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venerdì 15 maggio 2015

"Il Racconto dei Racconti": lo slow-fantasy di Garrone


Anche se non me le ha chieste nessuno, ecco sei buone ragioni per andare a vedere Il Racconto dei Racconti:

1. Perché il fantasy USA è più stecchito di questo drago
Del logoro, viziato fantasy hollywoodiano francamente non ne posso più. Pur di rimodernare una fiaba trita e ritrita ormai si butta nel calderone qualsiasi cosa, dai rimasugli di Tolkien a fluttuanti animaletti fluorescenti di dubbio gusto (vedi Maleficent e le varie Biancaneve.) Guardate questo bel drago marino morto, invece! Mi ricorda un axolotl, quelle adorabili salamandre eternamente giovani (possono rimanere allo stadio larvale per tutta la vita) che in natura hanno benedetto con la loro presenza solo il lago messicano di Xochimilco, che però purtroppo è sempre più inquinato. 
A differenza di tanti suoi dopati fratelli sputafuoco, il mostro albino di Garrone è schivo, nuota in acque torbide ed ha l'aspetto primordiale di una creatura che è sopravvissuta al diluvio universale ma non alla barbarie dell'uomo, come gli ambientalisti temono possa accadere anche al sorridente axolotl. Mi piace pensare che anche il regista abbia preso spunto da questo curioso animale, il cui nome  impronunciabile, tra l'altro, in nahuatl significa "mostro acquatico". Gliel'avrà suggerito Salma Hayek, che è messicana?

No, non è una giovanissima Romina Power smarrita nell'Alta Murgia.

2. Perché dopo lo slow-food, è tempo di slow-fantasy
Garrone ha scelto di battere un sentiero, quello del fantasy, che in pochi italiani hanno avuto il coraggio di seguire. Possa Il Racconto dei Racconti inaugurare la stagione del fantasy mediterraneo, un fantastico che contrapponga ai patinati colossal d'oltreoceano un incanto più autentico, senza troppi fronzoli e riverniciate di modernità. Perché se il fantasy è sempre stato considerato una primizia dei climi freddi o una rampicante che prospera solo sugli schermi verdi di Los Angeles, non c'è motivo per cui non possa crescere tra le nostre rocce lichenose, fiorire nelle nostre assolate colline o all'ombra dei nostri castelli. 




3. Perché non ci sono (solo) i soliti noti
Fatta eccezione per Vincent Cassel, che recita nella parte di se stesso, e l'onnipresente Alba Rohrwacher, la scelta del cast, come c'era d'aspettarsi da Garrone, non è affatto banale: c'è sì l'ardente bellezza di Salma Hayek, perfetta nei suoi abiti regali, che fanno tanto Isabella di Castiglia, ma anche volti grotteschi, che ricordano gli sdentati sorrisi dei contadinotti brugheliani o i caprichos di Goya già citati altrove. 
Quale yankee, poi, avrebbe scelto per il ruolo dei principi, nati dal cuore di un drago, quei due eterei e rachitici ragazzini, quei due Albini Rohrwacher, quando poteva piazzarci due bei figoni dagli addominali lucidi e scolpiti? 
La vera rivelazione, per me, però, è stata la principessa Viola, Bebe Cave, anche lei una bellezza che poteva essere canonica solo nel Seicento, ma che ai miei occhi si è imposta come il volto più memorabile del film, grazie ad un'espressività che riflette meravigliosamente la luce tragica scelta da Garrone per questo non facile riadattamento.




4. Perché ci sono libri migliori di Cinquanta sfumature da cui trarre un film 
Io di Giambattista Basile e del suo Lo cunto de li cunti o Lo trattenemiento de peccerille (anche detto Pentamerone) non avevo mai sentito parlare prima dell'università. Eppure questa raccolta di fiabe 
seicentesche rappresenta una pietra miliare della cultura europea. Include le primissime versioni di Cenerentola, La bella addormentata e Raperonzolo, ed è a quest'opera che hanno guardato con 
ammirazione tutti i fiabisti successivi, dai Grimm ad Andersen. Era ora, dunque, che qualcuno decidesse di riscoprire questo tesoro sepolto, e forse non poteva esserci epoca migliore di quella neo-barocca in cui viviamo per farlo: non siamo forse smarriti in una realtà labirintica che non riusciamo bene a comprendere, come l'uomo barocco? E non è forse vero che i prodotti artistico-culturali più recenti si reggono in piedi solo fintanto che sono sostenuti da più antiche fondamenta, come avveniva per la letteratura barocca, infarcita com'era di citazioni?



5. Perché è una fiaba genuina e sugar-free
Tornando al Pentamerone, Garrone non ha saputo o non ha voluto rendere sulla pellicola la straordinaria verve comica di Basile, ma ha calcato i toni drammatici e si è soffermato con gusto barocco sugli aspetti più spaventosi e macabri della narrazione popolare. Allo stesso modo ha rinunciato a riprodurre la pirotecnica, originalissima ricchezza linguistica del napoletano, preferendo dialoghi rarefatti e una sceneggiatura brulla come le solitudini che circondano Castel del Monte.
Ciononostante, non si può non riconoscere al regista il merito di aver tenuto fede alla primordiale brutalità, alla violenza e all'irrazionalità della fiaba, che torna alla sua purezza archetipica, senza zuccheri aggiunti. Pur cambiandone significativamente i finali, nonché i nomi di alcuni dei protagonisti (d'altronde "principessa Viola" suona meglio di "principessa Porziella" e "Elias e Jonah" sono più international di "Fonzo e Candeloro"), Garrone riesce a non stravolgere troppo le tre storie selezionate (La cerva fatata, La pulce e La vecchia scorticata), che rappresentano un trittico tutto al femminile: la Fanciulla e il suo traumatico risveglio dall'infanzia all'età adulta, la Madre che deve imparare a distinguere l'amore dal possesso, e infine la Vecchia alle prese con la più amara delle lezioni, ovvero che il corso dell'esistenza non può essere cambiato.



6. Perché un sequel avrebbe senso
Le fiabe del Pentamerone sono ben cinquanta, perciò è giustificabile che Garrone abbia fatto cenno alla possibilità di girare un secondo episodio, o magari una serie. Forse, dunque, la storia continua...

mercoledì 8 agosto 2012

"La collina dei conigli" di Richard Adams

La collina dei conigli
di Richard Adams, BUR,
432 pg., 12,90 €
Estate, tempo di letture sotto l’ombrellone… e per la serie “Le Copertine più Imbarazzanti da Esibire in Spiaggia”, propongo La collina dei conigli di Richard Adams, un solenne romanzo epico “a metà strada tra Tolkien e Orwell” (ma io ci metterei nella mischia anche Omero e Virgilio).
A dispetto del titolo poco accattivante (non che l’originale, Watership Down, sia granché), si tratta di un classico della letteratura moderna, un piccolo capolavoro scritto da Richard Adams negli anni ’70 e ora messo a scongelare sugli scaffali delle nostre librerie (gli arcaismi e i dialettismi della traduzione italiana, però, lasciano a desiderare).
Guerre, vendette, ire funeste, inganni ed enigmatiche profezie: gli ingredienti sono quelli di un poema epico, ma i protagonisti, come avrete ormai intuito, sono dei conigli.
Okay, aspettate un momento… non andate subito via.
Non si tratta di una favoletta piena di animaletti parlanti e un po’ rimbecilliti in stile Hamtaro – piccoli criceti, grandi avventure. I conigli di Adams non sono coniglietti dalle code vaporose che ballonzolano distribuendo ovetti pasquali ai bambini o le leziose bestioline che popolano le favole di Beatrix Potter, ma animali selvatici, tosti, astuti, che lottano con gli unghioli e con i denti per la sopravvivenza. Animali che se le danno di santa ragione, neanche fossero Bud Spencer e Terence Hill.
Adams sì che sa come far sentire qualcuno un coniglio. Bastano poche pagine, e le tue gambe fresche di ceretta si trasformano in lunghe e agili zampe impellicciate. Inizi a correre, e a balzare fulmineo nelle sterminate campagne dello Hampshire, col cuore che dà il ritmo alla tua corsa. E i tuoi sensi sono più veloci delle tue zampe: le tue narici captano il tanfo della volpe nascosta dietro quel cespuglio di viburno, le tue orecchie odono gli zoccoli di un cavallo al trotto da chilometri di distanza. Pochi righi, e sei un coniglio.
Richard Adams apre le porte di un mondo sconosciuto, più vicino alla terra, e fa dei conigli un popolo valoroso, di cui ricostruisce religione, mitologia, cultura e persino linguaggio.
I protagonisti sono figure archetipiche, come il Profeta Inascoltato, la vox clamantis in deserto, ovvero l’esile ed etereo Quintilio, che prevede la distruzione della sua conigliera, e come Cassandra, non viene creduto, se non da pochi, come suo fratello Moscardo. Quest’ultimo è la Guida, la reincarnazione conigliesca di Enea, l’eroe della moderazione, che condurrà via da Troia in fiamme i suoi compagni e li guiderà verso la nuova terra, promessa dagli dèi, dove vestirà i panni di Romolo e darà il via ad un vero e proprio Ratto delle Sabine, per dare inizio ad una nuova, gloriosa dinastia. Ma insieme a loro c’è anche il fiero e indomito Achille, che qui è il forzuto coniglio Sglaili. E Orfeo, il poeta che ammansisce le belve con la sua cetra, qui interpretato dal cantastorie Dente di Leone. E non manca l’ingegnoso Odisseo, dai mille espedienti, nascosto sotto la pelliccia del sagace Mirtillo.
Infine, il coniglio primigenio, quello di cui parlano tutte le leggende: El-ahrairà (“Il Principe dei Mille Nemici”), un po’ Robin Hood, un po’ Prometeo, un po’, ancora, Ulisse. Un trickster che ricorda il Br’er Rabbit della cultura afro-americana, l’astuto coniglio che riesce a farla in barba al leone. E' con questo personaggio avvolto da un’aurea di sacralità, Adams dà corpo al messaggio fondamentale del romanzo: la supremazia della mente sulla forza bruta.

Se avete dato un’occhiata ai quattro episodi della Guida semi-seria alle lingue inventate e/o segrete, saprete quanto io ami le lingue artificiali. A queste si va ad aggiungere il Lapino (dal francese lapin, “coniglio”), la lingua inventata da Adams per questo romanzo, che ha solleticato la mia vanità con la parola rà, “principe, sovrano”. Si tratta di una lingua estremamente fluffy (o così almeno la definisce il suo creatore), apparentemente influenzata dal gaelico e dall’arabo. Chi dovesse essere interessato, può cliccare su "Continua a leggere..." e consultare il piccolo glossario lapino-italiano per parlare con i vostri amici conigli o per insultare i vostri amici umani senza farvi capire (Siflai hraka, u embliri rà: "mangia la cacca, re dei puzzoni!")

giovedì 7 giugno 2012

"Wildwood - I segreti del bosco proibito" del "Decemberist" Colin Meloy

Wildwood - I segreti del
bosco proibito
di Colin Meloy,
Salani, 534 pg., 14,30 €
I cantanti e i musicisti che si cimentano con la narrativa per l'infanzia non hanno avuto vita facile in passato: sono stati quasi sempre inseguiti da una folla inferocita di critici letterari, armati di affilatissime penne stilografiche (vedi alla voce Madonna). Non nascondo che mi sarei unito volentieri a loro in molti casi: da aspirante scrittorucolo quale sono, provo sempre una punta di fastidio per chi, da un giorno all'altro, s'improvvisa scrittore, specie se fa tutt'altro nella vita (per esempio, un certo fisico, autore di un romanzo che, per qualche oscuro motivo, ha vinto il Premio Strega, privandolo del suo prestigio, almeno ai miei occhi).
Diverso è il caso di Colin Meloy, leader della band folk-rock americana The Decemberists, già molto apprezzato per l'originalità dei suoi testi, ora anche autore di un best-seller internazionale, primo volume di quella che si prevede una fortunata trilogia: Wildwood - I segreti del bosco proibito.
Chi mi conosce sa bene che non sono un esperto di musica (guai se non ci fosse, ma non potrei dire che "vivo per lei"), perciò ad attirarmi non è certo stato il nome dell'autore (per me sconosciuto), quanto le meravigliose, incantevoli illustrazioni di sua moglie, Carson Ellis, disegnatrice affermata. Spiegatemi voi come si fa a rimanere impassibili di fronte a questo tenero tasso... Giuro che lo porterei io in risciò, per quant'è dolce. Pare che anche Meloy lo adori, visto che ha inserito nella storia il cameo del tasso-tassista solo per poter aggiungere questa illustrazione.
La cura quasi fiamminga dei dettagli è commovente, come pure l'accuratezza naturalistica, che riflette la nomenclatura rigorosa dell'autore in fatto di specie botaniche e animali.
Ma prima di passare alla trama, vi invito a guardare il book trailer che trovate quaggiù: vi dà una chiara idea del tratto poetico ed evocativo dell'illustratrice.
 

Il motore della vicenda è un classico: la missione di salvataggio. La quattordicenne Prue McKeel assiste al rapimento di suo fratello Mac, appena neonato, da parte di uno stormo di corvi. Con suo sommo orrore, scopre che i lugubri rapitori sono diretti verso la Landa Impenetrabile, un'immensa e temuta foresta alla perferia di Portland (Oregon), da cui nessuno è mai più ritornato. Prue, accompagnata dal suo compagno di scuola Curtis, non si tira indietro e parte alla volta della Landa, che scopre tutt'altro che Impenetrabile, almeno per lei. Inconsapevolmente i due protagonisti si ritroveranno in un mondo parallelo, pericoloso e pervaso di magia.
So già cosa state pensando: una bambina che scopre la via d'accesso ad un mondo fantastico popolato da animali parlanti, questa sì che è avanguardia letteraria! Dopo capolavori come Alice nel Paese delle Meraviglie, Le Cronache di Narnia e Il mago di Oz ce n'era proprio bisogno?
Forse no, ma Meloy gioca bene le sue carte e, accostando in modo innovativo gli elementi della tradizione fantastica europea, riesce a confezionare un microcosmo originale e misterioso: dal borghese Bosco Sud, infestato dall'asfissiante edera della burocrazia, al vertiginoso Principato Aviario, dall'impervio Bosco Selvaggio al rurale e pacioso Bosco Nord. Innumerevoli i personaggi in cui Prue e Curtis si imbatteranno: soldati coyote che scorazzano per i boschi, uccelli impegnati in missioni diplomatiche e  banditi rudi e barbuti nascosti in agguato tra i cespugli, mentre una regina spodestata trama la sua vendetta.
I temi, universali e attuali: il difficile compito dei genitori (che qui perdono la loro aura di divina rettitudine morale per mostrarsi in tutta la loro umanità), il valore della libertà (negata dal governo fascistoide di Bosco Sud) unito a un vago pacifismo (in contrasto con le scene di guerra in cui l'autore spesso indulge), e, soprattutto, il rispetto della Natura (che interviene nel romanzo sia come forza distruttrice che come madre benevola).
In tutto questo, però, è impossibile non notare le lampanti analogie con la saga di Narnia: il primo incontro dell'occhialuto Curtis con l'ammaliante Governatrice Vedova ricorda un po' troppo quello di Edmund con la Strega Bianca ne Il leone, la strega e l'armadio. Ancora, la Governatrice viene evocata suonando una campana, così come ne Il nipote del mago è il suono di una campana a risvegliare la malvagia Jadis dal suo sonno incantato.
Malgrado questi déjà-vu, la trama è senza dubbio un punto di forza del romanzo. Non posso dare torto al mio adorato Lemony Snicket (autore della brillante, deliziosa, originalissima saga de Una serie di sfortunati eventi), che ha dichiarato: "Mi ha tenuto sveglio ben oltre la mezzanotte... i responsabili di questo misfatto letterario dovrebbero essere immediatamente consegnati alla giustizia".)
Ma... c'è un altro ma: la scrittura va smussata, anzi potata abbondantemente. Non ci sono dubbi che Meloy sia un amante della wilderness: soprattutto nei primi capitoli, la scrittura è impervia, accidentata come un sentiero inselvatichito. Un continuo calpestio di periodi brevi e scricchiolanti come rami secchi. In questo monotono paesaggio sintattico, il silenzio è interrotto non dal gracchiare dei corvi, ma da scelte lessicali a dir poco stridenti, che non saprei se attribuire all'autore o alla traduttrice, Valentina Daniele.
Fortunatamente, però, man mano che ci si addentra nel folto della narrazione, gli eventi prendono a scorrere impetuosi come ruscelli e anche il racconto si fa più fluido, sebbene sono convinto che alcuni passaggi (per fortuna non essenziali ai fini della trama), specie di scontri bellici, siano chiari soltanto al suo autore.
Ho trovato deludente la figura della protagonista. Prue prometteva di essere una grintosa eroina in bicicletta, ma in realtà non fa altro che vagabondare di qua e di là chiendo aiuto a cani e porci (per l'esattezza a pennuti, mammiferi vari e santoni amanti del bio). Spero in un riscatto nei prossimi episodi.
Il personaggio di Curtis, invece, è più curato e dinamico: nella sua efficace caratterizzazione mi è sembrato di intravedere un sottobosco autobiografico.
Acclamato dal pubblico e apprezzato dalla critica (che però non ha mancato di riconoscerne i punti deboli), Colin Meloy è sicuramente un autore da tenere d'occhio. Chissà che dalla scrittura selvaggia e impulsiva non raggiunga l'ordine e la misura di un giardino perfettamente curato, ma senza per questo ridursi al piattume di un prato all'inglese. Aspettiamo il seguito di Wildwood... se son rose, fioriranno. 

venerdì 6 aprile 2012

Tea Party nel Paese delle Meraviglie (seconda parte)

Eccoci al secondo apputamento col mad tea party ispirato ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Nel post precedente abbiamo scelto il tè da servire, preparato i due snack principali (le Cocco-le e i muffin decorati) e ci siamo cimentati con la decorazione della tavola (tovaglioli, segnaposto personalizzati e i fenicotteri rosa ornamentali).
Ma siamo solo a metà dell'opera! E' ora di dare libero sfogo alla fantasia!
Partiamo dal centrotavola, fulcro di tutto l'apparato scenografico del vostro tea party. Io ho optato per un Bianconiglio di marshmallow, realizzato insieme a mia sorella e mia madre, per la quale le sculture di marshmallow sono ormai una ragione di vita...
Non pensa ad altro: qualunque cosa vedano i suoi occhi, ecco che vuole subito riprodurla in una suntuosa ricostruzione zuccherosa, tant'è che ora non ci facciamo più caso quando interrompe discorsi seri e dissertazioni colte con proposte indecenti del tipo "perchè non facciamo un Taj Mahal di marshmallow?".


Costruire un Bianconiglio di toffolette, comunque, è un impresa ardua, che richiede sudore e sangue (gli stuzzicandenti pungono!), ma con un po' di buona volontà e pazienza, si possono ottenere risultati più che soddisfacenti! Per di più è un'idea che si presta benissimo anche per le festività pasquali.

Ora che ci siamo occupati degli elementi più ingombranti (il coniglio pesa almeno due chili), passiamo ai dettagli (che fanno la differenza).
In merito alla tavola, come già detto, ho preferito puntare sui colori primaverili (rosa, giallo, celeste, verde chiaro, lilla), riservando le tonalità forti ai segnaposto: non a caso ho scelto questa tovaglia di raso che sembra l'incarto di un enorme Mon Chéri...

Quanto alle decorazioni, i libri di Lewis Carroll sono una vera miniera di spunti e idee: ho cosparso la tavola di carte da poker, gettato qua e là chiavi dall'aria misteriosa, e ho ripescato anche questo riccio di paglia, unico superstite delle partite di croquet della Regina.
In più potete ornare la tavola con scacchi, bottigliette con su scritto "bevimi", rose e petali colorati (magari strappandone qualcuno dagli insopportabili fiori parlanti). Inoltre potete utilizzare tazze e teiere dalle forme più disparate e sedie di diversa altezza, così da rendere ancora più grottesco il vostro incontro.
Potete sbizzarrirvi anche con le tazzine, ritagliando i quattro semi delle carte da poker e attaccandoli alle etichette delle teabag.
Qualcuno mi ha chiesto: come ci si veste per un mad tea party? Chiaramente si può ricorrere alle maschere ispirate ai personaggi o ai cappelli più bizzarri che trovate, ma se preferite non eccedere col costumismo, potete sempre suggerire ai vostri ospiti di legare un nastro rosso intorno al collo, macabra allusione al sangue zampillante dopo la decapitazione ingiunta dalla tirannica Regina di Cuori (questa idea l'ho rubata alle dame francesi del '700, che lo chiamavano "nastro alla ghigliottina"... simpatiche, eh?)

Il risultato finale! (clicca per ingrandire)

Ora che è tutto pronto, non resta altro che godersi il tè e un piacevole pomeriggio in compagnia. Se temete che la conversazione ristagni, nascondete qua e là (magari sotto le tazze) degli indovinelli scritti su biglietti colorati: gli ospiti si divertiranno a risolverli insieme, spesso con esiti inaspettati e esilaranti. Una volta risolti tutti, a meno che non vogliate raccattare le carte e improvvisare una partitina a strip poker, potete realizzare tutt'insieme una poesia nonsense in stile Carroll: si comincia con un verso di partenza (magari "Era brilligo e gli unsci tovi...", cioè l'esordio di Jabberwoky, l'insensato poemetto contenuto in Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò), dopodiché si invita il commensale a fianco a continuare la frase. Poi si piega il foglio in modo da non far vedere all'altro ciò che si è scritto e lo si passa tra tutti gli invitati finchè non ritorna al punto di partenza. La poesia, chiaramente, sarà tanto più folle e divertente quanto più folli e divertenti sono i vostri invitati!
Ho provato l'esperimento con le mie amiche e ho scoperto in loro un'inedita vena lirica: "Era brilligo e gli unsci tovi guardavano uno stormo di gabbiani all'orizzonte giuggiollerrando quà e là con tanti conigli brilleggianti è inevitabile pensare che uno di questi si chiamava Cià cià e l'altro Rellando, e così se ne andarono ciacciarellando il riccio rotola e sbatte il muso contro un sasso e beve una tazza di tè bollente Delicia! Delicia! Assim vose me mata!"
Risultati come questo si ottengono anche senza l'aggiunta di stupefacenti nel tè, ve l'assicuro!
Un ultimo suggerimento: molestate continuamente i vostri ospiti ingiungendo loro di cambiare posto ogni cinque minuti! Non sarà mai un vero mad tea party finchè tutti gli invitati non saranno impazziti sul serio...

Buona Pasqua! E che sia per tutti un giorno "gioiglorioso"...

giovedì 5 aprile 2012

Tea Party nel Paese delle Meraviglie (prima parte)

E' arrivata la primavera! E' tempo di fiori, rondini in volo e "allegre scampagnate nei boschi"... ma per me e tutti i bimbi dell'asilo, la primavera è soprattutto tempo di lavoretti pasquali!
Come impiegare questa vampata di creatività che mi assale? Semplice! Organizzando un mad tea party ispirato a Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, ovvero: un classico senza tempo, nonchè il sogno di una vita.
In questo e nel prossimo post dedicato all'argomento vi proporrò alcuni suggerimenti gastronomici e svariate, pazze idee per decorare la vostra tavolata vittoriana!
L'ideale sarebbe allestire tutto all'aperto, ma se non avete un giardino o una veranda (come nel mio caso) dovrete optare per un tè casalingo (che comunque hai suoi vantaggi: qui in Puglia da un po' di giorni a questa parte soffia un'impetuosa bora triestina che rischierebbe di schizzare il tè in faccia a tutti gli invitati o, nella peggiore delle ipotesi, spazziarci via tutti fino al regno di Oz, ma quello è un altro libro...)
Bando alle ciance, entriamo subito nel vivo! Iniziamo dall'ingrediente principale di ogni tea party degno di questo nome: il tè. Io ho scelto un cocktail di sapori esotici che fa tanto Commonwealth: tè verde, rooibos, fiori di karkadè, rosa canina, maracuja, biancospino e ananas (FrutTè di Planta Medica).
Quanto alle delikatessen, vi passo sottobanco la ricetta semplice semplice dei dolcetti al cocco di mia sorella, altrimenti noti col lezioso nome di Cocco-le. Si tratta di una versione light dei Raffaello... in pratica sono fatti di luce, aria e pensieri felici. Che gusto però! Ecco qui la ricetta, un procedimento davvero elementare, anche per chi è rimasto fermo all'Humpty Dumpty all'occhio di bue. Prima di cimentarvi in qualsiasi prova gastronomica, ricordate sempre cosa vi direbbe Anna Moroni: ti sei lavato/a le mani, tesoro?
Non si sbaglia mai, così. Garantito.


Avrete senz'altro notato le decorazioni a forma di fenicotteri, sfortunate mazze da croquet della Regina di Cuori (evidentemente ignara delle leggi a tutela degli animali... se lo venisse a sapere sarebbe il finimondo: ta-glia-temi la teeesta!"). Realizzarli, comunque, non è difficile: disegnate (o stampate) e ritagliate alcune sagome di questo eccentrico uccello e incollatene due tra loro frapponendovi uno stuzzicadenti, dopodiché aggiungete i dettagli con i pennarelli. Io ho dotato le "zampe" di un tocco coloristico in più, utilizzando questo nastro adesivo fucsia ereditato da mio zio, che lo usava ai tempi dell'università. Non chiedetemi a cosa servisse: è un mistero irrisolto della cancelleria anni '80. In effetti, guardandoli meglio, più che le zampe rosate dei fenicotteri quelle sembrano gli scaldamuscoli fluo di Cindy Lauper...


E ora che abbiamo sudato ai fornelli, ci riposiamo un po' con qualche idea per le decorazioni! Ecco qui i quattro segnaposto che ho realizzato: Alice, la Regina di Cuori, il Cappellaio Matto e il Bianconiglio. Li ho fabbricati utilizzando una tecnica mista: collage, disegno libero e applicazioni in stoffa o altri materiali (come il fiocchetto di tulle sul cammeo di Alice o la cordicella di una bustina di tè per la tazza-tuba del Cappellaio). Se il disegno non è il vostro forte, oltre che minacciare con un'ascia da boia quel vostro amico che disegna come Raffaello (tutti hanno un amico del genere), potete sempre stampare da internet delle immagini adatte, magari le splendide illustrazioni originali di John Tenniel.
Dove mettere il segnaposto? Potete legarlo al manico della tazzina con un nastro coordinato come ho fatto per la Regina, oppure nasconderlo nel risvolto del tovagliolo a forma di cuore come per Alice. Quanto ai tovaglioli, ho preferito optare per i colori primaverili (rosa, celeste, verde chiaro, lilla...) e riservare i colori più accesi ai segnaposto personalizzati. Cliccando qui potete seguire il video-tutorial di una certa Mrs.Gill, che, allegra e sorridente, vi mostrerà come piegare i tovaglioli a forma di cuore. E' facile come bere una tazza di tè!
Naturalmente potete realizzare figure più ambiziose, come il Bianconiglio, la rosa, il Big Ben e le infinite altre varianti disponibili su Youtube, ma in tal caso i tovaglioli di stoffa sono sicuramente i più indicati.


Ora ritorniamo in cucina e occupiamoci del piatto forte! Mezzo mondo è ossessionato da cupcakes e macarons, ma io ho preferito dare spazio a un altro dolcetto che, dopo molti anni di popolarità, è oggi ingiustamente trascurato: il muffin. Essendo intollerante al lattosio, ho seguito la ricetta vegana del blog di CambioCuoco (blog consigliatissimo, vista la grande attenzione rivolta alla cucina light e lacto-vegetariana). Se però siete degli inguaribili succhia-mucche, ecco qui la ricetta straripante di lattosio di Giallo Zafferano. Qui, invece, trovate le istruzioni per la ghiaccia reale, perfetta per decorare muffin, biscotti e cupcakes! Se siete nati per maneggiare il sac à poche, un bel "Eat me" glassato è l'ideale per rendere davvero carrolliano il vostro tea party (come avrete notato, me n'è venuto "bene" solo uno... ma con la ghiaccia reale potete farci di tutto, anche dei simpatici pois effetto funghetto allucinogeno del Brucaliffo, in più la farina di cocco, lo zucchero a velo, le gocce di cioccolato bianco e le codette colorate fanno pur sempre la loro porca figura!)


Se questi suggerimenti vi sono piaciuti, non perdete il post di domani, con tante altre pazze idee per la decorazione della tavola, l'abbigliamento e in più una grossa, grassa sorpresa!
(So cosa state pensando, e la risposta è sì: sono matto come un cappellaio!)

martedì 27 marzo 2012

Il fascino del tricheco ("Concorso di bellezza per mugs")

"Freddo polare fuori, caldo tè dentro! Impossibile non sciogliersi
come ghiaccio al sole di fronte al muso paffuto di questo tricheco
(un modello di bellezza non convenzionale!)
"
Se vi stavate chiedendo che cosa abbia fatto per queste due lunghe settimane di silenzio, eccovi una risposta noiosa: studiato per quel maldito examen de literatura española.
Ma non temete, già da questa settimana riprenderò ad aggiornare regolarmente (se non più spesso: ho già una serie di ideuzze con cui spero di farmi perdonare...)
Oggi vi parlo del Giveaway* "Concorso di bellezza per mugs**" organizzato da La Mia Teiera (blog obbligatorio per tutti i veri teinomani). Quella che vedete qui accanto è la tazza che ho scelto per il concorso, acquistata con mia somma soddisfazione dall'Oceanògrafic di Valencia...
Se vi state chiedendo come diavolo mi sia venuto in mente di proporre una tazza del genere per un concorso di bellezza, la risposta è semplice... anzi, le risposte. Ce n'è una seria, una semisera e una stupida.
Innanzitutto, però, escludo subito l'ipotesi che senz'altro vi sarà venuta in mente, cioè che si tratti di un omaggio a quell'"astuto tricheco" di Valeria Marini (così apostrofata dal flessuoso Divino Otelma).
Inizio con la motivazione seria, anzi, serissima, cioè il messaggio ecologico di questa mug: i trichechi e gli altri animali artici vanno difesi dallo scioglimento dei ghiacci, una minaccia pericolosissima anche per la nostra pellaccia!
Passando poi alle motivazioni semiserie, ho scelto questa tazza perchè per una volta tanto vorrei che si proponesse un modello di bellezza alternativa! Così il tricheco, con quel muso paffuto e simpatico, non può che essere un esempio perfetto di non conventional beauty (lo propongo alla Pupa come prossimo testimonial).
In più mi piace il contrasto termico tra il tè bollente e il freddo glaciale dell'habitat di questo adorabile sirenide.
Qualche giorno fa, poi, guardando la trasmissione di Volo (sono capitato lì per sbaglio), ho scoperto che i trichechi in natura hanno rapporti eterosessuali quasi solo durante la stagione degli amori (della serie "mo ci tocca"), mentre per tutto il resto dell'anno preferiscono divertirsi fra maschietti... perciò è pure una tazza gay-friendly!
Il motivo più idiota, invece, è che questa mug mi ricorda inevitabilmente il tenero tricheco dello spot Vigorsol di qualche tempo fa, che vi ripropongo qui sotto. Chi mai al mondo non vorrebbe farsi abbracciare da un tricheco? Chi rinuncerebbe a quel caldo abbraccio dall'avvolgente profumo di massa lipidica sottocutanea, salsedine e oloturie?

Insomma, se anche voi non sapete resistere al fascino anticonvenzionale di questo meraviglioso animale, votate la mia mug dandole un bel "mi piace" sulla pagina facebook del Giveaway "Concorso di bellezza per mugs" di La Mia Teiera e vengo lì, ovunque voi siate, ad abbracciarvi forte fino a soffocarvi (o, se preferite, in cambio del vostro voto non vengo lì da voi). Avete tempo fino al 20 aprile per votare... ma perchè aspettare?
Se volete saperne di più sul meraviglioso mondo dei trichechi, proseguite nella lettura!

* Per chi non lo sapesse (io l'ho scoperto neanche un mese fa), giveaway è un termine figo per dire "concorso a premi organizzato da un blog". Un sinonimo è anche blog candy.
** Mug fa molto più figo di "tazza".

sabato 17 marzo 2012

"Il cavallino bianco" di Elizabeth Goudge (arretrati infantili)

Il cavallino bianco - Moonacre,
di Elizabeth Goudge, BUR, 280 pg.,
8,90 €
Ci sono giorni in cui non posso fare a meno di chiedermi: ma cosa diavolo ho fatto da bambino? Oltre a rileggere sette volte tutti e sette i volumi di Harry Potter (meritevolissimi)? Come trascorrevo i miei pomeriggi oziosi? Ho la risposta: non leggendo tutti gli altri libri che avrei dovuto leggere, così che mi ritrovo valanghe di libri arretrati. Basti dire che ho letto Le Cronache di Narnia a sedici anni, Alice nel paese delle meraviglie a diciotto e il mago di Oz a diciannove (camuffando la copertina per non farmi sorprendere in pubblico con in mano un libro per bambini... o meglio, per bambine, gli unici realmente degni di essere letti).
Oggi ho deciso di inaugurare su questo blog la rubrica "Libri che avrei dovuto leggere nell'estate dorata della mia fanciullezza". Comincio con Il cavallino bianco, di Elizabeth Goudge, un classico per l'infanzia in tutto il mondo anglofono, ma quasi sconisciuto in Italia. Personalmente, sono venuto a sapere della sua esistenza grazie a Harry Potter: era il libro preferito da J.K. Rowling quando ancora usciva di casa coi codini, mentre io l'ho divorato tra un capitolo e l'altro del mio astruso manuale di letteratura spagnola.
E' stata una lettura zuccherosa e per questo assurdamente eccitante: un libricino bizzarro, lezioso, fru fru che è un piacere!
Un misto tra un romanzo austeniano, un episodio di Sailor Moon e un libro di catechismo, il tutto condito con una spruzzata di polvere di fata alla Peter Pan e un tocco di mistero in stile Il giardino segreto.
Maria (Dakota Blue Richards) abbraccia la tenera lepre
Serena in una scena di Moonacre - i segreti dell'ultima
luna, film tratto dal romanzo di Elizabeth Goudge (se
pur con vistose licenze). 
Credo di essere l'unico in Italia
ad averlo visto...
La storia prende luogo in Inghilterra, nel 1842, quando la tredicenne londinese Maria Merryweather, rimasta orfana e senza il becco di un quattrino, si trasferisce con la fida governante Miss Heliotrope nella misteriosa e incantevole valle di Moonacre Manor, dimora e proprietà dei Merryweather dal tempo dei vichinghi. Tra passaggi segreti, antiche leggende e creature fatate, Maria scopre di essere destinata ad espiare un'antica colpa di famiglia e riportare l'armonia tra i suoi membri (i Merryweather lunari, cioè quelli nati nelle ore notturne, e i Merryweather solari, quelli venuti al mondo nelle ore del giorno).
Si tratta di una paciosa, deliziosa, ingenua fiaba romanzata in cui le faide ataviche si risolvono con un tè, una fiaba in cui gli abbondanti riferimenti religiosi (la Goudge è figlia di un reverendo) si accostano con disinvoltura all'elemento fantastico. Il cavallino bianco è un Harry Potter embrionale, un fanciullesco fantasy pastorale in cui il peggior crimine commesso dai "cattivi" è il furto di bestiame. A renderlo così piacevolmente stucchevole sono le descrizioni liriche, più particolareggiate di un quadro fiammingo, come anche l'attenzione tutta modaiola ai vestiti indossati dalla protagonista e all'elemento cromatico. Sono i colori, simbolici e non, ad occupare il campo "visivo" durante la lettura: dal viola eliotropio al violetto delfinio, dal giallo zafferano al rosa salmone (quest'ultima nuance è persino cruciale, ridicolmente cruciale, a un certo punto della storia!)
Maria Merryweather, poi, è un personaggio difficile da dimenticare: una civettuola protagonista per cui è impossibile non provare simpatia, la versione ottocentesca (e più morigerata e simpatica) di Paris Hilton, con tanto di cagnolino scondinzolante al seguito, senza contare un'arca di Noè di mille altre bestie da fare invidia a una principessa Disney: il cagnone Wrolf, il pony Pervinca, la lepre Serena, il gatto Zachariah... insomma, solo non si vedono i due liocorni (ah, no, come non detto: il liocorno c'è eccome!).
Insomma, Il cavallino bianco riesce ad essere suggestivo e archetipico come una fiaba e, al contempo, frivolo, spensierato e adorabilmente kitsch come una soap-opera.
Non mi stupisce che la piccola Rowling abbia "adorato" questo romanzo: sono molti gli elementi da lei ripresi nella saga potteriana (ma sempre con originalità) e molte anche le lezioni ereditate dalla Goudge (superando la maestra), innanzitutto l'abitudine di disseminare indizi qua e là. Insomma, entrambe le scrittrici non lasciano mai nulla al caso...
Se siete interessati alle numerose analogie tra Il cavallino bianco e Harry Potter - individuate da me personalmente -, continuate a leggere, ma a vostro rischio e pericolo: allarme spoiler!


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