Visualizzazione post con etichetta Le Raffiche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Le Raffiche. Mostra tutti i post

giovedì 8 maggio 2014

Datemi il "la"

Io non l'avevo capito che questa qui è una bambina.
Le Raffiche, una nuova rubrica nata dall'odio, dal risentimento e dall'esasperazione. Per quel giovane grillino ante-litteram di Giovenale, era l'indignazione a fare il verso poetico. Per me indignatio facit post!

"La" è una sillaba meravigliosa, e sarebbe bene ricordarlo sempre.
Provate a pronunciarla lentamente: ha un che di elastico e propulsivo. LA. Una ranocchia che si piega sulle lunghe zampe (L) e con un balzo leggiadro atterra su una ninfea (A).
LA, tanto per cominciare, è il nome di una nota musicale. Ma è anche una sillaba generosa e salvifica: quando non ci ricordiamo le parole di una canzone è la prima a venirci in soccorso. Senza contare che tappandoci le orecchie e cantando "la la la" possiamo impedirci di ascoltare spoiler sulle nostre serie tv preferite, tipo chi muore a Il Trono di Spade (va be', è facile: qualunque personaggio per cui tu possa aver provato anche la minima simpatia.)
LA, inoltre, è una sillaba viaggiatrice. Basta che "a" si metta un accento sulla testa, portato sulle ventitrè, per catapultarci verso infiniti orizzonti. ...
LA è anche una sillaba innovativa. Senza "la" la popolazione afro-americana vedrebbe notevolmente ridotta la propria creatività onomastica. Sì, perché, non so se l' avete notato, ma molti cittadini americani di colore non scelgono nomi tradizionali per i loro figli, ma si divertono a crearne di nuovi modificando quelli già esistenti. Per farlo si servono di vari suffissi e prefissi, come "-isha" e, appunto, "la-": Lamanda, Lakeisha, Latonya, Lasharona, Lashonda, Lashaniqua e così via. Non so bene da cosa derivi questa abitudine, forse si tratta di un segno di rifiuto verso i nomi occidentali imposti ai loro antenati dagli schiavisti. (Era un secolo che sognavo di parlare di questo in un post.)
Insomma, dobbiamo tanto alla sillaba "la."
Senza la fase della "lallazione" non impareremmo nemmeno a parlare! Senza "la"  l'espressione "uh lala" non sarebbe così chic, e dovremmo scrivere per esteso nomi di città come Los Angeles. Senza "la" le aule dei conservatori risuonerebbero di perifrasi come "quel suono tra il sol e il si", ed "Ehilà" non suonerebbe più così amichevole. Senza "la" non potremmo intonare attorno al fuoco canzoni natalizie imbarazzanti tipo Fa la la la. Senza "la" i Puffi non saprebbero cosa canticchiare nel bosco. E a proposito di Puffi, a tre "la la la" Kylie Minogue deve la sua intera carriera.
Soprattutto, però, "la", nella lingua italiana, è un articolo determinativo femminile singolare di straordinaria utilità.
Dopo averlo ribadito, mi rivolgo a voi, presentatori televisivi, gente di spettacolo e passanti che parlate a voce troppo alta per strada: perché non vi ficcate in testa una buona volta che non si dice "Ci vediamo settimana prossima" ma "ci vediamo LA settimana prossima"?!
Se vi costa troppo usare un articolo allora parlate inglese o latino. Ditelo a me "Ci vediamo settimana prossima" e giuro che non mi rivedrete più.

Dedico questo sfogo a Clyo, che mi ha ispirato con la sua fervente campagna contro l'abusata espressione "come se non ci fosse un domani."

mercoledì 5 marzo 2014

Jeppetto e la Fata Turchina

Kiss me, kiss me Licia...
Quando mi sono reso conto che i soli film da me recensiti quest'anno hanno vinto gli Oscar per il Miglior film d'animazione e la Miglior canzone (Frozen), le Migliori scenografie e Migliori costumi (Il grande Gatsby), ho realizzato che forse sarebbe stato il caso di guardare anche qualcosa di più impegnato. Così l'altra sera sono andato a vedere La vita di Adele, riproposta in una rassegna cinematografica per radical-chic: un'intensa storia d'amore tra ragazze, raccontata in modo estremamente sensuoso e godereccio, al limite del hardcore. Oltremodo ravvicinate le inquadrature, praticamente dermatologiche: dopo tre ore di film mi è stato inevitabile odiare la protagonista, Adele, che mangiucchia continuamente a bocca aperta, si insozza di sugo alla bolognese e si sbrodola addosso come neanche Sbrodolina. Poi, indovinate che ordina al suo primo appuntamento? Un kebab, ça va sans dire. Il kebab. Praticamente lo street-food che più di ogni altro compromette la dignità di chi si cimenti nell'impresa di mangiarlo. In quella bocca finisce di tutto, soprattutto i ciuffi ribelli. Mai una volta che si dia una sistemata ai quei capelli sfatti da compito in classe di matematica. Quando poi la sua relazione comincia a sgretolarsi, è tutto un fluire di muco e lacrime. Se avessi voluto vedere tutte queste disgustose secrezioni corporee avrei fatto domanda d'assunzione in un asilo.
Cosa non si fa per amor di realismo!
Quello di Adele è un bildunsgroman scandito da citazioni letterarie, filosofiche e pittoriche: Marivaux e l'innamoramento, Antigone e il senso d'impotenza dell'adolescente, Sartre e la libertà assoluta, il malinconico blu di Picasso, la morbidezza di Courbet e la morbosità di Schiele. Insomma, un film che tratta il pubblico come una classe delle elementari o un eromenos da istruire. Didascalico, se vogliamo, anche per quanto riguarda le dinamiche dell'amore saffico. E' quasi un tutorial erotico, date le scene di sesso interminabili. Talmente lunghe da portarmi ad infrangere quella che è per me una regola sacra: mai parlare al cinema. Non c'è stato verso, per me e le mie amiche, di evitare di scambiarci opinioni e commenti, per poi passare ad una vera e propria telecronaca:
"Ma che stanno facendo esattamente adesso, secondo voi?"
"Credo si stiano strusciando."
"Ah, sì... giusto. Se non sbaglio il termine tecnico è frottage. Una performance superiore alle aspettative, devo ammettere, se consideriamo che è la sua prima volta. La Exarchopoulos è in testa... ma rimonta all'ultimo secondo la Seydoux... ci siamo quasi... ed è GOAL! No, aspettate... cartellino giallo. Ma come, non è goal? Non c'è fallo!"
E sulla scia dei doppi sensi da osteria, imperdonabile la scena in cui Emma Dai-Capelli-Blu insegna alla sua giovane amante come succhiare le ostriche ancora palpitanti di vita.
Se il primo capitolo risultava interessante, esplorando i primi turbamenti di un'Adele liceale, durante la seconda parte sono lentamente scivolato nella noia. Il realismo va bene, ma io avrei tagliato i capelli della protagonista e anche parecchie scene inutili, tipo quando si lava i denti, fa la doccia o il dettato ai bambini a cui insegna. L'arte dell'ellissi... questa sconosciuta!
Il regista, Kechiche, voleva offrirci una tranche de vie, ma era piuttosto un gateau intero, e alquanto indigesto. Un titolo più adatto sarebbe stato Vita, morte e miracoli di Adele.
"Ah, sono passate tre ore? Non me ne sono accorto!" ha avuto l'ardire di esclamare un intellettualoide con la bombetta, uscendo dalla sala, all'una di notte. "Il tempo è volato."
Carissimo Pinocchio, amico dei giorni più lieti, io non avrò i capelli da Fata Turchina di Léa Seydoux, ma le so riconoscere le bugie, soprattutto quando sono grandi come una balena.

"...un artista non deve spiegare un cazzo."
Ma ora passiamo a Jep(petto). Quando si tratta di parlare de La grande bellezza, che non sono stato abbastanza lungimirante da andare a vedere al cinema, il paese sembra dividersi tra agguerriti estimatori e bellicosi detrattori, tant'è che ho quasi paura a metterci bocca e aggiungere la mia inutile opinione da profano. Avverto vibrazioni negative e molte conflittualità, "conflittualità come 'rottura di coglioni'" per citare la performer intervistata da Jep. La grande bellezza non mi ha annoiato (non troppo), non l'ho odiata, ma non mi ha fatto nemmeno trasecolare. Quella proposta è una malinconica passeggiata notturna lungo una galleria di grottesche: l'intellettuale che si vomita addosso le proprie ferree convinzioni, la radical-chic che ascolta solo jazz etiope e non ha il televisore, il cardinale a metà tra soglio pontificio e il contratto per una nuovo programma di cucina su Real Time, la Colonna caduta che sgattaiola nella sua perduta casa-museo per sentir parlare di sé dall'audioguida, il fotografo che fotografa se stesso ogni giorno (che è un po' quello che fanno molti su Facebook), e poi i nani, le ballerine e le tante altre maschere, confuse e misteriose. L'ispirazione felliniana è lampante, a riprova che viviamo in un'epoca neobarocca, fatta di echi e citazioni. Domanda: basta citare la grande cultura per produrne altra?
Tra festaioli di mezz'età che ballano al ritmo della Carrà, si staglia il sorriso sornione di Jep Gambardella (Toni Servillo), che di professione smerda la gente. "Vanità di vanità", "l'imbarazzo dell'essere al mondo", la meschinità umana in contrasto con l'indifferente bellezza che ci circonda: questo scopre Jep nelle sue notti in bianco.
Un film, un rebus da decifrare: il mare, le suore un po' ovunque, gli estranei che sembrano conoscere il protagonista meglio di quanto non si conosca lui stesso, i fenicotteri che sorvolano il Colosseo (che fanno molto promo del concerto di Adriano Celentano all'arena di Verona.)
La mia impressione è che i registi come Sorrentino si sentano sempre più in diritto di comporre scene bellissime, frasi ad effetto e momenti emozionati, per poi consegnare tutto, così com'è, allo spettatore: toh, adesso "unisci i puntini."
La grande bellezza non è un racconto filmico: rimossa la spina dorsale della trama, ciò che resta è una criptica e amara raccolta di poesie per immagini, bella ma riservata a pochi. E io non posso fare a meno di trovare tutto questo crudele.
Perché per Ana Laura Ribas questo film dovrebbe rimanere un mistero?

domenica 23 febbraio 2014

Liberi da Sanremo 2014 o no?


Un inizio adrenalinico per questa finale di Sanremo: Don Matteo in bicicletta rischia di schiantarsi precipitando "a bombazza!" giù per la scalinata dell'Ariston. Con i santi in paradiso che si ritrova, però, è sopravvissuto, perciò aspettatevi pure una decima stagione (magari con Pedala di Frankie Hi NRG come sigla.) Ma dove va "così di fretta pedalando con ardor?" E' in missione speciale per sposare Fabio e Luciana, che però confessa candidamente di non disdegnare un "giro di lenzuola" con Beppe Vessicchio e Renga. Peccato non ci fosse Antonella Ruggiero ad accompagnare la solenne cerimonia con un canto gregoriano. La Parietti, dalla prima fila, agguanta prontamente il bouquet: a quando le nozze con De Andrè?
Crozza, per il suo ritorno a Sanremo dopo le contestazioni, mette subito le mani avanti e, deciso a raccogliere consensi, delude un po' con un monologo che vorrebbe inorgoglire il popolo italiano ma che sfocia in rivendicazioni spicciole della serie "Italians do it better" o "Ridateci la Gioconda!" E' un po' troppo facile vantarsi di opere realizzate dai nostri antenati secoli fa, ammantarsi di glorie passate e farsi belli denigrando gli altri paesi, per quanto l'idea dei tedeschi che, senza il motore a scoppio (inventato da un italiano), debbano accontentarsi di produrre l'Audi Graziella sia un vero spasso. Il catalogo delle bellezze e bruttezze italiane cantato sulle note di Mozart resta probabilmente la miglior canzone ascoltata in questa edizione. 

Probabilmente Noemi ha raccolto
qualche piuma lasciata da quell'oca
 selvatica della Casta. 
Altro ospite attesissimo (da Fazio) è Luciano Ligabue. Alle prime note di Certe notti è già falò sulla spiaggia. Che vi avevo detto?
Dopo l'interminabile concerto, ci si accorge che s'è fatta 'na certa e che sarebbe anche il caso di riprendere la gara. Una sorpresona la rosa dei finalisti: Arisa, sempre più simile al pinguino di Happy Feet, sempre intubata nel solito tubino da laureanda, sempre con quelle pences sul ventre che le fanno la pancetta della birra; Raphael Gualazzi e The Bloody Beetroots ("Ma quello là... Gualazzi.. non poteva mettersela pure lui la maschera?" ha commentato mio padre, trovandomi una volta tanto concorde); e infine Renzo Rubino, il burattino epilettico, col cravattino leghista, che quando suona al pianoforte sembra sempre sia seduto su un cuscino di suocera. Poi si lamenta cantando: "Tremano le gambe... sto cadendo!" Ci credo, Renzo, fatti più avanti con lo sgabello, no?!
Peccato per l'esclusione di Noemi: non partiva bene in classifica, e credo che quell'anello-cigno le abbia portato un po' sfiga. D'altronde, è un uccello che non canta, se non prima di morire.
Tutti si aspettavano il trionfo di Renga "Non-C'è-Mutanda-Che-Tenga" e della sua straripante mascolinità, ma per quanto si sia impegnato a scatenare le fantasie erotiche di Iva Zanicchi e coetanee, ha rimediato solo un due di picche. A nulla sono valsi quegli acuti a tradimento, che sembrano piuttosto colpi di reni, e il pruriginoso testo che ricostruisce una sveltina clandestina: "Amami ora come mai, tanto non lo dirai. E' un segreto tra noi, tu ed io. Soltanto il fuoco e le fiamme a dire che stiamo solo facendo sesso..." 
In quanto a generosa virilità, non è da meno il cantante dei Mastur... Perturbazione, che quando rievoca alla mente le sue amanti si agita talmente che sembra quasi voglia accoppiarsi con l'asta del microfono, tipo i cani con le gambe del tavolo. 
Cristiano De Andrè, pur escluso dalla finale, fa incetta di ricchi premi e cotillon: sembra un bambino viziato che in qualche modo bisogna tener contento. Sono cinque giorni che frigna perché non hanno scelto la sua canzone preferita.
Intanto, aspettando il vincitore, Luciana si spoglia dell'abito da Carmen Miranda a lutto per trasformarsi in Poiana Littizzetto. Sarà stata una scelta azzardata, ma a me tutte quelle piume metalliche sono piaciute un sacco: una fenice aurea decisamente rock. E' senz'altro lei la fashion queen di questa edizione.
L'attesa spasmodica è resa ancora più straziante dal ritorno sul palco dei giovani al completo. A quel punto ho avuto un momento di sconforto perché speravo di non doverli ascoltare mai più, ma per fortuna si sono limitati ai ritornelli: non potevano fare così tutto il festival?
Pochi minuti all'annuncio e sono tutti stremati: Mauro Pagani ondeggia poco convinto al ritmo di Nu juorno buono, mentre Arisa è a un passo dal tirar fuori le ciabatte quando la dichiarano vincitrice della sessantaquattresima edizione del festival di Sanremo. Lei sembra strafatta, o forse ha alzato il gomito con Stromae. Accenna un urletto, barcolla, ma non molla, e a fatica riesce a sollevare il trofeo con il leone che si lima le unghie contro il tronco della palma.


Che ho fatto ieri sera? Mah, mi annoiavo, così ho pensato di vincere Sanremo.

"Com'è vincere?" domanda Luciana.
"Tutto okay" pigola lei. Poi gracchia: "Non vi meravigliate: io non mi scompongo." 
Lei forse non è solita scomporsi, ma io ero talmente a pezzi che iniziavo a decompormi. 
Per questo piumato festival della bellezza (non sempre facile da trovare) giunge il momento dei bilanci e dei mea culpa. "L’anno scorso c’era più gioia, è un momento di malessere fortissimo" dichiara la Litty a La Repubblica, poi ammette: "Avremmo dovuto bilanciare la nostalgia con la novità."
La vera novità è stato Sanromolo, l'anteprima di Pif, che ha esplorato il mondo "dietro le quinte" con la telecamerina, l'ironia e la finta ingenuità che lo contraddistinguono. Sarà per la faccia, la voce o la simpatia... ma a me ricorda il bradipo preistorico de L'Era Glaciale. Grazie a lui abbiamo potuto conoscere personaggi straordinari, casi umani che ronzano intorno all'Ariston a caccia di un autografo e habitué della platea, come il ginecologo siciliano dalla lucente pelliccia d'ermellino e con un ermellino morto in testa.
 
"Io quando sento la musica dal vivo... non è come sentirla per radio o per tv...
mi vengono tutti i brividi come la Oxa, tutti i brividi del mondo."
Anche lui dà i brividi, però.

Emblematica la visita alla sanremese più anziana, la signora Angela, che è nata centocinque Sanremo orsono. Come regalo di compleanno Pif le ha portato un video-messaggio delle gemelle Kessler e l'arzilla vecchina, sbalordita ha esclamato: "Le Kessler ci sono ancora?!"
Una domanda cha da sola riassume un intero festival.

sabato 22 febbraio 2014

Nu juorno buono a Sanremo 2014

Solo la magia di Gucci può trasformare
Lucianina di Samosata in una leggiadra

Nike di Samotracia.
Anche la serata revival (non che le altre fossero avanguardistiche) si è aperta sotto il segno della nostalgia. La nostalgia dell'anno scorso. Infatti fa il suo inspiegabile ritorno sul palco dell'Ariston Marco Mengoni: neanche dovesse riconsegnare la fascia e il diadema di Miss Italia. L'atmosfera sembra più frizzante del solito, il ritmo è serrato, i duetti scivolano giù tutti d'un sorso. Esordiscono cantando La donna cannone i Perturbazione e Violante Placido, dai capelli glossy glossy ma scossi, come se fosse appena uscita dalla galleria del vento. Mi ha fatto una gran tenerezza: visibilmente terrorizzata, nuda e infreddolita come Eva il giorno della cacciata dal paradiso terrestre. Sembrava dovessero spararla col cannone da un momento all'altro. Tutto sommato non se l'è cavata neanche così male.
Fascinosa e ironica Fiorella Mannoia, nel suo peplo rosso Jessica Rabbit. Accanto a lei, Frankie Hi-NRG, la panza traballante, si muoveva con la grazia di Orso Balosso.
Noemi, invece, abbacina tutti col suo grembiulino giallo limone, che sembra fatto di quel nastro plissettato con cui si guarniscono le torte. "Enzo Miccio lo voglio affossare..." mormora a denti stretti alla Littizzetto, che, stranamente imbarazzata, fa finta di niente. Evidentemente il jedi del fashion ha minacciato di fendere a colpi di spada laser i suoi abiti da principessa Amidala. La scherzosa lotta tra Noemi e Miciomicio è proseguita su Twitter, dove hanno giocato a Titti e gatto Silvestro. Eppure il giallo canarino spopola, vedi le scarpe di Arisa, che di Titti ha anche la voce.
Un altro ritorno di cui potevamo fare a meno è quello di Kekko dei Modà, che canta al fianco di Renga, quest'ultimo talmente convinto di avere la vittoria nella tasca del gilet da far finta di non ricordare che oggi c'è la finale.
Se l'asso nella manica per risollevare le sorti del festival è il mago Silvan, allora stiamo freschi. Il prestigiatore invita tutti a riscoprire nel proprio "cuoricino" il puer aeternus "di cui parla Montale" (ma non era Pascoli?) e cerca di mantenere il suo tono mistico mentre Lucy e Fabio ridacchiano come scolaretti nell'ora di religione. Il tiratissimo illusionista accorcia Luciana, dopo averla imprigionata nella sua cabina magica, e per un attimo ho temuto volesse farla sparire: non lei, che è l'unica attrattiva di questo Sanremo. La ripresa dei piedini della dimezzata Littizzetto lasciano qualche dubbio: spero vivamente fossero finti, perché altrimenti il suo pedicure sarebbe da denuncia.


"Oh-oh, mi è semblato di vedele un Miccio."

Proprio quando comincio a pensare che questa possa essere finalmente una serata più vivace, ecco che l'attimo "senza fine" di Gino Paoli mi fa sprofondare in piena fase SanREM. Ma a sorpresa la competizione dei giovani, per una volta tanto, viene anticipata a metà serata, e non relegata ad orari marzulliani. Diodato mi fa sobbalzare con l'azzardato verso "Io non lo so come fai a sbattermi così." Siamo sicuri che la canzone sia Babilonia e non Sodoma? The Niro, poi, mi preoccupa non poco: gli occhi rovesciati, i movimenti convulsi, il testo delirante...
Dopo questa bella gioventù, Sinigallia fa il suo ingresso a capo chino: si è scoperto che ha già cantato il suo pezzo in gara durante un evento benefico. L'autogol non può che condurre a un verdetto alla Briatore: "scei fuori!" Inutile dirvi quanto la notizia mi abbia addolorato. Scherzi a parte, chiunque l'abbia denunciato ha agito da grande infame e chissà che brutto karma si starà attirando. Fazio in ogni caso lo farà cantare a mo' di contentino anche oggi, e forse anche domani a Che tempo che fa... a cosa è servito assicurarsi un posto nell'ultimo girone dell'Inferno se poi dovremo sorbircelo comunque?
Subito dopo questo agrodolce arrivederci, giunge Gualazzi, sempre accompagnato dal suo fido "moscone" e da Tommy Lee, batterista dai capelli catramosi. Il brano scelto è il gigionissimo Nel blu dipinto di blu, ma si direbbe piuttosto Nel celestino pallido dipinto di celestino pallido, arricchito da qualche pennellata di inglese, che fa tanto figo. Sempre meglio di Liberi o no, comunque, e di quel suo falsetto da Alvin Superstar. Intanto riflettevo sul fatto che, con quella faccia da schiaffi che si ritrova, non mi stupirei affatto se Raphael dichiarasse di voler entrare in politica.
Renzo Rubino, l'ex-giovane, è palesemente nato vecchio: vecchio l'abbigliamento, vecchi i capelli, vecchie le canzoni, vecchia la voce. Quella sua sicumera da primo della classe comincia a stancarmi. Quando ho saputo che avrebbe duettato con Simona Molinari mi sono subito ringalluzzito: impossibile non ricordare l'orrido centrotavola natalizio che la cantante ha sfoggiato solo l'anno scorso. Per questo potete immaginare quanto profonda sia stata la mia delusione quando l'ho vista scendere la scalinata, bellissima, elegantissima, sensualissima, impeccabile. La trasparenza laterale del vestito lasciava intuire che è anche lei si era smutandata dalla noia.
La stessa scalinata, i gradini trasformati in onde e flutti, è stata solcata anche dall'attore Alessio Boni, con un barbone da fare invidia ad Herman Melville, che recita il testo di Mare d'inverno. Gli occhi sgranati, neanche avesse visto la balena bianca, ma invece c'è solo la Ferreri travestita da focena. L'attore che l'accompagna, Alessandro Haber, è talmente intontito che Giusy deve indicargli con la mano lo schermo del karaoke.
Antonella Ruggiero, giusto per svecchiare un po' la sua immagine, si circonda di un gruppo di berlinesi che suonano i tablet come strumenti musicali, ma riesce comunque, anche questa volta, ad addormentare tutti. La trovata tecnologica è roba da far strabuzzare gli occhi solo a qualche quarantenneminkia, e comunque l'effetto risulta anche piuttosto ridicolo: i "musicisti", che dondolano al ritmo della loro stessa ninna nanna, più che suonare sembrano intenti a cercare di indovinare la password per scroccare il wi-fi dell'Ariston. Sinigallia, dopo l'eliminazione, ci regala una botta di allegria con un Ho visto anche degli zingari felici: con la frase "noi che sopportiamo la malattia del sonno e la malaria" sembrava stesse descrivendo lo stato in cui agonizziamo da quattro giorni noi spettatori.
Abbassa la media anagrafica il dolce Nutellino, il cantante scozzese Paolo Nutini, che omaggia le sue radici italiane interpretando (e mangiucchiando) le parole di Caruso.
Gli ospiti italiani, da Zingaretti a Brignano, come tutti quelli che li hanno preceduti, non fanno che omaggiare qualcun altro (e autopromuoversi). Nessuno che sia se stesso. Questo è sempre più il festival di Wikipedia, visti i continui riferimenti a personaggi sconosciuti al pubblico gggiovane.
E parlando di gggiovani, tra le nuove proposte, viene premiata la denuncia di Rocco Hunt. Che piaccia o meno (a me no, per esempio), una cosa è certa: è più rapper lui di Frankie Hi-NRG. Lo scugnizzo piange a dirotto e abbraccia tutta Sanremo, da Luciana alla statua di Mike Buongiorno.
L'inizio sprint di questa serata mi ha illuso che potesse essere nu juorno buono per questo festival, ma non mi resta che sperare in un lieto finale.

venerdì 21 febbraio 2014

Ti porto a Sanremo 2014 con me

Non capisco proprio chi critica Lucianina per il cachet esorbitante. Provassero loro a fare
le badanti per cinque serate di seguito e mantenere per tutto il tempo il suo senso dell'humour.
Sono stato rallentato dalla febbre (quella vera, non la febbre da Sanremania) e quando Fabio Fazio è comparso in scena in giacca da camera, ahimè, mi è quasi parso di guardarmi allo specchio. Ciononostante, indefesso, continuo a commentare per voi questo Festival, ancora una volta diretto dal duumvirato Fazio-Littizzetto. Ma passiamo subito al riepilogo degli artisti che nelle ultime due serate hanno cavalcato la scacchiera dell'Ariston.
Al suo esordio Noemi ha sfoggiato un abito da sposa spaziale, preferendo al classico filo di perle un fil di ferro attorcigliato al collo: l'effetto è un po' quello del delfino rimasto incastrato negli imballaggi gettati in mare. Un'immagine ecologica, quest'ultima, che si ricollega all'atmosfera quasi animistica evocata dalle sue canzoni, in particolare Bagnati dal sole: la voce di Noemi emana raggi, un fascio continuo che avvolge e riscalda gli spettatori molto più delle coperte termiche a cui sono abituati. Anche ieri, forse in omaggio all'astro-giornalista Tito Stagno e all'astronauta Luca Parmitano, ha proseguito sulla strada delle mise cosmicomiche vestendo i panni di una sirena siderale.
Imperdonabili i coretti sospiranti e i violini miagolanti di Ora, il pezzo presentato da Renzo Rubino, quest'anno promosso a Big. Al pianoforte si agita e si contorce al pari di un muppet impazzito. Corre voce che questa sera duetterà con Miss Piggy. Più che "fermati e datti un voto", Renzo, fermati e datti una calmata.


Francesco Sàrcina, Nel tuo sorriso, si definisce "un guerriero che difende il mondo intero." In effetti, scimmiesco com'è, sembra sempre a un passo dal trasformarsi in Super Sayan di quarto livello. Lui e Clemente Russo (in veste di annunciatore) hanno lottato fino allo strenuo delle forze per accaparrarsi la cintura di "Più Egocentrico", tra la logorrea del pugile e le selfie dal palco del cantante, rimbeccato dalla Littizzetto: "Invece di fare il pirla, ci dici se la canzone che ha vinto è la prima o la seconda che hai cantato?! Quelli di Twitter vogliono saperlo!"
Facendo indagini sull'ex-frontman de Le Vibrazioni, ho scoperto che sarcina è il nome di un batterio che frequenta abitualmente l'intestino umano, e in latino significa "fardello". Coincidenze? Sono venuto a sapere anche che quei perversi di Vanity Fair lo hanno scelto come protagonista di una serie di interviste in veste di sessuologo, richiedendogli di elargire, dall'alto della sua esperienza, preziosi consigli su sesso di gruppo e tradimento. Altro che vibrazioni, a me vengono i brividi.
Chi comincia proprio a piacermi è invece Giusy Ferreri con la sua Ti porto a cena con me, un invito che potrei accettare, a patto che si cambi d'abito. A quanto pare non è solo la "felicità" che è "fuori moda", ma anche lei, con quel vestito verde da tigre della Malesia e i tacchi vertiginosi, che sono praticamente degli altipiani non ancora riportati sulle mappe.
Renga, più inanellato di un rapper, si aggiudica un primo posto provvisorio che non riesco proprio a spiegarmi. Su Sinigallia ho poco da dire: avantieri sotto la giacca indossava una maglietta con una mandria di elefantini, ieri soltanto uno. Oggi quanti se ne porterà addosso?
Ron, che non riesco a non immaginare come il gatto Romeo ("er mejo der Colosseo"), fischietta un ritornello country perfetto per la vendemmia, mentre la virtuosa Antonella Ruggiero (il suo stilista veste anche il dittatore coreano Kim Jong-Un) gorgheggia una litania che è senz'altro molto sofisticata, anche troppo. Come sia riuscita a scavalcare Noemi nella classifica parziale di ieri è un mistero: sarà stato il potere dell'ipnosi?
Quanto agli ospiti di queste due serate, per la serie "una partita a briscola e un passeggiatina ai giardinetti pubblici", sono state scongelate le Kessler, vestite interamente di squame e sguscianti come anguille sul palco a ritmo di Quelli belli come noi. Naturalmente, tra questi due alti papaveri, non poteva mancare quella paperina di Luciana, finalmente con un abbigliamento un po' più estroso: la sopravveste mobile a nido d'ape con all'estremità uno sciame di chiffon che fa su e giù quando alza le braccia. A pensarci bene ricordava anche un ombrellino da cocktail.
La Litty non ha mancato "l'incontro a Teano" con la Valeri, entrambe a telefono con le loro mamme. Peccato che non siano riusciti a spiegare al pubblico post-diluviano quale grande attrice sia Franca Valeri. I ragazzini che per sbaglio avranno buttato un occhio su Sanremo avranno visto solo una vecchia signora che a malapena riesce a farsi capire quando parla, vestita da poltrona dell'Ariston e con ai piedi le galosce di Peppa Pig.

Mio nonno ha riconosciuto il telefono che usa Insinna per chiamare "La Dottoressa"
e gli è venuto il magone. Sono giorni che è in astinenza da Affari tuoi.
Il medley di Baglioni l'ho volutamente evitato. Dopo Piccolo grande amore, mancava solo che tornasse Ligabue e attaccasse con Certe notti, e a quel punto si sarebbe potuto improvvisare un perfetto falò sulla spiaggia.
Ieri, poi, è stato il turno di Renzo Arbore, con un plaid rosso legato al collo e un cinturone alla texana, l'unico "ospite da ospizio" consapevole di essere vecchio, se pur capace di affrontare con grande autoironia l'argomento della propria veneranda età. Interminabile l'omaggio alla canzone napoletana, a discapito dei giovani, per quanto su di loro, almeno per il momento, preferisca non esprimermi. Delle nuove proposte è doveroso tramandare ai posteri, a mo' di monito, solo gli osceni outfit delle ragazze escluse, in primis Bianca, la vamp più candida di Dita Von Teese, le cui ciglia finte e le labbrone scarlatte hanno preso il sopravvento su tutto. Impareggiabile il vestito goule-de-pigeon: non c'è Sanremo senza che qualcuno si auto-confezioni come un uovo di Pasqua. La citazione ungarettiana, "si sta come foglie sui rami a novembre"? Un tocco di classe: terza media, per la precisione.
Veronica De Simone, appena coperta da un centrino di pizzo, con un capigliatura che gareggia con Noemi per autolesionismo, ieri si è sbilanciata dichiarando a pieni polmoni di volere cento figli. Una giovane, novella Ecuba, la prolifica regina troiana.
Parlando di convitati esteri, ieri sera il cantautore irlandese Damian Rice si è presentato in cenci da clochard, con la chitarra in piena marcescenza. L'ha preceduto la sera prima Rufus Wainwright, sublime in Cigarettes and chocolate milk e Across the universe. Ancora prima della sua esibizione il canadese è stato duramente contestato e accusato di blasfemia dai Papaboys per la canzone Gay Messiah (in cui si parla, per l'appunto, di un messia gay "risorto da un porno anni settanta" e si allude anche a un "battesimo di sperma.") Mi sono premurato di ascoltare la canzone incriminata, tra l'altro di dieci anni fa, ed è una geremiade piuttosto lagnosa. Io, in ogni caso, sono fan di chiunque scateni e maledizioni bibliche dei Papaboys. Non so in quale girone dantesco finirò, ma l'inferno me lo immagino così: un'enorme valle infuocata, con schiere di Papaboys che mi frustano a ritmo delle canzoni dell'ACR.
E a proposito di fuoco e fiamme, signoreggia in quanto a cattivo gusto sanremese l'abito rosso come il peccato della pallavolista Veronica Angeloni. Le tre lacerazioni sul ventre sono variamente interpretabili: sarà stata attaccata da un orso, o forse si è dimenticata per tre volte il ferro da stiro acceso sul vestito? Quei tre buchi rappresentano un richiamo alla decadente scenografia? O forse sono un'allusione alla Trinità e al triskell celtico? Qualunque sia il significato, il modello ha messo in risalto impietosamente i fianchi perpendicolari della sportiva.

La pallavolista Veronica Angeloni e due nuove proposte (indecenti): Bianca e Veronica
De Simone, entrambe vestite da bambole assassine.
Probabilmente queste due serate sono state più animate della comatosa première. Trito, ma pur sempre divertente il monologo della Lucy dei nostri occhi sul tema della bellezza, in tutte le sue manifestazioni, anche meno convenzionali: "un mondo di persone tutte uguali è un incubo totalitarista." Al momento di scagliarsi contro la chirurgia estetica selvaggia e la plastificazione umana, ha scoccato velenose frecciatine che avranno fatto rodere il fois-gras alla Santanché, "amica del gioco dell'oca."
Eppure credo che tutto questo ancora non basti per bissare i fasti dell'anno scorso. La trovata del flash mob musicale? Roba che avrebbe potuto stupire il pubblico di dieci anni fa.

mercoledì 19 febbraio 2014

Sanremo 2014, sei acceso o sei spento?


I costumi sono da Carnevale, ma il clima è quaresimale.
"Raffy, ma lo sapevi che anche Umberto Saba e Dino Buzzati hanno iniziato con le recensioni di Sanremo?" ci ha tenuto a informarmi mia madre, che evidentemente non nutre grandi aspettative su di me e non intende in alcun modo mettermi sotto pressione. Come se questa edizione del Festival non mi desse già abbastanza pensieri. Non so a voi, ma a me il fatto che ci fosse Beppe Grillo in platea metteva addosso un'ansia terribile. Mi aspettavo che esplodesse da un momento all'altro come una bomba ad orologeria, iniziando a inveire e farsi venire un embolo come il Baffo delle televendite.
Scoprire grazie alla "testimonianza" di Pif, che il piatto tipico di Sanremo è il brandacujùn (nome oltremodo evocativo) e che in realtà "Sanremo" è una contrazione di "Sanromolo" è stato già abbastanza sconvolgente, ma a tutto questo è seguita un'escalation di angoscia: il sipario sospeso a metà, i due lavoratori che minacciano di buttarsi giù dalla balconata (non si capisce bene come siano riusciti ad arrivare fin lassù né come si siano potuti permettere un biglietto all'Ariston, perciò molti gridano alla farsa) e infine, una volta scampato il pericolo, si è aggiunto lo spavento di scorgere la Marchesa Del Secco d'Aragona che fa capolino tra Fazio e la moglie di De Andrè.
A portare sollievo comico, giunge in soccorso come sempre Lucianina Littizzetto, con i suoi passetti da geisha, conciata come un fenicottero e accessoriata con un fiorito balconcino in muratura e un cappellino per cui non oso immaginare quanti Fimbles siano stati spennati vivi.
Rompe il ghiaccio Arisa, con Lentamente: "cade una mela da un ramo" canta lei, ma intanto il suo décolletè, in continuo movimento tettonico, sfida ogni legge di gravità. Calimero ha scoperto le gioie del push-up. Poi, al momento di Controvento, che credo sia il flautato canto delle sue manie di persecuzione, si toglie anche le scarpe: prego, fa come a casa tua.
Almeno però Arisa sa cantare. Frankie Hi-NRG, atono, ripetitivo, noioso, annaspa con Pedala, che ha proprio il ritmo e la vitalità di una pedalata. In pianura, però.
Intanto mi immaginavo che Grillo si alzasse e cominciasse ad abbaiare furiosamente, ma è rimasto silenzioso anche di fronte al dolce vita nero alla Jean-Paul Sartre sfoggiato da Fazio al momento del siparietto con Laetitia Casta. "E' un'invitazione bellissima" dichiara quella che in conferenza stampa non ha fatto altro che vantarsi di aver imparato l'italiano alla perfezione. Poi Fazio inizia a cantare in qualcosa che somiglia vagamente al francese, e Grillo ancora tace. Solo friniscono i grilli.
La Casta, indecisa tra anni '30 e '50 si cosparge di colla e si rotola tra charleston e piume off white, di seguito si esibisce nel suo numero da cafè chantant con Ma 'ndo va se la banana non ce l'hai, per poi accompagnare Fabio nell'omaggio a Jannacci. Peccato che non si capisca una parola.
Anche questa volta il Grillo Urlante perde un'occasione perfetta per insorgere e far volare qua e là qualche vaffa alla casta e alla Casta.
Quanto al resto delle canzoni in gara: nessuna frase memorabile, nessuna vetta di poesia, nessun motivetto che riesca a tenerti sveglio. Raphael Gualazzi si presenta con The Bloody Betroots, un deejay che pare non esca mai di casa senza la maschera di Venom (ieri ha sfoggiato la versione glitterata delle grandi occasioni). Gualazzi, invece, non so proprio di quale supercattivo potrebbe vestire i panni. Nemmeno Joker, visto che quel suo sorrisetto perenne è più irritante che inquietante. Quando si lascia trasportare dalle suggestioni jazz e soul delle sue canzoni, chiude gli occhi e inclina leggermente la testa da un lato, come se limonasse col suo ego. Non credo abbia affatto bisogno di un alter.
E' dall'anno scorso che mi sforzo di capire a chi somigli, e finalmente ci sono riuscito. Non è un supercattivo, ma parliamo sempre di cartoni:

Mikey del cartone Disney Ricreazione e Raphael Gualazzi.
Il peggior sorriso di questo Sanremo non è quello della Casta.
Dei due pezzi di Cristiano De André ricordo solo l'ultimo verso (mi sono svegliato solo ad esibizione conclusa): "io mi aspetto molto da te", parole che suonano tristemente ironiche. Non capisco perché costringere i cantanti a proporre due brani se poi vince sempre il secondo. Nel caso di De André Junior, poi, la doppia performance è un supplizio bello e buono per chi ascolta.
A quel punto ero sicuro che Grillo si sarebbe deciso a saltare dalla poltrona e inneggiare alla rivoluzione, ma ancora niente.
Qualche brivido ce l'hanno regalato solo i Perturbazione, che sembravano un quartetto d'archi, prima che una specie di Vincent Cassel in tuxedo (e più simpatico) iniziasse ad  elencare il catalogo delle sue donne. Il gruppo dovrebbe chiamarsi Fornicazione.
Oltre alla Litty (per quanto anche lei un po' prevedibile), l'unica capace di dare una botta di vita a questo noiosissimo esordio era Raffaella Carrà, la Popstar dei Due Mondi, praticamente "Garibaldi col carré". Vestita da gladiatrice post-apocalittica, fa la sua apparizione insieme a uno stuolo di boys su tacchi a spillo, scopiazzando non so quanto consapevolmente Madonna. Il Carràrmato sfonda l'Ariston prima con una vera e propria Gaga-ta, poi con quello che è già il nuovo inno del geriatrash, con l'indimenticabile ritornello "Cha, cha, ciao, muchacho, ciao!", senza contare quel retorico "Sei acceso o sei spento? Sei acceso o sei spento?", che è un po' quello che ripetevo io al televisore mentre guardavo questa prima, fiacca puntata.

Meno male che c'erano loro...
Quanto agli altri ospiti e alle comparsate, per il Sanremo low cost sono stati riciclati volti già noti della Rai, rubacchiati a Che tempo che fa e Ballando con le stelle. Guest-star, direttamente dal dimenticatoio, Cat Stevens, che per fortuna ha cantato la splendida Father and son. Fazio gli ha persino chiesto di rimanere ancora un giorno a Sanremo, ma neanche allora Grillo ha reclamato a gran voce l'impeachment del presentatore.
Insomma, tanta ansia per nulla. Piuttosto delusione e sonnolenza.

martedì 3 dicembre 2013

Pubblicità insopportabili #29 - La Sacra Famiglia

Il nuovo Tondo Doni
o solo tontoloni?
Con questo freddo non avete proprio voglia di andare vagando per boschi in cerca di muschio? Sono due anni che non trovate più Melchiorre? Vi arrovellate chiedendovi se Gesù Bambino sia nato in una stalla o in una grotta? Nessun problema! Perché perdere tempo ad allestire un presepe decisamente kitsch quando da oggi basta accendere il televisore per ammirare la Sacra Famiglia? Naturalmente parlo della diva e donna Belén, la Stella Maris della tv italiana, che nel nuovo spot di WeChat si è trascinata dietro, come la scia di una cometa, tutta quanta l'allegra famigliola. E così, col Natale alle porte, si aprono anche quelle di casa De Martino.
A pensarci bene, tutti e tre si ritrovano dei nomi che sanno già di incenso, oro e mirra: tra Betlemme Rodriguez, Santo Stefano e il piccolo Santiago di Compostela, più che una scena di vita familiare sembra un vangelo apocrifo.


E' già da un po', però, che vediamo la serafica show-girl combinare guai e gettare l'ufficio (?) nel totale scompiglio, troppo occupata a chattare per badare a dove mette (le punte de)i piedi. Poi, grazie all'app WeChat, la Rivelazione: ha finalmente scoperto di poter parlare e flirtare contemporaneamente! Dopo aver provocato un disastro dopo l'altro, la nostra Belén ha ritrovato la sua agilità quasi sovrannaturale. Come non ammirare la flessuosità felina con cui l'In-Corona-ta schiva il cameriere? Il mio sospetto è che sia capace di sganciare il bacino dalla colonna vertebrale e poi rimettere tutto al suo posto quando più le piace, perché a un certo punto si divide letteralmente in due: il busto si protende verso destra e il sedere slitta a manca, come una specie di rimorchio fuori controllo. Assistiamo a una vera e propria deriva dei continenti: Nord America e Sud America tenuti insieme da una manciata di vertebre. Io certi azzardati movimenti centrifughi finora li ho visti fare solo a Meryl Streep e Goldie Hawn in La morte ti fa bella.
Se c'è una cosa che possiamo imparare da Belén è che la seduzione parte dallo stretching.



Quando non è travolta dal lavoro e non travolge i suoi colleghi di lavoro, Belén ancheggia di corsa a casa per stare insieme ai suoi cari. Ma mentre la poverina si affanna in cucina, con un occhio alla padella e l'altro al bebè, Stefano se la spassa alla grande, ostentando uno spirito di sacrificio e un'abnegazione degni del martire di cui porta il nome. Diciamo che più che essere devoto alla Sacra Famiglia, scarica la famiglia per giocare ai videogames coi compagnucci di scuola. Il povero Santiago, ancora in fasce, è costretto ad imparare assai precocemente come usare uno smart-phone e tartassarlo con i referti degli improbabili incidenti della mamma, pur di avere un contatto col padre negligente.
Tra l'altro ci vuole coraggio ad affidare un bambino a una che si arrampica sul guardaroba con i tacchi a spillo e aziona il frullatore dimenticandosi il coperchio, col risultato di rompersi l'osso del collo e infarinarsi come un filetto di persico. A questo punto io mi fiderei più di Erode, o di Emma Marrone, la vecchia Amica di papà...
C'è urgente bisogno di mettere in regola la casa, imbottire gli spigoli vivi e coprire le prese della corrente, e non certo per il proteggere il piccolo, che mi sembra il più responsabile dei tre. Non si capisce bene se si tratti dello spot di un'applicazione o di una pubblicità progresso per la prevenzione degli infortuni domestici...
In ogni caso, per chi se lo stesse chiedendo, quello lì non è il vero Santiago De Martino: sarà anche nato ieri, ma ha pensato bene di farsi sostituire da uno stuntman. Mica scemo.

venerdì 11 ottobre 2013

Pubblicità insopportabili #28 - Once upon a Tim

Ma non c'è un modo per oscurare gli spot di Chiara?

Da qualche parte, oltre l'arcobaleno, c'è una terra di cui una volta ho sentito parlare in una ninna-nanna. Da qualche parte, oltre l'arcobaleno, il cielo è blu e tutti i sogni che osi sognare diventano realtà...
Il mio sogno ultimamente è non rivedere Chiara Galiazzo in tv per almeno un decennio. Sì, perché della sua incoerente epopea non se ne può più già da un bel po'. Mi avvento sul telecomando al minimo accenno alle note di Over the rainbow, il brano più famoso de Il mago di Oz, reinterpretato dalla Galiazzo, che di Judy Garland/Dorothy Gale ha solo le prime due lettere del cognome. Dopo una specie di flashmob/gay pride, siamo stati costretti a seguire la cantante nel suo viaggio verso il successo, a partire da una nebbiosa stazione, un'atmosfera gotica che non promette nulla di buono, se non una lunga serie di spot insopportabili: con un piede sulla banchina e uno sulla scaletta del treno, Chiara si affretta a salutare la nonna, che ad ogni grano del rosario anziché le avemaria pare reciti le tariffe della Tim.
 
Playlist delle puntate precedenti:


Con la benedizione della matriarca, la nostra eroina parte verso il "futuro che sarà", alla ricerca di "un posto nel mondo in cui dipingere nuvole", e decide di molestare la fino ad allora Serenissima, iscrivendosi all'università e dandosi da fare con lavoretti part-time: prima ruba la scena ai cantanti di strada, poi, non contenta, compra tutti i palloncini agli ambulanti magrebini, rivendendoli al doppio del prezzo in spiaggia. I bagnanti non si lasciano ingannare, perciò Chiara, sapendo di non poter tirare troppo la corda, libera nel cielo l'invenduto e si reinventa baby-sitter del lido. E' a questo punto tuttavia che comincia a sentire la mancanza del suo amato Kansas: soverchiata da un nugolo di bambini pestiferi, che si avventano su di lei come feroci scimmie alate, invoca disperata l'aiuto della Fata dei Giochi, la nonna, che le sussurra all'orecchio il segreto alla base di tutta la pedagogia moderna: "le biglie."
"Le biglie!" esclama Chiara, sbalordita. Questa sì che è "avanguardia pura!" Puericultura livello advanced.


L'estate, però, si sa, prima o poi finisce. I bimbi tornano a scuola e mettono via le biglie, ma Chiara continua imperterrita a infrangere le nostre, proseguendo lungo il sentiero dorato che porta allo scadere del contratto con la Telecom. Così come Dorothy trotterella verso la Città di Smeraldo in compagnia di un Leone Codardo in cerca del coraggio, un Boscaiolo di Latta in cerca di un cuore e uno Spaventapasseri in cerca di un cervello, anche Chiara incontra lungo la via un gruppo di fedeli amiche: le sue coinquiline, tutte terribilmente bisognose di un encefalo, anche in affitto, purché funzionante. C'è la bionda Eleonora, la bruna Erika, poi l'asiatica Maya, la riccioluta Martina e infine Mosè, il cane salvato dalle ruote di un tir, che, viste le sue nuove padrone, comincia a rimpiangere l'autostrada.

 
Insieme le cinque Winx vivranno mirabolanti avventure, senza però trascurare lo studio, soprattutto Medicina ("L'Anatomia di Grey costava troppo, ho preso il cofanetto di Grey's Anatomy... sono tipo video-lezioni, no?"), Inglese ("Uolking on d-strit frollé, den ai uok uand-ué...again!"), Economia ("Raga, stasera mega-party a casa nostra, però la consumazione si paga") e Sociologia (", ma è venuta un sacco di gggente! Tipo ma voi li conoscete tutti!?")
La saga di Chiara è l'unica che riesca ad abbracciare ogni genere cinematografico: dall'horror firmato Dario Argento alla commedia all'italiana, dal teen-movie disneyano al fantasy. Manca solo il neorealismo, visto che offre una visione totalmente distorta della vita universitaria. Te le vedi che giocano a dama, cazzeggiano come se non ci fosse un domani o come se non avessero lezione l'indomani, ballano a tutte le ore e sollevano in aria le braccia (rubate all'agricoltura) al grido "Put your hands up!" Mai una volta che facciano le ore piccole sui libri o che alzino le braccia per fare una domanda al prof.
Tutto questo studio matto e disperatissimo non poteva che scatenare le ire del vicino di casa, che, stanco di battere la scopa sul soffitto, si imbuca all'ennesima festa e condensa tutto il suo disappunto in una battuta talmente originale da indurre a pensare sia tratta da una commedia inedita di Eduardo De Filippo.


Quando sono stanche di fare baldoria, di andare "a bere oltre le stelle" e "fumare venti d'immenso", Chiara e le sue vanesie amiche si danno all'ippica, letteralmente. Insomma, qualunque cosa pur di non studiare.
Non so in cosa consista il loro piano di studi, lì nel fatato college di Alfea, ma l'unico hobby che noi universitari veri possiamo permetterci di coltivare senza andare fuori corso è lavarci i capelli una o due volte a settimana. A questo punto non oso pensare a quanto si sarebbe divertita Chiara se avesse accettato di vivere in quell'appartamento in cui erano "tutti maschi??!!"
Tra l'altro, con questi chiari di luna, non so proprio dove trovino i soldi per i corsi di equitazione, i completini da cavallerizze e la jeep rosso fiammante, visto che la maggior parte dei fuori-sede va avanti a scatolette di tonno.
Tornando alle giulive studentesse del team Tim e alla loro lezione pratica di Veterinaria, Martina, in uno slancio di audacia potenzialmente suicida, scioglie le trecce ai cavalli e parte al galoppo sul suo indomito destriero bardato di scaldamuscoli, per poi ritrovarsi sola in una foresta incantata, dove a farle compagnia ci sono solo due inquietanti statue etrusco-ittite capitate lì chissà come, forse rubate dai ruderi del set di Fantaghirò. Fortunatamente, grazie alla app Enchantix, le altre fate riescono a localizzare la squinzia perduta e a riportarla sana e salva al maneggio, ma non prima di aver scattato un centinaio di foto in perfetto stile bimbeminkia.
Non so voi, ma io sono stanco di queste cantanti dei talent show che si circondano di intere comitive di amici finti, scelti dopo chissà quanti casting. Non hanno amici veri, dico io? Amici veri che siano almeno lontanamente presentabili, intendo? Possibile che siano peggio di quelle quattro?
Parlo di Chiara, ma anche di Emma Marrone. Nello spot di Line la star di Amici dai suoi amici fittizi viene persino bidonata! "Perdonaci, non ce la facciamo a venire al concerto: si è rotto il pullman."
Sì, come no, sempre la solita musica!

Purtroppo, continua...

martedì 10 settembre 2013

Pubblicità insopportabili #26 - La ricreazione di Adamo

 
Sì, "la vita delle piante è più dura di quello che sembra", ma credo che anche il significato di questo spot, che da tempo ormai infesta come la gramigna il nostro campo visivo, sia più intricato di quello che appaia, tanto da mettere radici nei più profondi strati della natura umana. E' difficile non notare un certo compiacimento degli autori nell'aver scelto come protagonista un uomo che si bea della propria sussultoria, sovrabbondante nudità, che beve il latte dal cartone, simula l'atto della minzione col tubo da giardino e scuote orgoglioso gli incolti ricci fulvi al vento di favonio. E' una visione che trasmette un senso di ruggente libertà e fierezza, sottolineata dalla canzone di sottofondo: "I wanna live so wild and free, living without you..."
E indovinate chi è quel "you"?
Sono arrivato alla conclusione che ciò a cui stiamo assistendo non siano (solo) le ripetute sevizie subite da povere piante costrette al silenzio degli innocenti, ma anche un'utopia edenica, una sfrenata fantasia biblico-maschilista che spalanca davanti ai nostri occhi i cancelli di un paradiso terrestre prima del paradiso terrestre, una terra vergine non ancora sfiorata dal passo leggero di Eva. Si tratta chiaramente della rievocazione nostalgica dell'Era del Maschio, quando la Terra era il divano su cui si stravaccava Adamo, Età dell'Oro in cui il primo uomo poteva ruttare in completa libertà, gioire della varietà di fragranze proposta dal suo colon e giocare a fare "E.T. Telefono Casa" con un Padre ancora complice, senza doversi sorbire gli assilli di una moglie petulante: "Seppellisci i tuoi escrementi lontano da dove mangiamo!", o "Non puoi chiamare quell'uccello 'cacatua': è semplicemente ridicolo! Il nome della prossima specie lo scelgo io!", oppure "Non lasciare le foglie di fico in giro per casa! E quante volte ti avrò detto di non sederti a chiappe nude sulla mucca del salotto? E' di pelle!  Poi, quando poggi il tuo drink sul carapace di tartaruga, potresti almeno usare un sottobicchiere?", "Per l'ultima volta: piantala di usare gli ermellini come cleenex!" o ancora  (e qui andiamo sul pesante) "Non immagini quanto sia patetico vedere come permetti a tuo Padre di comandarti a bacchetta nel disperato tentativo di ottenere la sua approvazione, vorrei che ubbidissi anche a me una volta tanto! E grazie a Dio non ho una suocera! Figuriamoci!", "Quando ti decidi a metterti a dieta? Non hai quasi più bisogno di quella foglia per coprirti le vergogne, lo sai? Te lo dico sempre io, che devi mangiare sano: prova un po' questa mela, dài, solo un morso... guarda che l'ho pagata l'ira di Dio: è biologica!", "Come sarebbe a dire 'io esco'? E io? Quand'è che potrò uscire, io? Forse dimentichi che abbiamo due figli! E non dirmi che c'è Caino ad aiutarmi, perché sai benissimo quant'è geloso del fratellino..."
L'atavica lotta tra i sessi è del tutto assente nello spot: imperversano l'indecenza, il diritto di grattarsi il sedere senza doverlo nascondere e la compiaciuta trascuratezza tanto vagheggiate dall'uomo medio. I pubblicitari, decisi a vendere humus, concimano l'ego di coloro che ancora rimpiangono l'adamitica serenità di quando erano single. Rinvigoriscono solidali il mito dell'Uomo, essere eternamente diviso tra indolenza e narcisistici sprechi di energie (tipo darsi delle arie con le punching-ball a gettoni dei luna park), estirpando la presenza soffocante di Eva, costola pensante, voce della Ragione e madre della Civiltà. Per dirla tutta, quella che manda avanti la baracca mentre Adamo gioca a fare Tarzan in una casa che sembra una giungla.
Qualcuno penserà che questa mia interpretazione sia ostile e macchinosa, ma la prova più schiacciante a sostegno della tesi consiste nella rigogliosa capigliatura stile Vecchio Testamento del protagonista dello spot, visto che, secondo la tradizione, Adamo sfoggiava un'ondeggiante zazzera dello stesso colore, tra il rosso intenso e il biondo fragola.

Dedico questo post a Cloud, che mi ha segnalato questo spot, ormai un evergreen.

martedì 4 giugno 2013

Pubblicità insopportabili #24 - Artisti fuori strada

Io proprio non riesco a capire perché McDonald's sia così ritrosa a pubblicare su YouTube i propri spot. Non essere ancora riuscito a vedere Belén Rodriguez in veste di testimonial della nuova insalata di pasta è una cosa che mi scompiffera alquanto. A nulla sono valsi inseguimenti, spasmodiche ricerche su Google e interminabili appostamenti davanti alla tv: Belén è oramai la mia balena bianca, elusiva e misteriosa come un chupacabra.
Selvaggia Lucarelli si è avventata su di lei come neanche un bracco sulla selvaggina, io, invece, non ho ancora appagato la mia sete di sangue, perciò penso proprio che farò strage di qualunque Pubblicità insopportabile mi capiti a tiro.
Iniziamo con Chiara Gualazzo, che ultimamente semina il panico per le calli di Venezia. Quando sopraggiunge lei, preannunciata dai suoi gorgheggi, col quel portamento aggraziato da ottuagenaria lordotica in ciabatte, le gondole si ribaltano, i cavalli bronzei di San Marco s'imbizzarriscono e stormi di piccioni migrano oltreoceano. Ma sono gli artisti di strada i più provati da questa calamità.


Capisco che la crisi si faccia sentire per tutti, Chiara, ma non mi andare a rubare il lavoro ai musicisti itineranti. Comprati un cappello tuo e scegliti una stradina dove storpiare l'inglese per i fatti tuoi.
D'altronde Venezia è piena di canali. Poi è normale che cambi canale anch'io, scusa. Cosa farai la prossima volta? Ruberai la scena al dolce Remì?
Comunque già dallo scorso Sanremo avrei dovuto capirlo che era una scroccona abituale: tutto quel suo "Portami a bere..." e "Fammi fumare..." avrebbe dovuto insospettirmi.


Lasciata una cantante, passiamo a una ballerina, il volto dello spot che per mesi è stato il nostro calcio sotto la cintola quotidiano.
Che Rossella Brescia abbia perso la retta via (oltre che la voce), s'era già capito, visto che ormai fa qualunque cosa, tranne che ballare. Le manca solo di presentare il Circo di Montecarlo. E le dimostrazioni della Tupperware.
Più guardo questo spot, però, e più mi convinco che senta la mancanza del tutù.
Quello lì non è soltanto un calcio sadico e immotivato, ma un grand jeté allo stadio embrionale, un passo di danza sfuggito al suo controllo. Quel calcio è chiaramente il grido d'aiuto di una ballerina che vuole tornare a vivere in punta di piedi.
In ogni caso il grido più forte è quello dello sventurato facchino.
Magari consegnava scarpe a domicilio per pagarsi la scuola di danza...
Magari anche lui aveva un sogno...
Magari immaginava già di interpretare il Topo n°9 ne Lo Schiaccianoci...
Ma probabilmente quel calcio, oltre ai suoi legamenti, ha infranto anche ogni sua speranza di entrare nel mondo del balletto, di raggiungere con un pas de chat l'agognato successo.
L'entusiasmo per le nuove scarpe e la raucedine non sono motivi credibili per quel colpo asinino scagliato a tradimento. Dev'essere scattato qualcos'altro nella mente di Rossella, ballerina repressa, alla vista di questa nuova promessa della danza. Molto probabilmente, una reazione psicotica in stile Il cigno nero...


martedì 14 maggio 2013

Pubblicità insopportabili #23 - Strani amori

La stagione più flirtereccia dell'anno non è ancora arrivata, ma l'amore è già nell'aria, o almeno nell'etere. A voi romantici e appassionati di Pubblicità insopportabili non potranno essere sfuggite due dichiarazioni d'amore che farebbero sciogliere anche i cuori più granitici (per quanto queste romantiche manifestazioni d'affetto sortiscano maggior effetto su altre parti anatomiche). Quali ispirati pubblicitari le avranno concepite? Quale perverso Cyrano de Bergerac potrà mai averle suggerite?

 
Cosa può aver portato quest'anima disperata a pensare di conquistare la sua Lucia travestendosi da coniglio gigante? Non so lei, ma io preferirei essere perseguitato dal mostruoso coniglio di Donnie Darko. Almeno non canta.
La scelta della canzone, oltretutto, è un altro inquietante segno della crisi economica: non c'erano abbastanza soldi da dare in pasto alla SIAE per una serenata degna di questo nome. Sarebbe stato meglio risparmiare sul costume. Dopotutto un travestimento del genere avrebbe senso solo se la fanciulla da corteggiare fosse affetta da zoofilia o nascondesse una sordida passione per i giochi di ruolo.

 
Si sa, l'amore è cieco, ma credo che anche certi pubblicitari abbiano qualche problema di vista, e probabilmente non se la passano bene neanche con gli altri sensi, soprattutto il buonsenso. Per chi non avesse avuto il coraggio (o la sfortuna) di vedere l'ultimo spot di Kayak, vi fornisco un breve sunto: un vacanziere, stanco della routine lavorativa e della cravatta (cappio dell'uomo moderno), si gode il suo posto al sole in una spiaggia paradisiaca (verosimilmente in Giamaica), quando, all'improvviso, come posseduto da una principessa Disney, salta su dal lettino e inizia a ballare e a cantare a pieni i polmoni il suo amore per Kayak (anche qui fior fior di parolieri hanno lavorato per mesi), lanciando ardite proposte riproduttive e auto-scritturandosi come protagonista del suo personale, delirante musical tropicale (la mise scelta, tra l'altro, fa tanto Jesus Christ Superstar). La sua passione coinvolge tutti, come le ammalianti note di un limbo, mentre il novello profeta, intrappolato nel limbo tra ragione e follia, saltella lezioso tra la folla, diffondendo la sua parola e predicando l'amore libero. Decisamente troppo libero.  
Ricordo al povero mentecatto che l'ombrellino di carta della sua piña colada non costituisce una protezione sufficiente a scongiurare le insolazioni. Lo dico perché sembra del tutto persuaso del fatto che ci si possa accoppiare con siti web o apparecchi elettronici, convinzione che mi vede fortemente scettico. Se fosse possibile, gran parte degli iPhone in circolazione sarebbero già al nono mese di gravidanza, ingravidati da bimbiminchia e quarantenniminchia col complesso del "io ce l'ho più grosso (lo schermo del tablet)".
Non si può dire, però, che lo spot del sito di viaggi non sia efficace. Ho già voglia di viaggiare: qualunque posto va bene, purché non ci sia il segnale tv.

"Ama il proxy tuo come te stesso"


giovedì 2 maggio 2013

Pubblicità insopportabili #22 - Voci fuori dal coro

Sorprendentemente certe Pubblicità insopportabili riescono a solleticare la mia a lungo sopita spiritualità. Alcune, in particolare, mi richiamano alla mente la preghiera degli Alcolisti Anonimi (non che ne abbia avuto esperienza diretta, ma in ogni telefilm c'è sempre almeno un personaggio che, come la mitica Arianna, finisce con avere una frequentazione più o meno seria col dio Bacco):

Signore,
concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare...



Tipo la voce bovina di questa donna (?). "Muuuuu... Accadì, mi sa che domani torno qui."
No, mi sa che domani torni nella stalla da dove sei venuta.
Essendo intollerante alla spremuta di mucca, non tollero essere rappresentato da una gattamorta col sorriso di Varenne. Sorvoliamo poi sullo slogan in sè e sulla scollatura improbabile della sua t-shirt.

... il coraggio di cambiare quelle che posso...

 

 
Tipo i capelli di queste due sventurate, la barista dell'Aperol Spritz (la capigliatura a nido di cicogna non ti dona per niente, fidati) e Isabeli Fontana, nuova testimonial di Stroili Oro. Mi chiedo cosa mai potrà aver fatto la top-model brasiliana per farsi odiare così tanto dal/la suo/a hair-stylist...
Si comincia bene, con lunghi capelli fluenti e, a seguire, un taglio alla Nelly Furtado, ma poi si va decisamente fuori rotta con un caschetto à la Fantaghirò e, per finire, un effetto unto e bisunto che io ottengo solitamente nei lunghi periodi di nevrotica clausura pre-esame. Penso che, anziché gettare la testa indietro sul lavabo per farsi coccolare dal/la shampista, abbia finito per le calare le trecce nella friggitrice di McDonald's.
Come se non bastasse, la canzone da lei cantata in playback produce un inquietante senso di straniamento.

... la saggezza di conoscerne la differenza.


Già che ci siamo, pregherei anche affinché i califfi di Steve Jobs imparino la differenza tra aggettivi, verbi e sostantivi. Scegliete una categoria grammaticale e andate avanti con quella, no?
Senza contare che queste parole sconnesse gridate da cori di tecnomani entusiasti mi infastidiscono alquanto. Ce l'ho io un aggettivo per voi, da leggere con lo stesso entusiasmo isterico: ESALTATI!

Il coiffeur sarà lo stesso di (suor) Lorena Bianchetti, ci metterei la mano sul... la piastra per capelli.

venerdì 22 marzo 2013

Pubblicità insopportabili #20 - A volte ritornano...

Errare è umano, ma perseverare nell'errore è diabolico.
Sto parlando degli insopportabili sequel di spot insopportabili già apparsi su questa rubrica. Ultimamente si è ripresentata in tv, puntuale come l'herpes labiale, la pubblicità dei medicinali Carlo Erba. Non sto parlando della signora stitica con l'abito dalle nuance diarroiche (ve la ricordate?), ma dall'adorabile fanciulla che, a giudicare dai capelli ramati, deve essere sua figlia, affetta da un'emicrania martellante.


Io avrei qualche parolina da rivolgerle...
Innanzitutto, sei un caso incurabile di cafonaggine e maleducazione. Entri in farmacia, senza neanche borbottare un buongiorno, e ti presenti al farmacista con un tono imperioso che nemmeno Christina Yang ai suoi specializzandi.
Oltretutto "Capisci?!" lo vai a dire a tua sorella... capito?
Con chi credi di parlare? Guarda che quello lì è Carlo Erba in persona, non tuo zio Policarpo rintronato dalla demenza senile.
"Voglio che se ne vada via."
Ma non te l'hanno detto che l'erba "voglio" è una pianta officinale che non cresce neanche nelle più fornite verande di Amsterdam?
Non puoi maltrattare il prossimo soltanto perchè ti sei svegliata con un cerchio alla testa. Potevi pensarci prima di scolarti tutti quei margarita al tuo quotidiano aperitivo dopo il lavoro... la prossima volta faresti meglio ad ordinare una Schweppessssssss. Anche perchè è risaputo che fare schweppessssssssss è un rimedio infallibile contro il mal di testa.
E' innegabile, comunque, che Carlo Erba abbia la pazienza di un santo. O che si fumi il suo stesso cognome.



Ma a ritornare a galla, come un ruttino da bevanda gassata, è anche lo spot truffaldino di Coca-Cola Zero. Il lestofante è cambiato, ma l'orrendo crimine è sempre lo stesso: servire a degli ignari consumatori dell'insalubre Coca-Cola Zero spacciandola per la classica, altrettanto insalubre Coca-Cola.
Pensavo che a perpetrare questi abominii fosse solo il lezioso ma luciferino venditore di pop-corn che abbiamo già avuto la sfortuna di conoscere (cliccate qui per rinfrescarvi la memoria), ma a quanto pare l'impenitente delinquente ha diversi complici. La scena del delitto questa volta è un concerto, a servire la bevanda è l'infida bibitara bionda, mentre a rivelare compiaciuto il diabolico inganno è un membro dello staff con la vocetta di Alvin Superstar. Intanto un Grande Fratello riccioluto orchestra tutto dall'alto e si gode lo spettacolo dalla sua postazione video.
Si tratta chiaramente di una società a delinquere.
Avete colto la velata minaccia finale? "Stai attento: il prossimo potresti essere tu."
Dovete soltanto provarci, e a zampillare sarà la vostra giugulare, altro che Coca-Cola alla spina.
E questa sì che è una minaccia.

Wanted: dead or alive.

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...