri di Maria Nazionale, che ha gettato un'ombra inquietante sul palco di Sanremo: chi le ha strappato la manica sinistra? Anastasia e Genoveffa? O forse Anna Oxa, che si aggira per l'Ariston come il Fantasma dell'Opera, tramando vendetta per essere stata esclusa senza pietà dalla rosa dei concorrenti? Oppure E' colpa mia va interpretata come un'auto-denuncia di Maria?
Roberto Giacobbo, ospite della seconda serata, ha già promesso di dedicare uno speciale di Voyager all'ectoplasmatica figura della Oxa e al mistero della manica scomparsa.
Mortificante anche quella specie di pareo azzurro indossato da Chiara Galiazzo, ma la sua voce è l'unica che spicca, con due belle canzoni, L'esperienza dell'amore e Il futuro che sarà. Promettente anche A bocca chiusa di Daniele Silvestri, anche se ho sempre riserve sui brani a tematica sociale, che reputo una scelta un po' troppo "gigiona" nel contesto dell'Ariston.
Ora non ci resta che aspettare di sentire gli atri sette big e i primi virgulti di gioventù. Spero solo che Malika Ayane, con la sua voce piena, fruttifera e avvolgente, riesca a farmi dimenticare le note dolenti di questo esordio. Ahimè, le aspettative sulla seconda serata non sono granché confortanti: quelqu'un m'a dit... que ci sarà Carlà Brunì...
Confido nella buona tata Lucia-na: salvaci tu!

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