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mercoledì 30 gennaio 2013

Speciale Pubblicità insopportabili #1 - L'asilo Nilo

La scoperta più sensazionale dopo la Stele di Rosetta.
Ultimamente il tema dell'assorbenza sta cominciando ad assorbire un po' troppo la mia attività cerebrale, ma vista la sensazionale scoperta di cui sono venuto recentemente a conoscienza, ho ritenuto mio dovere morale rendervene subito partecipi prima che Giacobbo ci faccia uno speciale di Voyager.
Ricordate l'ippopotamo Pippo? Il pachiderma blu dalle folte ciglia finte che ha pubblicizzato i pannolini Lines dai tempi di Carosello ai primi anni '90 e di cui ho sempre avuto un po' paura? Pare che i pubblicitari l'abbiano ideato ispirandosi all'iconografia della dea-ippopotamo egizia, Taweret, divinità protettrice dei bambini e delle partorienti. La dea, infatti, veniva raffigurata in molti monili di lapislazzuli con le sembianze di un ippopotamo (quale dea non vorrebbe essere paragonata a tale, sinuoso animale, specialmente dopo la gravidanza?). Il colore turchese richiama il cielo, evocando la protezione divina sul neonato, mentre l'ippopotamo, unico mammifero terrestre ad aver scoperto i vantaggi del parto in acqua, è associato alla fertilità e alla femminilità.
Io stesso ho comprato inconsapevolmente un portachiavi di Taweret (dal Louvre) e l'ho attaccato, ignaro del suo significato, al mio astuccio di Topolino (spero eviterete qualsiasi commento sulla mia sindrome di Peter Pan).


Questo insospettato legame tra i pannolini staripanti di pupù liquida e l'ippopotamo sacro che popola le acque straripanti del Nilo ha colpito la mia immaginazione (già parecchio malata) e non ho potuto fare a meno di approfondire il tema, sbirciando dal buco della serratura delle antiche toilette egiziane e rovistando in cerca di reperti utili nelle insidiose nursery di Tutankhamon (di cui ho rinvenuto una tutina quasi polverizzata). Sarà forse una coincidenza che ad Halloween, quando ci si vuole travestire da mummia, per auto-imbalsamarsi, si ricorra alla carta igienica? Sicuramente no.
Per di più, sfogliando il manuale di Storia della Medicina della mia amica Anny (una lettura leggera da concedersi davanti al camino, con una tazza fumante di cioccolata calda) ho letto che il clistere era considerato un'invenzione del dio egizio della sapienza e della magia, Thot, che si sarebbe ispirato all'abitudine dell'ibis (suo animale sacro) di aspirare l'acqua col becco per poi introdurla nell'intestino e far brillare così le sue pareti rettali (un plauso va al contorsionismo dell'ibis e alla poesia delle sue abitudini igieniche).


Insomma, l'antica civiltà egizia è ormai da tempo tramontata, ma continua a regnare tacitamente nei nostri bagni. Perchè mai questa - non proprio nobile - associazione? Come mai il regno dei Tolomei si è trasformato nella patria della morbistenza? Sarà perchè, al sol parlare di Antico Egitto, la nostra immaginazione rievoca le lussuose e fumose stanze da bagno (in stile Tesori d'Oriente) di Cleopatra?
La regina che, al cinema, è quasi sempre immortalata mentre sguazza, seducente, nella sua vasca di latte d'asina, con le ancelle pronte a detergere le sue morbide forme con delicati veli a doppio strato?
Non sarebbe meglio ricordare l'Egitto per le Piramidi? Per la Sfinge? Per la straordinaria cultura egizia? O quantomeno per l'ardente storia d'amore tra Antonio e Cleopatra, celebrata da Shakespeare, Dryden e chi più ne ha più ne metta? Questa sì che è una cosa da ricordare. Una passione folle, che li ha spinti a sfidare Roma, e li ha portati a una tragica, ma per questo gloriosa, morte. Oltre che al concepimento di due figli, Elio e Selene, dal greco "Sole" e "Luna", i cui nomi sembrano anticipare le discutibili scelte onomastiche delle coppie famose di oggi: Sole e Luna possono essere considerati gli antesignani di Oceano, Apple, Chanel, Nathan Falco e gli altri innominabili pargoli delle nostre celebrities...
Hey.
Aspettate un attimo.
Elio e Selene...
Sole e Luna...
Non mi direte forse che si sono ispirati ai figli di Tonio e Cleo per... Pampers Sole e Luna?!

giovedì 14 giugno 2012

"Coco avant Chanel": tessere col filo del proprio destino

Martedì sera ho tradito il mio grande amore: ho preferito i Filmissimi di Rete Quattro alle frivolezze di Real Time. Ne è valsa la pena, però: non ho resistito a Coco avant Chanel, che mi ero malauguratamente perso al cinema.
Il titolo già avverte: siamo lontani dalla Coco Chanel stilista di successo, col suo collier di perle e il tailleur in tweed bianco e nero. Chi, d'altronde, non conosce i suoi trionfi e le sue geniali intuizioni? Cos'altro aggiungere della mai dimenticata Chanel stilista? L'inventrice del tubino (l'indispensabile petit robe noire), della tracolla matelassée e dello stile à la garçonne? La costumista della società moderna? Colei che ha abilmente ricucito l'immagine donna, restituendole libertà e dinamismo, strappandole di dosso ogni orpello e costrizione, per risalire all'essenza androgina dell'eleganza?
In Coco avant Chanel si scostano i veli della fama per conoscere la donna dietro il mito. Nelle primissime scene la vediamo nelle vesti mortificanti di un'orfanella abbadonata dal padre, ma le trame oscure della sua giovinezza dickensiana cominciano già a intrecciarsi con l'ordito del suo genio. Solo partendo dalla sua vita, straordinaria e malinconica, si può comprendere come Chanel abbia confezionato le sue creazioni riprendendo direttamente le fila del suo destino. Ogni esperienza, ogni incontro, ogni viaggio si è unito in un armonico patchwork: le ignare suore dell'orfanotrofio le hanno ispirato l'amore per il rigore estetico e per il bianco e il nero, i guardaroba dei suoi amanti le hanno concesso generosamente abiti maschili da tagliuzzare e adattare al proprio corpo, e i pescatori inglesi, con le loro pratiche tute di jersey, hanno avvalorato ai suoi occhi la possibilità di un connubio tra comodità e fascino, quotidianità ed eleganza.
Sagace la scelta di soffermarsi sul periodo "oscuro", i suoi anni giovanili, in modo da ricostruire fibra per fibra l'intrico di una simile personalità: lo sguardo tenebroso e ardente di un'ispirata Audrey Tatou da espressione all'orgoglio, alla fierezza, alla fragilità e alla brama di indipendenza di Gabrielle Chanel, che, lasciato il tetro collegio, passa alle sartorie e ai caffè concerto, dove si esibisce cantando probabilmente le più brutte canzoni mai scritte in lingua francese (ascoltare per credere), come Qui q'a vu Coco, a cui deve il vezzoso soprannome. Quasi tutta la pellicola, però, si allarga lungo i sei anni di dorata prigionia trascorsi nella tenuta del suo primo amante, Balsan, dove vive come "una selvaggia rinchiusa in un castello", ostinata padrona di casa e ospite ectoplasmatica. Eterna amante e mai moglie.
Funestata da lutti e delusioni, la vita di Chanel ripropone un antico dilemma: si può essere straordinari e felici? Sembrerebbe di no, almeno per lei, che sconta talento e successo con la sofferenza...
Ma è vero anche il contario: è la sua arte e solo l'arte a ripagarla dal dolore, quell'arte che la porterà lontano, permettendole di abbattere ogni barriera, prima di tutte quella del tempo.
Splendida immagine-simbolo è la scena del ballo al casinò, che la vede danzare con l'amatissimo Boy. Spicca tra la folla in movimento con il suo sobrio abito nero, circondata da damine bianche e infiocchettate che volteggiano nel passato, mentre lei raggiunge per prima il futuro, a passo di valzer.

mercoledì 22 febbraio 2012

Guida semi-seria alle lingue inventate e/o segrete (terza parte)


E io che consideravo ormai esaurito l'argomento... e invece aridaje! Ritorna la Guida semi-seria alle lingue inventate e/o segrete, e anche a grande richiesta (in realtà solo di DeWi, che ringrazio per avermi dato la possibilità di continuare a blaterare di lingue artificiali). 
Devo dire che mi si sono aperti nuovi orizzonti. Ora non posso più sopportare l'idea di aver trascorso cinque anni della mia vita a studiare greco e latino quando invece potevo mettermi in pari con l'Atlantideo (inventato da Marc Okrand per il film Disney Atlantis - L'impero perduto). Non fate quella faccia, non è una lingua all'acqua di rosa, rosae, rosae... ci sono pure le declinazioni! Yob (nominativo: "il cristallo"), yobtem (obliquo: "nel cristallo, al cristallo..."),  yobag (genitivo: "del cristallo"), yobtop (vocativo: "o cristallo!"), yobesh (strumentale: "per mezzo del cristallo") e anche altri casi sconosciuti. Roba seria, insomma...
Ma adesso arriviamo al tema di questo appuntamento: le lingue che non vorreste (o quanto meno non dovreste voler) mai imparare.
Cominciamo con due lingue inquietanti, il Nadsat e la Neolingua, per poi passare alle frivolezze. La prima è lo slang degli ultraviolenti Drughi di Arancia meccanica, il romanzo distopico di Anthony Burgess da cui Stanley Kubrick ha tratto l'omonimo film cult, purtroppo "disonorato" da frotte di bimbominchia convinti che sia un'esaltazione alla violenza e non una dolorosa espressione del pessimismo socio-politico dell'autore.
Alex e la sua banda di giovani criminali strafatti di latte+ parlano un inglese imbottito di parole inventate come charlie (nella versione italiana cornacchia), "prete" (da Charlie Chaplin, il cui cognome ricorda chapelain, "cappellano") o In-out in-out/Su-e-giù, "sesso", ma soprattutto di termini presi in prestito dal russo come devočka, "ragazza", drugo/droog (da drug, "amico"), gulliver (da golova, "testa"), moloko, "latte" e korova, "mucca". Il termine stesso nadsat deriva dal suffisso russo usato per i numeri successivi a dieci, come il -teen inglese, e non a caso nel mondo di Burgess significa "adolescenza". Nei tempi morti potete divertirvi con questo vocabolarietto italiano-Nadsat.
Se invece parlate correntemente la Neolingua (o Newspeak) vuol dire che siete sudditi del Grande Fratello, e non mi riferisco al realty (chissà poi che lingua parlano i concorrenti... italiano no di certo), bensì al malefico tiranno del romanzo distopico per eccellenza, 1984, in cui George Orwell descrive un mondo in cui anche i pensieri vengono censurati e controllati da un governo dittatoriale. Nasce così la Neolingua (di cui trovate qui un pratico dizionario), cioè un inglese estremamente semplificato ("buono" si dice good, "cattivo" semplicemente un-good, mentre "ottimo" plus-good) e epurato di ogni parola scomoda. Non esiste, per esempio, il termine "democrazia": questo concetto eretico ricade sotto la parola crimethink, ovvero "psico-crimine".
Passiamo ora a tutt'altro genere di lingue artificiali, sebbene non meno inquietanti, ovvero le lingue che non dovreste mai imparare perchè troppo stupide o semplicemente perchè non hanno senso.
A chi non è capitato di disattivare l'audio del pc pur non doversi sorbire gli irritanti vaniloqui dei Sims? Se non l'avete fatto, avete risorse inesauribili di pazienza o semplicemente siete malati (senza offesa).
Quella dei Sims è proprio una vita da cani: fanno sempre le stesse cose, e per di più con un grosso cristallo verde e appuntito sospeso sulla testa (che ansia... e se cade?). Come se non bastasse parlano anche come dei celebrolesi. 
Io ho sempre pensato (ingenuamente) che i personaggi fossero doppiati da Patty Pravo o da Ornella Vanoni, perciò non mi sono mai preoccupato del fatto di non capirci un accidente. E invece espressioni come Soo soon! o Sal de muchen, frazzenrah! fanno parte del Simlish, linguaggio nonsense inventato da Will Wright, il papà dei Sims. Il molesto idioma è un irriconoscibile medley di ucraino, inglese, lingue neolatine, tagalog (filippino) e la complicatissima lingua navajo (così indecifrabile da essere stata utilizzata come linguaggio in codice dalle forze armate statunitensi durante la Seconda Guerra Mondiale).
Wright si è ispirato al navajo per creare un linguaggio incomprensibile che non distraesse troppo il giocatore, eppure c'è qualcuno che ha voluto trovare un senso al Simlish, anche se questa lingua "un senso non ce l'ha". Con un po' di intuito, si può comunque capire qualcosa, osservando bene il contesto in cui i Sims pronunciano queste frasi, o ancora ascoltando le canzoni in Simlish rilasciate a scopo promozionale da gruppi e artisti famosi (sicuramente pagati in simoleon) come The Black Eyed Peas (Shut up), Lily Allen (Smile), Depeche Mode (Suffer Well), Pussycat Dolls (Don't Cha), Nelly Furtado (Manos al aire) e  Katy Perry (potete ascoltare qui sotto la versione Simlish di Hot'n'Cold, mentre il testo Simlish di questa e di altre canzoni è disponibile qui).


Insomma, escluse poche parole ormai attestate come nooboo ("bambino") e chimcha ("pizza"), si deve procedere a naso: soo soon dovrebbe equivalere a "ciao", degg degg a "arrivederci", vous a "tu", mik, mak e maka a "uno, due, tre", vadish e litzergam a "grazie".
Ma il Simlish non è l'unica lingua insensata partorita dalla mente di un uomo. Altro caso celebre è il Furbish, la parlata degli inquietanti peluche Furby, vero e proprio must per tutti i bambini di fine anni '90.
A volte, quando sono solo in casa di notte, ho ancora il terrore di vedermi spuntare davanti al'improvviso uno di quei diabolici gufi mutanti dagli enormi occhi a palla. Tremo all'idea di udire ancora quella terribile vocina domandarmi U-nye-loo-lay-doo? ("vuoi giocare?"). Nel caso doveste trovarvi in tale sciagurata circostanza,  ricordate che "no" si dice boo e che un Furby muore solo se gli si conficca un paletto nel cuore (la carcassa va di seguito fatta a pezzi e bruciata).
E ora l'ultima, imperdibile perla linguistica...
Avete presente Pingu? La serie animata svizzera sulla (noiosa) vita di una famiglia di pinguini? Che lingua parlassero è sempre stato un mistero. Molte le ipotesi circolate negli anni: albanese? Finlandese? Oppure boh?
Oggi, grazie ai progressi della scienza filologica, sappiamo che si tratta di Penguinese, un gramelot (linguaggio improvvisato e privo di significato) opera del doppiatore italiano Carlo Bonomi (che lavorò anche a Carosello). L'obbiettivo del creatore di Pingu, il tedesco Otmar Guttmann, era infatti quello di rendere il cartone il più "internazionale" possibile, facendo in modo che per afferrare la storia bastassero solo le immagini.
Ma non è finita qui!
Sappiate che la notizia che sto per darvi è sconvolgente, perciò leggete a vostro rischio e pericolo: ho scoperto che David Hasselhoff, ovvero il capo-bagnino Mitch Buchannon di Baywatch, (che in Mittleuropa in passato ha avuto un grande successo come cantante) è l'autore di una canzone in inglese con sottofondo in Penguinese intitolata Pingu Dance, che potete ascoltare (sempre a vostro rischio e pericolo) qui sotto. Non so come abbia fatto poi a trovare il coraggio di uscire di casa.



Siete ancora sotto shock, vero? Lo so, io non mi sono ancora ripreso.
Giuro che non scriverò più di lingue inventate. E' un argomento troppo perturbante.


Guida semi-seria alle lingue inventate e/o segrete (prima parte)
Quali sono le più famose lingue artificiali? Chi sono i colanger?
E perché hanno così tanto tempo libero?


Guida semi-seria alle lingue inventate e/o segrete (seconda parte)
Non perdetevi la seconda parte della Guida, tutta dedicata ai linguaggi segreti (e molto, molto fantasiosi) usati in passato da criminali, attori, saltimbanchi, prostitute e omosessuali...

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