Visualizzazione post con etichetta lingue. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lingue. Mostra tutti i post

giovedì 26 marzo 2015

Una serie di accademici accadimenti IX - Chiamatemi (un) dottore


Giocare d'anticipo non è mai stato il mio forte. Anzi, di solito avere i minuti i contati è l'unica cosa che mi spinga all'azione. Stranamente, però, i dettagli della mia laurea erano ben chiari nella mia mente sin dall'immatricolazione. Prima di tutto avevo già progettato, sfornato e guarnito la torta con la sac-à-poche della mia immaginazione. Citando me stesso in un post di ben tre anni fa, al "primo piano, color giallo grano, con delicati papaveri rossi e uno zuccheroso Don Chisciotte con la lancia di cioccolato fondente puntata contro giganteschi mulini a vento di marzapane" ho pensato di aggiungere, a rappresentanza della cultura anglofona, un altro complessato letterario, Amleto, con l'immancabile teschio in mano, seduto in malinconica meditazione sulle merlature del secondo piano, modellato a forma di torre. Sin dalle prime bozze il principe shakespeariano indossa una casacca blu, una calzamaglia rosso scuro e un cappello con piuma in tinta, esattamente gli stessi colori che avrei indossato io. Perché blu e rosso scuro è stato il fortunato accostamento che ho scelto per il mio primo esame e che è diventato poi, insieme all'immancabile spilletta porta-fortuna di Topolino, la bicromatica uniforme di tutti quelli a seguire, fino all'ultimo. Non so perché l'università, che dovrebbe aprire e illuminare le menti, in realtà tiri fuori sempre il lato più superstizioso delle persone. Di tutti i rituali magico-sciamanici per ingraziarsi gli astri, però, il migliore resta quello di mia sorella, che ad ogni esame pretendeva di indossare - pena una terribile sciagura - un outfit fresco d'acquisto. Mica scema.
 Avendo selezionato anni prima l'argomento della tesi (i racconti fantastici di Dino Buzzati), ho cominciato al più presto ad avventurarmi nel dedalo delle biblioteche universitarie. Ad un bibliotecario ho dovuto fare lo spelling di "Einaudi", cognome che, se non per il presidente, avrebbe dovuto conoscere anche solo per la casa editrice. Riuscito per miracolo ad ottenere i libri, mi sono appassionato agli studi dei teorici che si sono interessati al tema del fantastico in letteratura, soprattutto Tzvetan Todorov, critico le cui pagine ho compulsato così di frequente da valutare attentamente se era o no il caso di invitarlo ai festeggiamenti. In momenti di delirio ho persino rimodellato la canzoncina de Il mio vicino Totoro col suo nome:
♪ ♫ Todorov, To-do-rov! Todorov, To-do-rov! ♫ 
Ovviamente prima ancora di portare a termine il mio lavoro mi ero già premurato di scegliere la giusta tonalità di rosso per la copertina in pelle, in modo da abbinarla alla mise del gran giorno. Grazie all'aiuto della commessa Marcella ho scelto un bel completo a quadri, naturalmente blu notte e bordeaux, che credo di aver visto indosso anche a quell'icona di stile che è Fabio Fazio (in effetti davanti alla commissione ero teso come se avessi dovuto intervistare Madonna.) "Sembri Battiato! E anche un po' Benigni! Ah, ed Enzo Miccio... e un po' Marco Mengoni!" ha esclamato entusiasticamente mia madre, decisamente maldestra quando si tratta di fare complimenti.
Nel frattempo, nella mia frenesia da sposina maniaca, avevo fatto presente ad amici e parenti che un bel mazzo di fiori non è un omaggio gradito solo alle donne, e ho colto l'occasione di party, ricevimenti e aperitivi per buttare lì con non chalance informazioni di vitale importanza, tipo il mio odio per i girasoli. Immaginando la vostra apprensione al riguardo, vi rassicuro anticipandovi che infatti ho ricevuto solo bellissimi anemoni e amarillidi scarlatte, senza alcuna traccia di quelle ingombranti eclissi floreali che proprio non sopporto!
Avevo opportunamente preventivato anche eventuali indisposizioni o spiacevoli imprevisti estetici come quel maledetto herpes che spunta fuori nottetempo e ti sorprende al risveglio quando ormai non c'è più niente da fare. Così avevo già stabilito tempo addietro di imburrarmi la bocca con una noce di Aciclovir, cosa che ho fatto e che ha spaventato a morte mia sorella al suo rientro a casa alla vigilia dell'evento.
Quello che non avevo previsto, però, è che qualcosa di ben più odioso di un herpes stesse ticchettando nel mio corpo come una bomba ad orologeria. Un destino maligno infatti ha pensato mussolinianamente di "spezzarmi le reni" a poche settimane dalla tanto attesa laurea. Mentre ripetevo in automatico il mio discorsetto in italiano, inglese e spagnolo (sentendomi un capitano di crociera al cocktail di benvenuto), un misterioso doloretto ha cominciato a pulsare all'altezza della vita, come se qualcuno mi avesse spillato il fianco destro con una minuscola, invisibile graffettatrice. In breve tempo quella piccola fitta si è fatta via via più acuta, finché, gettati all'aria gli appunti, ho iniziato a galoppare furiosamente per casa emettendo il bramito del cervo trafitto da una freccia. Nonostante avesse la mia piena autorizzazione, mia madre si è rifiutata di uccidermi e porre fine alla mia sofferenza, e ha continuato a lavare i piatti, sfregandoli con più vigore per via della preoccupazione. Alla fine abbiamo chiamato l'ambulanza, ma anche dopo due flebo di antidolorifici continuavo a rovesciare gli occhi al cielo come un novello San Sebastiano. Dato che normalmente vivo in pigiama e giacca da camera, ero già pronto per il ricovero. Così mi hanno portato in ospedale, dove finalmente i medicinali hanno cominciato a fare effetto, al punto che ero abbastanza lucido da rimpiangere di non aver messo il pigiama blu anziché quello scozzese, che non era affatto abbinato alla giacca. Dopo due o tre diagnosi sbagliate, ho scoperto di avere un minuscolo granello di sabbia incastrato in quella clessidra naturale che è l'apparato urinario umano. Il dottore mi ha spiegato che non bevo abbastanza, che ho avuto una colica renale e che finché il calcolo non sarà espulso potrebbero seguirne altre, senza alcun preavviso. Magari - ho pensato con mio sommo orrore - anche il Giorno della Laurea.
Vi lascio immaginare quale profonda angoscia mi abbia procurato il pensiero di dover giocare una partita a flipper col mio corpo, con una biglia che sbatacchia da una parte all'altra tra i miei organi interni, quando invece avrei dovuto concentrarmi solo sulla tanto sospirata conclusione dei miei accademici affanni.
"E' un dolore terribile, lo so" mi ha confortato il medico, alla mia terza colica in due mesi, a una sola settimana dal giorno X. "Pensa che è paragonato a quello del parto..."
"Ah sì?"
"Almeno potrai dire di aver fatto anche questa esperienza!" ha aggiunto, con una risata. Non l'ho mandato al diavolo solo perché aveva una siringa di antidolorifico in mano. E comunque gli stavo già mostrando il mio sedere.
Non oso immaginare le conclusioni che avranno tratto i nostri vicini quando, all'alba del grande evento, mi hanno udito sbraitare dal bagno, mentre mi sistemavo la cravatta, "Ma', hai messo le siringhe nella borsa?", e lei ha urlato di rimando dal salotto, "Sì! L'ho messa nella busta con la tesi!"
"E l'ovatta e l'alcool?"
"Anche! Ho preso tutto!"
Kit pronto soccorso alla mano, ho raggiunto sano e salvo la facoltà (malgrado, come abbiamo scoperto durante il tragitto, la macchina del capo avesse un buco nella gomma.) Avevo fatto richiesta di un'ambulanza parcheggiata in zona ateneo, per sicurezza, nel caso che un'ennesima colica mi attanagliasse il fianco nel momento meno opportuno, ma non è stato possibile. Così mi sono assicurato di inserire nella lista degli invitati almeno due infermieri e un paramedico di mia conoscenza, pronti a trasportarmi in barella nello studio del mio relatore e rimettermi in sesto con un'iniezione di coraggio e Toradol...
♪ ♫ Toradol, To-ra-dol! Toradol, To-ra-dol! ♫  
Per fortuna, non c'è stato bisogno di interventi d'urgenza: i gemelli, René e Renée, si sono comportati più che bene. Tutto secondo i miei più rosei calcoli.


Tre giorni dopo torno sul luogo del delitto per dare un ultimo addio alla mia tanto vituperata facoltà. Prima di raggiungerla passo davanti alla copisteria universitaria e, attraverso la vetrina, oltre il bancone, Scazia mi rivolge quel suo sguardo scocciato a cui deve il suo nomignolo. In tre anni l'ho vista sorridere solo una volta, quando a darle una mano con le dispense c'era un tizio con i capelli lunghi alla Piero Pelù e un gilet di pelle nera che lasciava scoperti i lombi pallidi. Per poco non copulavano sulla fotocopiatrice. Sembrava uno di quei film americani in cui una giovane barista bionda, bella ma con neanche una briciola di autostima, si mette a flirtare col camionista di passaggio, nella speranza che possa essere un padre migliore per suo figlio di quanto non sia stato il suo ex, il motociclista manesco finito dentro per guida in stato d'ebbrezza.
Pochi passi e scendo la scalinata immersa nella penombra dell'ingresso di Lingue. Appena un triennio fa ero seduto solo soletto su una di quelle sedie da sala d'aspetto ed esorcizzavo la paura scarabocchiando sul mio taccuino caricature di compagni di corso di cui non conoscevo nemmeno il nome. Guardandomi intorno scopro che non è cambiato poi molto, solo che ora la facoltà di Lingue e Letterature Straniere è diventata il Dipartimento di Lettere Lingue Arti Italianistica e Culture Comparate (io ci avrei aggiunto anche qualcos'altro, già che c'erano: che so, Bricolage e Giardinaggio) e le sedie sono quasi tutte divelte (per sedersi bisogna fare il gioco della sedia. Più facile conquistare il Trono di Spade che trovare una superficie integra su cui poggiare le terga a lezione.) Gli altri studenti (ormai ex-colleghi, come li ridefinisco mentalmente, non senza un certo compiacimento) sono però ancora gli stessi volti senza nome. Questo posto rimane un corridoio di anime perdute, un luogo di amicizie occasionali che durano il tempo di un esame (salvo rare eccezioni.) Accanto mi sfreccia una ragazza sempre troppo truccata con cui non sono mai riuscito a prendermi abbastanza confidenza da suggerirle di smetterla di conciarsi come un quadro manierista. Da lontano, vicino al distributore del caffè, riconosco un altro volto familiare, una dal risolino facile con cui ho dato l'ultimo esame, quella lunga ma magica giornata di novembre. Era terrorizzata all'idea di essere "trombata" dalla professoressa (espressione colorita con cui credo intendesse dire "bocciata".) Provo a salutarla, ma guarda altrove. Quel giorno, quello dell'ultimo esame, c'era anche un piccolo James Franco e un altro ragazzo che mostrava una ben meno lusinghiera somiglianza con Alberto Stasi, senza contare la strana tipa bassina dalla pelle diafana, due sottili occhietti da Maneki Neko e un'ostentata ritrosia a parlare dei rapporti amorosi tra docenti, di cui però si vantava di essere ben informata. Poi c'era anche Toro Sedato, una ragazza con un anello al naso, che indossava un chiodo con sopra la sagoma borchiata di un teschio, aveva palpebre pesanti e una voce morbida e rassicurante. Mentre aspettavamo i comodi della professoressa (che sarebbe arrivata con ore di ritardo e i capelli sapientemente acconciati dal coiffeur), avevamo fatto gruppo, pranzato insieme e, rinunciando a un inutile tentativo di ripasso, ammazzato il tempo facendo l'elenco dei nostri hobby e dei segni zodiacali. Lolita - occhi verdi, i capelli e le labbra rosso carminio e la voce roca che risaliva bollente dalla gola come l'acqua dal fondo di una caffettiera - anche lei dei Gemelli, si è subito mostrata un'esperta astrologa. Chissà se alla fine è riuscita a conquistare, ancheggiando nei jeans a vita alta, il suo amato, pallido professore di portoghese, che ha una folta barba ottocentesca e un'aria malinconica: i nuovi Abelardo ed Eloisa, possibilmente senza castrazione e monacazione finale.
Malgrado l'attesa angosciante, serbo il ricordo di quella giornata come una delle più piacevoli trascorse tra quelle quattro mura. Ci siamo lasciati con la promessa di invitarci tutti alle rispettive lauree, cosa che nessuno ha poi fatto. E forse è stato meglio così.


Il cellulare e il bagliore di un celeste polveroso che proviene dalla finestra mi dicono che sono ancora le sei e mezza. So che non riuscirò a riaddormentarmi, così spiego il piumone come un'enorme ala bianca e lascio che i miei piedi nudi atterrino sulla moquette. Mi sento gli occhi doloranti e caldi, come se durante la notte qualcuno abbia usato le mie orbite per poggiarci due tazze di tè bollente. La doccia non lava via quella sgradevole sensazione e mi rivesto con più concentrazione di quanto l'attività richiederebbe di solito: prima i pantaloni rosso scuro, poi la camicia, e sopra il cardigan blu dai bordi rosso scuro. Troppo stanco per cercare il calzante, mi infilo a fatica un paio di Oxford blu e mi strozzo il collo del piede coi lacci rosso scuro. Come ultima cosa prima di lasciare la stanza, guardo il mio riflesso sullo specchio che mi appunta al petto la spilletta di Topolino,
I tavoli della colazione sono tutti vuoti, eccetto che per un trio di senegalesi. Uno è vestito con una lunga, stereotipica tunica a fantasia giraffa e ascolta da una radiolina una musica tutta percussioni. Accanto a lui, un ragazzo alto mi osserva mentre torno dal buffet col piatto pieno di toast al prosciutto. "Monsieur" attrae poco dopo la mia attenzione, avvicinandosi. Non parla italiano, ma capisco che vuole farmi i complimenti per il look. "Ah, grazie! Merci..." rispondo timidamente, facendomi quasi andare di traverso il caffè. Lo ritrovo poi davanti alla reception e, senza dirmi una parola, mi lascia sorridente il suo biglietto da visita, da cui leggo che si chiama Ahmeth e che è un cantante specializzato in cover di Michael Jackson tradotte in senegalese.
Rassicurato sull'abbigliamento, mi avventuro all'esterno e attraverso il Ponte Mosca, magicamente avvolto da una nebbiolina argentea. E' così che mi figuro le mie sinapsi arrugginite. La Scuola appare prima di quanto mi aspettassi: coi suoi mattoni rossi e l'orologio sembra una vecchia stazione, larga, ben assisa al capezzale della Dora. Davanti, la mongolfiera bianca mi ricorda quella che sorvola il mio paesello la notte del santo patrono. Nella borsa sbatacchiano dei grissini che hanno il sapore e la consistenza di taralli (o dei taralli a forma di grissino), uno snack che, sintetizzando la tradizione piemontese e quella pugliese, spero mi sia di buon auspicio. Nella stessa tasca ci sono anche le gocce di antidolorifico, nel caso un'altra freccia dovesse trapassarmi il fianco.
Passo oltre la Scuola, che malgrado il cancello aperto mi sembra inaccessibile, e ciondolo un po' per la strada incurvata, un ritaglio di provincia in quella grande città. Stamattina è ingombra di bancarelle di antiquariato. Nel giro di pochi minuti, mi travolgono almeno due cagnoni bianchi, due giganteschi licantropi albini, trascinandosi dietro i poveri padroni. Sbriciolo ancora qualche minuto inseguendo il Topolino ricamato sull'enorme zaino di un turista dall'aria teutonica, con la barba candida del nonno di Heidi. Sugli usci di bar e negozi di cimeli chiacchierano energicamente capannelli di anziani, tra cui uno con un impermeabile-mantello e una ragnatela di lana adagiata sulla pelata. Sembra Diagon Alley.
Con mezz'ora d'anticipo ritorno davanti alla Scuola, e mi metto a fissare col naso all'insù il drago di bronzo sopra l'arco dell'ingresso. Non è Hogwarts, ma l'ispirazione sembra quella.
Emetto un sospiro, il primo di una lunga serie, quel giorno, e mi decido ad entrare.
Una gentile Bianca Balti in versione intellettuale fa accomodare me e altre giovani facce portatrici di sorrisetti nervosi in una stanza foderata di legno chiaro. L'ambiente ricorda una sauna finlandese, e in effetti si suda, ma per la difficoltà dei test a cui siamo sottoposti, tra scrittura creativa, cinema, televisione, giornalismo, serie tv e comunicazioni web.
Sei, estenuanti ore dopo seguiamo Bianca nel tour dell'istituto, lungo corridoi tinti a colori vivaci in cui mi chiedo se potrò tornare. Gli studenti ci guardano con divertita curiosità, totalmente a loro agio, e mi chiedo se potrò sentirmi così anch'io. In biblioteca noto con entusiasmo infantile uno splendido samovar a fiori, e mi chiedo se potrò spillarci una tazza di tè.
"In bocca al lupo a tutti, allora" ci saluta la nostra guida. "Spero di ritrovarvi presto qui alla Holden!"
Contro ogni mia previsione, ci tornerò da studente.

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

giovedì 4 luglio 2013

Una serie di accademici accadimenti II - Grandi speranze


Credo che l'università sia il mio Vietnam.
Parafrasando una celebre frase di Joseph Conrad (che mi ha salvato le terga durante un a dir poco burrascoso esame di letteratura), nei primi giorni di università, noi studenti "frequentiamo così come sogniamo: soli."
In effetti, agli inizi, piuttosto che entrare in un'aula già piena e dover sfilare davanti a centinaia di sconosciuti, con tutti gli occhi puntati addosso, preferivo di gran lunga darmi alla fuga, tracolla e gambe in spalla, alla ricerca di un angolino buio del giardino pubblico, un cuore di tenebra dove poter regolarizzare il battito accelerato e il respiro affannoso, domare i miei attacchi d'ansia e riprendermi da quel campo di battaglia noto come "università".
Ho trascorso le mie prime settimane mantenendomi a distanza di sicurezza dagli altri, seduto su una panchina a leggere (tutto tranne che i miei libri di testo) o ad esorcizzare il mio senso di inadeguatezza disegnando sul moleskine caricature dei miei compagni di studi, i più buffi o i più antipatici, attribuendo loro mentalmente un'ampia gamma di soprannomi, come Becco-di-Marabù, Miss Piggy, Guance-di-Scoiattolo o Miss Piggy II.
D'altronde la mia è una facoltà che, sulle prime, non incoraggia certo la socializzazione. Anzi, mette anche un po' paura. Per esempio, corre voce che ci sia un maniaco appostato nel bagno del secondo piano a cui piaccia spiare da un foro le attività biologiche espletate nel cubicolo accanto, fornendo suggerimenti e commentando la performance in corso. Pare, inoltre, che il bagno del piano terra nasconda l'ingresso della Camera dei Segreti, da cui fuoriesce di soppiatto un orrendo basilisco pronto a uccidere con lo sguardo chiunque non abbia sangue francese nelle vene. Tra gli altri eccentrici personaggi che popolano questo bizzarro mondo parallelo, c'è anche la ragazza dall'aria spiritata, che vaga per l'edificio con un cilindro nero in testa e un paio di occhialetti tondi, spazzando il pavimento con l'orlo di un interminabile gonnellone gypsy. Altrettanto curiosa è anche quella che io chiamo, per non sbagliarmi, la Persona: non scherzo, dopo tre anni non ho ancora capito se sia un corpulento ragazzo che tossisce in modo particolarmente femmineo o solo una ragazza molto mascolina (forse dovrei chiedere delucidazioni al sopracitato maniaco del bagno, ammesso che esista: solo lui saprebbe darmi le risposte che cerco.) Nella deliziosa triscaidecalogia di Una serie di sfortunati eventi Lemony Snicket descrive un personaggio altrettanto androgino, ma non ero mai riuscito a figurarmelo, prima di adesso.
Tuttavia la facoltà di Lingue, questa variopinta e vociante Babele, è abitata da personaggi di gran lunga più sgradevoli di un pervertito voyeurista. Sono quelli che io chiamo le MaleLingue. Non mi stupirei se gli autori della Pixar si fossero ispirati a loro per il prequel d'ambientazione universitaria di Monster & Co.
Un esempio è il Fantasma degli Esami Precedenti, lo studente che ha tentato e ritentato tutti gli esami almeno venti volte e, non importa quale docente tu possa nominare (puoi anche inventarne uno), la reazione sarà sempre la stessa: bocca spalancata in un muto urlo di Munch, seguito da "Noo... il professor Campacavallo/la professoressa Capracampa?! E' uno/a stronzo/a! Boccia tutti!"
Poi c'è l'éstone semi-nuda che non sa mettere in fila neanche due parole in italiano ma esibisce fiera una scollatura profonda quanto un fiordo (un decollétè talmente eloquente che praticamente fa l'esame al posto suo).
Altro personaggio molesto è la... sto cercando un soprannome adatto, una definizione simpatica, ma proprio non c'è verso: mi viene in mente solo l'Infame. E spero apprezzerete la magnanimità dell'eufemismo, visto che ogni volta che la incontro, senza neanche avere il tempo di rispondere a un "come stai?" di circostanza, esordisce domandando: "Che esame stai preparando?"
"Be', ho appena passato lo scritto di Serpentese. Ora volevo dare Linguaggio Farfallino II..."
"Cosa?! Devi ancora darlo quell'esame?!" mi interrompe, con divertita incredulità (e senza risparmiarsi una risata.) "Io l'ho fatto mesi fa!"
E sai che ti dico? Chifi cafazzofo sefe nefe frefegafa! Verrò a festeggiarti il giorno della tua laurea, conseguita a velocità record, con la media del diciotto e pernacchia accademica.
Ma la peggiore di tutti, quella che ha messo più gravemente alla prova la mia pazienza è senz'altro Nanette, un'odiosa gnometta da giardino che ho conosciuto quando ancora studiavo francese. Per parafrasare, non Conrad, ma l'altrettanto saggio Nigel de Il Diavolo veste Prada: "Persona piccola: ego smisurato." Tronfia e piena di sé, è convinta di essere la reincarnazione di Cleopatra, la regina poliglotta, o di avere un pesce Babele infilato su per l'orecchio, pronto a tradurle simultaneamente qualunque idioma della galassia: le lingue non hanno segreti per lei.
Un brutto giorno d'inverno Nanette mi ha teso un agguato che non sono mai riuscito a perdonarle, sorprendendomi in un momento di relax, mentre, sdraiato su una gelida panchina come un vagabondo dickensiano, mi stavo appassionando al racconto delle disavventure di Pip. Inaspettatamente, il suo naso tuberoso fa capolino sopra la pagina che stavo leggendo, gettando un'ombra ancora più nera su quel libro pieno di sfortunati eventi.
"Ciao! Cosa stai leggendo?"
"Grandi speranze, di Charles..."
"...Dickens, lo so" completa lei, con un'alterigia degna di Estella. "Adoro quel libro! Me lo fai vedere?"
Glielo consegno con una certa riluttanza, e la osservo mentre esamina, con interesse filologico, la mia frusta edizione, per poi fermarsi a rimirare la copertina, aggrottando le sopracciglia.
"Ah... ma è in italiaaaaano..." biscica, lanciandomi il romanzo come se fosse l'autobiografia di Barbara D'Urso e scoccandomi uno sguardo di gelido disgusto, lo stesso che avrebbe potuto rivolgere a un graffito osceno sulla porta della toilette. Il mio primo istinto è stato quello di abbassarle sugli occhi quel suo ridicolo cappello rosso, una specie di berretto frigio che sarebbe à la mode solo nel paese dei Puffi. "E' una lettura di piacere" le ho risposto, invece, a denti stretti.
Vorrei poter dire che quello è stato l'ultimo incontro spiacevole, ma, non so perché, agli esami scritti mi trovo sempre seduto accanto a una ragazza agghindata come Elle Woods (cioè vestita interamente di rosa confetto, con lo smalto rosa confetto, il cerchietto rosa confetto sui capelli biondi e le espadrillas ai piedini smaltati di rosa confetto) che allinea sul banco la sua leziosa penna rosa confetto (con tanto di unicorno in cima), le sue matite rosa confetto e il suo temperamatite rosa confetto, e dispone simmetricamente davanti a sé il vocabolario foderato di carta rosa confetto e il quaderno dalla copertina rosa confetto, per poi guardarmi con aria di sfida, come se non vedessi l'ora di disfare quel suo ordine maniacale approfittando di un momento di distrazione.
Eppure, solitamente, il lasso di tempo che precede un esame è un ottimo momento d'aggregazione sociale. Sapete com'è, quando si aspetta di essere esaminati: "Tu cos'hai studiato di questa parte?", "Dite che questo paragrafo lo chiede?" e via dicendo. Basta poco per creare un gruppetto solidale: ci si ristora ai distributori automatici, uno inizia a intonare In taberna quando sumus, gli altri rispondono in coro, e in men che non si dica, bibit ille, bibit illa ("Bibit tè o camomilla?") si va a creare quella salutare atmosfera goliardica che smorza la tensione in vista dell'imminente singolar tenzone, quella col professore, che lancia sguardi in cagnesco dalla cattedra. Intanto cominci a pensare di avere un certo feeling con una ragazza in particolare, ci parli, scopri di condividere gli stessi interessi e principi morali, scherzi insieme a lei, ridete e vi divertite, mentre la stanza si svuota e gli altri studenti tornano a casa (a festeggiare, a farsi consolare o sorbirsi il solito "poteva andare peggio, ma poteva andare meglio"). Poi arriva il tuo turno, affronti l'esame con ritrovato coraggio e, visto che ormai siete rimasti solo tu e lei, decidi galantemente di aspettarla. Finito anche il suo supplizio, uscite insieme dalla facoltà, continuando a conversare amabilmente, la accompagni alla stazione e per poco non la porti in braccio sul treno per risparmiarle, da perfetto gentiluomo, la fatica di salire tre gradini. Saluti con entusiasmo quella che credi essere una nuova amica, e lei ricambia con altrettanto trasporto, assicurandoti che rimarrete in contatto.
Poi, lo stesso giorno, rifiuta la tua richiesta d'amicizia su Facebook.
Ripercorri mentalmente tutto ciò che hai detto o fatto, cercando di capire cosa possa aver offeso la sua sensibilità o cosa possa averti fatto apparire così sgradevole. Hai persino finto di trovare carino il suo orrendo yorkshire (che hai visto in foto sul suo cellulare)! Una sola, imperdonabile colpa, emerge da questa riesamina: aver ricevuto un voto più alto del suo. E pensare che il professore si è persino scusato per non averle messo la lode.
Fortunatamente a salvarmi dal mio scoramento e dalla mia misantropia, sono sopraggiunti amici semplicemente adorabili. Due di queste sono vere e proprie supereroine, la saggia, pacata Stormy e la vulcanica Y-Girl, dalla chioma color gelato variegato all'amarena. Se non avessi conosciuto loro, probabilmente sarei rimasto lì, impalato e tremante davanti alla macchinetta del caffè, assorto nei miei malinconici pensieri da "poeta crepuscolare" (così sono stato definito dalla perspicace Y-Girl, che ha anche scelto il mio pseudonimo da supereroe, Tasky Boy, vista la mia abitudine di suggere nervosamente uno Yoga Tasky dopo l'altro, o, in mancanza di succhi di frutta tascabili, il mio pollice.)
Purtroppo, proprio quando cominci a sentirti un po' più sicuro di te, quando finalmente hai trovato degli amici disposti a sopportare le "tue ossessioni e le tue manie", quando pensi che andrà tutto bene, che ce la puoi fare... a ributtarti giù ci pensano gli studenti un po' più agé, che si aggirano per i corridoi in cerca di sostegno da parte dei più giovani, col chiaro obbiettivo di risucchiare tutta la loro forza vitale. Per carità, fanno anche un po' tenerezza, e non dev'essere facile per loro...  ma non è facile per nessuno!
"Scusami, potresti prestarmi i tuoi appunti? Sai, perché io lavoro... E magari mi imbuchi anche lo statino? No, perchè col lavoro io proprio non posso... Ascolta, appena si hanno notizie del professore mi fai sapere? Come sai, io lavoro..."
E ma se lavori, perché sei qui a togliere l'aria a noi povere anime condannate? A noi giovani negletti, puniti dalla gerontocratica Italia solo per l'imperdonabile colpa di essere giovani?
Noi giovani d'oggi non ci riusciamo proprio, a ribellarci, come Giove, al régime degli ancien, a porre un limite alla fame nervosa di Crono. Al contrario, continuiamo a seguire l'esempio del pio Enea, che si caricava sulle spalle il vecchio padre acciaccato, quando forse avrebbe anche buoni motivi per scrollarselo di dosso: il caro Anchise, dopotutto, ha vissuto la sua vita (e se la è pure spassata con Venere!) Quand'è che tocca a noi, vivere la nostra? Così ci ritroviamo a dover sgomitare anche col pensionato che ha deciso di portarsi a casa una terza laurea, per sport, come alternativa alla briscola o alla bocciofila.
Pensandoci, di solito preferisco gli adulti ai miei coetanei, ma un contatto intergenerazionale di cui avrei potuto benissimo fare a meno è senz'altro quello con la petulante Mrs.Robinson, che non perde occasione per appiccicarmisi addosso (e non sono ancora laureato!)
Quando non riesco ad evitarla (dandomela a gambe o fingendo di essere un attaccapanni), mi afferra per il braccio e mi tiene in ostaggio per ore, riversandomi addosso tutte le sue ansie, accrescendo i miei dubbi, riportando a galla quelli ancora latenti, per poi stordirmi con un raffica di domande miste a sterili ciance: "Ma a che ora comincia la lezione? Per l'esame scritto è necessaria la penna nera o posso usare anche quella blu? Ma tu quante ore studi? Credi che la professoressa McGranitt mi lascerà sostenere l'esame per prima se le dico che devo accompagnare mia suocera dal cardiologo? Dov'è la toilette delle signore? Dove...? Cosa...? Perché...? Quando...? Ma...?"
Qualche volta vorrei riuscire ad essere spietato e insensibile, anziché soccombere e mostrarmi sempre disponibile. Anche perché molto spesso i professori sono più gentili e accomodanti con gli studenti più maturi, e la cosa non può che suscitare tutta la mia pulsante invidia. "Tesoro mio" vorrei tanto risponderle, premendole delicatamente un dito sulla bocca, "tu pensi di aver trovato in me la tua ancora di salvezza, ma io, ahimè, ne so meno di te! Non lo vedi che sono un irrecuperabile inetto? Così coliamo a picco tutti e due, capisci? Mi dispiace, ma non posso affogare per insegnare a te come nuotare a cagnolino, quando io a malapena arranco a stile libero! E' dura da accettare, zucchero, ma l'università non si frequenta, si sconta. E' una dura lotta per la sopravvivenza..."
Lo so, mi vergogno dei miei stessi pensieri. Comincio ad assomigliare a quella terrorista della professoressa Zizzania, ma come darle torto? In tempo di guerra, si sa, mors tua vita mea.
Ma la colpa non è certamente nostra.
Inferno terreno, orrida fucina di infelicità è il luogo che piega una giovane mente al cinismo e all'individualismo senza scrupoli!
Quando non si è che un numero di matricola, quando la propria persona è ridotta a poco più che una targa d'automobile, si inizia inevitabilmente ad agire e pensare con robotica freddezza.

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - VolverEpisodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

venerdì 21 giugno 2013

Una serie di accademici accadimenti I - Stranieri e strani estranei

Spero vi piaccia l'ananas, il tropical mix era esaurito. E l'ACE non mi piACE. Ma chi può
aver inventato un gusto del genere, un farmacista?
Mentre percorro il lungo e impervio sentiero dorato, lastricato di buone intenzioni, che conduce verso l'agognata Laurea, comincio ad avvertire il rapido ed inesorabile declino delle mie facoltà mentali. Perciò ritengo sia il momento di raccontarvi, prima che sia troppo tardi, delle mie avventure in facoltà. Naturalmente, però, la lettura di questo post è facoltativa. Potete benissimo avvalervi della facoltà di leggere altro, ma se vorrete proseguire vi sarete guadagnati almeno un pied-à-terre nel mio cuore (se commentate anche una villetta, sempre nel mio cuore.)
Ad immatricolarmi ci sono andato attaccato alla gonna di mammà, e so cosa penseranno molti di voi: quanto sia disdicevole varcare la soglia dell'Alma Mater con la propria madre. Ma vi posso assicurare che la sua era una presenza puramente rituale. Ho ritenuto doveroso che presenziasse a questa cerimonia di passaggio. Non l'ho certo voluta accanto a me per supplire alla mia sveviana inettitudine o alla mia avversione per qualsivoglia pratica burocratica. E poi comunque la sua presenza è stata concepita soprattutto come una citazione dell'episodio di Una mamma per amica in cui Lorelai e Rory fanno una gita ad Harvard. Ma mentre le Gilmore contemplano ammirate i gloriosi cancelli dell'illustre università il cui nome fa rima con il regno degli déi nordici e si soffermano a rimirare i gloriosi cancelli da cui sono entrati e usciti fior fior di premi Nobel, quando io e mia madre abbiamo posato per la prima volta lo sguardo sulla facoltà di Lingue, ci siamo piacevolmente sorpresi dell'apparente stabilità architettonica dell'edificio e della rassicurante presenza di uscite d'emergenza. Mia madre ha cominciato, come suo solito, a familiarizzare con tutti gli studenti intrappolati nella coda purgatoriale della Segreteria, ed è inutile dire che nel giro di mezzora era in grado di recitare a memoria vita, morte e libretto di tutti i presenti. "Vedrai, ti troverai bene" mi assicura una ragazza dalla voce roca di tabagismo, guardandomi con i suoi intensi smokey eyes appena nascosti dietro il sipario di un caschetto biondo sporco, "Forse dal prossimo semestre ci sarà anche la carta igienica nei bagni..."
Deliziati dalla notizia, volgiamo le nostre attenzioni a una ragazza italo-venezuelana, abbordata (ça va sans dire) da mia madre, che l'aveva sentita parlare in spagnolo al telefono, visibilmente affannata, afflitta e sfiancata dall'afa. La maja, mentre si desnuda per combattere il caldo, mette a nudo le sue preoccupazioni, dimostrando anche lei una scarsa dimestichezza con la lentocrazia universitaria.  Così la aiutiamo a procurarsi un modulo di cui era sprovvista e, un istante dopo, una madre venezuelana si materializza davanti a noi, straripante di gratitudine, neanche avessimo strappato sua figlia alle acque infide del Maracaibo. La donna, che chiameremo Doña Gloria, riesce ad eclissare totalmente la sopracitata socievolezza di mia madre: dopo appena due minuti, si rivolge a lei e a me con espressioni come "mi amor" e, per di più, ci fornisce una dettagliatissima, picaresca autobiografia, soffermandosi sulle motivazioni che l'hanno indotta ad abbandonare Caracas: una storia personale a metà strada tra Eliodoro e Anche i ricchi piangono, la telenovela preferita dei miei nonni. Noi la ascoltiamo rapiti, all'ombra della sua opulenta,  prosperosa corporatura. Era come trovarsi difronte all'Archetipo della Madre, o a una di quelle floride dee precolombiane piene di seni e serpenti attorcigliati alle braccia, simboli della fecondità della Natura, con un bacino ampio e generoso come quello del Rio delle Amazzoni. Al congedarsi, ha rinnovato i suoi affettuosissimi ringraziamenti, ci ha baciati appassionatamente sulle guance e avvinti in un stretta da anaconda. A dire il vero, Doña Gloria ha abbracciato (senza alcun motivo) anche il Ragazzo Piccione, un tipo strano che ci ha seguiti ovunque, facendo avanti e dietro col collo come il suddetto volatile, con uno sguardo fisso e un po' ebete e la strana boccuccia perennemente contratta, ma con una piccola apertura al centro (una specie di sfintere, più che una vera e propria bocca).
In ogni caso non potrò mai dimenticare quel lungo abbraccio... caldo, umido e profumato come la foresta pluviale: è stato un po' come stringere tra le braccia l'intero Sudamerica. Non potevo desiderare benvenuto più caloroso.
La professoressa Zizzania, una delle mie insegnanti di francese, ha accolto me e i miei compagni quasi con altrettanto calore, facendo sfoggio, alla sua prima lezione, di eccezionali doti parenetiche: "Non troverete mai lavoro, il vostro impegno non verrà mai ripagato, molti di voi finiranno a rovistare nei rifiuti, o con la faccia premuta contro la terra a mangiare radici come Rossella O'Hara. Non c'è speranza, non c'è felicità, quello che voi chiamate 'vivere' è solo 'morire vivendo'. Che ci state a fare qui? Questa facoltà non servirà a niente. L'università non serve a niente. Siete spacciati! Io non ho figli, ma se ne avessi probabilmente li mangerei, perché le condizioni ambientali non sono abbastanza favorevoli per la loro sopravvivenza: non ci sarebbe cibo a sufficienza per tutti, figuriamoci mandarli all'università! E' un mondo crudele, non esiste più liberté, egalité, nè tanto meno fraternité! Bisogna lottare con le unghie e con i denti per sopravvivere. Pochissimi ce la fanno. Quasi nessuno. Sicuramente non voi. Andate via. Scappate. Io sto per andarmene. Tutti dovrebbero andarsene. La fine è vicina. Recessione! Morte! Distruzione! Apocalisse!"
Credo abbia alle spalle un passato da ragazza pon pon, perché il suo discorso è stato davvero incoraggiante: mi ha incoraggiato a cambiare classe e lingua. Adieu français!
Le mie prime settimane da universitario sono state decisamente solitarie. Spaventato ed ancor emotivamente troppo fragile, credo di aver trascorso più tempo nei pressi della mia facoltà o nelle facoltà altrui che nella mia. Non so quanto questa dicitura sia diffusa sul territorio nazionale, ma almeno da noi si suole definire "Scienze delle Merendine" i rami universitari giudicati inutili o meno impegnativi di altri. Ebbene, io sono uno dei pochi che possa affermare di averle studiate davvero, le merendine: le macchinette degli snack, così luminose e materne, sono state un enorme fonte di conforto. Passavo quasi tutto il tempo a poppare dagli Yoga Tasky, neanche fossi Maggie Simpson (Freud direbbe che sono rimasto fermo alla fase orale, cosa che comporta vittimismo, dipendenza dal cibo e sarcasmo pungente). Mi divertivo perfino a confrontare i prezzi e la qualità degli snack delle varie facoltà come Di Pietro, l'impiccione di Occhio alla spesa, che va in giro a chiedere alle vecchiette quanto hanno pagato i pomodori pachino o l'insalata belga: comprare una bottiglietta d'acqua da Psicologia al prezzo irrisorio di venticinque centesimi mi faceva sentire un genio della finanza, e quando c'erano le vaschette di ananas a chilometro zero.. era un po' come Natale. Senza contare il mio adorato succo di frutta al gusto di detersivo (il segreto è il sapore saponoso della melissa) o il sublime purè di mela di Medicina.
Ma il mio porto sicuro, il mio rifugio preferito dalle brutture del mondo era senza ombra di dubbio il ristorante greco dietro l'angolo, così accogliente, con quell'atmosfera ellenica che mi ricordava tanto il mio liceo classico, e così allegro, con tutto quel tripudio di azzurro e bianco ottico che fa tanto Mamma mia!.
Mentre cercavo di mandar giù la mia pita gyros con patatine spolverate di paprika mantenendo allo stesso tempo una minima parvenza di dignità (impresa impossibile), mi capitava spesso di ripensare alle parole della Zizzania. Il suo volto, dalle fattezze spaventosamente simili a quelle della professoressa Fullin, appariva minaccioso e incombente su di me come un'apparizione del Macbeth, non per impartirmi una lezione di tuscolano, bensì preannunciandomi un futuro da clochard.
Per adattarmi alla vita in strada, ho deciso, di condurre il mio lavoro di universitario en plain air: perché studiare in una stanzetta poco areata, seduto accanto a un tizio sudato che legge "a bassa voce", quando posso farlo al fresco, comodamente adagiato su una panchina, sotto l'ombra di una palma, circondato da vetrine di lusso, sotto gli occhi benedicenti dei commessi di Louis Vuitton?
Un dì, mentre ero immerso in tali considerazioni, qualcuno attira la mia attenzione: è una ragazza giapponese, accaldata e disperata, che, trascinandosi dietro il suo trolley, mi chiede le indicazioni per la stazione. "Oh, è semplicissimo, deve solo proseguire dritto. Non può sbagliare."
"Grazie mille" risponde lei, con un sospiro di sollievo. "Sei l'unico che conosca l'inglese tra quelli che ho incontrato..."
"Non sai quanto sei stata fortunata ad avermi incontrato, Katsuko" penso, tutto tronfio e soddisfatto, carezzando con uno sguardo di tenera compassione i vecchietti e i liceali disertori che ciondolano oziosi per la strada. Ma la sua fortuna più grande è stata pormi l'unica domanda a cui avrei saputo rispondere, visto l'ormai proverbiale senso dell'orientamento del sottoscritto, che deve disseminare la strada di patatine alla paprika per ritrovare la fermata dell'autobus.
Guardando il suo sorriso senza età e, subito dopo, i suoi capelli (lunghi e neri come quelli di Sailor Mars) dondolare appena al suo incedere verso la stazione, ho capito che, tutto sommato, ho fatto la scelta giusta per me. Se la mia deve proprio essere un'esistenza da pícaro, se proprio dovrò vivere di espedienti, saprò di poter sempre salire su un treno, o volare, come un uccello migratore, verso nidi più sicuri, o lidi più caldi (inettitudine permettendo).
Qualche, volta, però, pur parlando la stessa lingua, noi essere umani riusciamo ugualmente a non capirci. Una sera, di ritorno dalle lezioni, camminavo per quella che io chiamo affettuosamente International Square, per il suo essere un affascinante melting pot di lingue e culture. Ma al calar del sole, d'inverno, quando gran parte delle badanti, ciarliere e rassicuranti, è ormai a casa da un pezzo, ben pochi lo definirebbero un locus amoenus. Affretto il passo, cercando allo stesso tempo di mostrarmi disinvolto, ma queste raffinate tecniche di dissimulazione falliscono nell'ambiziosa pretesa di rendermi invisibile come un furtivo ninja. Un uomo punta gli occhi su di me e, con fare minaccioso, ringhia: "Le scarpe e la borsa."
Io abbasso istintivamente lo sguardo sulle mie scarpe e la mia tracolla. Confuso, miagolo un "Scusi, non ho capito."
Lui, deciso a non argomentare, si limita a ripetere: "Ho detto, le scarpe e la borsa."
Avevo un vago sospetto che volesse portarmele via, ma non capivo perché rimanesse lì, a tre metri di distanza, anziché assalirmi come ogni scippatore degno di rispetto. Non avevo ben capito quali fossero le sue intenzioni e mi sembrava scortese chiedere: "Mi scusi, vuole derubarmi, vendermi qualcosa oppure farmi i complimenti per le mie scarpe e la mia tracolla di pelle?". Sarei apparso ingenuo, prevenuto e vanesio allo stesso tempo. Così alla fine ho optato per la parte a me più congeniale: quella dello svampito. "Mi scusi, non ho capito" chiudo lì, e mi allontano con non-chalance. Il presunto scippatore questa proprio non se l'aspettava. Rimane con un palmo di naso, poi mi grida dietro, infuriato: "Ma lo capisci l'italiano?!"

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

venerdì 26 ottobre 2012

Oslove

Dettaglio de L'urlo di Munch (Munchmuseet/Oslo Nasjonalgalleriet): il grido che nasce
dalle viscere di una larva amorfa, un essere senza sesso, nè età: un essere che incarna
il minimo comune denominatore di un'umanità destinata a soffrire.
Ecco il tragicomico resoconto del mio primo viaggio (quasi) da solo a Oslo, e tutto sommato poteva andare molto peggio, considerando il mio trolley suicida (se lo lasci solo cade, un po' come il proprietario). In aeroporto sono stato abbordato da una logorroica ragazza vestita da gaucho (interamente coperta di jeans, con tanto di stivali da cavallerizza), che, ignorando del tutto i posti assegnati, si è seduta accanto a me bombardandomi di chiacchiere per tutte le due ore di volo: mi ha raccontato tutto dei suoi cavalli, del suo ragazzo, dei cavalli del suo ragazzo, dei ragazzi del suo cavallo e mi propone anche di fare domanda d'assunzione presso il negozio di articoli sportivi per cui lavora (chiunque mi conosca anche solo un po' saprebbe che non sarei mai credibile come commesso in un negozio di articoli sportivi).
Finalmente il nostro aereo atterra a Zurigo,  Calamity Jane è subito calamitata dal suo fidanzato e io posso finalmente godermi le mie sei ore d'attesa prima del volo per Oslo. In questo breve spazio di tempo sono diventato il massimo esperto di Agatha Christie ed Edvard Munch (che accoppiata allegra!). Ah, e ho anche bevuto il tè più costoso della mia vita: sei euro per una tazza d'acqua marrone. Quando il cameriere mi ha portato il conto stavo quasi per sputargli in un occhio, ma, fortunatamente per lui, sono stato educato come un piccolo lord e quindi non ho mai imparato a sputare. Per quel prezzo mi sarei aspettato come minimo di bere un pregiatissimo tè bianco servito in una tazza di porcellana cinese Ming sorretta dalla proboscide di un elefante indiano coperto di ricchissimi ornamenti.

Un plumbeo scorcio della via principale di Oslo, famosa per essere stata scelta
da Munch come teatro dell'angoscia borghese in Sera sul viale Karl Johan
(Bergen Art Musem, in basso).
Ancora Karl Johan Gate, l'insegna della fabbrica di cioccolato Freia
(Munch decorò la mensa riservata alle operaie), e un troll sorpreso dal sole
e quindi pietrificato davanti all'ingresso di un negozio di souvenir.
Amettiamolo: la città di Oslo non è poi gran cosa. Ciò che la rende magica è
senza dubbio l'atmosfera: impossibile dimenticare i colori dell'autunno,
il cielo grigio, i suoi palazzi austeri, il ghigno
inquietante dei troll, lo svolazzare goffo
dei corvi (grossi come struzzi), e la natura che si insinua tra
le case dai tetti spioventi, tinte d'ocra, rosso cupo e verde scuro, come quelle
del Monopoli.
Ho pensato di risparmiarvi le solite foto delle attrazioni principali della città, in primo luogo perchè la mia macchina fotografica va praticamente ad energia solare, poi perchè le foto dei monumenti su Wikipedia sono di gran lunga più belle delle mie, e infine perchè non ero molto in vena di scattare fotografie, visto che ho girato quasi tutta Oslo da solo. La mia amica Mary Cherry ha avuto la geniale idea di beccarsi la febbre. Non faceva neanche troppo freddo... il maglione di lana blu e rosso con renne e fiocchi di neve potevo anche lasciarlo a casa.
Fortunatamente però abbiamo trovato una perfetta guida nel padrone di casa dello studente Erasmus da cui ci siamo piazzati, ovvero il "divino" Tor, il norvegese per antonomasia: biondo, occhi azzurri, alto e bianco come una betulla.
Ci ha letteralmente caricati in macchina e ci ha deliziato con un meraviglioso tour del fiordo di Oslo. A pochi minuti dal centro della città, l'auto si avventurava già nel bel mezzo della natura selveggia: infinte foreste verdi macchiate d'autunno, solcate da torrenti, dove ti aspetteresti di intravedere occhi lucenti di troll nascosti sotto il tappeto di foglie gialle. Da un tronco d'abete avrebbe potuto far capolino una hulder incuriosita: le avvenenti fanciulle delle leggende, con coda vaccina e schiena legnosa, che attraggono gli uomini nella penombra dei boschi, li seducono, e si accoppiano con loro fino a condurli alla morte o alla follia (simpatiche, eh).

I drammatici paesaggi grigio ferro della Norvegia non potevano che ispirare
Edvard Munch per Malinconia (Oslo Nasjonalgalleriet, in basso), opera in cui la natura
diventa cornice e  ritratto del dolore umano. Il tetro scenario marittimo sembra
quasi emergere dai pensieri del ragazzo, relegato in un angolo del dipinto.

Il giorno dopo Tor ci porta più su, per farci ammirare l'inquietante trampolino da ski jumping, e a quel punto i paesaggi ottobrini ingialliscono nella nostra memoria, coperti all'improvviso da una spessa coltre bianca di neve.
Tornati dalla nostra gita a Narnia, ho dato sfoggio delle mie doti culinarie preparando con le mie manine una fragrante focaccia pugliese. La gestazione è stata un vero supplizio e le patate norvegesi (color rosa antico) non mi ispiravano molta fiducia, ma, dopo preghiere al dio del lievito, dita incrociate, abbracci, crisi isteriche e rassicurazioni, il risultato è andato ben oltre le mie più rosee aspettative. E poi si accostava a meraviglia col delizioso succo di fiori di sambuco fatto in casa di Tor (per questo si è guadagnato anche il soprannome di "il mago dei succhi" o "il meraviglioso mago di Ozlo").


Naturalmente non potevo tornare in Italia senza una manciata di parole frivole da aggiungere alla mia collezione. Mi sono reso conto ben presto di aver memorizzato vocaboli norvegesi troppo utili, come lufthavn, "aeroporto", sult, "fame" e ut, "uscita". Perciò sono subito corso ai ripari affidandomi a Tor, che, oltre ad essere un musicista, è anche un traduttore poliglotta: insieme al norvegese e all'inglese, parla perfettamente svedese, finlandese e tedesco, mastica l'estone, il francese e lo spagnolo e capisce quasi perfettamente l'italiano (l'ho sentito leggere la voce "Cime di rapa" su Wikipedia e la sua pronuncia era praticamente impeccabile.)
Così ora, grazie a Tor e ai suoi vocabolari (mai visti così tanti in vita mia), se dovessi trovarmi in uno zoo scandinavo saprei distinguere senza problemi un flaggermus ("topo svolazzante", cioè "pipistrello") da un bavian, "babbuino", in più potrei benissimo dichiarare di non essere un morgenfrisk ("mattiniero") e vantarmi di avere una  rigogliosa bjørk ("betulla") in giardino.
Ma Tor ha avuto soprattutto il merito di avermi svelato un grande mistero: la "ø"
si pronuncia un po' come il francese eau, e personalmente lo trovo un segno grafico estremamente sexy.

sabato 6 ottobre 2012

Todo sobre mi Madrid (capitolo terzo)

Statua di Filippo III e Real Casa de la Panederia, Plaza Mayor

Come promesso, oggi vi presento la più pazza dei miei compagni di viaggio, ovvero Grace, l'amica di famiglia che tutti mi invidierete per la sua doppia anima da signora un po' vamp e da adolescente scapestrata. 
Grace mi ha dato grosse soddisfazioni nell'apprendimento dello spagnolo: sono riuscito quasi a farle imparare a memoria la Legge di Marta, senza contare che ha acquistato non poca familiarità con gli avverbi deittici. In realtà, però, col suo savoir-faire, è perfettamente in grado di abbattere ogni barriera linguistica. Eccovi un esempio.
Il burro cacao è un oggetto di per sè dispettoso, in quanto piccolo e facile da perdere o dimenticare. Normalmente lo trovi dappertutto: in bilico sulla mensola della cucina, infiltrato tra i trucchi delle donne di casa, mimetizzato nel portapenne o semplicemente gettato lì sul letto. Ma quando c'è bisogno di lui, è introvabile. E' matematico: ogni qualvolta che abbandono il suolo natio, le mie labbra si screpolano fino a cadere a pezzi, bruciando talmente tanto che mi stupisco di non vederle lampeggiare come l'insegna di un night-club. Disperato, corro alla ricerca di una farmacia. Il mio vacabolario tascabile non mi aiuta, visto che c'è solo la voce "screpolato" (agrietado) e non "burro cacao", perciò, fatta irruzione nella farmacia più vicina, sono costretto a lanciarmi in un acrobatico giro di parole, che suona più o meno come: "Salve, mi servirebbe qualcosa per le labbra screpolate. Mi scuso, ma non conosco la parola adatta a descrivere tale oggetto." Il farmacista, con un sorriso bonario, mi dà quello che mi dice chiamarsi labél ("Ah, come il Labello!" collega poi mia madre, fiera di tale eccezionale scoperta etimologica).
Qualche giorno dopo, sarà per la forza della suggestione o per il solleone madrileno, anche Grace lamenta un insopportabile bruciore labiale. Senza perdere altro tempo, si dirige a passo sicuro verso la stessa farmacia. Al suo ingresso, l'aria condizionata gonfia il suo foulard a stampa floreale dandole un'aria botticelliana, mentre incede eterea verso il bancone e, facendo sfoggio di innato charme, mima il gesto di mettersi il rossetto, riuscendo ad ottenere in pochi secondi il burro cacao tanto bramato.
Due approcci diversi: zelo linguistico da "maestrino" versus linguaggio del corpo. Stesso risultato. Ma in fondo è questa diversità che fa di me e Grace una coppia vincente: Raffy&Grace, la risposta italiana a Will&Grace.

Plaza de las Ventas, la terza plaza de toros del mondo. Inspiegabile la presenza
di Sarah Jessica Parker vestita da torero sul cartellone pubblicitario all'ingresso.

Alla ricerca del duende (letteralmente "folletto", ma qui nel senso lorchiano di "anima, estasi, arte, autenticità" spagnola), ci siamo avventurati a Plaza de las Ventas, teatro di quello che Hemingway chiama (a ragione) "magnifico incubo": la corrida. Lo spiritello ci guida poi in un teatro diverso, a Plaza de Tirso de Molina, dove assistiamo estasiati a Carmen, spettacolo in cui Bizet duetta meravigliosamente con il flamenco del Ballet de Madrid: una corrida danzata, dove piedi scattanti diventano zoccoli di toro in corsa, e il battito del cuore segna il ritmo di una danza tellurica, fatta di euforica disperazione, amore, morte e follia (il tutto impreziosito dai commenti di Grace sulle grazie del primo bailaor).
Il duende, non ancora soddisfatto, ci spinge ad ammirare il Guernica, intenso e struggente capolavoro di Picasso, re incontrastato del Reina Sofia, museo importante, interessante, ma non più entusiasmante del Museo del Prado, almeno per me, che sono tanto rivoluzionario nella vita quanto reazionario nell'arte. Tralasciando il microclima artico (le opere andranno pure conservate a basse temperature, ma quantomeno il costo del biglietto dovrebbe comprendere una tenuta da samoiedo),  mi ha stupito soprattutto l'audio-guida offerta all'ingresso. La prima audio-guida filosofica. La prima audio-guida pensante, ma soprattutto questuante: "Lei, gentile visitatore, cosa ne pensa di questo quadro? Quali sono, secondo lei, i colori predominanti?" domanda la voce registrata, "Quali emozioni le suscita?"
Non so voi, ma io non sono abituato a rispondere alle domande di aggeggi tecnologici a cui non interessa veramente la mia risposta. A un certo punto, più che una visita guidata, mi sembrava di essere in un episodio di Dora l'Esploratrice.
Reina Sofia. Il monumento di Pablo Picasso alla disperazione e all'ira, Guernica, dipinto
dopo il bombardamento tedesco della città durante la Guerra Civile Spagnola,
nell'aprile del 1937.
Ma le stranezze non finiscono qui. Gesti apparentemente semplicissimi come spedire una cartolina possono diventare quasi mortali in una grande città come Madrid. Vi domanderete chi è che invia ancora cartoline a questo mondo: io e Grace.
Dopo aver cercato francobolli in lungo in largo per tutta la capitale spagnola, grazie ad una soffiata, cingiamo d'assedio El Corte Inglés per raggiunge una tabaccheria, apparentemente l'unico tipo di negozio provvisto di sellos. Gli orari dei negozi a Madrid sono molto rilassati: prima delle dieci e mezza non si apre niente, se non la credenza per tirar fuori le tazze da colazione. Così io e Grace, giunti davanti all'ingresso del grande centro commerciale, ci troviamo il passo sbarrato da una burbera guardia di sicurezza. Bersagliato per ben cinque minuti dagli sguardi in cagnesco di Grace, Cerbero finalmente ringhia qualcosa come: "Vale, potete entrare."
Ora, trovare una tabaccheria ne El Corte Inglés non è impresa da poco, viste le luci abbaglianti, gli espositori e le vetrine sirenesche, ma fortunatamente troviamo molti commessi pronti ad aiutarci e a darci indicazioni (che assomigliano terribilmente alle istruzioni di un ballo di gruppo). Dopo mezz'ora di arriba e abajo, raggiungiamo, muovendo la colita, il piano inferiore, dove, però, la tabaccaia, simpatica come una sigaretta spenta sulla pelle, ci annuncia che possiamo comprare dei francobolli solo nell'ufficio postale, nel piano sotterraneo.
Io e Grace ci avventuriamo giù per una squallida scalinata in stile Guillermo del Toro e inizia così la nostra catabasi negli Inferi. Ci ritroviamo, spaventati e smarriti, in una specie di fosco parcheggio sotterraneo, di quelli dove ricattatori o strozzini danno appuntamento alle loro povere vittime, là dove osano i ratti. Mezzi asfissiati da fumi sulfurei, tremando all'idea di essere coinvolti da un momento all'altro in una sparatoria, finalmente avvistiamo la luce. Un'insegna luminescente, gialla, con su scritte parole di salvezza: Correos, ufficio postale. Io e Grace ci scambiamo un sorriso incerto, ma, sollevati, come topi scampati all'incendio, corriamo verso la fine della nostra avventura ipogea, un viaggio spirituale che è metafora dell'umana esistenza. Poi, improfumate, baciate e spedite le nostre cartoline, usciamo a riveder le stelle.
Continuarà...

mercoledì 8 agosto 2012

"La collina dei conigli" di Richard Adams

La collina dei conigli
di Richard Adams, BUR,
432 pg., 12,90 €
Estate, tempo di letture sotto l’ombrellone… e per la serie “Le Copertine più Imbarazzanti da Esibire in Spiaggia”, propongo La collina dei conigli di Richard Adams, un solenne romanzo epico “a metà strada tra Tolkien e Orwell” (ma io ci metterei nella mischia anche Omero e Virgilio).
A dispetto del titolo poco accattivante (non che l’originale, Watership Down, sia granché), si tratta di un classico della letteratura moderna, un piccolo capolavoro scritto da Richard Adams negli anni ’70 e ora messo a scongelare sugli scaffali delle nostre librerie (gli arcaismi e i dialettismi della traduzione italiana, però, lasciano a desiderare).
Guerre, vendette, ire funeste, inganni ed enigmatiche profezie: gli ingredienti sono quelli di un poema epico, ma i protagonisti, come avrete ormai intuito, sono dei conigli.
Okay, aspettate un momento… non andate subito via.
Non si tratta di una favoletta piena di animaletti parlanti e un po’ rimbecilliti in stile Hamtaro – piccoli criceti, grandi avventure. I conigli di Adams non sono coniglietti dalle code vaporose che ballonzolano distribuendo ovetti pasquali ai bambini o le leziose bestioline che popolano le favole di Beatrix Potter, ma animali selvatici, tosti, astuti, che lottano con gli unghioli e con i denti per la sopravvivenza. Animali che se le danno di santa ragione, neanche fossero Bud Spencer e Terence Hill.
Adams sì che sa come far sentire qualcuno un coniglio. Bastano poche pagine, e le tue gambe fresche di ceretta si trasformano in lunghe e agili zampe impellicciate. Inizi a correre, e a balzare fulmineo nelle sterminate campagne dello Hampshire, col cuore che dà il ritmo alla tua corsa. E i tuoi sensi sono più veloci delle tue zampe: le tue narici captano il tanfo della volpe nascosta dietro quel cespuglio di viburno, le tue orecchie odono gli zoccoli di un cavallo al trotto da chilometri di distanza. Pochi righi, e sei un coniglio.
Richard Adams apre le porte di un mondo sconosciuto, più vicino alla terra, e fa dei conigli un popolo valoroso, di cui ricostruisce religione, mitologia, cultura e persino linguaggio.
I protagonisti sono figure archetipiche, come il Profeta Inascoltato, la vox clamantis in deserto, ovvero l’esile ed etereo Quintilio, che prevede la distruzione della sua conigliera, e come Cassandra, non viene creduto, se non da pochi, come suo fratello Moscardo. Quest’ultimo è la Guida, la reincarnazione conigliesca di Enea, l’eroe della moderazione, che condurrà via da Troia in fiamme i suoi compagni e li guiderà verso la nuova terra, promessa dagli dèi, dove vestirà i panni di Romolo e darà il via ad un vero e proprio Ratto delle Sabine, per dare inizio ad una nuova, gloriosa dinastia. Ma insieme a loro c’è anche il fiero e indomito Achille, che qui è il forzuto coniglio Sglaili. E Orfeo, il poeta che ammansisce le belve con la sua cetra, qui interpretato dal cantastorie Dente di Leone. E non manca l’ingegnoso Odisseo, dai mille espedienti, nascosto sotto la pelliccia del sagace Mirtillo.
Infine, il coniglio primigenio, quello di cui parlano tutte le leggende: El-ahrairà (“Il Principe dei Mille Nemici”), un po’ Robin Hood, un po’ Prometeo, un po’, ancora, Ulisse. Un trickster che ricorda il Br’er Rabbit della cultura afro-americana, l’astuto coniglio che riesce a farla in barba al leone. E' con questo personaggio avvolto da un’aurea di sacralità, Adams dà corpo al messaggio fondamentale del romanzo: la supremazia della mente sulla forza bruta.

Se avete dato un’occhiata ai quattro episodi della Guida semi-seria alle lingue inventate e/o segrete, saprete quanto io ami le lingue artificiali. A queste si va ad aggiungere il Lapino (dal francese lapin, “coniglio”), la lingua inventata da Adams per questo romanzo, che ha solleticato la mia vanità con la parola, “principe, sovrano”. Si tratta di una lingua estremamente fluffy (o così almeno la definisce il suo creatore), apparentemente influenzata dal gaelico e dall’arabo. Chi dovesse essere interessato, può cliccare su "Continua a leggere..." e consultare il piccolo glossario lapino-italiano per parlare con i vostri amici conigli o per insultare i vostri amici umani senza farvi capire (Siflai hraka, u embliri rà: "mangia la cacca, re dei puzzoni!")

lunedì 9 luglio 2012

Quattro famiglie inglesi per Raffy (episodio #2)


Nella scorsa puntata di Quattro famiglie inglesi per Raffy abbiamo fatto la conoscenza dei Thebuckle, i primi concorrenti della nostra gara tra famiglie...
Oggi, invece, spicchiamo un salto in avanti nel tempo, fino alla mia seconda estate zmuffiana, durante la quale sono stato ospite dell'eccentrica famiglia Stalker (ovviamente questo non è il loro vero cognome... ma è molto simile a quello reale e quasi altrettanto inquietante. Per motivi di privacy non posso rivelarlo esplicitamente, ma vi darò un indizio: per quanto ne so, potrebbero benissimo essere imparentati con l'autore di Dracula... Okay, è come se ve l'avessi detto.)
Forte della mia passata esperienza, durante questo secondo mese in Inghilterra ho potuto finalmente demolire (quasi del tutto) la fastidiosa barriera linguistica, unico ostacolo alla mia piena comprensione della realtà antropologica britannica. Il primo anno, infatti, è stato per me una vera sfida comunicativa e la mia unica arma, ahimè, era l'inglese scolastico. Vi basti sapere che il mio primo giorno a Zmuff, Jenny Thebuckle (che, ricorderete, è stata la mia prima host-mother) mi aveva chiesto semplicemente "are you catholic?", e io cosa vado a capire? "Are you catleek?"
Non le ho risposto subito... sono rimasto a fissarla come un ebete per mezz'ora, pensando: "Catleek...? Cat-leek...?! 'Porro-di-gatto'...?!"
Qualche giorno dopo, le chiedo in prestito un paio di forbici, ma avevo pronunciato scissors con la "sc" italiana (per gli amici, "consonante affricata palatale sonora") e lei ci ha messo tre ore per capire cosa volessi, nonostante gliele mimassi con le dita. Voi fareste tante storie se vi chiedessero in prestito un paio di forbisci?
Senza contare la volta in cui mi aveva riso in faccia dopo che le avevo chiesto un air-dryer ("asciuga-aria") anzichè un hair-dryer ("asciuga-capelli").
In effetti, ripensandoci, non è che Jenny fosse poi così simpatica. Decisamente meglio Jane Stalker, che vi presenterò tra poco...
Dicevo... avevo  già alle spalle un mese in Inghilterra, ero ormai sedicenne e mi sentivo molto più cosmopolita e self-confident.
Per dirla breve, gli inglesi si erano sempre vantati di non aver subito altre invasioni straniere dopo i Normanni, ma non avevano fatto i conti con un nuovo, insospettabile Conquistatore.
Di chi sto parlando?
Lasciate che mi presenti.
Il mio nome è Raffy,
e sono l'Esperto di Famiglie Inglesi.

Piccola premessa: tutto quello che leggerete riguardo gli Stalker è assolutamente vero, per quanto assurdo possa sembrare.
Se dopo la lettura di questo post avrete
ancora voglia di patatine (ne dubito),
vi consiglio di provare le Walkers Sale &
Aceto. Non c'è niente di meglio, per me,
in Inghilterra.
La famiglia Stalker è senza dubbio una delle più strane che abbia mai conosciuto, a partire dalla capo-famiglia, Jane, una donna dai tratti orientali, sempre sorridente e dotata di un umorismo contagioso. Quando è venuta a prendere me e il mio conquilino dall'aeroporto, ha ammirato le nostre coloratissime valigie stipate nel bagagliaio e ha commentato, in tono lezioso: "Un arcobaleeeeno!". In quel momento ho pensato che fosse strafatta, poi ho capito che è così di suo. Più tardi ancora, ho capito che è così per via dei calici di vino che ama degustare ogni sera in cucina con aria meditabonda...
Giunti a casa, ci presenta i suoi tre figli: i gemelli (sei anni in due) Moses e Moab, e sua figlia Sherman, di undici anni o giù di lì, con i suoi occhi leggermente a mandorla e il caschetto di capelli castani. Se i nomi di questi poveri bambini vi sembrano assurdi, sappiate che quelli veri sono anche peggio: se volete sapere come ha avuto il coraggio di chiamare sua figlia, vi basta cercare "sciamana" su un vocabolario d'inglese (per un bel po' di tempo non ho potuto fare a meno di ridere ogni volta che Jane la chiamava, visto che la pronuncia è molto simile a quella di "scema".)

Quanto ai gemelli, gli Stalker hanno optato per dei nomi biblici: Moses, ovviamente da Mosè, e Moab, un tizio che (testuali parole) "compare in un paio di pagine della Bibbia". E meno male che i nomi li hanno pescati dalla Bibbia e non da qualche altro best-seller... D'altronde Stephenie Meyer ha chiamato la figlia di Edward e Bella Renesmée, perciò il pericolo è terribilmente reale...
Jane, comunque, sembra essere fiera delle sue scelte onomastiche e mi ha confidato che in famiglia ne sono tutti invidiosi: "Mio cugino ha chiamato i suoi figli Skylark ["allodola"] e Sparrow ["passero"]... chiaramente voleva battermi in originalità, ma non c'è riuscito."
Durante il giro turistico per la casa (che sarebbe sembrata lussuosa se non avesse avuto l'aria di essere stata appena travolta da un uragano... anzi, a giudicare dall'arredamento animalier del salotto, qualcuno doveva aver giocato a Jumanji, lì dentro...), noto nella credenza una tazza con su scritto "Whitney" e, roso dalla curiosità, domando: "Chi è Whitney? L'altra tua figlia?"
"Ehm, no, è mio marito."
"Ah."
Segue qualche minuto di silenzio imbarazzante. Poi mi spiega che Whitney è usato come femminile soprattutto in America, mentre in origine nasce come nome maschile (in realtà il signor Stalker non si chiama realmente Whitney, ma ha comunque un altro nome bisex... non ve lo dico, ma, se proprio insistete, ve lo lascio capire: è stato battezzato come il biondino per cui Rossella O'Hara si prende una sbandata tremenda in Via col vento.)
Whitney, che era stato via per lavoro, torna a casa pochi giorni dopo il mio arrivo.
E' un militare. Aristocratico, brizzolato, atletico e terribilmente snob (ho sempre pensato di stargli sulle scatole: la moglie deve avergli detto che pensavo fosse una donna).

Un giorno ho avuto anche l'immenso piacere di conoscere sua sorella Karina: dall'aspetto non si direbbe che sono parenti. Lui è un ufficiale gentiluomo, lei è una specie di Woody Allen in gonnella. Per quanto si chiami Karina, i suoi modi sono tutt'altro che carini... anzi, è un'impareggiabile cafona. Ha fatto irruzione in cucina insieme al suo caro fratellino e, appena ha visto me e il mio coinquilino, ha chiesto a Whitney: "Cosa sono questi?" (Ha detto proprio "cosa"... "What are they?").
E lui risponde: "This is Student A and this is Student B."
Ah. Ah. Ah!
Simpatia portalo via... via col vento, proprio.
Come dicevo, non si direbbero fratelli a giudicare dall'aspetto, ma per tutto il resto sono praticamente gemelli. Siamesi. Un mostro mitologico a due teste.
Ma sarà meglio tornare a Jane, visto che ho ancora un po' di cose da dire su di lei. Come definirla se non come la perfetta donna di casa? L'incarnazione dell'"angelo del focolare" di memoria vittoriana? Jung aveva chiaramente in mente lei quando ha definito l'archetipo della Madre.
Cosa rende Jane una così formidabile puericultrice?
Innanzitutto il suo abbigliamento, sempre impeccabile. Esempio: un bel giorno, io e il mio coinquilino eravamo spaparanzati sul divano con Sherman, concentrati sulla complicatissima trama di un episodio di Raven, quando Jane fa la sua apparizione con un aderentissimo vestito nero a prova di visita ginecologica, stretto in vita da una cinta in stile cow-girl (con conseguenziali esondazioni adipose sui fianchi). Rimaniamo a bocca aperta davanti a tale visione, mentre Jane fa roteare la chioma fluente con la disinvoltura di una cubista consumata, ci lancia uno sguardo da pantera e, con fare seducente, ci informa: "Ragazzi, vado a prendere i bambini dall'asilo."
Ah... non al night-club qui vicino?
Un altro motivo percui Jane meriterebbe il titolo di madre dell'anno è la sua maestria ai fornelli. Non si perde d'animo neanche di fronte a difficoltà per altri insormontabili: hai dimenticato di salare l'acqua dei ravioli? No problem! Basta macinare il sale direttamente nel piatto!
Sono rimasto così tanto disgustato da questa scena che non ho tollerato la vista del sale per almeno una settimana.*
Jane è da lodare anche per l'equilibrato regime alimentare a cui sottopone i suoi figli. Basta qualche sua citazione per rendere l'idea: "Bambini! Avanti, finite tutte le vostre patatine!", oppure "Bambini! E' l'ora della frutta!" (e ficca nei loro esofagi delle pillole zoomorfe a base di vitamine). Ditemi voi se non è quello che direbbe qualsiasi dietologo competente! Luciano Onder non fa che tessere le lodi delle patatine come base della nostra piramide alimentare.
Ma, a proposito di patatine... dimenticavo un sesto componente della famiglia, decisamente molesto: il Fantasma Formaggino. In realtà non l'ho mai visto, ma credetemi... l'ho sentito. Mi spiego meglio: trattenere il respiro è l'unico modo per attraversare incolumi il terzo piano. In quel preciso punto di casa Stalker l'aria è appestata da un perenne, mefitico odore di patatine al formaggio che proviene dalla stanza dei gemelli, ormai del tutto assorbito dalla moquette verde muffa. Ogni santo giorno, ho dovuto attraversare quel piano di corsa e in apnea per raggiungere il quarto piano e rifugiarmi nella mia principesca (e inodore) camera total white. Non so come facciano quei benedetti bambini a vivere in quella specie di Palude Stinfalia, nuotando nei loro liquami come due pesci rossi in una boccia troppo a lunga trascurata. Questo va ben oltre il comune "spirito di adattamento". Se esitono i ciechi, i sordi e i muti... è possibile che qualcuno sia privo d'olfatto? Rapida ricerca su Google: sì, le persone anosmiche.
Che la pulizia non fosse proprio la priorità degli Stalker, comunque, avrei dovuto intuirlo dall'auto di Jane: una jeep invasa da confezioni di biscotti semivuote, scatole di pizza pietrificata e fossili di Morganucodon, il tutto cosparso da una fine polverina gialla: all'inizio ho cercato di convincermi che fosse polline o polvere di fata appena caduta dal sederino sculettante di Trilly, ma poi ho dovuto riconoscere che si tratta di uno spesso strato di patatine smolecolarizzate.
Senza contare poi il box dei gemelli in cucina: una specie di cuccia per cani.
Ma diamo un colpo di spugna alla faccenda dell'igiene (questa sconosciuta!)...
Jane sarà anche un po' negligente, ma sa come richiamare all'ordine la sua prole. Aneddoto horror: una volta io e il mio coinquilino abbiamo incautamente accettato di giocare con Sherman. All'inizio è anche stato divertente, non lo nego, ma  lo è stato decisamente meno quando, qualche minuto dopo, ci siamo ritrovati a correre a perdifiato per la casa immersa nel buio, con lei che ci insegue brandendo un coltellaccio da macellaio e ridendo come una pazza (giuro che non sto scherzando). Ci siamo nascosti, tremanti, dietro l'isola della cucina, attendendo col cuore in gola l'adempimento del nostro tragico destino, quando la luce si è accesa e Jane è intervenuta in nostro soccorso, facendo passare un brutto quarto d'ora a Samara... ehm, volevo dire Sherman.
La famiglia Stalker, in ogni caso, non smette mai di sorprendere. Misteri, rivelazioni agghiaccianti, agnizioni e colpi di scena sono all'ordine del giorno. 
Dopo quasi tre settimane di convivenza, Jane annuncia: "Sai che domani Sherman parte? Va in America."
"Wow! In America! Ma è fantastico!" (in realtà ho pensato: "Ma vedi un po' questa! Una squinzia di undici anni se ne va in America e io invece rimango qui in Inghilterra a fare la muffa, chiuso in casa a cucire e a scrivere lettere come una ragazza in età da marito in un romanzo di Jane Austen!")
"Va a trovare suo padre" puntualizza Jane.
"Suo padre? In America? Ma l'ho visto un attimo fa... è in salotto..."
"Intendo suo padre biologico..."
E a quel punto ogni mia certezza si sgretola.
Chiedo spiegazioni, e Jane, senza neanche farselo ripetere due volte, si lancia nel racconto del suo turbolento passato, che io ho riassunto in questo alberello genealogico:
Fatta eccezione per Hoa, Ryan, Mike, Tom e Thea (che non mai conosciuto di persona), tutti
gli attori o tizi random che ho scelto sono effettivamente somiglianti ai reali Stalker.
Le foto le ho prese da internet, perciò se tra questi tizi ci siete voi o riconoscete qualche vostro
parente, amico o conoscente, fatemelo presente e provvederò a rimuoverle
(pigrizia permettendo).
Il padre di Jane, che ho deciso di chiamare Ryan, come il soldato, è, appunto, un soldato americano, veterano del Vietnam. Lì, in quella terra lontana e ferita, rimase abbagliato dallo sguardo color salsa di soia di un'incantevole fanciulla del posto, che chiameremo Hoa ("fiore" in vietnamita). Così la portò con sé negli Stati Uniti e qui, dalla loro unione, nacque Jane, frutto puro e innocente di un'orribile guerra.
Una volta cresciuta, Jane sognava di vivere un amore autentico e indistruttibile come quello dei suoi genitori, ma la fortuna tardò a sorriderle. Dapprima conobbe Mike, lo sposò ed ebbe da lui la sua prima figlia, Thea, ma ben presto fu chiaro che quel matrimonio non poteva funzionare. La delusione, però, non impedì a Jane di sperare che la felicità fosse a portata di mano, e presto si convinse che il suo vicino di casa, Tom, potesse essere l'uomo della sua vita. Ahimè, si sbagliava: neanche la nascita di Sherman potè mantenere unita una coppia male assortita.
Un bel giorno, però, Jane conobbe lui... Whitney, affascinante soldato inglese. Fu trafitta dal suo sguardo penetrante e altero, e capì: esattamente come suo padre, anche lei avrebbe trovato il vero amore solo in terra straniera. Così, senza alcun indugio, salutò sua figlia Thea, ormai adulta e vaccinata, prese per mano la piccola Sherman e volò via, al fianco del suo amato, verso l'Inghilterra, correndo incontro ad un futuro carico di promesse. Poco dopo, due piccoli angeli, Moses e Moab, benedirono col loro arrivo questa coppia, nata sotto stelle propizie. Allora Jane seppe che la sua ricerca si era finalmente conclusa...
Non so voi, ma io mi sono quasi commosso nel rivivere questa romantica fiaba moderna (è tutto vero, però: croce sul cuore.)
L'unico aspetto della vicenda che mi lascia perplesso è il caso di Thea: per quanto possa essere indipendente, per quanto sia perfettamente in grado "di allacciarsi i sandali e tutto il resto", io non so se sarei riuscito a mettere un intero oceano tra me e mia figlia.
Dilemmi etici a parte, gli Stalker sono la più larga famiglia allargata del mondo, o, almeno, rientrano nella top ten.
Si può dire dire tutto su di loro, ma non che trascurino i rapporti internazionali.

Bestie feroci, sceicchi disgustosamente ricchi e tanti altri aneddoti d'ordinaria follia vi aspettano nella prossima puntata di... Quattro famiglie inglesi per Raffy! (Vai col jingle: ♪ We are family! I got all my sisters with me! ♫)
Non perdete la terza, pazza famiglia: i Normal!

* Salvo episodi (per fortuna unici) come questo, non ho mai mangiato così male in Inghileterra. La cucina inglese è piuttosto semplice e poco ambiziosa, ma qualche volta riserva insospettate squisitezze come il pane all'aglio, i sandwich tonno & mais e le deliziose torte della caffetteria della biblioteca di Portsmouth.
La cuoca peggiore, in ogni caso, rimane Jane: non ho ancora digerito (metaforicamente e non) la sua insalata di broccoli duri come pietre (venivano da Cernobyl, suppongo). Il trucco è tracciare una croce col coltello alla base del broccolo, altrimenti non si ammorbidiscono.
So che alcuni di voi non saranno molto interessati alla cosa, soprattutto ora che ho appena finito di parlare di cibo, ma devo dirvelo: come si digerisce in Inghilterra, non si digerisce da nessun'altra parte. Appena tocchi il suolo inglese il tuo metabolismo si sincronizza automaticamente col Big Ben (da noi, invece, è impostato sugli orari di Trenitalia.)



LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...