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domenica 15 febbraio 2015

Grandi amori a Sanremo 2015

Vestirsi alla cieca.
Ero arrivato allo stremo. Non ne potevo più della sigletta truzza di questo Sanremo, e anche di tutto quello che viene dopo. Ero quasi tentato di andarmene al cinema, magari a farmi due risate davanti a 50 sfumature di grigio, e invece sono rimasto a guardare Marco Sado-Masini, che con la sua vocetta stridula sembra effettivamente sotto tortura. Credo che la frase "Smettila di smettere" sia la parola di sicurezza che usa con la sua dominatrix.
Il principio della fine di questo Festival è stato ungarettiano: si sta come a inizio serata Emma e Arisa in poltrona. Cioè stravaccati e mezzi morti di sonno, mentre Carlo, sempre più compiaciuto per gli ascolti record, viene sbugiardato su Twitter da Vladimir Luxuria, che a TvTalk gli aveva chiesto perché si era rivolto a Conchita Wurst chiamandola "Tom." Il tronfio conduttore aveva risposto di averlo concordato precedentemente con la drag-queen, cosa che la diretta interessata ha smentito.


Il bronzeo conduttore, intanto, dato che ricorre la festa degli innamorati, come se i cuoricini sulla t-shirt di Allevi non fossero bastati, ritaglia nel Festival uno spazio "C'è posta per te", ricongiungendo due poveri fidanzatini separati dalla geografia che erano rimasti delusi dalla cancellazione della data di "Romeo e Giulietta - Il Musical" per cui avevano acquistato il biglietto. In compenso sono stati invitati all'Ariston (e non so cosa sia peggio), dove hanno potuto assistere a un assaggio dello spettacolo, l'unica versione della tragedia shakespeariana che ti fa tifare per i parenti serpenti. Mentre i due sfortunati amanti cantano "Ama e cambia il mondo" io cambio canale.
Contrastata dalle stelle anche una possibile storia d'amore per Arisa, che due sere fa, nonostante il completo da assistente di poltrona del dentista e la coda da pavoncella in cerca di becchime, aveva ricevuto un mazzo di fiori da Nesli, il rapper più dolce che c'è, verosimilmente nato in una fabbrica Nestlé. Pensando di aver fatto colpo, Arisa ha dichiarato di essersi introdotta nottetempo nella sua stanza di albergo, probabilmente per dargli "l'amore in faccia", ma lui pare la stimi soltanto come artista. Eppure la Pippa ieri era avvolta in un lenzuolo insanguinato tipo quelli che un tempo si esibivano per provare pubblicamente l'avvenuta consumazione del matrimonio. Considerando però il volo dalle scale che s'è fatta qualche sera fa, è intrigante anche l'ipotesi che qualcuno stia cercando maldestramente di farla fuori e l'abbia pugnalata al ventre. A un certo punto la poverina sbaglia a leggere dal gobbo e ammette "Mi sono emozionata, non capisco un cavolo", confusione comprensibile vista la copiosa emorragia che le sgorga dal rene, ammesso che non glielo abbiano asportato poco prima della diretta.
Questa roba si è sposata e si è
riprodotta. Non c'è limite al potere
della Provvidenza. 
Per rimanere in tema medico-ospedaliero, a un certo punto fanno la loro comparsa in questo reparto geriatrico i giovani protagonisti della fiction Braccialetti Rossi. Quando il primario chiede al più piccolo il motivo del successo della serie (per me inspiegabile visto l'irritante faccia della ragazza bionda nel cast), il bambino illustra il concetto di cliffhanger, quel colpo di scena finale che lascia il telespettatore sulle spine. Per esempio, riuscirà il sottoscritto a rimanere sveglio fino alla fine di questo Festival? O stramazzerà al suolo prima della mezzanotte? Lo scopriremo solo nella prossima puntata...
No, vi dico subito che sono rimasto sveglio ancora per un bel po', purtroppo. Ho avuto modo, ahimè, di assistere alla claudicante discesa sul palco della coppia sposata da sessantacinque anni. Con questa ospitata Carlo Conti chiude il ciclo "Family Day" inaugurato nella prima serata con la famiglia Anania, ma mentre il sacro vincolo del matrimonio viene celebrato il vecchietto si lascia sfuggire che le loro nozze sono state praticamente combinate da suo zio. Il conduttore, che si trova a suo agio nei panni di San Valentino (che poi lo hanno decapitato, giusto?), insiste perché i due ottuagenari si bacino, come aveva già fatto con Al Bano e Romina. Evidentemente, per qualche strana perversione, si eccita spiando i vecchietti nella loro intimità.
A proposito di intimo, la soporifera Bianca "Mosca tze-tze" Atzei si esibisce ancora una volta in mutande, a quanto pare le stesse da cinque giorni. Nonostante la sua cantilena, tengo duro, sopporto anche Panariello, di cui l'Ariston non sentiva la mancanza, desisto dalla nanna e mi guardo la Nannini, che finalmente tratta Carlo Conti come merita: da cameriere, visto che gli molla in mano la sua bottiglietta d'acqua. Solo per questo, Gianna, sei una "meravigliosa creatura".
L'unica vera salvezza di questo Festival, però, sono stati gli ospiti stranieri, come il principe Will Smith, lo svitato di Bel Air, che diverte nonostante sia intervistato dal suo petulante cugino Carlton (Conti.)
A questo punto però il sipario delle palpebre va calando, e il richiamo del letto è sempre più irresistibile. Arrivo a malapena all'annuncio dei tre finalisti. Mi perdo le letterine strappalacrime delle vallette. E mi perdo la premiazione. In ogni caso, svegliandomi stamattina, già sapevo che la vittoria è andata a quegli anacronistici tre moschettieri de Il Volo e alla loro Grande amore. Insieme ai tenorini trionfa l'Italia provinciale e mediocre, l'Italia decrepita e reazionaria, un'ostinata verruca attaccata all'Europa.
Ciò che ricorderò di questo Festival, ciò che più di ogni altra cosa lo ha rappresentato sono le originalissime scarpe che Arisa ha calzato due sere fa, i tacchi a spillo con due sfere rosa attaccate ai talloni: due palle.

P.S. Per me la vincitrice morale è lei:


venerdì 13 febbraio 2015

Galleggiare a Sanremo 2015

Ma cos'è successo alle vallette ieri sera? Arisa ha avuto un piccolo incidente e si trascina coraggiosamente sul palco con passo da pecorella zoppa, mentre Emma invece è gonfia, demotivata, sbuffa, frigna che nessuno le fa mai i complimenti, si lamenta con Carlo di non poter cantare come concorrente in gara... Si vede che sta soffrendo internamente, che si sente trascurata e il padrone di casa non fa nulla per tirarla un su. Eppure viene voglia di adorarla: con quel vestito sembra il Vitello d'Oro idolatrato dagli ebrei in assenza di Mosè.
Le parti si sono invertite, visto che fino a ieri era stata Arisa ad essere di umore ballerino, colpa - l'ha dichiarato lei - della sindrome premestruale. Eppure da quando è stata spint... ehm... è caduta dalle scale, la Rosalba Pippa si è decisamente ringalluzzita, scherza e sorride allegra come non mai. Poi la verità sale a galla, ed è la stessa Arisa a dirlo con la sua proverbiale sincerità: è strafatta di anestetici, o di analgesici ("Ah, perché non sono la stessa cosa?"). Di qualunque cosa si tratti, lei dice: "lo consiglio a tutti!" Come se questo Festival non fosse abbastanza anestetico.
Un mistero non chiarito, invece, è come mai Chiara Galiazzo avesse le dita tutte sporche d'oro. Era un riferimento a Gold degli Spandau Ballet, super-ospiti della puntatona nostalgica, o ha cercato di consolare la depressa Emma?
E' un aereo? E' un uccello?
No! E' Super-Nina Zilli. 
La giovane cantante sconfitta, la barese Serena Brancale, canta opportunamente una canzone dal titolo "Galleggiare": in effetti anche questa serata de "I migliori anni" si è consumata in un clima di placida sospensione, con ospiti ed eventi che fluttuano stancamente in una boule de neige nelle mani di Conti. Samanta Cristoforetti galleggia nello spazio come un carciofino sottolio, con l'assenza di gravità che fa da push-up ai suoi due satelliti naturali, Deimos e Phobos, da cui stanno per staccarsi capezzoli-razzo, poi una medusa gigante si materializza durante l'esibizione di Grignani e sfortunatamente non riesce a ghermirlo e paralizzarlo col suo veleno. In questo acquario non manca Malika Ayane vestita di grigio manta e Nina Zilli, con una mantella da razza, mentre Arisa spazza via il fondale sabbioso con una gonna che più che da sirena è da Ursula, la donna-polpo. Sembra di guardare quel vecchio screen-saver con i pesci degli abissi. In superficie, invece, sulla litoranea che porta ad Alghero, viaggiano a tutta velocità Platinette e Grazia Di Michele, coloratissime Thelma e Louise in tenuta da spiaggia. Dagli stessi lidi veleggia anche la sarda Bianca Atzei, che sfoggia un'altra gonna-zanzariera.
Capirete perché a fine serata Lara Fabian agonizza cantando "Sto male."  E sapessi io a guardare te, con quella faccia da Floradora, la cagnolina di Paolo Limiti. Non sta tanto bene nemmeno il povero, dolce Raf, che è rimasto totalmente senza voce, ma anche senza buongusto, considerato il roseto che si è fatto crescere addosso. In ottima forma, al contrario, la tatangelica Anna, con un ondeggiante abito bianco e nero, uno ying e yang di perfetta eleganza, peccato per la maschera di trucco da teatro kabuki. Accanto a lei Emma pare ancora più abbattuta e tracagnotta, con l'abito color oro che le marcisce addosso come una verza stracotta.
Visto che si fa il mazzo per cantare
ma nessuno glielo dà un mazzo di fiori...
Pur imbronciata, la Marrone non sbaglia quando dice di voler mandar giù anche lei gli analgesici di Arisa, così da risparmiare sui comici, perché fino ad ora a Sanremo di comici non ne ho visti nemmeno io. Luca e Paolo partono bene con una raffica di puro cinismo, ironizzando sugli elogi funebri agli artisti scomparsi che intasano la televisione e i social network. Poi però non ho capito il loro finto matrimonio, con Paolo sempre più preoccupato mentre Luca gli elenca le gioie, ma soprattutto i dolori della vita di coppia, come la suocera, la comunione dei beni o l'assistenza in salute e in malattia. Non ho ben capito dove volessero arrivare, perché di ridere non faceva ridere. Cosa avranno voluto dire? Che il matrimonio è la tomba dell'amore, perciò non vale la pena lottare per averne diritto? Che infondo i gay sono fortunati a poter volare di fiore in fiore e devono solo ringraziare, invece che avanzare assurde pretese? Mah. In ogni caso, non mi interessa l'opinione di un duo comico che ha il coraggio di rispolverare battute come: "E cosa vuoi di più?", "Un Lucano non mi dispiacerebbe." Ho detto tutto. Uno sketch che probabilmente avranno scritto in aereo.
Ancora una volta questo Festival si rivela un'edizione passivo-aggressiva, in cui tutto va bene, ci vogliamo tutti bene (come quando si fa cantare la sigla a Federico Paciotti, un tenore con la chitarra elettrica, che unisce opera lirica e rock, per accontentare tutti), eppure, orwellianamente, non si riesce a fare  a meno di ricordare, con piccoli gesti o battute sottovoce, che, per quanto siamo tutti uguali e normali, qualcuno è più uguale e più normale di altri.

giovedì 12 febbraio 2015

Oggi ti parlo così di Sanremo 2015


La noia è la quarta valletta che accompagna Conti nella conduzione di questo Festival. Per me bastava Rocío: almeno la chica sa ballare, tira su il morales, è spigliata, ci sta insegnando un sacco di proverbi spagnoli che potranno essermi utili in seduta di laurea. Le altre due fanno il minimo sindacale: anch'io so leggere il gobbo e cambiarmi il pigiama più volte nel corso della serata. Arisa ieri sera si è messa comoda in un bel paio di pantaloni neri foderati di prosciutto, per poi drappeggiarsi con un ampio vestito rosa pallido e bianco che la fanno sembrare un enorme marshmallow (lo stile Big Hero 6 non dona a nessuno.) Emma invece punta su un completo da torero che farebbe vedere rosso a chiunque, con un'acconciatura da nobildonna spagnola che la fa assomigliare appunto alla Marchesa del Secco d'Aragona. Probabilmente aveva i capelli sporchi (comunque ho letto da qualche parte che lo stile unto è il trend tricologico di quest'anno, ma mi sa che l'ho letto su Lercio.)
Una serata, quella di ieri, dicevo, anche più spenta del solito. Le pepite sfavillanti della giacca di Raf sono valse a nulla, come pure la camicia da taglialegna con filigrana in lurex luccicante di Biagio Antonacci, presente come "super-ospite" (che poi è un po' come organizzare il cenone di Natale e invitare il nonno come star d'eccezione.) Non poteva mancare il cameo del prezzemolo Bastianich (basta!) che si sbrodola addosso le parole di Quando quando quando. Io vorrei sapere quando quando te ne andrai? Spero presto, presto, presto.
Dopo queste minestre riscaldate, vista l'atmosfera tiepida, c'ha pensato il comico Pintus a surgelare definitivamente l'Ariston con le sue freddure, come neanche capitan Findus. Unica fonte di luce e calore in questo gelo, introdotta vergognosamente dalla Standing ovation di Vasco, è stata naturalmente lei, Charlize Theron. Je t'adore! Per tutta l'intervista mi sorprendo a fissare il televisore con un sorriso ebete, e anche Carlo Senzalodi la guarda come se fosse la Fata Turchina, venuta a trasformare in donne vere quei ceppi di legno delle sue co-presentatrici. Anche la buona Charlize, però, ne spara peggio di Pinocchio quando dice di aver ascoltato i cantanti in gara e giura di trovarli tutti "grandi."
Di sicuro non è stata grande la Grandi, con la sua Un vento senza nome. Dai una come lei mi aspettavo un uragano, o una tramontana da lasciare i brividi, non certo un peto in ascensore. E rimanendo in ambito atmosferico, Anna Tatangelo (la nostra "muchacha troppo sexy", sempre più simile a Belén) si sente "libera come una nuvola che dondola nel vento." Chi si dà tante arie - dicono - è Nina Zilli, che ieri ha tirato fuori dalla scatola delle decorazioni natalizie un centrino dorato, insieme a un pezzo sessanteggiante con qualche parola di troppo: quando canta "io vorrei dare a te quello spazio che ti serve" per me si sta rivolgendo direttamente al testo della canzone, che non sa bene come incastrare sul pentagramma.
I tre tenori sbarbatelli de Il Volo si presentano in scena con delle giacchette di pelle che mi hanno fatto temere volessero cantare la sigla di Happy Days. Uno guarda il mondo attraverso occhiali rosso fuoco, il suo compagno, forse affetto da una strana forma di acne, ha la fronte tutta bitorzoluta che sembra la spalliera di un vecchio divano, e poi c'è il belloccio del gruppo, con indosso dei pantaloni della tuta con tanto di righini bianchi laterali. Sentita l'orrenda aria da operetta pop, la sigla di Happy Days viene da rimpiangerla. A fine esibizione quello in tenuta da jogging scoppia in lacrime (io ho pianto durante l'esibizione, invece). La versione ufficiale è che si è commosso perché è il suo compleanno, per me frigna perché si è accorto solo in quel momento di non essersi cambiato i pantaloni della tuta.
Ma non siamo ancora arrivati alla frutta: Fragola, con quella boccuccia color lampone, sembra appena uscito dal Fantabosco.
WTF?
Quando poi arriva il turno dell'attesissima Bianca Atzei dalla platea si solleva un "'azzo sei?" La ragazza ha la faccia di Nancy Brilli (probabilmente è lo stesso chirurgo), mentre la voce l'ha rubata a Giusy Ferreri. Un programma a parte merita la sua mise: una specie di bustino bianco e nero che sembra composto da varie specie di muffa e una gonna trasparente con una stampa che sembra la schermata che annuncia l'interruzione delle trasmissioni per problemi tecnici... e quanto ho pregato che succedesse!
I Solidi Idioti si reinventano cantanti e, imitando Cochi e Renato (ma forse supplendo anche alla mancanza degli Elii), mettono in musica l'ipotesi di essere nati per colpa di un preservativo bucato e si lasciano scappare che la vita è un giramento di coglioni, e la mia incondizionata approvazione va a chiunque riesca a far diventare ancora più nero Carlo, che liquida in due minuti la seconda vera guest-star della serata, la barbuta drag-queen Conchita Wurst. Conti la chiama "Tom", neanche fosse Silente che rimprovera Voldemort per le sue riprovevoli scelte di vita, e insiste a rivolgersi a lei col maschile. Per citare quella scimmietta in smoking Prenatal che a un certo punto è apparsa sul palco (credo si chiami Moreno), sarò "crudo, spietato, diretto, ma fin troppo sincero": questo Sanremo è nato democristiano e morirà democristiano.

mercoledì 11 febbraio 2015

Come va a Sanremo 2015? Tutto ok? Tutto ok?


Ariston in greco significa "il meglio." E dopo quello che abbiamo visto ieri, figuriamoci se fosse stato il peggio...
Iniziamo dal conduttore né carne né pesce, la cui carnagione gianduia è praticamente l'unica nota di colore che sia in grado di apportare ad una qualsivoglia trasmissione televisiva. Poi avete notato che Conti non ha il bianco degli occhi? O forse è un difetto del mio televisore? Io vedo solo le pupille nere, ma non la sclerotica. Sembra Brock, quello che allena Pokémon di tipo pietra. Neanche a farlo apposta, al suo fianco ha delle vallette rigide come statue (la più sciolta e rilassata è la fidanzata di Bova.) Emma Bovara è costretta a strizzare gli occhi per "vedere meglio" il gobbo, mentre Arisa fa la sua comparsa con un bellissimo vestito da Cappuccetto Rosso (le tette cascanti, però, sono della nonna.) Rocío Muñoz Morales, trasformata per l'occasione nel perfetto stereotipo della muchacha spagnola, è imballata nella plastica rossa come una bambola non approvata dall'UE e confiscata dalle fiamme gialle.
Se dovessi scegliere "il peggio" della serata, non ho dubbi: il mini-Family Day con la famiglia Anania, che forse sarebbe più preciso chiamare colonia, visto che è composta da ben diciannove membri (sedici figli, una mamma esausta, un papà e il suo fecondo membro.) Se Fazio aveva portato a Sanremo un po' di modernità, ieri siamo tornati indietro nel tempo alla celebrazione catto-fascista dell'italica prolificità, con la beatificazione di questa famiglia che ha deciso con grande coraggio di iniziare un solitario boicottaggio della Durex. Come se figliare fosse un merito particolare. Portavoce della comitiva di consanguinei è ovviamente il padre di famiglia, l'unico microfonato, che parla come un vangelo stampato, nomina una decina di volte lo Spirito Santo e la Provvidenza (senza menzionare invece la previdenza sociale) e ci tiene a far sapere che loro sono una "Famiglia normale. Ciò che è straordinario è la presenza di Cristo tra noi." Il pubblico impellicciato applaude estasiato al sentir nominare il nome di Dio, mentre la telecamera riprende uno dei figli, probabilmente Quattordicesimo, che sbadiglia senza ritegno. Immagino che questo intervento sia un contentino offerto al Vaticano per compensare la presenza di Platinette, l'ospitata preannunciata di Conchita Wurst e il medley di Tiziano Ferro, con quella sua peccaminosissima giacca troppo aderente sugli avambracci.
Per quanto lo preferisca di gran lunga quando tace, sono bastate due note di Sere nere per riportarmi con la mente alle Medie e ai miei primi, timidi balli lenti, o ai compiti in classe di matematica del liceo, quando il Siani della IIIB si vedeva recapitare minuscoli bigliettini che lo supplicavano di scrivere in fretta l'espressione, a pochi minuti dal suono della campanella, e lui, disperato, cantava: "Eeeeh non c'è tempo, non c'è spazio, mai nessuno capirà!"
Le canzoni del Tiziano nazionale, d'altronde, come quelle della Pausini, si conoscono a memoria, anche e soprattutto quando le si odia. I suoi testi si sono infiltrati subdolamente nel mio parlare quotidiano. Non c'è sabato sera che non dia voce ai miei languorini ricalcando le sue parole:  "Andiamo in un bar, che dite? Io ho voglia di qualcosa di dolce... o qualcosa di raro... o magari un eheheheh." L'incanto della nostalgia però s'infrange presto con il nuovo - rigorosamente asessuato - inedito. Avrà fatto coming out, ma Ferro continua a scansare a tutti costi pronomi o aggettivi rivelatori.
Rocío Relativo
Sempre sulla scia dei sani valori della Famiglia Cristiana, viene inscenato un fallimentare remake di Genitori in trappola, con Carlo Conti che cerca in ogni modo di far riaccendere l'amore tra Al Bano e Romina. I due cantano a denti stretti Felicità, ma a giudicare dei colpi bassi che si danno in euorovisione, direi piuttosto Passivo-Aggressività.
Alessandro Siani, col suo taglio di capelli mesSianico, contribuisce a questa fiera dell'ipocrisia sparando una battutaccia su un bambino in sovrappeso seduto in prima fila come non avrebbe fatto nemmeno Mike Buongiorno a Genius, salvo poi fare ammenda pubblicando una foto con la sua giovane vittima su Twitter.
Sotto lo sguardo sempre più scocciato di Arisa, ora in un originalissimo outfit a metà tra Olivia e Suor Gertrude, prosegue stancamente, canzone dopo canzone, la messa cantata che continuiamo volenterosamente a chiamare "Festival". Lara Fabian, la Celine Dior dei poveri, dice di sentire delle voci celesti come Giovanna d'Arco e si propone di "dar voce a chi voce non ne ha." Persino la mia pur adorata Malika Ayane ammonisce cantilenando "Non desiderare, non desiderare..." Cosa, la roba d'altri? Be', può stare tranquilla, non credo che qualcuno potrebbe mai invidiarle quello straccio rosso che si è messa addosso: tra l'abito pre-maman e l'apparecchio ai denti sembrava di guardare 16 anni incinta su MTV.
Quanto agli altri intermezzi musicali, mi hanno colpito come un sottofondo lounge in ascensore. Di Nek ricordo solo i favoriti da Wolverine, mentre degli altri relitti, a partire da Britti, non conservo memoria alcuna. L'unico motivo orecchiabile è quello di Chiara Galiazzo, per una volta vestita decentemente, da signora in giallo dei Ferrero Rocher. Peccato per il testo che propone un altro viaggio interstellare: ora vaneggia di voler salire sempre più su, fino al paradiso, mentre due anni fa pretendeva che qualcuno la portasse a "bere oltre le stelle". Si vede che è della generazione di quelli che, come me, sono cresciuti a pane e Sailor Moon. E neanche Annalisa scherza con Una finestra tra le stelle, che poi, a proposito di stelle e cartoni, con quella coda di frange e gli uccelli d'oro sulla giacca pare il Cosmopavone.
Ancora, i Dear Jack stonano banalità illuminate da "stelle" e "tramonti" nella loro Il mondo esplode tranne noi (e viene da rispondere "peccato!") Io proporrei una nuova versione del Festival, che unisca la gara canora al mio gioco da tavola preferito, Sanremo Tabù: una botola si apre sotto i piedi dell'incauto cantante che si azzardi a pronunciare parole come "stelle", "sole", "cuore" o "amore." A questo gioco riuscirebbero benissimo Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi, che ci stupiscono con paroloni come "corrivo", "guado", "crisalide" e "iconoclasta":

"...Ma questo qui è il mio corpo benché cangiante e strano
Di donna dentro un uomo eppure essere...umano
Sfogliando le parole di questa età corriva
Divento moralismo e fantasia lasciva
Crisalide perenne costretta in mezzo al guado
Mi specchio alla finestra e sono mio malgrado
Io non so mai chi sono io per la gente
Coscienza iconoclasta volgare e irriverente
Ma questo è solo un corpo il riflesso grossolano
Di donna o forse uomo comunque essere umano..."

Platinette riprende il disgraziato filone della canzone autobiografica, tristemente inaugurato da Emanuele Filiberto. Per quanto possa essere sentito e sofferto, però, il messaggio è troppo esplicito perché il brano possa essere poetico.
A fine di questa allegra serata, sempre seguendo la scaletta approvata del parroco, non manca il ricordo dei cari defunti, con il karaoke da harakiri di Emma e Arisa che cantano Il carrozzone in memoria dei musicisti che ci hanno lasciato.
Cosa trarre da questa prima puntata? Io penso di aver dedotto la seguente morale, divisa in tre punti:
1. E' dovere di ogni buon italiano metter su famiglia, quanto più numerosa possibile (famiglia Anania);
2. L'uomo non può separare ciò che Dio ha unito (Al Bano e Romina);
3. Chi è sessualmente confuso o soffre per la propria diversità deve sopportare stoicamente le prove a cui la Divina Provvidenza lo sottopone e va compatito, perché dopo tutto è pur sempre un essere umano (Platinette.)
Almeno questo è quello che ho capito io.
Anche Carletto e le sue vallette, comunque, hanno sentito il bisogno di tirare le somme prima dei saluti, elencando, tra battute pietose e risate forzate, i motivi per cui fanno Sanremo. Il motivo per cui io faccio un post su Sanremo? Perché tra uno sbadiglio e l'altro almeno ho qualcosa a cui pensare per ammazzare il tempo.

martedì 18 novembre 2014

Pubblicità insopportabili #37 - La fiera del doppio senso

Non è la prima volta che un uomo si esibisca in improbabili dichiarazioni d'amore in tv, ma è sempre più raro che tali amorosi accenti si rivolgano ad una persona in carne ed ossa. Qualche tempo fa un tizio identico a Shaggy di Scooby-Doo saltellava per le spiagge caraibiche, coperto solo da un asciugamano, cantando a gran voce il suo amore per Kayak, il popolare sito di viaggi. Ora è il turno di un nuovo disadattato che, evidentemente deluso dall'esperienza con l'altro sesso, si è risolto a comprare un sacchetto d'amore.
Come interpretare questa serenata? E' forse una metafora della mercificazione del corpo femminile? E' il paradigma dell'uomo medio italiano, che sogna accanto a sé una compagna muta, dorata e croccante? Che preferisce una patatina salata a una donna con un po' di sale in zucca?
Ma forse questo filmino dell'incredibile viaggio di nozze tra un uomo dalla calvizie incipiente e un pacco di Amica Chips non è altro che una paradossale allegoria dell'amore. D'altronde cosa rappresenta meglio questo sentimento di un sacchetto che per metà è pieno d'aria e per l'altra metà contiene un alimento salato che crea dipendenza?

 
Se la patata è oggetto di bruciante devozione, la vita, per le banane, si fa invece sempre più dura. Le aspettative sono enormi, e chi non riesce a soddisfarle è condannato alla solitudine e a un irrimediabile senso di inadeguatezza. Basta dare un'occhiata agli ultimi spot di Chiquita per inorridire di fronte alla ferocia con cui una banana può essere rifiutata.
 

Diciamo "no" alla discriminazione delle banane. Che siano grandi, piccole, ammaccate, acerbe, mature, dure, molli, ricurve, dritte, sbucciate, reali o allusive.
Spero vivamente che questa schifiltosa Carmen Miranda di secondo lavoro non faccia la psicologa scolastica o l'infermiera al consultorio.
 
Lo slogan "cento e lode" associato a tali episodi di discriminazione è pericolosamente
ambiguo: fa passare l'idea che
occorra puntare unicamente sulle proprie qualità fisiche
 per conseguire successi scolastici.

mercoledì 1 ottobre 2014

Pubblicità insopportabili #36 - Un Neruda per tutte le occasioni

Pablo Neruda: uno dei poeti più... l'unico poeta che molta gente conosca, nonché una vacca che i pubblicitari continuano a mungere ininterrottamente. I discendenti avrebbero diritto ad una fornitura a vita di Baci Perugina. In più, non passa giorno che un vostro amico di Facebook (uno di quelli che evitate con cura di salutare per strada) vi riempi la bacheca con un suo componimento, magari corredato da un'immagine di Titti, Diddle, un neonato con la faccia buffa o una rosa luccicante di gocce di rugiada. La cosa più triste è che molti, di Neruda, conoscono solo la poesia che in realtà non ha mai scritto. "Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine... etc." sono parole di Martha Medeiros, una giornalista e scrittrice brasiliana, ma hanno continuato a circolare per anni incrostando la reputazione del poeta, che di sicuro scriveva dediche più belle sui diari di scuola dei suoi compagnucci delle elementari.
Da qualche giorno anche la Mutti ha deciso di spolpare l'opera del Premio Nobel cileno:


La mia prima reazione è stata: "ma 'sta roba l'ha scritta davvero Neruda?" Poi, dopo le dovute ricerche, mi sono reso conto che i pubblicitari, con la stessa disinvoltura con cui hanno ignorato il suo impegno politico trasformandolo nel poeta più commerciale di sempre, hanno anche ristretto un componimento di gran lunga più sugoso di quello da loro proposto in formato tubetto di concentrato:


 La strada
si riempì di pomodori
mezzogiorno,
estate,
la luce
si divide
in due
metà
di pomodoro,
scorre
per le strade
il succo.
A dicembre
il pomodoro
si scatena,
invade
le cucine,
irrompe nei pranzi,
si siede
riposato
sulle credenze,
tra i bicchieri,
i portaburro,
le saliere blu.
Emana
luce propria,
maestà benigna.
Dobbiamo, purtroppo,
assassinarlo:
si affonda
il coltello
nella sua polpa vivente,
è una rossa
viscera,
un sole
fresco,
profondo,
inesauribile,
riempie le insalate
del Cile,
si sposa felicemente
con la chiara cipolla,
e per festeggiare l'unione
si lascia
cadere
olio,
figlio
essenziale dell'ulivo,
sui suoi emisferi socchiusi,
aggiunge
il pepe
la sua fragranza,
il sale il suo magnetismo:
sono le nozze
del giorno,
il prezzemolo
sventola
le sue bandierine,
le patate
bollono vigorosamente,
l'arrosto
bussa
col suo aroma
alla porta,
è ora!
Andiamo!
E sulla tavola,
nel mezzo
dell'estate,
il pomodoro,
astro di terra,
stella
ricorrente
e feconda,
Ci mostra
le sue circonvoluzioni,
i suoi canali,
l'insigne pienezza
e l'abbondanza
senza ossa,
senza corazza,
senza squame né spine,
ci offre
il dono
del suo colore infuocato
e la totalità della sua freschezza.

Illustrazione di Ryo Takemasa.

giovedì 24 luglio 2014

Il Segreto

Mi rendo conto soltanto adesso che associare l'immagine di un cetriolo ad
un post intitolato "Il Segreto" non è poi un'idea così geniale.
C'è solo una cosa peggiore di mettersi a dieta: mettersi a dieta durante la sessione estiva. Quando però i bottoni dei tuoi pantaloni cominciano a schizzare in orbita come le stelle cadenti a San Lorenzo, allora vuol dire che è tutto finito: quel gaio periodo della tua vita, quello in cui potevi startene in letargo sul divano anche per tutto l'inverno e rimanere comunque leggiadro e snello come un Apollo, ormai è solo un ricordo. Addio pelle di pollo. Adesso, ahimè, non si può più vivere di rendita: la magrezza è una conquista che va sudata.
Dopo essermi consumato di sospiri davanti allo specchio, guardando con raccapriccio quello che solo un anno fa era un vitino di vespa, mentre oggi potrebbe benissimo essere quello di Bruno Vespa, ho deciso di prendere in mano la situazione e fare qualcosa per rimediare alle tragiche conseguenze della sedentarietà dello studente universitario. Ma come prepararsi per la prova costume e allo stesso tempo concentrarsi in vista di un esame durante il quale dovresti dare almeno l'illusione di parlare fluentemente spagnolo? Come negarmi il cibo, unico piacere rimastomi?
Mosso dalla disperazione, ho pensato di auto-punirmi prendendo due attività deprimenti e unendole in un unico, orribile appuntamento quotidiano: guardare le repliche de Il Segreto in lingua originale su Rete Quattro e, contemporaneamente, fare step.
Se non provo alcuna vergogna a scriverlo qui nero su bianco è perché ormai della mia dignità non resta che qualche residuo incrostato e ripetutamente calpestato su quello step.
Passare giorni e giorni chiusi in casa a liquefarsi su una tragicommedia spagnola tardo-medievale ritagliandosi come unica "pausa" dallo studio un'ora di fitness in compagnia delle sonnolente avventure di Pepa, Tristán e Doña Francisca è un po' come vivere in una claustrofobica dimensione parallela, dove la vita è scandita da un lento susseguirsi di atti, scene ed episodi interminabili. A un certo punto raggiungi uno stato di muta agonia, e l'unica cosa che ti fa andare avanti è la debole speranza che forse, dopo due o tre settimane, la trama - minima - de Il Segreto comincerà a premere sull'acceleratore, almeno un po', anziché continuare a trascinarsi tanto per le lunghe. Viene quasi da complimentarsi con gli autori per come riescono a stiracchiare due o tre sub-plot più annacquati della sangria del più squallido ristorantino turistico di Madrid: questo sì che è stretching narrativo!
Il secondo punto del mio programma fitness è stato abolire una volta per tutte le un tempo consuete abbuffate serali, per esplorare il variegato, croccante, verdeggiante mondo delle insalate. Ingrediente base, il cetriolo, o come lo chiamerebbe Pepa, il pepino. Praticamente ho seguito la dieta del kappa (avete presente quelle buffe tartarughe antropomorfe con una specie di chierica sulla testa che di tanto in tanto spuntavano negli episodi di Pollon Combinaguai nonostante non centrassero un tubo con la mitologia greca? Quelli sarebbero i kappa, demoni acquatici delle leggende giapponesi a cui è consigliabile regalare dei cetrioli, di cui sono ghiotti, se non si vuole essere trascinati per le caviglie giù in fondo a uno stagno. Tra l'altro, dover stare a stecchetto rende anche me particolarmente propenso ad annegare gli incauti viandanti che osino avvicinarmisi.)
All'inizio mi ci mettevo proprio di impegno a preparare insalate originali e gustose, inventando nomi diversi per ogni minima variante (tipo la Sissi salad, versione light della più calorica Caesar), poi, col passare dei giorni, l'entusiasmo è andato scemando e ho preso a schiaffarci anche i gerani del balcone. Ci mancavano solo le streghe di Macbeth a rimestare l'insalatiera formato calderone e a suggerirmi altri ingredienti ("Mettici un occhio di tritone e qualche fibra di corda d'impiccato, già che ci sei...")
 Non so quanto tutto questo possa essere servito, ma ho tenuto duro fino al mio esame, dopodiché ho resuscitato la Wii Fit, mia fida personal trainer elettronica (che mi ha accolto a braccia aperte come un figliol prodigo, dopo ben 1546 giorni di totale inattività.) Di qui innanzi non voglio più neanche sentire un accenno della sigla de Il Segreto. Oltretutto, l'unico vero segreto qui è come accidenti faccia Pepa a mantenere quel girovita da urlo.
E ha pure partorito...

 

Illustrazione di Ryo Takemasa.

venerdì 11 luglio 2014

Pubblicità insopportabili #35 - Testa e spalle

Dopo anni di allenamento per riuscire a scandire decentemente lo slogan
"Prova Enel Energia!" ("Prvnelrgia!"), Federica Pellegrini
ritorna in tv 
come testimonial per lo shampoo Head&Shoulders e riesce
miracolosamente a pronunciarlo.
Che idea geniale chiamare uno shampoo Head&Shoulders. Sul serio, solo un autentico genio avrebbe potuto inventarselo. Mi immagino già com'è andata...
Il capo che riunisce il suo team di creativi, batte il pugno sul tavolo e annuncia: "Bisogna trovare un nome per il nostro shampoo!"
"Mmm, vediamo un po'" riflette ad alta voce qualcuno. "Uno shampoo serve soprattutto a lavare i capelli e la testa della gente. Forse dovremmo pensare a cosa distingue il nostro dalle ditte concorrenti..."
"Sarebbe il miglior antiforfora sul mercato" sottolinea qualcun altro. "Credo che il nome dovrebbe riflettere questa sua peculiarità. Dev'essere un nome che dica: 'Hey, compra questo shampoo! Non si prende cura solo dei tuoi capelli, ma anche delle tue spalle! Chi altro lo fa? Usalo e potrai dire finalmente addio a quell'antiestetica nevicata di forfora sui tuoi omeri!' Perciò... che ne dite di Testa-e-Spalle?"
Il collega gli dà una pacca sulla spalla del tutto sgombra di forfora in segno di approvazione e aggiunge: "Sì! E' magari come jingle per lo spot ci mettiamo testa spalle baby one two three..."
"Sì, e i soldi per la SIAE ce li metti tu?" abbaia il capo. "L'idea di Testa-Spalle però non è male... bisogna solo renderlo un po' più cool! Più giovane!"
"Allora traduciamolo in inglese, che fa sempre figo... HEAD&SHOULDERS!"
Il capo abbozza un sorriso.
"Head&Shoulders..." pondera, grattandosi la chioma sale-e-pepe senza far cadere neanche il più piccolo fiocco di forfora. "Head&Shoulders... sì... è talmente stupido che potrebbe funzionare!"
"Grazie capo!"
"Un'intuizione talmente geniale va sfruttata il più possibile!" incalza qualcuno.
"Già, forse non dovremmo limitarci a produrre shampoo..." medita il capo, gli occhi che brillano di ambizione. "Forse dovrei iniziare a considerare l'idea di produrre un'intera gamma di prodotti per l'igiene personale... sempre continuando a chiamarli con nomi che rimandino immediatamente alle parti del corpo interessate..."
"Tipo una crema per le mani che deterge e allo stesso tempo rinforza le unghie? Hands&Nails?" azzarda uno dei creativi, con un sorriso speranzoso.
"O magari uno shampoo specifico per barba e baffi, Beard&Mustache!" suggerisce un altro.
"Sì! E' proprio quello a cui stavo pensando!" si entusiasma il capo.
"Aspettate un attimo! E se mettessimo sul mercato un sapone intimo...?"

mercoledì 2 luglio 2014

Pubblicità insopportabili #34 - La mia estate italiana

E' arrivata l'estate e io non me n'ero accorto! Per fortuna che a ragguagliarmi c'ha pensato l'esagitata speaker del Tg Rocchetta (a cui dovrebbero proibire di bere altro tè). D'altronde è talmente difficile tenersi aggiornati sul frenetico quanto ingannevole avvicendarsi delle stagioni!

Pensatela come volete, ma per me questo rimane un Tg
migliore di Studio Aperto o di Medicina 33 Estate.

Se volete farvi un'idea più precisa di questa stagione e l'Estate di Antonio Vivaldi non rende abbastanza l'idea, riporto qui un componimento poetico sempre più presente nei circoli letterari e soprattutto nei circoli viziosi dell'arido palinsesto tv estivo. Mi sono permesso di frapporre ai versi commenti personali o ipotetiche risposte alle ritmate affermazioni del poeta.


Estate è dove accadono le cose

Puoi essere un po' più vago?


Estate è dove accadono le cose:
incontri, scontri, ferite, cure.


Mah. A me pare più il resoconto di una tranquilla passeggiata nel centro storico di Pamplona. Durante la Festa di San Fermín.

E' lavarsi con il mare
e asciugarsi col vento.

Ho capito, in valigia ce lo metto qualche altro flaconcino da viaggio di Head&Shoulders...

Un altro caso preoccupante di sindrome di Suárez.
Assaggio tutto: il morbido, 
il cremoso, il goloso.

Che per caso vuoi anche una fetta di cul... atello di Zibello?

Vado in bici, in barca, in bambola.
Parlo con lei, parlo coi pesci.

Che tu voglia parlarci, non mi sorprende. Ma fossi in te non mi aspetterei risposte educate. Né da lei, né tantomeno dai pesci.

Parlo di cose che sto per capire.

Eh sì, se aspettassi di capire qualcosa non sapremmo mai che suono ha la tua voce.

Partiamo, non partiamo, andiamo.

Senti, se dobbiamo farla questa vacanza, vedi se ti decidi subito. Io intanto prenoto. Poi te lo piangi tu il biglietto.

Sotto il sole e il temporale, la festa planetaria.

Okay, per me camera singola allora.

I conti, li farò quando sarò tornato.

Io soldi non te ne presto, benintesi...

Mi devi tre baci. Io, un cono 5 Stelle al cioccolato.

... e comunque per me vale solo la valuta corrente.

5 Stelle Sammontana, la mia estate italiana.

L'interpretazione del componimento è all'origine di non poche divisioni tra la critica: per i grammatici alessandrini, si tratterebbe di una puerile descrizione del cazzeggio estivo dal forte tanfo di cannabis, mentre i filologi bizantini sono più inclini a considerarlo il manifesto del genere di persona con cui io non andrei mai in vacanza. E, inutile dirlo, io propendo per la seconda interpretazione.
Incerta è anche la paternità dell'opera, anche se i più l'attribuiscono a un non meglio conosciuto Mecla, cantore semi-leggendario la cui natalità è contesa da località turistiche come Mykonos, Kos, Santorini e Ibiza.
Sembra il genere di cose che potrebbe scrivere quel vostro compagno di classe... insomma, quello che c'è in ogni classe, il fattone che spera di passare la maturità col minimo per potersi "stonare abbestia" in qualche isola greca a caso. Insomma, il classico tipo da spiaggia che, dato il mio rigidissimo sistema di valori vacanzieri (fondato principalmente sulle guide Lonely Planet), per me corrisponde più o meno a quello che per i cattolici è l'Anticristo.
Non so cosa mi susciti maggiore odio: il testo in sé, profondo quasi quanto un bicchiere da shottino, o quella voce... quella voce che sa così tanto di ultimi strascichi d'adolescenza...
Adolescenza nel senso più acneico, ormonale e rivoltante del termine.
Bleah.

lunedì 26 maggio 2014

Pubblicità insopportabili #33 - Stro...

Non si può dire che questi siano spot freschi di giornata - ho cercato di ignorarli il più possibile - ma dato che insistono a volerli trasmettere, non posso più tacere.
La mia prima tirata di capelli va alla tizia spocchiosa della Sunsilk Liscio Perfetto. L'Eletta, l'unica depositaria del segreto di una chioma perfetta, esclusiva confidente di Yuko Yamashita.
 
 
"Sono pronta" cinguetta la modella, con una giravolta, come aspettandosi uno scroscio di applausi.
"Ma hai ancora i capelli bagnati!" si scandalizza la sua amica, vergognosamente disinformata sugli ultimi progressi della tecnologia giapponese in fatto di shampoo. "Se non li asciughi diventeranno crespi!" (Mia nonna aggiungerebbe anche "Ti verrà il mal di testa e da vecchia rimarrai paralizzata dai reumatismi.")
L'altra la guarda con un enigmatico sorrisetto da Gioconda. "No, io ho un segreto" sogghigna, sorniona, mentre con una mano si alliscia una lunga ciocca e le lancia uno sguardo di sufficienza mista a divertita commiserazione. Sarà quel vestito accollatissimo color Quaresima... ma ha proprio l'aria di benevola, splendente superiorità tipica di una madre superiora che guarda una novizia.
Ci terrei che vi soffermaste insieme a me sul suo sguardo:

"No, io ho un segreto."
 
Non possiamo sapere con assoluta certezza cosa stia pensando in questo preciso momento, ma è evidente lo sforzo da lei compiuto per non scoppiare in una fragorosa risata di scherno. Probabilmente avrà fatto di tutto per rimanere concentrata sui pensieri più tristi - catastrofi di immani proporzioni, le doppie punte, la tinta arancione di Simona Ventura - pur di trattenere la ridarella. Ecco alcune mie ipotesi su quale pensiero possa aver mai attraversato la mente di questa Morticia in abito cardinalizio:
2. Tranquilla, non sto ridendo di te... aspetta, no, forse un po' sì;
2. Povera scema... fai pietà ai calvi;
3. I miei capelli? Crespi? Come se le leggi della fisica non riguardassero solo voi sciatte mortali...
4. Tesoro, ricordami perché siamo ancora amiche...
6. Ma dove l'hanno presa 'sta sguattera? Poraccia, sei a malapena degna di fare i boccoli a Scanu...
7...
Sono aperto alle vostre interpretazioni...
La ragazza vestita di celeste e giallo Paint, intanto, beatamente ignara di tutto questo po' po' di sotto-testo, brilla della luce riflessa dai fluenti capelli della sua amica Maria Maddalena.
Che poi, a guardarli bene, non sembrano nemmeno capelli veri. Per me è una parrucca di fibre ottiche.
A proposito di fibre, indovinate poi chi altro mi sta sullo stomaco? Quelli di Stroili. Già il nome della ditta mi fa pensare a una digestione un po' sofferta...


Quando mandano in onda questo spot inaspettato, la smorfia que fascio...
Non so se mi infastidisca di più il doppiaggio finto-francese di Camille Lacourt o l'enfasi e l'espressività della material girl, che ammette: "Vorrei un anello con un brillante gigantesco... sto scherzando... no-no, è vero" (potrebbe vincerne uno a poker: ha un talento naturale per il bluff.)
Il segreto per rendere questa pubblicità meno insopportabile? Provate a riguardarla e a sostituire ogni "Stroili" con "stronzi." Non so, ma dopo averlo fatto io mi sento un re. Mi sembra di rinascere cervo a primavera. "Stronzi... stronzi... stronzi..."

mercoledì 30 aprile 2014

Pubblicità insopportabili #32 - Gli aperitipi

Se la guardi, dicono, l'acqua non bolle. Cracco, con quel suo sguardo
 da tenebroso, la fa evaporare.
Adesso ci vogliono far credere che anche gli chef stellati come Carlo Cracco scrocchiano patatine. Crick, Crock, Cracco. Non si stancano mai di farci sentire in colpa per la nostra scorta di tonno in scatola e passano la vita a vantarsi di cucinare solo tragopani di Temminck cacciati da loro, spennati ed eviscerati con le loro mani, conditi con fellandrio e pelargonio coltivati da loro, cotti in pentole d'oro forgiate da loro, su un fuoco che loro stessi hanno rubato agli dèi per il bene dell'umanità... e poi li vedi in televisione che cercano di far passare per alta cucina una patatina di produzione industriale. O una sfoglia pronta. Volete che muoramo?


Cracco ci schiaffa praticamente di tutto su quel misero petalo di tubero fritto: alici, pepe rosa, caviale di limone, alghe croccanti. Il miglior modo per rovinare una patatina. Poi pontifica, con quel broncio sexy da bracco che si è fatto scappare un fagiano: "Perché in cucina ci vuole audacia."
Lungi da ma correggere un cuoco di fama internazionale, ma io ci aggiungerei anche un pizzico di coerenza q.b.
Poi, mi chiedo... porca bottarga, ma che cappero è il caviale di limone? Okay, un goccio di limone ci scappa sempre sul pesce, ma che uno storione possa fecondare un agrume non avrei mai potuto sospettarlo. Dove lo vado a pescare io adesso un caviale di limone? Dal fruttivendolo o al mercato ittico? Cresce sugli alberi... delle navi?
Vedi un po' tu se per gustarci un pacco di rustiche dobbiamo andare a cercare chissà dove un frutto che sembra inventato da Lewis Carroll.
E' deprimente come la crème de la crème della haute cuisine sia disposta a vendersi senza esitazioni nel patetico tentativo di dare una rimestata ormonale a qualche telespettatrice.
E a proposito di gente che si vende, è tornato anche Rocco Siffredi, questa volta accompagnato da una Ornella Muti abilmente ricostruita al computer. Il doppio senso è quello squallido di sempre. Roba da ammutolire dalla vergogna. Si sa, le Pubblicità insopportabili sono come le patatine: una tira l'altra.


Ora però persino divi di Hollywood si scomodano a volare fin qui per fare i cascamorti con sospiranti casalinghe che sembrano uscite dagli anni cinquanta, madri di famiglia in libera uscita e graziate per qualche minuto dall'allevamento della prole e dalle pulizie di casa. Ma se chiedi a Kevin Costner perché sia approdato sulla Costiera Amalfitana, ti risponderà che è per gustarsi la buona cucina italiana. Sì, il tonno in scatola.



Una curiosità: la torre saracena che domina il golfo è stata sostituita, grazie agli effetti speciali, da un faro. Non si è capito bene perché, forse perché ha una forma più sexy. O forse perché fa tanto Nicholas Sparks. In ogni caso è stato un boccone amaro che i cittadini di Amalfi non hanno mandato giù.
Come se non bastasse, "So good" è pure una schifezza di slogan.


Ricapitolando. Le patatine? Ci sono. E anche di due diversi tipi.
Il tonno per le tartine? C'è.
All'aperitivo, ci pensa il Biondo con l'analcolico che fa impazzire il mondo, per la spritzante gioia di un target anagrafico leggermente più basso. Con quel naso rubato a un moai dell'Isola di Pasqua e quel tetto di paglia che gli fa sembrare la testa un bungalow o una palafitta polinesiana, Owen Wilson suscita in me un odio profondo da quella volta che andai al cinema per guardare Marie Antoinettesenza sapere che era stato rimosso anzitempo dalla programmazione, e mi costrinsero sciaguratamente a entrare nella sala dove proiettavano Tu, io e Dupree, anche conosciuto come Tu, io e due palle (un film più che comico comatoso, talmente noioso, scontato e soporifero da indurmi alla Danza della Disperazione, una cosa che faccio sempre quando la pellicola che sto guardando mi ferisce nel profondo dell'animo: mi contorco sulla poltrona ed emetto flebili, strazianti guaiti.)
Almeno però Owen ci ha rispedito nella jungla lo storico scimmione. Sapete quanto io detesti le pubblicità esopiche!
Comunque, dopo l'happy-hour, che fate, non vi concedete due salti in discoteca? O forse siete tipe da balera? In ogni caso, per la colazione dopo la notte di baldoria, cornetti caldi da Banderas!
Dal fighetto sofisticato al latin lover incravattato, financo al rustico paesano: ci sono sex-symbol senescenti per tutti i gusti. A pranzo, colazione, aperitivo e cena.

giovedì 17 aprile 2014

Pubblicità insopportabili #31 - Allarme rosso!

"Arrendersi sempre, crederci mai!"... o forse era il contrario?
E' nata una nuova Gorgone, che pietrifica qualunque spettatore si soffermi incautamente davanti al televisore acceso. Parlo, naturalmente, della bellicosa Simona Ventura, che guida fiera la marcia di Pittarosso, una campagna militar-pubblicitaria che ha fatto arrossire di vergogna l'Italia intiera. Per calpestare così la propria dignità, per farsi mercenaria di tale ingloriosa causa, viene da pensare che la presentatrice abbia il conto in rosso. Anzi, ci sarebbe quasi da sperarlo.
Le diverse interpretazioni si accavallano l'una sull'altra, fazioni opposte di pensatori si danno guerra tra loro, armati delle loro convinzioni: c'è chi spiega i fiumi di porpora che scaturiscono dai piedi della Ventura come un'allusione al ciclo mestruale, e chi vede in SuperSimo un nuovo Garibaldi a comando delle camicie rosse. Alcuni teorizzano una ribellione neo-ghibellina contro la gigioneria papale, altri un'improbabile conversione di Simona al marxismo.


Guardando quelle scarpe scarlatte si potrebbe anche immaginare un prequel low-cost de Il Mago di Oz, in cui la perfida Strega dell'Est tiranneggia i Munchkin prima che la casa di Dorothy le si schianti sulla testa. Per i più, però, questo spot rimane una visione infernale, un rituale satanico con Simonessa nelle candide vesti di gran sacerdotessa, colta nell'atto di imbrattare di sangue tutta Lodi.
Ma quale che sia l'esegesi corretta, sarà impossibile lavare via dalla memoria collettiva queste immagini, come sarà impossibile dimenticare la malferma coreografia: ho visto vigili urbani e assistenti di volo Ryanair muoversi con più grazia e convinzione. Posso sentire distintamente lo scricchiolio delle articolazioni in legno di ciliegio ad ogni movimento di Simona, per quanto starnazzi a pieni polmoni il più imbarazzante inno mai concepito da un pubblicitario. Riporto qui di seguito le ferventi parole di questo peana, dovutamente annotate:

Pit-ta-rosso!
Pit-ta-rosso!
Scarpe a più non posso!
Ve lo dice...
...la Simona...
...in rosso!
1Pit-ta-rosso!
Pit-ta-rosso!
Pittarello diventa
2Pit-ta-rosso!
Pit-ta-rosso!
Scarpe a più non posso!


1 Più di un commentatore ha osservato la contraddizione tra il presente verso e il vestito bianco ottico indossato dalla presentatrice, che tra l'altro la ingrassa in modo impietoso.
2 E' opinione condivisa che l'anonimo poeta si sia ispirato alla formula impiegata dai Digimon per digievolvere: "Agumon digievolve... Greymon!"

venerdì 4 aprile 2014

Pubblicità insopportabili #30 - Shakera il tuo intestino!

Un post con appendice.
Al principio fu Alessia Marcuzzi, che, dando prova di grande spirito di sacrificio, ci mise la faccia per il bene della nostra naturale regolarità. Poi Activia chiamò a sé gente a casaccio, da Geppi Cucciari ad Alessandro Borghese finanche Tosca D'Aquino. Chiunque, insomma, purché dotato di apparato digerente.
Ma mai avrei potuto immaginare che il nuovo capro spurgatorio del famigerato yogurt potesse essere Shakira, l'unica pop-star capace di shakerare i glutei come una forsennata senza mai perdere quell'aria serafica e innocente che la contraddistingue. E adesso mi passa dalla Colombia al colon. Da Waka Waka a Vaccagà. La vediamo proliferare come un batterio intestinale su ogni rete televisiva, scissa in decine di cloni che ballano la danza del ventre nel bel mezzo di una verdeggiante flora amazzonica, mentre una specie di Trilly sparge tutt'intorno polvere di fata.


Il mal di pancia, però, me lo dà soprattutto il pensiero che il suo connazionale Gabriel García Márquez, quel buongustaio di un Nobel per Letteratura, avrebbe tanto voluto che vestisse i panni di Fermina Daza nella trasposizione cinematografica di L'amore ai tempi del colera, ma Shakira non si è sentita all'altezza di interpretare un ruolo così importante nella sua prima prova di attrice, scegliendo di limitarsi a lavorare alla colonna sonora. Il che è comprensibile. Tuttavia mi chiedo, se non se l'è sentita di dire di sì al maestro del realismo magico, cosa dobbiamo dedurre dal fatto che abbia accettato invece la proposta di Activia? Si sente una cacca?
E' questo il problema paradossale dei grandi talenti: l'autostima ballerina.


"... Una delle piacevolezze della vecchiaia sono le provocazioni che si 
permettono le amiche giovani che ci credono fuori servizio."
(Gabriel García Márquez)
Avrà anche scansato Il colera, che ricordiamo essere un'infezione enterica, ma il destino l'ha condotta comunque sulla contorta via dell'intestino.
Comunque come sottofondo musicale dello spot ci sarebbe stata bene anche La tortura. Oppure una rivisitazione di Gypsy, cambiando il titolo in Stipsi. Ma magari se le conservano per la nuova campagna pubblicitaria di Enterogermina.

mercoledì 19 febbraio 2014

Sanremo 2014, sei acceso o sei spento?


I costumi sono da Carnevale, ma il clima è quaresimale.
"Raffy, ma lo sapevi che anche Umberto Saba e Dino Buzzati hanno iniziato con le recensioni di Sanremo?" ci ha tenuto a informarmi mia madre, che evidentemente non nutre grandi aspettative su di me e non intende in alcun modo mettermi sotto pressione. Come se questa edizione del Festival non mi desse già abbastanza pensieri. Non so a voi, ma a me il fatto che ci fosse Beppe Grillo in platea metteva addosso un'ansia terribile. Mi aspettavo che esplodesse da un momento all'altro come una bomba ad orologeria, iniziando a inveire e farsi venire un embolo come il Baffo delle televendite.
Scoprire grazie alla "testimonianza" di Pif, che il piatto tipico di Sanremo è il brandacujùn (nome oltremodo evocativo) e che in realtà "Sanremo" è una contrazione di "Sanromolo" è stato già abbastanza sconvolgente, ma a tutto questo è seguita un'escalation di angoscia: il sipario sospeso a metà, i due lavoratori che minacciano di buttarsi giù dalla balconata (non si capisce bene come siano riusciti ad arrivare fin lassù né come si siano potuti permettere un biglietto all'Ariston, perciò molti gridano alla farsa) e infine, una volta scampato il pericolo, si è aggiunto lo spavento di scorgere la Marchesa Del Secco d'Aragona che fa capolino tra Fazio e la moglie di De Andrè.
A portare sollievo comico, giunge in soccorso come sempre Lucianina Littizzetto, con i suoi passetti da geisha, conciata come un fenicottero e accessoriata con un fiorito balconcino in muratura e un cappellino per cui non oso immaginare quanti Fimbles siano stati spennati vivi.
Rompe il ghiaccio Arisa, con Lentamente: "cade una mela da un ramo" canta lei, ma intanto il suo décolletè, in continuo movimento tettonico, sfida ogni legge di gravità. Calimero ha scoperto le gioie del push-up. Poi, al momento di Controvento, che credo sia il flautato canto delle sue manie di persecuzione, si toglie anche le scarpe: prego, fa come a casa tua.
Almeno però Arisa sa cantare. Frankie Hi-NRG, atono, ripetitivo, noioso, annaspa con Pedala, che ha proprio il ritmo e la vitalità di una pedalata. In pianura, però.
Intanto mi immaginavo che Grillo si alzasse e cominciasse ad abbaiare furiosamente, ma è rimasto silenzioso anche di fronte al dolce vita nero alla Jean-Paul Sartre sfoggiato da Fazio al momento del siparietto con Laetitia Casta. "E' un'invitazione bellissima" dichiara quella che in conferenza stampa non ha fatto altro che vantarsi di aver imparato l'italiano alla perfezione. Poi Fazio inizia a cantare in qualcosa che somiglia vagamente al francese, e Grillo ancora tace. Solo friniscono i grilli.
La Casta, indecisa tra anni '30 e '50 si cosparge di colla e si rotola tra charleston e piume off white, di seguito si esibisce nel suo numero da cafè chantant con Ma 'ndo va se la banana non ce l'hai, per poi accompagnare Fabio nell'omaggio a Jannacci. Peccato che non si capisca una parola.
Anche questa volta il Grillo Urlante perde un'occasione perfetta per insorgere e far volare qua e là qualche vaffa alla casta e alla Casta.
Quanto al resto delle canzoni in gara: nessuna frase memorabile, nessuna vetta di poesia, nessun motivetto che riesca a tenerti sveglio. Raphael Gualazzi si presenta con The Bloody Betroots, un deejay che pare non esca mai di casa senza la maschera di Venom (ieri ha sfoggiato la versione glitterata delle grandi occasioni). Gualazzi, invece, non so proprio di quale supercattivo potrebbe vestire i panni. Nemmeno Joker, visto che quel suo sorrisetto perenne è più irritante che inquietante. Quando si lascia trasportare dalle suggestioni jazz e soul delle sue canzoni, chiude gli occhi e inclina leggermente la testa da un lato, come se limonasse col suo ego. Non credo abbia affatto bisogno di un alter.
E' dall'anno scorso che mi sforzo di capire a chi somigli, e finalmente ci sono riuscito. Non è un supercattivo, ma parliamo sempre di cartoni:

Mikey del cartone Disney Ricreazione e Raphael Gualazzi.
Il peggior sorriso di questo Sanremo non è quello della Casta.
Dei due pezzi di Cristiano De André ricordo solo l'ultimo verso (mi sono svegliato solo ad esibizione conclusa): "io mi aspetto molto da te", parole che suonano tristemente ironiche. Non capisco perché costringere i cantanti a proporre due brani se poi vince sempre il secondo. Nel caso di De André Junior, poi, la doppia performance è un supplizio bello e buono per chi ascolta.
A quel punto ero sicuro che Grillo si sarebbe deciso a saltare dalla poltrona e inneggiare alla rivoluzione, ma ancora niente.
Qualche brivido ce l'hanno regalato solo i Perturbazione, che sembravano un quartetto d'archi, prima che una specie di Vincent Cassel in tuxedo (e più simpatico) iniziasse ad  elencare il catalogo delle sue donne. Il gruppo dovrebbe chiamarsi Fornicazione.
Oltre alla Litty (per quanto anche lei un po' prevedibile), l'unica capace di dare una botta di vita a questo noiosissimo esordio era Raffaella Carrà, la Popstar dei Due Mondi, praticamente "Garibaldi col carré". Vestita da gladiatrice post-apocalittica, fa la sua apparizione insieme a uno stuolo di boys su tacchi a spillo, scopiazzando non so quanto consapevolmente Madonna. Il Carràrmato sfonda l'Ariston prima con una vera e propria Gaga-ta, poi con quello che è già il nuovo inno del geriatrash, con l'indimenticabile ritornello "Cha, cha, ciao, muchacho, ciao!", senza contare quel retorico "Sei acceso o sei spento? Sei acceso o sei spento?", che è un po' quello che ripetevo io al televisore mentre guardavo questa prima, fiacca puntata.

Meno male che c'erano loro...
Quanto agli altri ospiti e alle comparsate, per il Sanremo low cost sono stati riciclati volti già noti della Rai, rubacchiati a Che tempo che fa e Ballando con le stelle. Guest-star, direttamente dal dimenticatoio, Cat Stevens, che per fortuna ha cantato la splendida Father and son. Fazio gli ha persino chiesto di rimanere ancora un giorno a Sanremo, ma neanche allora Grillo ha reclamato a gran voce l'impeachment del presentatore.
Insomma, tanta ansia per nulla. Piuttosto delusione e sonnolenza.

martedì 28 gennaio 2014

Ma che c'è Surreal Time? #9 - Il boss delle cerimonie

Un invito a nozze per tutti gli estimatori del trash.
"Nel mezzo di una valle incantata ai piedi di un vulcano sorge un luogo da favola" a metà tra Disneyland e Las Vegas: è il Grand'Hotel La Sonrisa, il castello di don Antonio, dove gli incubi di Enzo Miccio diventano realtà e matrimoni oltre il limite del buon costume vengono spacciati per "tipicamente napoletani."
Real Time sembra decisa a seguire la nobile vocazione del documentarismo pseudo-antropologico, con una nuova, seguitissima serie, al cui confronto i grossi grassi matrimoni gypsy sembrano eleganti soirée patrocinate dal Rotary. Il boss delle cerimonie, riunendo tanto le avventure dei serviti quanto quelle dei servitori, non è che il chiassoso contraltare di Downton Abbey. Don Tony Abbey.
Carillon umani all'ingresso, carrozze principesche, stormi di candide colombe... non c'è fine alle richieste degli sposi, e soprattutto alle pretese dei loro genitori, pronti a tutto pur di assicurare ai loro figli delle nozze in "magna pompa." Il genero di don Antonio, Matteo (che si presume prima o poi diventerà don Matteo) racconta a Vanity Fair di clienti che hanno perfino chiesto la luna. Letteralmente: in una notte troppo buia un pallone aerostatico ha preso il posto della pallida dea, che, sebbene formalmente invitata, evidentemente non sapeva con che faccia presenziare a un ricevimento tanto chic.
A questo punto c'è quasi da pensare che chi non possa permettersi i costi astronomici di una festa di nozze al castello, conceda al castellano lo ius primae noctis.
Dopo due episodi e quattro matrimoni memorabili, è già possibile delineare punto per punto la rigorosa liturgia di ogni sposalizio kitsch che si rispetti.
Si parte con il colloquio con i ristoratori per concordare il menù del banchetto, una dura prova per il povero Matteo, che fa quasi tenerezza, con quella sua testa perfettamente ovale, il sorriso mite e lo sguardo miope di una talpa, mentre cerca di rabbonire gli inamovibili e vagamente intimidatori genitori della sposa. "Voyo vedere lo shpreco del cibbo" ha veementemente preteso Luca, uno degli sposi protagonisti, dando un ottimo spunto alla FAO per il suo nuovo motto ufficiale.

Mamma Vincenza si accontenta anche di un matrimonio in stile "William & Kate".
Dopo quella tra carne e pesce, la scelta più importante che una nubenda deve affrontare è certamente quella del vestito: must irrinunciabile è il bustier trasparente, per lasciare poco o niente all'immaginazione del parroco. L'obiettivo è strizzarsi il più possibile finché i rotoli di ciccia esondanti non ti fanno sembrare una deliziosa torta nuziale a dieci strati.
In un giorno così importante, anche suoceri e genitori si preoccupano di non sfigurare. Gennaro, per esempio, alla vigilia delle nozze di sua figlia Giusy, infilati i suoi calzoncini color bella-di-notte, non ha esitato a sottoporsi a un trattamento intensivo di lampade abbronzanti, cui le telecamere ci hanno permesso fin troppo generosamente di assistere. Non si può certo accompagnare la propria figlia all'altare quando si è bianchi come una bufalina, dopotutto: è bene pazientare finché il volto di Padre Pio tatuato sul braccio non cominci a somigliare a Morgan Freeman.
Gli sposi up to date come Luigi (che ha già dei peli sul petto rampicanti a fargli da maglioncino naturale) prima di indossare il completo total black della cerimonia (che personalmente non metterei nemmeno alle esequie di un becchino), vestono gli sgargianti panni del Principe Azzurro per la tradizionale serenata neomelodica. Durante questa pittoresca festa di quartiere, il Romeo di turno può dedicare alla sua Giulietta una canzone d'amore, senza tralasciare pezzi che vertano su temi impegnati come la parità dei sessi: "... sei moderna e vuoi la tua libbbertà [...] oggi c'è la parità, te sì organizzata, con le tue amiche vai a ballà e io u' geluso nunn'o pozzo fa." D'altronde si sa che una delle prime rivendicazioni del movimento femminista è stato il diritto ad andare a ballare con le amiche: scommetto che anche Simone de Beauvoir ogni anno aspettasse con ansia l'otto marzo per la consueta serata al femminile in pizzeria.
Affinché nessuna nota stonata incrini l'armonia delle nozze, ogni party-planner diligente sa che deve rivolgersi ad un impresario musicale di successo come Annalucia, una vera e propria autorità in fatto di "mannaggiament" di cantanti neomelodici.
All'alba del grande giorno, quando è ancora buio pesto, l'estetista e il parrucchiere si alzano col canto del gallo per trasformare la sposina in una regina, "uguale uguale alla Maria Antonietta di Lady Oscar."

Che rientrino o meno nell'album dei ricordi degli sposi, queste sono
immagini che rimarranno per sempre tatuate sulle nostre rétine
.
Dopo il rito e il riso, i cancelli del Grand'Hotel si spalancano, il red carpet si dipana ai piedi degli sposi e il salone reale apre i battenti per accogliere gli invitati con la sua sovrabbondanza decorativa (che se non definisco 'barocca' è solo per non offendere il barocco.) Le bocche contornate a matita di zie e cugine si spalancano dalla meraviglia di fronte alle statue d'oro, i pavimenti scintillanti, le vetrate blu elettrico e gli affreschi che vanno al di là di ogni esperimento manierista. Sotto lo sguardo fortunatamente cieco di innumerevoli busti di Apollo, ha inizio la grande abbuffata (con tanto di "bis e contrabbis!"), intervallata da ogni genere di spettacolo, con protagonisti drag-queen, nani, saltimbanchi e ballerine in mutande paillettate che si contorcono al ritmo di Disco Napoli ("Le conoscevo già" ci tiene a farci sapere Mariapia, la festeggiata. "Sono le stesse che si sono esibite alla cresima di mia sorella.") A un certo punto, molto prima dell'apertura dei regali, potrebbe capitarvi di vedere la sposa rovistare affannosamente da qualche parte vicino alla patta dei pantaloni color "gru" (écru) del coniuge. Non temete, è solo un gioco erotico per intrattenere gli invitati: la sposa infila un tappo nei calzoni del maritino e poi deve farlo passare da una gamba all'altra. L'emozione dello sposo, come è accaduto, può alle volte rendere più difficoltosa l'impresa, in cui non disdegnano di cimentarsi anche i consuoceri.
Per smaltire l'astice al burro e lo struzzo ripieno, il parentado al completo si scatena in pista, ed allora è tutto un vorticare di abiti sgargianti e stole animalier, un baluginio di brillantini al naso e unghie istoriate. Quando le zie si tolgono gli zatteroni, poi, sembra quasi di sentire l'inconfondibile l'aroma del prosciutto stagionato nel nylon.
Alla fine, quando ormai è sera inoltrata, la torta è tagliata, l'intossicazione da frutti di mare crudi è scongiurata e i fuochi d'artificio danno un tocco di colore all'altrimenti deprimente sobrietà del firmamento, la sposa può finalmente rilassarsi e spipparsi un sigaro.
Ogni fiaba di questo pacchiano Pentamerone si conclude con lo stesso, commovente lieto fine: don Antonio - elegantissimo con i suoi occhiali dorati, la croce gemmata sul cuore e la maglietta della salute nera in bella vista sotto la camicia fluo -  saluta gli sposi con un sorriso vescovile e un cenno ieratico delle dita ingioiellate, per poi ritirarsi pensoso nel suo studio e redigere un altro emozionante capitolo delle sue memorie di boss delle cerimonie.
Le generalizzazioni e gli stereotipi di cui una trasmissione del genere è infarcita hanno suscitato l'indignazione (comprensibile) di napoletani e non (a partire dal titolo, che è tutto un programma), ma che "i napoletani non siano tutti così" credo sia chiaro a tutti gli spettatori con un minimo di senno. Che vogliate chiamarli tamarri, coatti, truzzi, zaguari, zarrosauri, cozzali, buzzurri, zampi o ricottari, il cattivo gusto è diffuso a macchia di leopardo in tutta Italia e all over the world.
Polemiche a parte, so che non potrò più fare a meno di questo ricco buffet di unto, dorato, croccante, nauseante trash. Tutti noi almeno una volta nella vita siamo stati costretti a sorbirci un interminabile filmino di nozze, una delle più sadiche torture che un essere umano possa infliggere a un suo simile. Ma quando ci ricapita di vederne uno e poter sghignazzare senza ritegno, liberi dal timore di offendere la zia che ha aspettato per una vita intera di vedere la sua bambina conciata come la principessa del porno ungherese?
Il risvolto inquietante di questo gran divertimento è l'idea che le coppie che abbiamo visto convolare a nozze siano seriamente intenzionate a riprodursi. Anzi, alcune si sono già portate avanti col lavoro e aspettano figli che in un futuro non troppo lontano intaseranno YouTube coi loro video dei pre-diciottesimi...

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