domenica 16 settembre 2012

Todo sobre mi Madrid (capitolo secondo)

El ángel caído (L'angelo caduto), Parque del Retiro

Com'era quasi inevitabile, io e i miei compañeros de viaje non abbiamo tardato molto a farci dei nemici, anche a Madrid. Il secondo giorno dal nostro arrivo, durante la colazione in albergo, ci siamo imbattuti nelle nostre nemesi: quattro pettegole inglesi che, con i loro sorrisetti perfidi da allegre comari di Windsor, non ci hanno perso di vista un istante, commentando la nostre pantagrueliche porzioni e l'impopolare abitudine di conservare qualche toast per il pranzo (chi non l'hai mai fatto, scagli il primo panino... anche se forse qualcuno questa volta deve aver proprio esagerato, visto che il jamón serrano non è stato più servito dopo il nostro arrivo). Mia madre avrebbe voluto sgozzarle col coltello del burro, invece io avrei optato per un gavettone di tè bollente. Alla fine abbiamo deciso di sguainare un bel sorriso minaccioso, come fanno gli animali feroci, che mostrano i denti alla preda prima di passare all'attacco. In ogni caso, non mi sono mai allontanato troppo dalla pinza del bacon, caso mai mi fosse venuta voglia di staccare il naso a una di quelle arpie. Così, tutte ingobbite attorno al loro tavolo, ridacchiando come iene e bagnando di tanto in tanto le labbra rinsecchite con un po' di tè, sembravano la versione deprimente di Sex and the City.
Prado 3. Il misterioso e visionario Hieronymus Bosch (conosciuto in Spagna come
El Bosco) realizza nel trittico del Giardino delle Delizie (sopra alcuni dettagli) molto più
di un'opera d'arte. Anticipando di secoli il Surrealismo, la sua allucinata immaginazione
plasma il peccato nelle forme più svariate: sotto lo sguardo inquietante di uccelli e
creature mostruose, i corpi degli uomini si confondono nell'estasi del peccato,
le bocche suggono avide il dolce succo di frutti giganti, e, all'interno di conchiglie e gusci
variopinti, trovano sfogo gli assilli della lussuria. Alle delizie del mondo terreno,
corrispondono le atroci sofferenze dell'Inferno, un mondo di oscurità e dolore,
dove gli strumenti musicali (anch'essi simboli di licenziosità) diventano strumenti di tortura,
un orribile mostro dalla testa di uccello, seduto su un trono come un dio egizio,
ingurgita i dannati e li defeca in un pozzo immondo, ed esseri di ogni tipo
(demoni-grillo, scrofe vestite da suore, lepri umanoidi e viscidi rospi) sottopongono
i peccatori ad ogni sorta di sevizia. Gli orribili episodi infernali si consumano sotto lo sguardo
di rassegnata ironia del gigante grigio, enigmatica figura in parte uomo, in parte albero
e in parte guscio d'uovo. L'ossessione di Bosch per il peccato (nata dal senso di colpa,
da una segreta attrazione o da entrambe le cose?) si esplicita anche in altre opere
esposte al Museo del Prado, come Il carro di fieno, immagine dell'avidità umana
("Il mondo è come un carro di fieno, ciascuno ne arraffa quel che può", recita un proverbio
fiammingo),
I sette peccati capitali e Le tentazioni di Sant'Antonio.
 Dopo una ricca e corroborante colazione, siamo pronti per continuare il nostro tour della città. Oggi vi parlo di uno dei posti che più mi hanno entusiasmato e sorpreso, il Parque del Retiro. E' raro che vada in brodo di giuggiole per un parco, visto che la mia predilezione va generalmente a musei e monumenti, ma il Retiro è davvero un posto magico. Il Palacio de Cristal, circondato dal verde e inondato dalla luce screziata del sole, con le sue maioliche, decorate con grottesche e animali mitologici, e il lago, in cui troneggiano imponenti i cipressi calvi delle paludi, sembra essere emerso dalla penna di Micheal Ende.
In alto, il Palacio de Cristal, con dettaglio delle maioliche. In basso,
l'Estanque (lago artificiale) e il monumento ad Alfonso XII.
Naturalmente, non poteva mancare un giro in barca sull'Estanque, con mio zio Domingo e mio cugino undicenne Juanito a pagaiare, mentre io e mia zia Rosaura (munita d'ombrellino come in un quadro di Renoir) ci siamo limitati a salutare aristocraticamente la plebe (i nomi dei miei compagni di viaggio, eccetto Grace, che conoscerete più in là, sono stati volutamente adattati alla lingua del luogo, come è mia abitudine fare: durante una vacanza in Austria, ho chiamato mia sorella "Walburga" per una settimana intera. Immaginate la sua felicità.)
Reina Sofía 1.  Il quarto batticuore di questo viaggio a Madrid ci è stato
regalato da un altro grande visionario, Salvador Dalí, a partire da Figura a una finestra
(destra), ritratto di spalle in cui è già possibile intravedere, nell'erotismo appena accennato,
"l'angoscia sessuale" de Il grande masturbatore (in alto). Qui Dalí assembla negli aridi
paesaggi della sua infanzia un delirio di rocce, figure umanoidi, forme falliche
e suggestioni mitologico-psicoanalitiche. Esposti nel Museo Nacional Centro de Arte
Reina Sofía, tra le altre opere, anche 
Monumento imperiale alla donna bambina,
omaggio all'amatissima Gala, a cui l'artista sacrifica le sue più nere paure infantili,
e L'enigma di Hitler, oscura profezia sull'inarrestabile follia del cancelliere austriaco.
Thyssen-Bornemisza. "La pittura è come i sogni: familiare al contempo misteriosa."
 Sogno causato dal volo di un'ape intorno ad una melagrana, un attimo prima del risveglio

(in basso), interpretazione pittorica dell'Interpretazione dei sogni di Freud,
esprime al meglio questa definizione dell'artista.
Dopo la nostra mini-crociera sotto il solleone, un clarinettista ubriaco (se non altro) ha cercato di convincerci di essere palermitano (sapeva dire solo "minchia" e lo ripeteva di continuo), poi ci ha dedicato un incerto O Sole mio che ci ha convinto a sollevare i sederi stanchi dalla panchina e a proseguire nella visita del parco.
Si dice che ogni giardino abbia il suo serpente, ma io direi piuttosto che ogni parco pubblico abbia il suo freak (o meglio, friki, in questo caso) sempre pronto a molestare il passante di turno.
Continuarà...

giovedì 6 settembre 2012

Todo sobre mi Madrid (capitolo primo)

Plaza de la Cibeles
Forse non sarà la scelta più originale, visto che la Spagna è stata proclamata ufficialmente la meta turistica più amata dagli italiani, alla pari con le isole greche, ma ci tengo a precisare che avevo quattro motivi importantissimi per trovarmi a Madrid questa estate, oltre che visitare ogni singolo museo, chiesa, parco, palazzo o monumento madrileno mai edificato. Questioni di vitale importanza:
  1. Procurarmi una bottiglietta di Bezoya, la miracolosa acqua spagnola a basso livello di mineralizzazione (di cui vi ho ampliamente parlato nell'ultimissimo episodio di Pubblicità insopportabili), per seguire le gloriose orme della profetessa Marta, custode del sacro mantra si algo puede salir bien, saldrá bien ("se qualcosa può andar bene, andrà bene");
  2. Pig-watching. La mia amica Angy è riuscita a immortalare, in quel di Valencia, un porcellino da passeggio, meglio conosciuto come maiale nano vietnamita o maialino pancia a tazza, un animale da compagnia, amatissimo (solo) in Spagna, che mia madre non mi permetterebbe mai di tenere in casa (credo che allevare un maialino nano sia l'unico vero motivo valido per cui dovrei andare a vivere da solo). Tra gli obbiettivi principali del mio viaggio, quindi, senz'altro quello di fotografare una di queste adorabili creature, sculettanti per la calle con le loro code ricciute e portate placidamente al guinzaglio dai loro orgogliosissimi padroni (trovo piuttosto inquietante, però, che la Spagna vanti un'ampia produzione di carne suina e al contempo abbia eletto il maialino nano come sua mascota preferita).
    Facendo ricerce sui maialini vietnamiti, mi sono imbattuto in un articolo a dir poco straziante: un giovane studente spagnolo, in Erasmus a Firenze, si disperava per aver smarrito il suo amatissimo Panceta, che definiva come il suo migliore amico, un "piezz'e core" (traduco testualmente "pedazo de corazón"). Non sono riuscito a scoprire come sia andata a finire questa triste vicenda, ma spero vivamente che il povero Panceta non sia stato trasformato in chorizo...
    Se qualcuno dovesse averne notizia, vi prego di farmelo sapere!
    Io intanto consulto l'archivio di Studio Aperto: non possono essersi lasciati sfuggire un caso di rilevanza internazionale come questo.
  3. Esercitarmi un po' con lo spagnolo in vista dell'appello di settembre e dimostrare ai miei compagni di viaggio (una ciurma di parenti e amici di famiglia di età compresi tra 10 e 50, con una media di 40 anni) che per parlare in spagnolo non basta aggiungere una "s".
Quante di queste missioni sono riuscito a portare a termine? Purtroppo non la seconda. A consolarmi resta solo il ricordo del maiale a guinzaglio che intravidi dal finestrino dell'autobus a Cadice, qualche anno fa. In realtà , però, non è stata una bella visione: era tutto zanne e peli. Credo fosse un vero e proprio cinghiale, se non un facocero. In ogni caso non poteva essere un cane, neanche se vittima delle più mostruose mutazioni genetiche.
Quanto al terzo obbiettivo, posso dire che ci siamo, più o meno. Dopo scene di isteria al momento di ordinare la cena, e dopo aver ripetuto per un'intera settimana che "ll" si pronuncia come la "i" semivocalica di "ieri", credo di aver fatto valere le mie tesi. Se dovessi sentire ancora una volta la parola paella pronunciata "payella", penso proprio che mi metterei ad urlare. Ma di questo ne parlerò meglio in seguito...
So già qual è la domanda che morite dalla voglia di farmi...
Trascino il mio trolley per il pavimento marmoreo dell'Hotel Carlos V (grazioso albergo in stile Siglo de Oro, a due passi da Plaza de Puerta del Sol), afferro dalle mani del concierge il pesantissimo portachiavi a forma di armatura medievale, attraverso il corridoio pieno di arazzi dagli scenari arcadici, entro nella mia stanza, apro l'anta del mini-bar e...
Potete ammirare la mia mano cinta di quadrifogli di macramè stringere trionfante
una bottiglia di Bezoya. Poi ci sono io che guardo alla finestra imitando Marta,
e infine una peccaminosissima inquadratura delle mie labbra avide di Bezoya.
Eccola lì. Sfavillante di luce propria. Una bottiglietta di purissima, altissima, levissima acqua Bezoya. Che aspetta solo me. E allora mi dico: sì, se qualcosa può andare bene, andrà bene. Riuscirò a sopravvivere a questa vacanza.  Malgrado le stranezze, le ossessioni e le manie di certi compagni di viaggio, in primis... i miei genitori. Mia madre, le cui doti nell'arte della socializzazione sono ormai leggendarie: datele cinque minuti di tempo, e vi saprà dire vita, morte e miracoli di tutti i passeggeri in attesa al gate. Non avevo neanche fatto in tempo a superare il metal detector dell'aeroporto di Bari, che lei già mi aveva rimediato una coppia di anglo-spagnoli con cui fare conversazione forzata. Perchè la regola è: se sai parlare una lingua, devi necessariamente parlarla, anche se non hai proprio un bel niente da dire.
Poi c'è mio padre, altrimenti detto l'Ansia incarnata. Per lui la vacanza è una specie di tortura. Vivrà constanemente nel terrore di non trovare più portafoglio e documenti, di perdere l'aereo o di rimanere imbottigliato in metropolitana per disguidi tecnici. Per evitare il peggio, è sempre bene mettergli in mano una carta geografica da studiare e presentarsi all'aeroporto almeno quarantott'ore prima, per non correre rischi. Insomma, lui riprenderà a respirare solo quando potrà accuattarsi nella sua conca impressa sul divano di casa.
Prado 1. Premettendo che il presente è solo un resoconto personale del mio viaggio a 
Madrid, non posso non spendere qualche parola sul magnifico Museo del Prado.
Dato l'immenso numero di opere che mi hanno entusiasmato, ho dovuto soffermarmi solo
su quelli che, per me, sono i big della collezione: Velázquez, Goya e Bosch
(di quest'ultimo parlerò in seguito).  Prossimamente, però, se dovesse interessarvi,

potrete dare un'occhiata ai miei appunti sulla visita del Museo.
In alto Las meninas (Le dame di compagnia) l'inconsueto e contorto ritratto della
famiglia di Filippo IV, che dà all'osservatore la sensazione di trovarsi a posare per
Velázquez, (autoritrattosi davanti a una tela), sotto lo sguardo imperscrutabile dell'infanta
Margherita. In basso: Las hilanderas (Le filatrici
 o la favola di Aracne), opera metartistica
dove Il ratto di Europa di Tiziano si trasforma nell'arazzo con cui la mortale
Aracne sconfigge in abilità la dea Atena. Insieme ai celebri ritratti di Filippo IV

(tutt'altro che una bellezza), mi ha colpito Il ritratto del buffone Sebastián de Morra
per la sua straordinaria somiglianza col "Folletto" de Il Trono di Spade, ma
soprattutto La fucina di Vulcano e il Trionfo di Bacco, dove i miti vengono attualizzati
e "sporcati" di quotidianità, con modelli presi dalla strada.
 
Mio padre, poi, è l'unico uomo al mondo che adora chiedere indicazioni stradali. Non farebbe altro per tutta la vita. La sua vera passione, però, quello che gli fa davvero battere il cuore, sono gli Sportelli Informativi. Così come le tartarughine appena uscite dall'uovo tendono istintivamente verso il mare, così mio padre è naturalmente attratto dai Centri di Informazione Turistica. Il bello, però, è che poi si vede puntualmente costretto a chiamarmi in veste di mediatore linguistico, visto che solo pochi eletti sono in grado di capire la sua strana lingua creola, nata dall'incontro-scontro tra italiano, dialetto barese, francese stentato, neanderthaliano (grugniti vari), più rare perle di inglese (smoking, per lui, significa "sigaretta", tanto per fare un esempio) e di spagnolo creativo (il suo peculiare adattamento fonetico trasforma l'ormai banale "¡Hola!" in un inedito e amichevole "Huelà!")
Una volta chieste inutili informazioni allo Sportello Informativo, ci dirigiamo verso il Museo del Prado, la meta da me più attesa. Durante il tragitto, i miei compagni di viaggio hanno avvertito l'irresistibile bisogno di stringere amicizia con un artista di strada travestito da Cappellaio Matto (versione Alice in Wonerland di Tim Burton). Ci ha raccontato di essere un attore granadino che, in tempo di crisi, si è reinventato come artista di strada, specializzandosi nei personaggi di Johnny Depp (in altre occasioni veste anche i panni di Edward Mani di Forbice). Dopo aver preso parte al suo pazzo tea-party e aver scattato almeno un centinaio di fotografie, finalmente possiamo finalmente gettarci senza ulteriori indugi nel fuoco dell'Arte.

Prado 2. E ora arrivamo allo straordinario genio di Francisco de Goya, che mi ha strappato
un imbarazzante gridolino di meraviglia alla vista de Il 3 maggio 1808 (ultimo a
destra), "grido pittorico" dei patrioti spagnoli, levato contro la macchina esecutrice delle
truppe napoleoniche. In alto, i colori vibranti e ben più rasserenanti de Il parasole,
con accanto Il fantoccio, forse cinica allegoria dell'uomo, fantoccio inerme nelle mani
delle donne. Più in basso, il volto malizioso (ma sarebbe meglio dire "la maschera")

dell'enigmatica Maja desnuda, che, con la più casta Maja vestida, costituisce
una duplice, moderna Monna Lisa. Subito sotto, a destra, La famiglia di Carlo IV,
in cui l'umbratile autoritratto di Goya strizza l'occhio al Velázquez di Las meninas.
Infine, in basso a sinistra, l'incubo di Saturno che divora i suo figli, sintesi delle lugubri
pinturas negras con cui l'artista "decorò" le pareti della sua casa. Lo sguardo di Saturno,
che divora i suoi figli temendo di essere detronizzato, contiene l'orrore dell'uomo all'idea
di perdere il proprio potere. Mi ricorda un po' la gerontocrazia italiana, che ha preferito
schiacciare i suoi stessi figli per il terrore di essere evirata.
    
Dopo quasi un'intera giornata dedicata ai capolavori del Prado, facciamo una sosta presso la Iglesia de San Jeronimo el Real, la cappella preferita della famiglia reale, dove ci mescoliamo agli inviati del matrimonio dell'anno, di cui appreziamo l'impeccabile gusto in fatto di abbigliamento. Quaggiù potete ammirare lo stile e la sobrietà dei genitori dello sposo: la signora si è praticamente gettata addosso una bandiera del Brasile.
Il matrimonio era iberico-scozzese (con tanto di suonatore di cornamusa), il che forse spiega l'assenza di Buon Gusto ed Eleganza tra gli invitati alla cerimonia (le nozze a cui ci imbucammo una volta a Barcellona erano decisamente più vicine ai nostri canoni estetici).

Gli impeccabili genitori dello sposo si apprestano a prendere posto in chiesa.
Mise imbarazzanti e impietosi accostamenti cromatici a parte, ci tengo a farvi sapere che mia madre ha messo a dura prova la santa pazienza del parroco, che l'ha inseguita lungo la navata e l'ha trascinata via per le orecchie onde evitare che rubasse la scena all'anonima sposa.
Ma d'altronde, c'è successo anche di peggio, come quando, a Santiago de Compostela, io, mia madre e mia cugina entrammo in una chiesa dalla porta sbagliata e sorprendemmo il parroco nell'atto di vestirsi per la funzione, con l'aiuto della sua perpetua. Fortunatamente, anziché scagliarci anatemi biblici, l'uomo di chiesa ci ha salutato con un sorriso di pudico imbarazzo.
Con queste allegre scenette in stile Mr. Bean si conclude il primo capitolo dei miei diari madrileni.
Continuará...

sabato 1 settembre 2012

Quattro famiglie inglesi per Raffy (la finale)

Non avete pensato ad altro per tutta l'estate.
Avete atteso così spasmodicamente questo momento che, in mancanza di unghie da limare, avete disdetto la vostra manicure e pedicure settimanale.
Ma adesso l'attesa è finita. La resa dei conti è prossima. Tra pochissimo l'Inghilterra avrà una nuova Famiglia Reale. Una delle quattro famiglie inglesi del primo reality mai trasmesso su un blog trionferà su tutte, mentre le altre saranno costrette a mangiare la polvere (anche se ce n'è già abbastanza nelle loro case). A decretare il vincitore, un'onnipotente e implacabile giuria, VOI, il "pubblico sovrano" sottratto alla Ventura.
Sarà stata la frizzante combinazione di simpatia e squallore della famiglia Thebuckle a conquistarvi? Oppure sono gli eccentrici Stalker i vostri beniamini? Non potete resistere alla dolcezza dei Normal? O siete rimasti stregati dal fascino posh degli Older?
In attesa di ricevere la busta col nome del vincitore, ecco l'annunciata sorpresa piccante che ho preparato per voi: Porksmouth - Quello che non avreste mai voluto sapere sulle famiglie inglesi, uno speciale a luci rosse che farà arrossire persino il principe Harry!

La seguente lettura è vietata ai minori di diciotto anni.

Parlando di aneddoti scabrosi non posso che ripensare alla famiglia Trollopson-Wetside, che, a pensarci bene, è praticamente la mia "quinta famiglia inglese" fuori concorso, visto che ero un ospite fisso: molte delle mie amiche più intime sono state ospitate da loro, inclusa la mia migliore amica Anny. Proprio lei mi ha fornito il resoconto di una scena mattutina in casa Trollopson-Wetside che ancora oggi continua a perplimermi. La signora Trollopson-Wetside (praticamente identica alla malvagia Strega dell'Ovest de Il mago di Oz, - tranne che per la pelle, priva di qualsiasi tonalità di verde - nonché magra come il suo manico di scopa) porge una tazza di tè a suo marito (d'aspetto decisamente più piacevole, come vogliono le regole non scritte del matrimonio all'inglese) e lo saluta con un birbante: "Hello, banana!"
Ora spiegatemi voi perchè una donna dovrebbe chiamare il proprio marito col nome di un frutto, per di più el único fruto del amor.

La Regina durante una seduta nel
Gabinetto Reale.
In Inghilterra le scoperte più raccapriccianti possono avvenire anche in luoghi insospettabili, come la libereria dei Thebuckle. Curiosando tra i volumi di famiglia, mi ritrovo in mano un libro pieno zeppo di foto decisamente oscene che ritraggono i Reali e altri personaggi famosi in pose che nessuno vorrebbe mai vedere, tra queste, la gloriosa immagine di Elisabetta II assisa su un insolito trono, concavo e di ceramica bianca. Al momento non sono riuscito a capire se fossero re(g)ali paparazzate o fotomontaggi molto credibili, ma, dopo febbrili ricerche in rete, ho scoperto che si tratta di una raccolta di Alison Jackson, fotografa inglese (tra l'altro, originaria di Southsea, nell'area urbana di Portsmouth) famosa per le sue foto di sosia di personaggi famosi ritratti in situazioni compromettenti (si vede che in Inghilterra non hanno la querela facile come qui in Italia). Per chi dovesse essere interessato a questo gioiello di arte fotografica, il libro in questione è Private (attenzione: l'immagine della copertina, che ritrae una disinibita Camilla in posa da cortigiana, potrebbe turbare i lettori più impressionabili.)
In ogni caso, non capisco proprio perchè qualcuno dovrebbe volere un libro del genere nella propria libreria, in bella vista, poi, tra l'eptalogia completa de Le Cronache di Narnia e il volumetto di Fiori spontanei delle Isole Britanniche. Io non comprerei mai l'album dei ricordi del Bunga Bunga (e in tal caso non ci sarebbe neanche bisogno di ingegnarsi a fare fotomontaggi o di cercare sosia).
 
In una casa inglese non manca mai un bel bovindo, il ché significa che, quando qualcuno si dimentica di tirare le tende (praticamente sempre), noi turisti o studenti stranieri voyeuristi possiamo godere di piacevoli scorci di caotici salotti e commoventi scenette di serenità familiare. Mi è capitato un paio di volte di guardare la televisione con una famiglia spaparanzata sul divano e allegramente ignara di essere spiata. Non credo possa esserci niente di più inquietante.
Anzi, qualcosa di più inquietante, a pensarci bene, c'è: il tizio adagiato sul suo divano, completamente ignudo e fiero di esibire le sue vergogne ai passanti attraverso una porta-finestra. Io e i miei compagni di studio siamo rimasti pietrificati dalla visione, mentre l'esibizionista, accortosi di noi, si è alzato dal sofà e ha cominciato a roteare tutto orgoglioso il suo lazo. A quel punto ci siamo impegnati per frapporre almeno un isolato tra noi e lui.
 
Avete presente quei film melensi dove il protagonista (quasi sempre un bambino o un'adolescente) scopre per caso,  in un vecchio baule pieno di polvere, il diario segreto di un/a suo/a antenato/a e, rinunciando all'ambizione di vivere cent'anni, si immerge totalmente nelle romantiche vicessitudini in esso narrate?
Alla mia amica Alicia è capitato qualcosa di molto simile, armeggiando con la collezione di libri della figlia (ormai emancipata) dell'anziana signora che la ospitava (devo dire che le librerie inglesi sono particolarmente insidiose.)
Tra romanzi e libri di testo, la grande scoperta: il diario segreto della sua host-sister. Immersa nella lettura, Alicia rivive la storia d'amore della giovane english rose e di un affascinante ragazzo portoghese. Pagina dopo pagina, tra struggimenti, romantiche dichiarazioni e facciate piene di cuoricini, finalmente la mia amica può dare un volto al focoso portoghese. Be', non so se si possa realmente parlare di volto, al massimo di faccia...
Insomma, a mo' di segnalibro, c'era un bel ritratto del suo... companheiro. 
Dopotutto è sempre bello avere una foto (in stile "referto dell'autopsia") delle parti intime del proprio fidanzato. E' di grande conforto quando la saudade si fa sentire.

Ora che vi ho sconvolto e traumatizzato a vita, sono lieto di annunciarvi che la busta è qui nelle mie mani e che le vostre preghiere saranno finalmente esaudite. E' arrivato il momento che tutti aspettavamo.
"E' con grande onore e con immenso piacere" che Il Tè - il blog volutamente ozioso e inutile, incorona come vincitrice assoluta della prima edizione di Quattro famiglie inglesi per Raffy, con il 93% dei voti.... la famiglia Stalker!
Al secondo posto, con il 6% dei voti, gli Older!
Vai con la marcia trionfale: ♪ We are family! I got all my sisters with me! ♫ (è molto simile al solito jingle, ma più solenne, non trovate?)
Ritira il premio, l'ambito Cratere della Vittoria, Jane Stalker (che sfoggia il suo abitino succinto delle grandi occasioni), celebrata da una pioggia di patatine al formaggio lanciate sul palcoscenico e sulla folla in festa dai gemelli Moses e Moab Stalker, che vestono per l'occasione i panni di allegri puttini fluttuanti e benedicenti.

Grazie infinite a tutti voi che ci avete seguito assiduamente da casa e avete espresso il vostro preziosissimo voto!
Vi saluta Raffy, il sedicente Esperto di Famiglie Inglesi!

giovedì 23 agosto 2012

Pubblicità insopportabili #10 - La legge di Marta

In realtà quella di cui vi parlerò oggi non è una vera e propria pubblicità insopportabile... lo è diventata perchè ormai sono mesi che non faccio che parodiarla, interpretarla e recitarla a memoria, al punto che è rientrata ufficialmente nel mio repertorio di tormentoni pubblicitari (insieme alle mai abbastanza compiante pubblicità di Lines Seta Ultra, quella della ruota, a quella di Clinians con Valeria Mazza che dice "la mia clinica della belefsa" e allo spot di L'Oreal con Jane Fonda che ammette, orgogliosa: "Ho sessantanove anni... non male, vero?")
Mi riferisco ad un meraviglioso spot, ideato per l'acqua minerale Bezoya, che ho trovato per caso su un sito di esercizi di spagnolo (bisognava guardare la pubblicità e rispondere a delle domande di comprensione). Da quel momento in poi la mia vita non è stata più la stessa...
Ecco la pubblicità con a seguito la traduzione in italiano.


Tutti conosciamo le legge di Murphy, no?
Be', io sono Marta e ho anch'io una legge. La legge di Marta dice che se qualcosa può andar bene, andrà bene, e che, se non possiamo uscire con gli amici, sarà la volta buona per invitarli a mangiare da noi!
Io prendo sempre il meglio dalla vita, per questo bevo acqua minerale Bezoya, l'acqua che, col suo basso livello di mineralizzazione, mi aiuta ad eliminare le tossine e a prendere solo il meglio!
Bezoya, prendi solo il meglio!


Come avrete notato, le donne spagnole, che siano bambine oppure nonne, hanno sempre una voce da ottuagenaria. In secondo luogo, avrete senz'altro fatto caso al modo barbaro in cui Marta pronuncia il nome "Murphy". Sì, dice proprio "Murfi", ma questo è un vezzo tipicamente spagnolo.
Ciononostante, non potrò mai ringraziare abbastanza Marta.
Ormai è la mia guru, la mia life coatch, la mia profetessa e guida spirituale. La sua legge è la mia religione, la mia filosofia di vita, il mantra che mi ha aiutato a superare un periodo nerissimo della mia esistenza e che, sono sicuro, mi aiuterà ancora a lungo.
Il suo ottimismo, la sua joie di vivre sono contagiosi. Ed è per questo che ho voluto presentare anche a voi Marta, creatura eterea e celestiale, erede del Tonino Guerra di "Gianni, l'ottimismo è il profumo della vita!".
Lei ci sarà sempre per voi.
Ogni volta che sarete in dubbio, domandatevi: "Cosa farebbe Marta al posto mio?"
E allora il sorriso angelico di Marta illuminerà il vostro cammino e tutto sarà più chiaro.
Fidatevi di Lei.
E non abbiate paura del futuro: si algo puede salir bien, saldrà bien. Se qualcosa può andar bene, andrà bene.

Adesso è arrivato il momento dei saluti.
Ho deciso di trascorrere una settimana a Madrid, per meditare e studiare più approfonditamente il Verbo di Marta. Che il suo semplice, ma straordinario messaggio possa infondervi la forza per sopportare la mia assenza. Ricordate: prendete sempre il meglio dalla vita.
Mi mancherete!


domenica 19 agosto 2012

"Il rubino di fumo" e "L'ombra nel Nord" di Philip Pullman

Il rubino di fumo
di Philip Pullman, Salani (BES),
266 pg., 9,0 €
Sono sempre stato contrario alle droghe, ma da un po' di tempo inizio a farmi anch'io. Il mio pusher? Un insospettabile professore universitario. Di Oxford. Che risponde al nome di Philip Pullman.
Ho iniziato ad adorarlo con la meravigliosa saga titanico-metafisico-fantasy di Queste oscure materie (La bussola d'oro, La lama sottile e Il cannocchiale d'ambra) e adesso sono passato a droghe più leggere ma comunque godibilissime come la saga  di Sally Lockhart, scritta negli anni '80, un felicissimo incontro tra giallo, thriller, mistero, romanzo storico e di formazione. Non capisco, però, come gli editori italiani possano averla classificata come adatta ai lettori "dai 6 agli 11 anni". Io consiglerei questo tipo di libri ad un bambino di otto anni solo se volessi traumatizzarlo a vita.
In questa prima avventura, le nebbie della Londra vittoriana si confondono con i fumi dell'oppio. Un sottile filo (di fumo) rosso (rubino) avvolge la città in una fitta rete di frodi, inganni e personaggi difficili da dimenticare, come Sally Lockhart, una graziosa sedicenne, orfana e apparentemente indifesa, che in realtà è dotata di una straordinaria mente matematica, un eccezionale fiuto per gli affari, una mira infallibile con la rivoltella e una perfetta conoscenza dell'indostano. Ma l'apparenza inganna anche nel caso dell'antagonista, uno dei personaggi più diabolici di cui possa aver letto: una nonnina con la dentiera che balla.
L'ombra nel Nord
di Philip Pullman, Salani (BES),
317 pg., 10 €
Non sto scherzando.
Avete presente la strega di Hansel e Gretel?
Bene, ora provate a immaginare la nonna di Jack lo Squartatore. Unite le due insieme e avrete il ritratto dell'agghiacciante Mrs Holland.
"Nei libri di Pullman si respira l'atmosfera del grande romanzo popolare dell'Ottocento" dice bene Gianni Biondillo.  La sua scrittura è effettivamente oppiacea: crea dipendenza.
Non riesco proprio a ricordare come sia successo... ma avevo appena finito di leggere Il rubino di fumo, quando ecco che mi ritrovo improvvisamente in una libreria, con la commessa che mi porge sorridente una copia de L'ombra del Nord, il secondo capitolo della tetralogia. Questo episodio è una virata spericolata nel sovrannaturale e nello steampunk, durante il quale, però, si ha tutto il tempo di conoscere meglio la forte personalità di Sally: ci sono pagine in cui è impossibile trattenersi dall'esclamare: "Accidenti, io la amo questa ragazza!".
La lettura scorre alla velocità di un treno impazzito, fino all'impatto traumatico col finale, da cui non uscirete senza qualche ferita. Ma ne vale la pena.
Ed è valsa la pena anche di ignorare la stupidissima citazione dell'Avvenire che fa bella mostra di sè in copertina: "Ci sono tre scrittori inglesi che è possibile collegare tra loro in una immaginaria genealogia: Lewis Carroll, Tolkien e Philip Pullman". Le uniche cose che questi tre autori condividono sono la nazionalità inglese e la straordinaria genialità.

mercoledì 8 agosto 2012

"La collina dei conigli" di Richard Adams

La collina dei conigli
di Richard Adams, BUR,
432 pg., 12,90 €
Estate, tempo di letture sotto l’ombrellone… e per la serie “Le Copertine più Imbarazzanti da Esibire in Spiaggia”, propongo La collina dei conigli di Richard Adams, un solenne romanzo epico “a metà strada tra Tolkien e Orwell” (ma io ci metterei nella mischia anche Omero e Virgilio).
A dispetto del titolo poco accattivante (non che l’originale, Watership Down, sia granché), si tratta di un classico della letteratura moderna, un piccolo capolavoro scritto da Richard Adams negli anni ’70 e ora messo a scongelare sugli scaffali delle nostre librerie (gli arcaismi e i dialettismi della traduzione italiana, però, lasciano a desiderare).
Guerre, vendette, ire funeste, inganni ed enigmatiche profezie: gli ingredienti sono quelli di un poema epico, ma i protagonisti, come avrete ormai intuito, sono dei conigli.
Okay, aspettate un momento… non andate subito via.
Non si tratta di una favoletta piena di animaletti parlanti e un po’ rimbecilliti in stile Hamtaro – piccoli criceti, grandi avventure. I conigli di Adams non sono coniglietti dalle code vaporose che ballonzolano distribuendo ovetti pasquali ai bambini o le leziose bestioline che popolano le favole di Beatrix Potter, ma animali selvatici, tosti, astuti, che lottano con gli unghioli e con i denti per la sopravvivenza. Animali che se le danno di santa ragione, neanche fossero Bud Spencer e Terence Hill.
Adams sì che sa come far sentire qualcuno un coniglio. Bastano poche pagine, e le tue gambe fresche di ceretta si trasformano in lunghe e agili zampe impellicciate. Inizi a correre, e a balzare fulmineo nelle sterminate campagne dello Hampshire, col cuore che dà il ritmo alla tua corsa. E i tuoi sensi sono più veloci delle tue zampe: le tue narici captano il tanfo della volpe nascosta dietro quel cespuglio di viburno, le tue orecchie odono gli zoccoli di un cavallo al trotto da chilometri di distanza. Pochi righi, e sei un coniglio.
Richard Adams apre le porte di un mondo sconosciuto, più vicino alla terra, e fa dei conigli un popolo valoroso, di cui ricostruisce religione, mitologia, cultura e persino linguaggio.
I protagonisti sono figure archetipiche, come il Profeta Inascoltato, la vox clamantis in deserto, ovvero l’esile ed etereo Quintilio, che prevede la distruzione della sua conigliera, e come Cassandra, non viene creduto, se non da pochi, come suo fratello Moscardo. Quest’ultimo è la Guida, la reincarnazione conigliesca di Enea, l’eroe della moderazione, che condurrà via da Troia in fiamme i suoi compagni e li guiderà verso la nuova terra, promessa dagli dèi, dove vestirà i panni di Romolo e darà il via ad un vero e proprio Ratto delle Sabine, per dare inizio ad una nuova, gloriosa dinastia. Ma insieme a loro c’è anche il fiero e indomito Achille, che qui è il forzuto coniglio Sglaili. E Orfeo, il poeta che ammansisce le belve con la sua cetra, qui interpretato dal cantastorie Dente di Leone. E non manca l’ingegnoso Odisseo, dai mille espedienti, nascosto sotto la pelliccia del sagace Mirtillo.
Infine, il coniglio primigenio, quello di cui parlano tutte le leggende: El-ahrairà (“Il Principe dei Mille Nemici”), un po’ Robin Hood, un po’ Prometeo, un po’, ancora, Ulisse. Un trickster che ricorda il Br’er Rabbit della cultura afro-americana, l’astuto coniglio che riesce a farla in barba al leone. E' con questo personaggio avvolto da un’aurea di sacralità, Adams dà corpo al messaggio fondamentale del romanzo: la supremazia della mente sulla forza bruta.

Se avete dato un’occhiata ai quattro episodi della Guida semi-seria alle lingue inventate e/o segrete, saprete quanto io ami le lingue artificiali. A queste si va ad aggiungere il Lapino (dal francese lapin, “coniglio”), la lingua inventata da Adams per questo romanzo, che ha solleticato la mia vanità con la parola rà, “principe, sovrano”. Si tratta di una lingua estremamente fluffy (o così almeno la definisce il suo creatore), apparentemente influenzata dal gaelico e dall’arabo. Chi dovesse essere interessato, può cliccare su "Continua a leggere..." e consultare il piccolo glossario lapino-italiano per parlare con i vostri amici conigli o per insultare i vostri amici umani senza farvi capire (Siflai hraka, u embliri rà: "mangia la cacca, re dei puzzoni!")

sabato 4 agosto 2012

Rehab in Salento

 Ci sono due modi (più o meno sani) per reagire ad un’apocalittica delusione d’amore: 1. Rimanere a letto per settimane, trangugiando chili di gelato e cantando in preda ai singhiozzi All by myself in stile Bridget Jones, oppure 2.  Darsi alla fuga e partire per un lungo viaggio consolatorio.
Trovandomi in questa malaugurata situazione, ho avuto quanto meno la fortuna di disporre dell’opzione 2 e sono letteralmente schizzato in Salento per una settimana scacciapensieri a base di sule, mare e ientu.
Come compagni di viaggio, ho scelto un’agguerrita squadra di supporto: la mia migliore amica Anny, mia sorella e il mio futuro cognato (perciò cognaturo). La partenza non è stata molto promettente: il tragitto in auto si è trasformato ben presto in un viaggio della speranza, visto che mia sorella ha ritenuto di dover portare il suo intero guardaroba e una rifornimento di vettovaglie sufficiente a mantenerci in vita di qui alla Terza Guerra Mondiale. Insomma, io e Anny ci siamo ritrovati sul sedile posteriore, schiacciati da quintali di pasta, patatine e bottiglie di tè freddo, con un inespugnabile muro di borsoni e valige a dividerci. Eravamo costretti a parlare attraverso una minuscola fessura ricavata tra il suo beauty-case e la borsa porta-scarpe di mia sorella, neanche fossimo Piramo e Tisbe. O i protagonisti di Sepolti in macchina (il nuovo reality di Real Time).
A tutto questo si aggiunge l’incessante vibrare del mio cellulare. Non era chi pensate voi (e chi speravo che fosse): lo stalker era semplicemente mio zio, il Cosmopolita, che ci ha prestato la sua residenza estiva per questa settimana e voleva assicurarsi che conoscessimo a memoria i suoi avvertimenti, le sue regole e le velate minacce. Vi propongo una selezione delle sue innumerevoli raccomandazioni (una telefonata per ognuna):
1. Seguite scrupolosamente il calendario del servizio di raccolta rifiuti (la raccolta differenziata in Salento è una specie di credo religioso, il che è lodevole, ma non ricordo di aver mai provato così tanta ansia e apprensione prima di gettare qualcosa nel bidone dell’immondizia);
2. Se i cani della vicina abbaiano, non lanciate imprecazioni, né maledizioni o anatemi biblici. I cani non le capirebbero, ma la padrona ha le orecchie ben aperte e potrebbe risentirsene;
3. Prendete tutto quello che volete dalla dispensa, ma non toccate nulla che abbia scritte in cinese sulla confezione;
4. Tenete sempre chiusa la porta del giardino, perché è stato recentemente avvistato un topo di grosse dimensioni (ho sperato fino all’ultimo giorno di scovare il nascondiglio della pantegana, da me battezzata “Passeggiatrice”, ma invano);
5. Ho ricavato delle lanterne da giardino da dei vecchi clisteri. Usatele, sono bellissime! (questa evito di commentarla);
6. Se non avete niente di meglio da fare, vi sarei grato se sbrinaste il frigorifero (a questo punto ho pensato: “lo sapevo che c’era la magagna!”)
E infinite altre regole e divieti...
Mi aspettavo anche un “7. L’ala ovest della casa è proibita”.
Dopo due ore di viaggio, con il fondoschiena ormai del tutto necrotico, raggiungiamo finalmente Giuliano (Julie, per gli amici), che no, non è il gatto di Andrea, ma un minuscolo paesino incastonato in un agglomerato di mille altri minuscoli paesini che finiscono quasi tutti in -ano. Mio zio, il Cosmopolita, ci dà il benvenuto ficcandoci del finocchio selvatico in bocca e ci fa fare un tour della casa, uno speziato mix di antiquariato ed esotismo, dal Salotto Vintage, con radio d’epoca e divani damascati rosso sangue e muniti di frange charleston, alla Stanza del Monaco, spartana camera da letto allestita giù in cantina. Io e Anny abbiamo diviso il sontuoso letto a baldacchino di quella che abbiamo ribattezzato la Camera Gotica: oltre al candelabro a bracci e l’immensa volta affrescata, c’era un forziere chiuso a chiave e una porta misteriosa, un po’ come la stanza di Emily nei I misteri di Udolpho.
Vi sfido a indovinare cosa si cela nel forziere e dietro la porta del mistero.
Ma di misteri, in questa settimana di relax, io ed Anny ne abbiamo incontrati molti altri. Per esempio, quello del gabinetto, che emette, di tanto in tanto, un lamento straziante, da far accapponare la pelle: si tratta quasi certamente dello spirito di una fanciulla che si è suicidata dopo la fine di un flirt estivo su cui lei aveva investito troppo.
Il mistero, però, non giace solo nella penombra di antiche dimore salentine, ma serpeggia anche sotto il sole cocente delle spiagge: una mattina, mentre rosolavamo a fuoco lento sui nostri teli mare, io e Anny abbiamo captato l’inquietante conversazione di una coppietta di passaggio:
“Allora, lo facciamo, il loof?” incalza lui,  mettendo una mano sulla spalla unta di crema solare della sua ragazza.
“E facciamo il loof!” risponde lei, sistemandosi il fiocchetto del costume.
Per giorni e giorni ci siamo arrovellati il cervello, chiedendoci cosa mai possa significare “loof” (pr. all’inglese “luf”). Secondo Anny è una pietanza, mentre io sono quasi certo si tratti di un’inconsueta e pericolosa tecnica amatoria.
Malgrado queste angoscianti incognite (molte delle quali rimaste senza risposta), la settimana di villeggiatura è stata soddisfacente: quando io ed Anny non eravamo in spiaggia, impegnati nei nostri programmi di rimorchio selvaggio (“Sì, rimorchio… da dietro” ha commentato Anny, scettica), ho trascorso quasi tutto il mio tempo sull’amaca del giardino di zio Cosmopolita. Dondolando dolcemente a pochi centimetri da terra, come un novello Barone Rampante, ho potuto dedicarmi a tre delle mie attività preferite: leggere, isolarmi dal mondo ed evocare l’elusiva Passeggiatrice (“Passeggiatriceeee… vieni fuori! Dove sei?”).
Vi ho già anticipato che di Passeggiatrice non abbiamo trovato traccia, ma molti altri animali selvatici hanno turbato l’afosa quiete del nostro soggiorno salentino, come nel caso di Bella, la libellula purpurea che ha terrorizzato Anny sin dal nostro arrivo. Oppure Spettro, il ragno curioso che una sera si è calato in stile Mission Impossibl
e dal nostro baldacchino (inizialmente ho cercato di rassicurare Anny, ma poi ho vacillato di fronte alle spropositate dimensioni dell’aracnide e sono dovuto ricorrere all’aiuto di mio cognaturo, onde evitare scene di panico come nella pubblicità di Mentos.)


So che non morivate dalla voglia, ma adesso beccatevi questo mio scatto vagamente osé!
(foto di Anny)

Altra nota stonata è quella delle campane della chiesetta in fondo alla strada, che ci svegliavano ogni mattina con un maledetto e interminabile scampanio che neanche al matrimonio di Cenerentola.
Mettendo da parte misteri, sterili giochi di sguardi sulla spiaggia, animali mitologici e rintocchi festosi alle sette di mattina, la nostra è stata anche una vacanza culturale:  abbiamo visitato la splendida Otranto (che a proposito di romanzi gotici, ne ha ispirato il primo in assoluto: il castello di Otranto di Horace Walpole), con il suo meraviglioso panorama e la suggestiva cattedrale, per non dimenticare poi il castello aragonese, che ospita anche una bellissima mostra di Andy Warhol.
Dopo un lungo pellegrinaggio, abbiamo esplorato anche l’oasi di Porto Selvaggio, definita da alcuni come “la spiaggia più bella di tutte le Puglie”, nonché raccomandata caldamente da riviste autorevoli come Glamour. Una discesa rocciosa ci ha permesso di ammirare la vista mozzafiato della scogliera, del mare cristallino e della fitta foresta di pini d’Aleppo (peccato che anche questa discesa, come molte altre di mia conoscenza, abbia il vizio di trasformarsi in una salita: ho dovuto sfoggiare tutta la mia agilità di capra di montagna).
Né la guida turistica né Glamour, però, fa accenno di un’ectoplasmatica creatura che popola le spiagge di Porto Selvaggio:  la donna più candida che abbia mai visto. Una bagnante francese dalla pelle color bianco ottico, da far male agli occhi. Praticamente un beluga. Un’Estranea uscita da Il Trono di Spade.
Non esagero: non ho mai visto un candore così abbacinante. Ho provato a scattarle un paio di foto da vendere alla Società Internazionale di Criptozoologia, ma il riflesso della luce ha reso inutile ogni tentativo.
Dopo tutte queste meravigliose avventure,  però, il momento del rientro all’ovile è arrivato più in fretta di quanto desiderassi.
Torno a casa con cinquanta sfumature di marrone sulla pelle, la sceneggiatura di una telenovela scritta a quattro mani con Anny (Lecho de rosas, intrighi, crimini e passioni sullo sfondo di una torbida Bogotá), il mio (tanto agognato) braccialetto macramè al polso e il corpo tonificato dall’acquagym.
Sto bene. Per ora.
Ma so che appena avrò varcato la soglia di casa questo spirito di patate svanirà e verrò assalito da due instancabili avversari: Angoscia e Senso di Abbandono.
Ma li prenderò a calci nel sedere. Fosse l’ultima cosa che faccio. Magari a ritmo di pizzica. Il ballo nasce come antidoto al morso della tarantola, ma chissà che non funzioni anche per altri mali...

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