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giovedì 8 maggio 2014

Datemi il "la"

Io non l'avevo capito che questa qui è una bambina.
Le Raffiche, una nuova rubrica nata dall'odio, dal risentimento e dall'esasperazione. Per quel giovane grillino ante-litteram di Giovenale, era l'indignazione a fare il verso poetico. Per me indignatio facit post!

"La" è una sillaba meravigliosa, e sarebbe bene ricordarlo sempre.
Provate a pronunciarla lentamente: ha un che di elastico e propulsivo. LA. Una ranocchia che si piega sulle lunghe zampe (L) e con un balzo leggiadro atterra su una ninfea (A).
LA, tanto per cominciare, è il nome di una nota musicale. Ma è anche una sillaba generosa e salvifica: quando non ci ricordiamo le parole di una canzone è la prima a venirci in soccorso. Senza contare che tappandoci le orecchie e cantando "la la la" possiamo impedirci di ascoltare spoiler sulle nostre serie tv preferite, tipo chi muore a Il Trono di Spade (va be', è facile: qualunque personaggio per cui tu possa aver provato anche la minima simpatia.)
LA, inoltre, è una sillaba viaggiatrice. Basta che "a" si metta un accento sulla testa, portato sulle ventitrè, per catapultarci verso infiniti orizzonti. ...
LA è anche una sillaba innovativa. Senza "la" la popolazione afro-americana vedrebbe notevolmente ridotta la propria creatività onomastica. Sì, perché, non so se l' avete notato, ma molti cittadini americani di colore non scelgono nomi tradizionali per i loro figli, ma si divertono a crearne di nuovi modificando quelli già esistenti. Per farlo si servono di vari suffissi e prefissi, come "-isha" e, appunto, "la-": Lamanda, Lakeisha, Latonya, Lasharona, Lashonda, Lashaniqua e così via. Non so bene da cosa derivi questa abitudine, forse si tratta di un segno di rifiuto verso i nomi occidentali imposti ai loro antenati dagli schiavisti. (Era un secolo che sognavo di parlare di questo in un post.)
Insomma, dobbiamo tanto alla sillaba "la."
Senza la fase della "lallazione" non impareremmo nemmeno a parlare! Senza "la"  l'espressione "uh lala" non sarebbe così chic, e dovremmo scrivere per esteso nomi di città come Los Angeles. Senza "la" le aule dei conservatori risuonerebbero di perifrasi come "quel suono tra il sol e il si", ed "Ehilà" non suonerebbe più così amichevole. Senza "la" non potremmo intonare attorno al fuoco canzoni natalizie imbarazzanti tipo Fa la la la. Senza "la" i Puffi non saprebbero cosa canticchiare nel bosco. E a proposito di Puffi, a tre "la la la" Kylie Minogue deve la sua intera carriera.
Soprattutto, però, "la", nella lingua italiana, è un articolo determinativo femminile singolare di straordinaria utilità.
Dopo averlo ribadito, mi rivolgo a voi, presentatori televisivi, gente di spettacolo e passanti che parlate a voce troppo alta per strada: perché non vi ficcate in testa una buona volta che non si dice "Ci vediamo settimana prossima" ma "ci vediamo LA settimana prossima"?!
Se vi costa troppo usare un articolo allora parlate inglese o latino. Ditelo a me "Ci vediamo settimana prossima" e giuro che non mi rivedrete più.

Dedico questo sfogo a Clyo, che mi ha ispirato con la sua fervente campagna contro l'abusata espressione "come se non ci fosse un domani."

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