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sabato 29 settembre 2012

Ma che c'è Surreal Time? #1 - Il guardaroba perfetto

"Il guardaroba di ogni donna dovrebbe essere come uno showroom:
creativo ed espositivo." (cit. Carla Gozzi)
E' con grande piacere che inauguro oggi Ma che c'è Surreal Time?, una nuova rubrica frutto dell'esasperazione, tutta dedicata al surreale mondo di Real Time, il canale più assillante della televisione italiana.
La mia prima vittima è Il guardaroba perfetto, il nuovo programma dell'opalescente Carla Gozzi, questa volta orfana di Enzo Miccio, filiforme partner di sempre in Ma come ti vesti?, troppo impegnato a promuovere il suo romanzo su Grace Kelly (sto scrivendo questo post mentre faccio la fila in libreria per acquistarlo.)
La trasmissione è, senza troppi giri di parole, un Ma come ti vesti? a domicilio: la missione di Carla, benefattrice à la page, è aiutare povere (attrici che interpretano, da cani, il ruolo di) donne comuni alle prese con i loro guardaroba ribelli. Scheletri nell'armadio, mise imbarazzanti, abbinamenti improbabili e tanto altro ancora nella trasmissione pomeridiana che ha già annoiato milioni di fan!
Donne in crisi invocano a gran voce il suo nome e Carla accorre subito in loro aiuto, vestita come la bibliotecaria del liceo di Grease, trascinandosi dietro non Enzo, ma la sarta Enza (una specie di trolley umano, visibilmente a disagio davanti alle telecamere, con un foulard al collo come patetico tentativo di renderla fashion).

Le Cronache di Carla: il visone, l'esteta e l'armadio
Una volta a casa della malcapitata, dopo aver messo sottosopra il suo guardaroba, Carla dispensa consigli preziosi e ridà vita a vecchi abiti intrisi di naftalina, combinandoli in nuove e originalissime mise. Ma le donzelle in difficoltà che Carla soccorre non sono poi così ingenue, anzi, ne sanno una più del Diavolo veste Prada in fatto di stile, eppure la nostra platinata fashionista riesce sempre a stupirle con idee innovative: "Carla, sono senza parole! Mai avrei immaginato di abbinare il blu con il bianco!" oppure "Carla, sei mitica! Le scarpe da ginnastica stanno benissimo con la mia tuta da jogging, non l'avrei mai detto!", o ancora: "Ma davvero mi stai dicendo che posso abbinare questa cinta verde Tiffany con queste scarpe verde Tiffany? E' fantastico! Grazie, Carla, non so come farei senza di te!".
Tutti questi sorprendenti outfit (che Miranda Priestly definirebbe "Avanguardia pura!") vengono catalogati in base alle occasioni d'uso stabilite da Carla: da "Tempo libero" a "Lavoro", da "Serata romantica" a "Guerra nucleare".
Dopo aver elargito regole generali che qualsiasi commessa part-time saprebbe recitarvi a macchinetta, Carla sceglie di infierire su un vecchio abito per modernizzarlo un po' e chiama a rapporto la fida sarta: "Enza! Qui, bella! Miciomiciomicio!"

"Enza, scelgo te!!"
Enza, gemella buona di Maga Magò (fino ad allora acquattata in un angolo a giocare con un gomitolo di lana), avanza col passo felpato e il sorriso stordito di un'aristogattona sotto anestetici, e, pronunciando a malapena tre miagolii, valuta come e quanto mutilare lo sfortunato capo di turno. Non manca mai l'inquadratura della sarta all'opera, col suo lezioso puntaspilli a forma di cuore e il primo piano della décolleté nera (appena appena zeppata) che pigia sul pedale della macchina per cucire.
A lavoro finito, il caso umano della puntata si reca da lei e domanda, con voce atona: "Enza, è pronto il mio abito? Sono proprio curiosa di vedere com'è venuto" (l'entusiasmo è palpabile, come nella sala d'aspetto di un dentista.)
Intanto Carla mette ordine nel guardaroba, armeggiando con cappelliere e scatole cinesi piene di accessori, col risultato di renderlo terribilmente spoglio e triste, anche se perfetto. Segue la gioia e la meraviglia della sua assistita (vicina all'Oscar quasi quanto Manuela Arcuri) che si spreca in lodi eccessive, salamelecchi, inchini, sviolinate, dichiarazioni d'amore e proposte di matrimonio per aver realizzato ciò che a lei (povera, pusillanime naufraga in un mare di abiti inconciliabili) sembrava impossibile.
La telecamera punta sul viso benedicente di Carla, con lo scintillante chignon biondo Legolas e le labbra rosso fuoco, che annuncia solenne, con l'aria di chi ha appena tirato fuori un gruppo di top-model da un edificio in fiamme, "Ora sì che il tuo è un guardaroba perfetto."
Se venisse da me, le direi di lasciar perdere il mio guardaroba (o meglio, il guardaroba di mia sorella + il mio cassetto) e di darsi una mossa a riordinare l'armadietto dei medicinali, la scarpiera del ripostiglio e la libreria, o, ancora meglio, l'inaccessibile soppalco ingombro di scatoloni del garage.

giovedì 14 giugno 2012

"Coco avant Chanel": tessere col filo del proprio destino

Martedì sera ho tradito il mio grande amore: ho preferito i Filmissimi di Rete Quattro alle frivolezze di Real Time. Ne è valsa la pena, però: non ho resistito a Coco avant Chanel, che mi ero malauguratamente perso al cinema.
Il titolo già avverte: siamo lontani dalla Coco Chanel stilista di successo, col suo collier di perle e il tailleur in tweed bianco e nero. Chi, d'altronde, non conosce i suoi trionfi e le sue geniali intuizioni? Cos'altro aggiungere della mai dimenticata Chanel stilista? L'inventrice del tubino (l'indispensabile petit robe noire), della tracolla matelassée e dello stile à la garçonne? La costumista della società moderna? Colei che ha abilmente ricucito l'immagine donna, restituendole libertà e dinamismo, strappandole di dosso ogni orpello e costrizione, per risalire all'essenza androgina dell'eleganza?
In Coco avant Chanel si scostano i veli della fama per conoscere la donna dietro il mito. Nelle primissime scene la vediamo nelle vesti mortificanti di un'orfanella abbadonata dal padre, ma le trame oscure della sua giovinezza dickensiana cominciano già a intrecciarsi con l'ordito del suo genio. Solo partendo dalla sua vita, straordinaria e malinconica, si può comprendere come Chanel abbia confezionato le sue creazioni riprendendo direttamente le fila del suo destino. Ogni esperienza, ogni incontro, ogni viaggio si è unito in un armonico patchwork: le ignare suore dell'orfanotrofio le hanno ispirato l'amore per il rigore estetico e per il bianco e il nero, i guardaroba dei suoi amanti le hanno concesso generosamente abiti maschili da tagliuzzare e adattare al proprio corpo, e i pescatori inglesi, con le loro pratiche tute di jersey, hanno avvalorato ai suoi occhi la possibilità di un connubio tra comodità e fascino, quotidianità ed eleganza.
Sagace la scelta di soffermarsi sul periodo "oscuro", i suoi anni giovanili, in modo da ricostruire fibra per fibra l'intrico di una simile personalità: lo sguardo tenebroso e ardente di un'ispirata Audrey Tatou da espressione all'orgoglio, alla fierezza, alla fragilità e alla brama di indipendenza di Gabrielle Chanel, che, lasciato il tetro collegio, passa alle sartorie e ai caffè concerto, dove si esibisce cantando probabilmente le più brutte canzoni mai scritte in lingua francese (ascoltare per credere), come Qui q'a vu Coco, a cui deve il vezzoso soprannome. Quasi tutta la pellicola, però, si allarga lungo i sei anni di dorata prigionia trascorsi nella tenuta del suo primo amante, Balsan, dove vive come "una selvaggia rinchiusa in un castello", ostinata padrona di casa e ospite ectoplasmatica. Eterna amante e mai moglie.
Funestata da lutti e delusioni, la vita di Chanel ripropone un antico dilemma: si può essere straordinari e felici? Sembrerebbe di no, almeno per lei, che sconta talento e successo con la sofferenza...
Ma è vero anche il contario: è la sua arte e solo l'arte a ripagarla dal dolore, quell'arte che la porterà lontano, permettendole di abbattere ogni barriera, prima di tutte quella del tempo.
Splendida immagine-simbolo è la scena del ballo al casinò, che la vede danzare con l'amatissimo Boy. Spicca tra la folla in movimento con il suo sobrio abito nero, circondata da damine bianche e infiocchettate che volteggiano nel passato, mentre lei raggiunge per prima il futuro, a passo di valzer.

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