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giovedì 7 agosto 2014

Julie Shore

"Quello che succede in Salento rimane in Salento."
Ventitré anni e non sentirli. Nel senso che, bisbetico e pantofolaio come sono, comincio a pensare di non essermi mai sentito veramente giovane in vita mia. Per questo io e la amica Anny, poco giorni fa, dopo aver rimesso a posto la scatola di Scarabeo, abbiamo deciso di fare almeno un tentativo e provare a comportarci come i nostri coetanei. Così abbiamo fatto i bagagli e siamo partiti per un week end lungo in puro stile spring break, nella speranza di ritrovare i ventenni scatenati nascosti in noi. Ad accompagnarci in questo viaggio nell'anima in stile bevi-flirta-ama non potevano mancare una coppia che di divertimento se ne intende: la nostra esuberante amica Betulla e il suo ragazzo Alex. Destinazione: la romantica, scricchiolante villetta gentilmente messa a disposizione da mio zio, il Cosmopolita, in quel paesino del Salento di appena trecento anime che è Giuliano (per gli amici, Julie.) Inizia con queste premesse l'avventura di Julie Shore, una vacanza che sarebbe potuta benissimo essere un reality trash di quelli che trasmettono su MTV, di cui abbiamo scoperto essere tutti segretamente spettatori assidui.



Betulla, da sempre camaleontica in fatto di capelli, per l'occasione ha tinto la sua chioma dell'esatta tonalità di rosso sfoggiata da Holly, quella con le "tette enormi", nonché la più "accogliente" dei tamarri di Geordie Shore. L'unica ad essere biasimata per non aver mai visto neanche un episodio è Anny, che non ha voluto rinunciare al suo stile "da VIP" e alla sua paglietta, accessorio che le è subito valso il titolo di "Contessa."
La giornata di un Julie inizia alle sette, con un'imprecazione rivolta alle campane che rintoccano a festa dalla chiesetta vicina. Così vicina che l'acqua del rubinetto della cucina scorre direttamente dalla fonte battesimale. All'incirca un'ora dopo questo rintronante risveglio (durante i quali tutti, tranne me, sono riusciti a riprendere sonno), ci riuniamo per la colazione in giardino all'ombra della buganvillea: l'unica già pimpante, anche senza caffè, è ovviamente Betulla, che attraversa la tendina e ci regala il suo "Buongiorno!", con tanto di plateale gesto delle braccia, come a dire "ta ta, eccomi qua!"
Dopo aver vagheggiato il mare per metà estate, finalmente i miei piedi toccano la sabbia rovente. I riflessi del sole sulle onde sembrano ammiccare proprio a me, ma il primo a tuffarsi è Alex, fresco di lezioni di nuoto, che non appena entra in acqua regredisce allo stato infantile: inforca gli occhialini - che fanno sparire i suoi occhi a mandorla - si tuffa a bomba e inizia a mettere in moto i piedi, trafiggendoci con mille schizzi di acqua ghiacciata. Contagiato dal suo entusiasmo, mi metto in testa di insegnargli il delfino, che non rientra esattamente nel livello principiante. E infatti tutto ciò che riesce ad eseguire è lo stile "a schiaccianoci", con chiusura a scatto del bacino. Gli riconosco però il merito di aver fatto bracciate da gigante in pochissimi giorni, grazie all'esercizio e ai miei consigli personalizzati: "Alex, voglio un movimento più sinuoso, serpentiforme... un brivido che parte dalla testa e corre fino alle punte dei piedi... fai come la Tatangelo, devi sentirti una muchacha troppo sexy, che non dà troppa confidenza ai maschi... Sì, così, fai l'amore con il mar..."
Dopo le esercitazioni di apnea e immersione, mi sento in vena di divulgazione scientifica: "Alex, lo sai che i trichechi si scontrano petto contro petto quando lottano per le femmine?" Mi pento immediatamente di essermi fatto scappare questa curiosità etologica non appena ricordo di avere di fronte un ragazzone di ventisei anni con un torace a due ante. Da quel momento non mi riesce di intavolare una conversazione a mollo con Anny e Betulla senza ricevere il colpo di petto a tradimento del tricheco in calore. Questo genere di agguati sfociano quasi sempre in stupri acquatici, tra lo sbigottimento e lo scandalo generale dei bagnanti, che mi guardano fuggire a nuoto e guadagnare stremato la riva invocando gli déi affinché mi sottraggano dalle grinfie del mio assalitore, anche a costo di trasformarmi in un giglio di mare.
Se intanto vi interessa avere un'idea del tipo di conversazioni che intercorrono tra i Julie mentre galleggiano oziosamente vicino alla riva, vi informo che si tratta dei temi più variegati, dai traumi infantili ("Vi ricordate la scena in cui André strappa la camicia a Lady Oscar e la scaraventa sul letto?!") a quesiti morali di un certo spessore ("Quale dea avreste scelto al posto di Paride?"), dai piccoli drammi quotidiani di Anny ("Raffy, ma non è che ora sono troppo abbronzata?") al palato difficile di Betulla ("Cosa intendi dire esattamente con 'non mi piace l'olio'?")
Intanto, col passare dei giorni, il sole e la salsedine privano via via i capelli rosso Ariel di Betulla della loro originaria intensità e allo stesso modo sbiadisce sempre più la mia autostima, ripetutamente umiliata dai fisici scultorei dei miei vicini d'ombrellone. "Ma come fanno ad essere così perfetti?" mi domando inutilmente, "Che ci mettono questi nelle pucce?" Anny si guarda in torno anche lei come a voler trovare una risposta che non c'è e mi rivolge uno sguardo solidale, poi si sistema il rivestimento floreale del costume e riprende a litigare con WhatsApp, che le impedisce di ricevere notizie del suo adorato gatto Ciccio.
Mi riaccascio sconfitto sull'asciugamano, sentendomi come se qualcuno avesse conficcato un ombrellone nelle sabbie mobili del mio amor proprio. Subito però mi risollevo, avvistando Betulla che corre dal bagnasciuga. Gli occhi luccicanti mi dicono che ha in mente qualcosa. I capelli, ora arancioni, raccolti in una coda di cavallo, la fanno assomigliare a Misty, l'allenatrice specializzata in Pokémon d'acqua. Tra l'altro ha anche un bikini a fantasia Togepi.
"Raffy, andiamo sull'aqua-rocket?!"
"Il Team Rocket? Dove?!"
"L'aqua-rocket! E' un gommone trainato da un motoscafo! Ti prego, Raffy, andiamoci!"
L'ottuagenario che c'è in me ha già risposto "no" prima ancora di sapere di cosa si tratti. Per questo accetto, anche se poco convinto. Ma forse il vero motivo della mia accondiscendenza è che voglio allontanarmi al più presto da un gruppo di tamarri che hanno deciso di giocare a calcio sul mio telo-mare (con i loro succinti speedo bianchi e la catenina d'oro al collo sembrano degli enormi e fastidiosissimi bebè.)
"Sarà divertente, Raffy!" mi assicura Betulla, "L'hanno fatto anche quelli di Geordie Shore!"
Ecco le parole magiche che volevo sentire...
Lasciamo sotto l'ombrellone Anny, che si è strategicamente finta morta, e una volta imbracati col giubbotto salvagente, io, Betulla e Alex prendiamo posto su una spaziosa poltrona gonfiabile. "Ragazzi, ma siete sicuri che sia abbastanza figo?" domando. "A me sembra un banale giro in barca... non era meglio un pedalò?"
Non riesco nemmeno a finire la frase che il motoscafo parte come un razzo mozzandomi il respiro. Alex mi sghignazza in faccia mentre mi aggrappo disperatamente alle maniglie e mi dimeno con tutto il corpo come uno sgombro appena pescato. Anche il sadico alla guida della barca se la ride all'idea di farci rischiare l'osso del collo ad ogni sobbalzo e virata repentina. Il giro della morte sembra non dover finire mai: "Ma dove ci sta portando 'sto pazzo?" grida Alex, che dopo mezz'ora di scossoni ha ben poco da ridere. "Boh, da qualche parte dove questa cosa è legale..." urlo per sovrastare il fragore degli spruzzi. "In Albania forse..."
Al termine dello sballottamento a pagamento io e lui arranchiamo più morti che vivi verso l'ombrellone, mentre Betulla si è già lanciata in un'agguerrita sfida a racchettoni con Anny, che perde, anche se dignitosamente, solo perché penalizzata dagli acciacchi dell'età. Io, nominato a mia insaputa arbitro della partita, cerco di leggere La Mandragola, se non fosse che un tizio spalmato sulla sdraio più vicina, non potendo dividere con tutti gli altri bagnanti le cuffie del suo iPod, si premura di cantare a squarciagola tutta la discografia di Vasco Rossi, a cominciare da: "Quanti anni hai, bambina? Quanti me ne dai stasera?" Non so la ragazza della canzone, ma io mi sento a un passo dal pensionamento, visto che devo infilarmi gli occhiali anche solo per seguire i movimenti dell'istruttore di aquagym.
Calate le tenebre i Julie si fanno belli per la vita notturna di Gallipoli, luogo d'incontro di tutti i galletti e le pollastrelle più festaioli del Salento. Prima, però, un salto a casa per una cena leggera (solo un'insalata anni '80 con pollo, speck, cetriolini e maionese) e una doccia, incidenti domestici permettendo: basta tirare troppo forte la tendina, che la sbarra della doccia ti cade sul piede strappandoti un'irripetibile maledizione in grico salentino stretto e costringendoti a improvvisare un'esibizione di pizzica dal dolore. Come se non bastasse, lo sventurato in questione - che sarei io - non riesce a rimetterla al suo posto e si vede obbligato a chiamare Alex. Lui la riaggiusta in un attimo mentre balzello sul piede sano nel tentativo di acciuffare l'asciugamano. "Tranquillo, Raffy, non hai niente che non abbia già visto" mi rassicura. "Sì, giusto..." convengo, "d'altronde, parafrasando Laura Pausini, yo lo tengo como todos..."
Odo scrosci di risate dalla toeletta delle ragazze. "Mi raccomando, non fate come me: tirate la tendina con la massima delicatezza... come se doveste scostare il sottile velo che separa due dimensioni parallele..."
Raggiungere la discoteca, accuratamente selezionata dalla nostra PR, Betulla, si rivela anche questa un'impresa non priva di imprevisti. Dopo giri in tondo e strade chiuse, ci decidiamo a chiedere informazioni a due vigili: "Dovete tornare indietro fino alla rotonda, poi prendere per Lido Conchiglie e proseguire dritto. Vedrete le luci..."
"Sì, è come una cattedrale nel deserto" aggiunge poeticamente il suo collega. "Non potete non vederla."
Per sicurezza, lungo la strada, Betulla chiede conferma a (quelle che scopriamo troppo tardi essere) due squillo. Avremmo dovuto capirlo dal fatto che erano stravaccate su una panchina davanti a un ristorante con i piedi poggiati su di una ringhiera, malgrado la gonna. La prima, con i capelli mesciati di biondo e un forte accento brasiliano, ci liquida subito dicendo di non sapere dov'è, sorridendo amaramente della nostra ingenuità, mentre l'altra ci dà delle vaghe indicazioni.
Finalmente, scorgiamo all'orizzonte la Cattedrale nel Deserto, un'oasi luminosa incastonata nel buio dell'Arizona salentina. Mentre incespica sui tacchi giù per la discesa rocciosa che funge da parcheggio, Betulla, i capelli sempre più rosé, sembra una principessa venusiana su suolo marziano. E sempre più alieno appare ai Julie il mondo intorno a loro una volta varcate le soglie della Cattedrale: delle sirene appollaiate su piattaforme galleggianti nel bel mezzo di una piscina lanciano sguardi ammaliatori da sotto i loro candidi cappucci alla Kylie Minogue, mentre una drag-queen alta due metri misura a grandi falcate la pista da ballo portandosi dietro uno strascico di piume di pavone (ogni deserto, d'altronde, deve avere la sua Priscilla). Da un palcoscenico che spara lingue di fuoco, una tizia sputata Lorena Bianchetti, ma strizzata in un completino di pelle nera da scomunica, canta This is the Rhythm of the Night dando inizio alla serata anni '90. Ci rendiamo conto ben presto che si tratta di una discoteca mista, che accoglie festaioli di ogni gusto, il che è bello e molto moderno ma anche poco pratico se si è in vena di avventure estive. Ovunque incantevoli menadi danzanti e semi-dei abbronzati si contorcono spargendo libagioni di vodka in onore di un Bacco col colbacco, ma tra questi si zampettano anche i soliti personaggi felliniani che costituiscono il piccolo popolo della notte: la tarchiata signora Cotechina, con delle infradito-gioiello a impreziosirle le gambe gonfie come cactus, il nano che si struscia con la biondona nordeuropea, il cannato che si fascia con cura ossessiva un braccio con delle stelle filanti o il gruppetto di cinesi scheletrici armati di ventaglio.
Gli incensieri della Cattedrale nel Deserto sprigionano ondate di nebbia artificiale, che avvolge tutto e tutti, e ogni volta che si dirada nulla sembra più com'era prima. Sorridi ad Anny che balla spensierata e, un attimo dopo, dal fumo bianco emerge una mano ignota che scivola sulla stampa foulard del suo vestito, accarezzandole la schiena. Anny si volta verso di me e Betulla, smarrita, poi i suoi occhi verdi, sgranati dalla sorpresa, inciampano nello sguardo di brace dell'affascinante sconosciuto che la stringe a sé. Lui le balla intorno per un po', giocando delicatamente coi suoi ricci castani, senza smettere di guardarla fisso attraverso gli occhiali neri da finto nerd, mentre in mezzo alla barbetta balugina un sorriso assassino, anche più bianco della camicia che lascia intravedere il petto color caramello. Assistiamo tutti compiaciuti a questo incontro fatale, cercando di leggere il labiale. Anny ha l'espressione piacevolmente incredula di Aurora quando crede di ballare col gufo e gli altri animaletti del bosco e invece si ritrova di punto in bianco tra le braccia del principe dei suoi sogni.
Ma le correnti del dance-floor, è cosa nota, sanno essere molto crudeli e portano via troppo presto l'ambrato seduttore.
Dopo non molto lo vediamo intento a ripetere lo stesso approccio mellifluo con una sciacquetta bionda dalle labbra e gli zigomi chiaramente gonfi di silicone, che io e Betulla fulminiamo all'istante con sguardi stroboscopici. Anny, invece, la prende con filosofia: una vera Julie continua a ballare e a divertirsi anche col cuore infranto.
Con pochi altri eventi degni di nota si conclude questo ritorno musicale agli anni '90, e il fatto che per divertirmi davvero abbia dovuto aspettare di muovermi a ritmo di canzoni vecchie di un decennio dimostra quanto sia fallimentare il mio proposito di iniziare a vivere pienamente la mia giovinezza. La sento costantemente sgusciarmi tra le mani, come questo week-end, giunto troppo presto alla parte dell'"end". Chiuse a fatica le valige e sistemato tutto in macchina, facciamo rotta mogi verso casa. La mia memoria senile, però, ancora una volta ci costringe a una falsa partenza.
"Perché ho l'impressione di aver dimenticato qualcosa?" borbotto, riesaminando i trolley, borsoni e beauty-case che mi seppelliscono.
"Hai spento il gas?" domanda Alex.
"Sì."
"Hai abbassato le tapparelle?" chiede Betulla.
"Sì."
Segue un attimo di silenzio, poi... scoppia il panico: "KEVIN*!!!"

* Il nome è lo stesso del piccolo, negletto protagonista di Mamma ho perso l'aereo, ma chi o che cosa è "il nostro Kevin"? Se indovinate avrete diritto ad entrare nel cast della seconda stagione di Julie Shore!

Illustrazione di Giulia Tomai.

lunedì 9 dicembre 2013

Una serie di accademici accadimenti VI - C'era una svolta

"Se volete conoscere un cretino, salite su un autobus." (Salvador Dalí)
Il mezzo di trasporto più celebrato dalla letteratura è senza dubbio il treno (prima che ci fosse Trenitalia, ovviamente), ma anche l’autobus, per quanto più prosaico, ha le sue storie da raccontare. Ho voluto presentarvene sei, tra aneddoti, sketch e stralci di conversazione, tutti avvenuti lungo il mio quotidiano pellegrinaggio studentesco verso CanterBari: tre storie per l’andata e tre per il ritorno. Salite a bordo anche voi?
Sono rimasti soltanto i posti in fondo, però... te pareva! Vedrete che tra neanche due fermate si riempirà di ragazzi dell’Industriale: come sempre faranno un chiasso infernale, grideranno le più truci oscenità in dialetto stretto e appesteranno l’aria con le loro secrezioni ormonali.
Vi invito a mettervi comodi, per quanto possibile. Intanto sarà meglio che vada ad obliterare i biglietti: dallo specchietto vedo già il broncio da duro dell'autista, che ha inforcato i suoi occhiali da sole a specchio e si è avvolto al collo la pashmina. Il piede è già lì che freme sull’acceleratore...

I Sanniti

"Maledetti sanniti, garibaldini e comunisti!" è l’imprecazione con cui una bellicosa vecchietta sale sul mezzo e annaspa tra i sedili, stracarica di buste della spesa. Sotto la gonna spuntano due gambette ossute, imballate in un paio di collant rosso vermiglio: due zampe di ibis che fanno pendant col naso a becco. Ai piedi, a sorpresa, porta delle scarpe da ginnastica, innovazione calzaturiera che di recente ha conquistato molti anziani, tra cui anche mio nonno.
La vecchietta, in preda ai suoi borbottii marziali, adocchia il posto libero accanto a me, ma poi ci ripensa e passa avanti, rivolgendo un’occhiata sospettosa alla mia incolta barba da bolscevico.
"Che avrà contro i sanniti?" domanda Anny, che era dietro di lei, dopo essersi seduta al mio fianco.
"Non ne ho idea. Forse si è legata al dito la storia delle Forche Caudine. Certe umiliazioni bruciano anche dopo secoli..."
"Fa tutto un brodo con garibaldini e comunisti."
"Probabilmente capirò meglio quest’associazione di idee dopo l’esame di Storia..."
"Pesantuccio, eh?”
"Il prof è ossessionato dalle date, altrimenti non sarebbe così male. La Storia Contemporanea è affascinante dopotutto..."
"Be', su, le date sono facili... la Seconda Guerra Mondiale lo sanno tutti che va dal 1939..."
"... al 1945, lo so. Il problema è che lui pretende anche che gli si dica il mese e il giorno della più insignificante scaramuccia tra il piccolo Churchill e i bulletti del suo quartiere... tipo, quando inizia esattamente la Guerra? A giugno? A febbraio? Che faccio, tiro a indovinare?"
A queste parole una ragazza appostata sul sedile davanti si sporge in modo plateale dalla suo schienale - i biondi capelli a spaghetto che frustano l'aria - e ci riserva una smorfia scandalizzata, poi, con visibile disprezzo, getta una perla a noi porci incolti: "Il primo settembre millenovecentotrentanoveee!"
“Okay, grazie” ringhio, silurandola con lo sguardo.
Colpita e affondata, la wikipedante mette il broncio e batte in ritirata, rinunciando alla sua crociata contro l’ignoranza
Io e Anny rimaniamo per un po’ in offeso silenzio, mentre la divulgatrice torna a trincerarsi nella sua irritante saccenteria. E che ci creda o no, la parola 'saccenteria' esiste per davvero.
I tragitti in pullman sono lunghi ed estenuanti, in più il biglietto costa sempre di più: bastava dirlo subito che voleva essere mandata al quel paese, gratis.
"Maledetti sabini, sanculotti e sapientoni!"

Pullmansia
Odio quando il pullman è pieno da scoppiare. Posso sentire i pendolari rimasti in piedi che mi alitano sul collo, e, a meno che tu non sia Gesù Bambino al freddo e al gelo in una grotta, non è mai una bella sensazione.
"Eh, e cos’è questo, il pullman degli studenti? Tutti studenti sono..." commenta una signora imbottita di piume d'oca, aggrappandosi al ripiano portabagagli. Mi sforzo di inghiottire tutte le possibili risposte polemiche che mi affiorano in bocca. Sì, siamo studenti, e dopo la laurea rimarremo col sedere a terra, perciò le mie chiappe non si muovono di qui, capito?
Lei e altre quattro o cinque senza sedile se stanno lì, incastrate con tutta la loro ingombrante mole in mezzo al corridoio, a farti sentire in colpa perché non hai intenzione di cedere il posto. L’inefficienza dei mezzi pubblici mi rende scorbutico e rancoroso, lo so. Ma, prima di tutto, se offrissi il mio posto ad una di loro, oltraggerei le altre, e poi se avessi voluto rischiare la vita ad ogni sterzata sarei salito sul Nottetempo.
Intanto però le passeggere in piedi, allineate come antiestetiche cariatidi, continuano a gravare minacciose su di me, che cerco invano di leggere un racconto di Buzzati. Parlano di banalità degne del palinsesto pomeridiano di Canale5, ma io le vedo ergersi a taciti giudici della mia condotta vergognosa.
Il senso di oppressione lievita a poco a poco, fino a farsi insopportabile. Come se non bastasse, alla radio danno i Carmina Burana. Fortuna imperatrix mundi…

Non so come possa venire in mente a qualcuno di trasmettere canzoni così ansiogene. Ma chi è il deejay, Dario Argento? In latino, poi! Una canzone in latino!
Il mio respiro si trasforma presto in un rantolo. Dalla radio ribollono con ctonio risentimento le invettive del coro contro la sorte crudele. 
L'Inferno. Questo è sicuramente l’Inferno di Dante.
Sors immani! Et inanis! Rota tu volubilis!
Le voci si innalzano di colpo come un getto di lava.
Istintivamente mi rannicchio in posizione fetale, cercando di non sfiorare il gomito del mio vicino di sedile. Ho... bisogno... di... più... spazio. Potrei mettermi ad urlare.
Status malus! Vana salus! Semper dissolubilis!
La signora accanto a me sta per schiacciarmi. Tra poco i suoi enormi seni mi si riverseranno addosso con la peccaminosa abbondanza di Mammona. Mi contorco come un dannato, mi giro e un volto grifagno da Belzebù incombe dietro di me, gli artigli che affondano nella tappezzeria screziata e polverosa del mio sedile. Un vecchio Asmodeo ansima in preda all'asma e Bafometto bofonchia insensatezze all'orecchio di Mefistofele, mentre da qualche parte, infondo al pullman, risuona la risata gracchiante di Lilith.
Mecum omnes plangite!
Il caldo è una morsa intollerabile. Le tende  rosso sangue mi lambiscono come lingue di fuoco. Corpi sudati e aggrovigliati sussultano e si rimescolano ad ogni buca nell’asfalto. La borsa a tracolla grava sul mio petto come l'Incubo di Füssli. Calore, polvere, sudore… troppa umanità! Invio un SOS al cellulare di Anny. In una scala da zero a Munch la mia ansia schizza a livelli kirkegaardiani. Aria! Fatemi uscire! Ho bisogno d’aria!
Poi le porte automatiche finalmente si schiudono, con uno sbuffo da solfatara. La bolgia scorre via lenta e con immensa fatica risalgo il baratro demoniaco in cui ero precipitato. Il mio cuore torna a battere a velocità regolare, man mano che riemergo dalle tenebre asfissianti di sciarpe, piumini e ombrelli.
Dalla radio ora si leva, leggera come una colomba, la voce di Cher, angelo della salvezza, senza sesso e senza età, spirito benefico dai capelli ultra-lisci che diffonde speranza e invita a credere ancora nella vita.

Strane creature che meriterebbero di essere esposte in un acquario
"Anny, ti ho preso il posto!" la chiamo, facendole cenno con la mano dal fondo del bus. "Che bello che ci sei, Bobo! Quando viaggio da solo mi viene la pullmansia..."
"Ciao Raffy, anche per me è bello vedere una faccia amica” sospira Anny, immobilizzando col laccetto le ali palpitanti dell’ombrello. “Oggi sono andata dal tutor... simpatia portalo via! Ma via proprio..."
"Perché hai un tutor? Anch’io voglio un tutor! Come faccio a procurarmi un tutor?"
"Ad ogni studente di Medicina viene assegnato un professore che gli faccia da mentore" esala lei,  liberandosi dalla stretta assassina della sciarpa. "Qualcuno a cui chiedere consiglio, insomma. Ma il mio non è un granché come nume tutelare."
"Be', sempre meglio di niente, Bobo. Io mi accontenterei anche di un animale guida che mi appaia in sogno e mi suggerisca come ottimizzare i tempi di studio."
"Non immagini che rottura: sono stata lì seduta per ore nella sua sala d’aspetto. Per quanto fossi circondata da gestanti non è stata una così dolce attesa..."
"E che ci facevano lì?"
"Scusa, non ti ho detto che è un ginecologo, il mio tutor. C’era solo una donna a non essere in stato interessante. Però era parecchio interessata a me: non faceva che fissarmi. Poi a un certo punto si è fatta avanti e mi ha chiesto che ci facessi lì. Forse mi ha presa per una futura ragazza-madre..."
"Con quel faccino angelico? Ma dai, a te le visite ginecologiche viene a farle direttamente l’arcangelo Gabriele..."
"Io le ho spiegato che sono una studentessa e che aspettavo il dottore per un colloquio. Lei mi ha sorriso, non senza una punta di malizia, poi si è ravviata i capelli biondi, ha incrociato le gambe e mi ha rassicurata, in tono suadente: ‘Vedrai, lo riconoscerai subito. E’ identico a George Clooney...'"
"E lo era?" domando, piuttosto scettico.
"Forse dopo una decina di Martini, sì."
"E questa signorina così ginecologicamente socievole non era incinta, hai detto, vero?"
"No, mi ha detto di no."
"Mmm… mi sa che si aspettava che il dottore si occupasse anche di quello."
Anny sembra ponderare a fondo su questa possibilità.
"Ti sei accorto che siamo in un acquario mobile, comunque?"
Io la guardo con aria interrogativa, poi butto un occhio al finestrino: piove talmente forte che l’acqua chissà come si è infiltrata nel doppio vetro.
"Fantastico. Sembra di stare in una quelle penne che regalano come gadget... sai, quelle piene d’acqua e con i glitter che fluttuano appena le muovi." Solo che in questo caso a turbinare ci sono solo i granelli di polvere accumulati nei secoli...
Per almeno cinque minuti rimaniamo a fissare come ebeti le increspature dell’acqua attraverso quello che ormai sembra l’oblò di un sottomarino. "Ricordi Disco Stu?" domanda poi Anny, ridestandosi dal torpore ad una brusca svolta del torpedone.
"Quel tizio strambo che si crede Michael Jackson? Che ha fatto, è entrato di nuovo in sala lettura di Medicina a passo di moonwalk?"
"No, ha sfondato la porta con un calcio alla maniglia e ha annunciato: 'Ragazzi, sono tornato! Sono stato un po' in prigione, ma adesso sono di nuovo qui!'"
"Quando dice 'prigione' intende 'reparto psichiatrico'?"
"C’è dell’altro. Si è seduto, ha tirato fuori i suoi libri e poi…"
"... ha tirato fuori qualcos’altro?!” incalzo, temendo il peggio.
"... si è alzato il dolcevita bianco per mostrare gli addominali."
"Oh Dio mio, che cosa orribile! Il dolce vita bianco... come quei maniaci sessuali degli anni '70 che volevano darsi un tono da intellettuali per rimorchiare qualche ingenua liceale di provincia! Che indumento viscido..."
"Ehm... già" mi asseconda Anny. "Comunque non era un bel vedere: i muscoli sono pronunciati, ma per il resto è rachitico..."
"Scommetto che è pallidino, pieno di nei..." tiro a indovinare, rabbrividendo. "E con pochi peli ma scurissimi! Bleah!"
Cerco di reprimere le vivide immagini mentali che sono così bravo a creare. Intanto che l’autista scala le marce l’acqua si arriccia con uno schiocco sul bordo del finestrino, per poi essere respinta indietro dalla risacca. "Ma non fa Medicina, giusto?"
"No, mi ha detto che sta seguendo un corso da magazziniere."
"Ma come? E che ci sta a fare lì da voi, allora?"
"Nessuno l’ha ancora capito. Ha portato un cd house a una mia amica. Dicono che l'anno scorso volesse fare il carabiniere, o il vigile..."
"Sì, l'astronauta... ma poi cos’è che fa esattamente, un magazziniere?" mi domando. "Comunque  per fortuna nella biblioteca della mia facoltà tipi del genere non ne ho visti... a parte forse il Nano."
"Il Nano?"
"Sì, credo che il termine politically correct sia 'persona piccola'. La prima e unica volta che l’ho visto non faceva altro che leggere a bassa voce, cosa che normalmente trovo snervante. La sua però sembrava una specie di litania, come una profezia... a un certo punto ho creduto che stesse per rivelarmi chi ha ucciso Laura Palmer."
"Da noi invece c’è un altro strano tipo che passa tutto il tempo in biblioteca a scribacchiare cifre e calcoli senza senso" rilancia Anny. "Secondo me è uno studente di Medicina mancato che dopo il tracollo nervoso finge solo di studiare. Oppure è una Beautiful mind all'opera."
"Un po' come me, che fingevo di prendere appunti nell’ora di fisica per non dare un dispiacere alla professoressa.”
"Non parlarmi di appunti…" mi prega Anny, alzando gli occhi al cielo. "Tocca a me sbobinare la lezione di oggi."
"Bobo, sai quanto io adori i verbi ridicoli, ma cosa intendi dire esattamente?" inquisisco, grattandomi il mento.
"Ad ogni lezione registriamo tutto ciò che dice il professore e poi lo trascriviamo al computer. Siamo un gruppo, ma piuttosto elitario, perciò anche se facciamo a turno è comunque una faticaccia. Poi ci sono delle norme molto rigide a cui dobbiamo attenerci..."
"Oh!" esclamo, affascinato. "Quindi siete una specie di sorellanza? La Sorellanza delle Sbobinatrici! Wow, che cosa eccitante! Vi immagino già con un filo di perle al collo e un twin-set rosa confetto, che sorseggiate tè corretto su una veranda e organizzate brunch e galà di beneficienza."
"Sì, ma il gruppo originario era molto più nutrito di adesso. Prima dello Scisma, intendo."
"Lo Scisma?"
"Sì, una gravissima rottura che ci ha messo le une contro le altre: amiche contro amiche, compagne di corso contro compagne di corso. E' stato terribile. Alcune sono state espulse dal club perché le loro trascrizioni erano illeggibili, praticamente dei flussi di coscienza alla Joyce, degli ammassi di parole senza né punteggiatura, né divisione in paragrafi. Pensa che non usavano nemmeno il grassetto per le parole chiave!"
"Che barbarie!"
"Così le hanno mandate via, e loro hanno formato un gruppo tutto loro."
"Le Emule di Eco" ribattezzo prontamente, non potendo resistere alla tentazione di dare nomi altisonanti a qualsiasi cosa.
"Dopo un po’ però alcune delle ripudiate hanno insistito per tornare nella Sorellanza, ma hanno dovuto subire pesanti umiliazioni: audizioni, sfide incrociate, sbobinature di prova… solo coloro che hanno dimostrato di possedere l’X-Factor sono state riammesse, cioè un’esigua cerchia di Elette."
"Ma chi ha deciso tutto questo... il regolamento, dico? Qualcuna è scesa da una montagna con delle tavole di pietra?"
"In teoria la nostra sarebbe una democrazia, ma il potere di fatto è detenuto da una lobby piuttosto ristretta. La leader indiscussa è senz’altro una. E' stata Lei a introdurre le pene corporali per chi non si attiene al canone: ogni trascrizione deve essere in Helvetica, grandezza 12, con un’interlinea di 1,15 centimetri. Ah, e il testo deve essere giustificato, naturalmente."
"Naturalmente."
"Lei controlla personalmente tutte le sbobinature."
"Maniacale! Quindi se scrivi in Arial, con grandezza 11 e interlinea di 1,14 centimetri, che succede, le esplode la testa?" ipotizzo, allibito. "Ma come fa di nome questa dittatrice? Paris Geller?"
Anny abbozza un sorriso, ma continua a guardarsi intorno impaurita, come se temesse di vederla spuntare a testa in giù fuori dal finestrino.
"Comunque che schifo di carattere, Helvetica. Non era meglio un semplice Times New Roman? Il mio preferito, a dirla tutta, è Georgia, ma..."
"No, io lo adoro!" replica Anny, con ardore. "Ho votato Helvetica al referendum…"
"Oh, povera bambina, ora ho capito cosa ti hanno fatto: mostri tutti i segni di un lavaggio del cervello!" – cerco di abbracciarla, sentendomi maledettamente in colpa per non essermi reso conto prima di quali atroci abusi abbia dovuto subire. "Lei non è qui adesso: puoi dirlo che Helvetica ti fa schifo come font... Davvero, sei al sicuro con me..."
"Oh, smettila, Raffy, mi piace davvero Helvetica!" protesta Anny, divincolandosi.
"Oh, va bene..." chiudo lì, affrettandomi a dirottare la conversazione su argomenti meno spinosi per non alimentare i suoi già laceranti conflitti interiori. "Questa tiranna ce l'ha un fidanzato? C’è un Re di Cuori al suo fianco, o l'ha già fatto decapitare?"
"Sì, il fidanzato ce l'ha, ma è nell’esercito. Chissà dov’è adesso..."
"Ah, ecco, meglio l'Iraq, in effetti. Questo spiega molte cose. Alla poverina evidentemente il sesso telefonico e i messaggini sconci non bastano per distenderle i nervi..."
Anny preferisce non aggiungere altro. Nei suoi occhi leggo il terrore. E’ stata chiaramente plagiata dalla setta a cui si è incautamente unita. Chissà quali irripetibili minacce avrà ricevuto...
Meglio non insistere oltre. Lascio che lo sciacquio amniotico del finestrino la culli per un po' e aiuti il suo animo turbato a ritrovare la pace.
"Comunque, siamo alle solite!" prorompo, vedendola più serena. "Com’è che una squilibrata non fa alcuna fatica a trovare un fidanzato che se le prenda, e io invece sono ancora single? Non sono forse abbastanza psicopatico?"
"Oh, no, Raffy, sei pazzo da legare e tu lo sai" mi rassicura Anny, dandomi una pacca sulla spalla.
"Lo dici solo per farmi stare meglio" borbotto. "Bobo, io e mia madre pensiamo che tu non ti stia impegnando abbastanza per trovarmi un buon partito a Medicina" aggiungo, in tono serio. "Pensavo fosse questo il motivo per cui ti eri iscritta. I patti erano chiari."
"Farò del mio meglio, Raffy" mi garantisce lei, poco convincente. "Te lo prometto."
La guardo per un po’ con aria diffidente, poi mi volto dalla parte, immalinconito. I miei pensieri mulinano come quell’acqua intrappolata nel doppio vetro. "Mi sembra di essere nel cestello della lavatrice" dichiaro, appannando un po' il finestrino con un sospiro.

Maria Magdalena
 

Un ragazzo dall'aria afflitta avanza a fatica tra i sedili straripanti di giubbotti, le maniche matelassé e gli orli di visone sintetico che si sporgono a impedirgli il passaggio. I suoi occhi umidi vagano in cerca di un posto libero. Quando lo vedo puntare al sedile accanto a me distolgo in fretta lo sguardo. Con mio sommo orrore, mentre gli faccio spazio, lo sento piangere sommessamente. 
L'autobus, come sempre, è strapieno a quest'ora. Infatti la sua amica si è dovuta sedere dall'altro lato del corridoio.
Cerco di restare impassibile, mentre lui si lascia sfuggire un singhiozzo. Mi sorprendo a ritrarmi, fino ad addossarmi al finestrino gelido, quasi per paura che la sua infelicità mi contagi. E' un movimento istintivo. Mi dico che lo faccio per rispetto, per non farlo sentire più a disagio di quanto già non sia, ma quello a cui penso è soprattutto il mio, di disagio.
E' una cosa strana, il pudore del dolore.
Per infelice coincidenza la radio trasmette il pop lamentoso di Maria Magdalena, con la pioggia che tamburella a ritmo sul tetto.


"Hai provato a chiamarlo?" domanda l'amica, in un sussurro. Il finestrino riflette il suo volto solidale, sospeso nel grigiore del paesaggio urbano.
"Sì, ma è sempre spento" balbetta lui, la voce tremula come la goccia di pioggia sul vetro su cui mi costringo a concentrare lo sguardo.
Lo sento frugare nelle tasche, o nello zaino, e con la coda dell'occhio lo vedo tirare fuori un cellulare, ma trema così tanto che gli cade per terra. Tra un sobbalzo e una frenata, le sue mani cercano disperatamente di metterne insieme i pezzi, come se da quello dipendesse la sua vita.
"Allora, squilla?" domanda l'amica, con apprensione.
Il ragazzo rimane in silenzio, forse perché sta pensando a quali parole mettere insieme nel caso, sempre più remoto, che dall'altra parte a rispondergli non sia ancora una volta una voce registrata. Prega mentalmente di non dover riascoltare quel messaggio gratuito dell'operatore, che suona come una porta sbattuta in faccia.
La ragazza allunga la mano per afferrare la sua: una cordicella d’amicizia che dondola in mezzo all’angusto corridoio di un pullman.
"E' spento... ma riprovo finché non mi risponde."
A questo punto mi decido a tornare al mio libro. Torvald sta pregando Nora di restare, ma ecco che inaspettatamente una voce metallica emerge da quell’oggetto miracoloso, il talismano che il mio compagno di viaggio tiene premuto sull’orecchio. 
"Ha risposto!" bisbiglia la ragazza, con un sussulto, senza rivolgersi a nessuno in particolare.
"Ti giuro che non è successo niente..." sta mormorando il ragazzo, facendo un grande sforzo per trattenere le lacrime. "Non lo so… devo aspettare prima di saperlo... Mi dispiace, io… Ma te lo giuro... per favore…"
Non riesco a captare le esatte parole dell'altro, ma le sue risposte sono lapidarie.
"Non lo so... ascolta, ci possiamo vedere per parlarne?... Ah, capisco... ma allora ci sentiamo più tardi…? Mi chiami tu…?"
Lo sento stringere forte quel punto interrogativo come se fosse il suo ultimo appiglio.
L'autista ha cambiato stazione radio e non me ne sono accorto che ora. "E poi l'amore è una cosa semplice e adesso... adesso te lo dimostrerò!" gorgheggia Tiziano Ferro, mancando del tutto di tatto. Sì, Tiziano, dimostralo adesso, che l'amore è una cosa semplice. Sta' un po' zitto, che è meglio...

L'eroe
"Raffy, lo vedi quel tipo là davanti?" mi fa Anny, con voce concitata.
"Ma chi, Testa-di-Luna?"
"No, l’altro pelato."
"Ma chi, mio padre? Senti come russa!"
"Non tuo padre, il terzo pelato!"
"Ah, sì, quello che ha appena chiuso la tendina. Ebbene?"
"Quello è stato il capopopolo della Rivoluzione dell’Anno Scorso" mi ragguaglia, gli occhi luccicanti di ammirazione. "Il pullman era davvero troppo pieno, così lui ha radunato gli altri pendolari insoddisfatti e ha denunciato tutto ai carabinieri. E’ grazie a lui se ora ogni mattina ci sono due pullman delle sette."
"Che benefattore!" considero, vagamente colpito. "Certo, non è al livello di Rosa Parks, ma niente male come sommossa..."
"Io so chi è" afferma Anny, tutta orgogliosa. "Ha fatto conoscere i miei genitori."
"Ah, ma allora è davvero un benefattore!" decreto, a dir poco strabiliato. "Eroe popolare e anche paraninfo!"
No so come, ma la sua pelata ora mi sembra più lucente di prima.

C'era una svolta
"Grazie per aver deciso di sederti accanto a me e non accanto a quel cane laggiù, Bobo"
"Sono allergica al pelo, lo sai" mi ricorda Anny. "Non ho avuto altra scelta."
"Solo io trovo strano che un cane viaggi su un autobus?" domando, voltandomi a osservarlo meglio. Il bestione dal manto color caffellatte ricambia il mio sguardo e accenna un latrato, come a dire 'E beh? Che hai da guardare?'
"C’era anche ieri" mi informa Anny, distrattamente, come se questa fosse una spiegazione esaustiva.
Poi, dato che non sembro soddisfatto, prosegue: "Ha aspettato tranquillamente con noi il pullman alla fermata. Poi all'improvviso, senza alcun motivo, ha aggredito una signora. Hai presente la Signora Chic che di solito prende il pullman delle sette?"
"Tesoro, io mi sveglio ogni mattina alle otto e ogni volta mi sembra di risorgere dalla tomba. Ti pare che sia tipo da prendere il pullman delle sette?"
"Insomma, prima le è saltato addosso, poi è salito sul pullman e si è seduto proprio accanto alla Signora Chic. Lei a momenti sveniva dalla paura - ma sei sicuro di non averla mai vista? E’ una signora davvero chic, è anche molto gentile. Ha dei bellissimi boccoli biondi...  sempre così ben truccata, con tanta cipria... sembra una diva anni ’50."
"Magari avete frainteso tutto, tu e gli altri pendolari delle sette" rifletto, lanciando un’altra occhiata di sbieco al cagnone. "Secondo me si era innamorato di lei. Poverino, non deve essere facile, dichiarare i propri sentimenti quando tutto quello che ti esce fuori dalla bocca è ‘Wof! Wof!’ Per voi la stava aggredendo, ma magari in realtà si stava offrendo galantemente di obliterarle il biglietto. Magari sotto tutto quel pelo si nasconde un gentiluomo in trench."
"Che romantico, Raffy..." commenta Anny, con condiscendenza. 
"Sembra una versione moderna de La Bella e la Bestia."
"In ogni caso è sempre meglio avere un cane per compagno di viaggio che non una narcolettica che ti dorme sulla spalla come mi è successo stamattina. Ogni tanto si svegliava e per l’imbarazzo faceva finta di niente, ma dopo neanche due minuti me la ritrovavo che ronfava senza ritegno sulla mia clavicola, finché il naso non le scivolava sul mio décolleté e allora si svegliava di nuovo!"
"La Bella Addormentata" sospiro, con aria sognante. "Questo è davvero l'autobus delle fiabe!"
"Be', tanto bella non era..." si sente in dovere di precisare Anny. "Non quanto la Signora Chic, almeno."
"Stai rovinando la magia, Bobo."
"Siamo quasi arrivati a casa, Raffy" annuncia lei, per tutta risposta, mentre si stiracchia. "E' il miglior lieto fine che un universitario possa sperare..."

Grazie per aver viaggiato con me! Aspetterò con ansia di sapere quale storia vi sia piaciuta di più e quale invece vi abbia fatto venir voglia di prendere la patente da autista solo per la soddisfazione di investirmi...

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

venerdì 12 luglio 2013

Una serie di accademici accadimenti III - Legami chimici

Cosa mai potrebbe mai fare Raffy a zonzo per la facoltà di Medicina? La cavia?
L'inserviente? Lo scalda-sedie? Scopritelo in questo adrenalinico
speciale medical di
Una serie di accademici accadimenti,
con la partecipazione straordinaria di Anny!
Come avrete senz'altro arguito, mi piace vivere l'università con il giusto distacco, come gli Osservatori, gli alieni voyeuristi della Marvel, che si limitano a contemplare, dietro i loro telescopi, senza esercitare interferenza alcuna, l'eterno moto dell'universo e il convulso agitarsi delle sue creature.
Lingue è un microcosmo estremamente interessante, un'affascinante spirale di gironi danteschi, ma niente mi annoia come la routine. Dopo essermi smarrito e ritrovato nei labirintici corridoi di questo borbottante cafarnao, ed essermi avventurato nelle facoltà umanistiche più vicine, altrettanto caotiche ed eterogenee in fatto di biodiversità, non mi sentivo ancora pienamente soddisfatto: desideravo allargare ulteriormente i miei orizzonti, spingermi ancora più in là, fino a risalire la rigida gerarchia universitaria. E così ho deciso di iniziare il mio peregrinaggio, a piedi nudi, sulla via del Tempio di Asclepio, verso l'irraggiungibile Facoltà di Medicina e Chirurgia.
La mia amica Anny, dolcissima serpentella che si abbevera assetata all'amaro calice di Igea, era leggermente inquieta per via del suo esame di Biochimica (disciplina nota anche come Alchimia), così mi sono unito a lei, in veste di supporto maieutico ed epidurale emotivo, per somministrarle ad intervalli regolari 150 cc di coraggio, stringerle la mano, ricordarle di respirare e invitarla a spingere con tutte le sue forze per dare alla luce il frutto delle sue fatiche.
Varcato con timorosa deferenza l'imponente colonnato dorico, ho potuto anch'io confondermi ed entrare a far parte di quell'organismo autotrofo noto come Medicina, quell'armoniosa e geometrica città ideale che si direbbe dipinta da un umanista: attorno a me, frotte di studenti arrancano sovraccarichi di libri per capillari, vene e arterie d'asfalto, come globuli rossi che sorreggono sulle spalle il loro ingrato carico di bolle di CO2, falsi invalidi gemono in cerca di spiccioli da convertire in sigarette, medici dai camici color pastello marciano per ogni dove, quasi sempre in coppia, la valigetta in mano e il fonendo attorcigliato al collo, come il colubro al bastone di Esculapio, mentre infermieri in Crocs rosa Schiapparelli spiccano elegantemente il volo, come stormi di fenicotteri, per accorrere in aiuto dei pazienti e starnazzare rispostacce a familiari impazienti.
Non si può dire che Anny fosse impaziente di affrontare quel parto plurigemellare chiamato "esame", considerato il ritmo funebre della sua andatura e la sua preoccupante afasia, ma alla fine si rassegna ad entrare nel dipartimento di Chimica, il cuore, o meglio, il fegato della facoltà, principale centro di produzione biliare. Prendiamo posto in un'aula cieca come un bunker, gelida come una cella frigorifera, sfavillante e asettica come una sala operatoria, e mi sento già osservato da tutti gli altri esaminandi, vagamente incuriositi. Alcuni, con l'occhio clinico più sviluppato di altri, mi identificano immediatamente come corpo estraneo e mi lanciano sguardi di benevola superiorità, come cani ormai placidamente rassegnati ad offrire asilo ad un'ultima pulce sopravvissuta agli shampoo a base di Advantix. Altri invece, preferiscono condurre ulteriori accertamenti: "Anche tu devi dare l'esame?" mi domanda nervosa una ragazza dalle fattezze leporine, saltellando verso di me e rosicchiando avidamente le unghiette come una coniglietta la sua carota.
"No, no, oggi è la Giornata Porta un Amico in Facoltà, non ve l'hanno detto?"
"Peccato, se l'avessi saputo!" ridacchia il biondino accanto a lei.
Malgrado la fisiologica fibrillazione pre-esame, riesco a strappare loro qualche timido sorriso, anche se immediatamente spento da nuove ondate d'ansia e cortisolo.
La stanza intanto si fa sempre più gremita, cosa che mi permette di assistere ad un intrigante défilé di futuri medici. Il mio sguardo cade immancabilmente su un tipo dal superbo fenotipo che non mi pento di descrivere come un Mark Sloan agli inizi della sua carriera: alto, biondo, dai lineamenti perfetti, gli occhi azzurri, il petto ampio e i muscoli guizzanti sotto una camicia da taglialegna. Praticamente un capolavoro biologico, la definitiva, schiacciante prova a sostegno dell'eugenetica. Con mia grande sorpresa, questa michelangiolesca scultura a base di carbonio si dirige spedita verso di noi, rivolgendo ad Anny un sorriso da cardiopalmo.
A questo punto io mi chiedo... PERCHE?!
(Lungi da me citare Tiziano Ferro, ma siete liberi di modulare l'ultima frase ad imitazione degli irritanti gargarismi del suddetto.)
Perché studiare quando si è così sfacciatamente belli? Ostentare cotanta bellezza non è già un'enorme mancanza di sensibilità verso il prossimo, anche senza pretendere di mettersi pure a studiare? A volte penso che l'istruzione sia sopravvalutata. Se solo fossi io così avvenente, il mio venusto piede non sfiorerebbe nemmeno il linoleum del pavimento di qualunque scuola, istituto o accademia e passerei tutto il tempo a farmi venerare giorno dopo giorno fino al mio catasterismo, attività che mi consentirebbe finalmente di leggere tutti i libri che mi interessano davvero, sempre che la folla di genuflessi non esprima in modo troppo rumoroso la propria folle adorazione nei confronti del mio venusino sembiante.
Non che questo giovanissimo Dottor Bollore sputi sangue sui libri e le sudate carte, visto che, dopo aver salutato calorosamente una sempre più umbratile Anny, ammette candidamente di aver a malapena finito il programma d'esame. Con quel faccino il suo studio ginecologico sarà frequentatissimo in ogni caso, probabilmente anche da chi non dispone di ovaie.
Questa perfetta opera di architettura genetica, questo magnifico assemblaggio di centomila miliardi di altrettanto gloriose cellule, detto il Tronista, si accorge miracolosamente che esisto e per giunta mi domanda se anch'io sia lì per l'esame: "No, sono solo un figurante" zufolo, facendomi ombra con una mano. Lui, invece, dovrebbe fare da ragazzo immagine per incrementare la già cospicua affluenza alla facoltà.
Cerco di non arrovellarmi troppo su domande come "possibile che io e il Tronista apparteniamo alla stessa specie?", e volgo i miei pensieri altrove, considerando che forse avrei dovuto affinare le mie tecniche di mimetizzazione, dato che il mio aspetto bohemien mi impedisce di spacciarmi per studente di Medicina. La prossima volta dovrò procurarmi un libretto falso. Ho già pronto un ventaglio di pseudonimi ospedalieri: per esempio, potrei essere Glauco Santalucia, il futuro oftalmologo, o magari l'aspirante ginecologo Imeneo De Floris...
Mi sono venuti in mente anche parecchi alter-ego per tutte quelle ragazze che desiderano, come me, provare il brivido di una giornata in incognito tra i banchi di Medicina: chi non vorrebbe vestire, anche se solo per poco, i panni dell'affascinante quasi-urologa Danae Fontesecca?
Mi ridesto in fretta dalle mie fantasie in stile J.D. per provare a cavare qualche parola dalla sempre più abulica e lugubre Anny, che però fa uno sforzo e mi ragguaglia sulle bizzarrie onomastiche dei suoi compagni di corso, argomento che desta sempre il mio più vivo entusiasmo: scopro così che a questo mondo c'è gente talmente temeraria da esibire orgogliosa cognomi come Lassaréa (un infelice portmanteau tra "lassativo" e "diarrea"), senza contare la ragazza dal viso conigliesco (ad Anny ricorda piuttosto Clarabella), che mi dicono rispondere all'altisonante nome di Acepsima, forse più appropriato per un batterio che per un essere umano.
L'attesa ha ben presto fine e, annunciata da attacchi di dissenteria fulminante e crisi di nervi diffuse, fa il suo ingresso la temuta triade: il perfido dottor Kelso, che viviseziona con lo sguardo la folla tremebonda degli esaminandi, e le sue accolite, incredibilmente simili a due nostre vecchie amiche e compagne di liceo, di cui, però, non possono che essere la versione imbruttita. A detta del Tronista, se ti interroga Alicia (quella formosa e flemmatica), puoi sperare in un futuro di vacche grasse, mentre con la seconda, Daisy (scheletrica e nevrotica), non puoi che aspettarti vacche magre.
Nel frattempo l'isteria di massa dilaga e induce gli studenti più pavidi a gettare la spugna e a darsi alla fuga. Per poco non mi ritrovo l'occhio contuso dallo spigolo dorato della borsa di Gucci di una griffatissima fuggiasca, che corre disperatamente verso l'uscita ("Quella lì non saprebbe distinguere una catena di C da una catena di Chanel" commenta Anny, sempre più rannuvolata, "ma almeno si risparmia la figuraccia che farò io!")
Gli allievi rimasti affrontano con rassegnazione quella che si preannuncia un'ecatombe. Assistiamo così, inermi, allo sventramento della prima cavia umana, decisamente pingue, il cui punto debole è senz'altro l'adipe, non solo quello che fodera il suo corpo ciclopico, ma anche i grassi su cui Daisy, mancando di tatto, la interroga, senza ottenere risposte più soddisfacenti di: "Al momento proprio non  mi sovviene: il cervello non vuole collaborare!"
A pensarci, sembra di assistere all'ennesimo episodio di Grassi contro magri su Real Time, se consideriamo il fisichino macilento della denutrita assistente Daisy, che sono certo sia molto richiesta durante le lezioni di Anatomia per indicare le duecento e passa ossa dello scheletro umano, perfettamente visibili attraverso la sua iridescente epidermide.
Tornando alla nostra corpulenta amica, mi dispiace dovervi dire che non ce l'ha fatta. Per quanto abbiano tentato di rianimare la sua materia grigia, è stato tutto inutile. Era troppo tardi per trapiantare un cervello meno riottoso. Ora della bocciatura: 10.46
Intanto Anny si sorprende dell'assenza di un'altra creatura semi-leggendaria, nota ai più come Ippopotamo in Tutù, ovvero un'imperiosa e illustre studentessa del secondo anno, figlia di un "pezzo grosso" (e lei stessa un "pezzo grosso"), così soprannominata per la straordinaria somiglianza  con uno dei pachidermi ballerini del capolavoro Disney Fantasia. Le ore scorrono lente, ma nessun ippopotamo varca la soglia dell'aula esibendosi ne La Danza delle Ore. Eppure, mi racconta Anny, aveva messo a ferro e fuoco lo studio del professore, disposta a tutto pur di rientrare nell'elenco degli esaminandi, neanche fosse la top-ten degli studenti più in o la lista dei calvinisti predestinati alla salvezza eterna.
Ecco qui un intermezzo musicale per distendere i nervi fortemente provati dalla spasmodica attesa del turno di Anny:


Senza neanche il tempo di un ultimo "in bocca al lupus" o discorso d'incitamento, mi strappano via Anny dalle braccia, e lo sguardo penetrante di Daisy cala come un bisturi su di lei, che però non vacilla nemmeno per un istante.
"Che cosa le ha chiesto?" mi domanda ingenuamente il Tronista, i bicipiti che pulsano preoccupati.
"Ehm... qualcosaplasmatiche."
"Ah, le lipoproteine plasmatiche" decodifica lui, sorridendo sotto i baffi.
Intanto mi sforzo anch'io di rispondere alle domande di Daisy...
"Pietra filosofale!"
"Quintessenza!"
"Calorio!"
"Tre fasi: nigredo, albedo e rubedo!"
Inutile dire che non ne azzecco neanche una, ma spesso ci vado molto vicino. D'altronde non si può dire che sia del tutto all'asciutto in fatto di discipline scientifiche. Ci tengo a ricordare che si deve a me la scoperta del magisolfato di sbrilluccicoferro, senza contare che sono stato il primo a diagnosticare e condurre studi sulla picrogalattocarpopatia, un'intolleranza alimentare fino a pochi anni fa sconosciuta: Anny, il paziente zero, non può ingerire alimenti che uniscano frutta e derivati del latte (come una fetta di torta californiana o una macedonia con panna) senza avvertire un fastidioso formicolio alla lingua e l'esigenza di vomitare copiosamente sui miei mocassini di camoscio. So che è difficile a credersi, ma sono stato io, inoltre, a convertire gli antipatici "legami chimici" nei più leziosi "legamìci", parola-macedonia che unisce i termini "legami", "chimici", "amici" e "mici." Forse però farei meglio a non vantarmi della mia censurabile video-lezione sui sistemi termodinamici...
Per sua fortuna (o meglio, per merito suo), Anny è infinitamente più competente di me, e trionfa senza alcuna difficoltà sull'emaciata Daisy, che, per quanto si sforzi, non riesce proprio ad abbattere le sue difese.
Giunto anche il suo grande momento, le due assistenti, in pieno subbuglio ormonale, si litigano il bel Tronista, l'affascinante Adone concupito sia da Afrodite che da Persefone. Alla fine Alicia e Daisy decidono salomonicamente di esaminarlo insieme. Nonostante l'aria condizionata a tutta forza, l'atmosfera si surriscalda in un attimo, fino a farsi rovente.
Io e Anny non resistiamo alla tentazione di assistere alla consumazione di questo fatale ménage à trois, pieno di lascivi giochi di sguardi, tachicardie d'amore e torride passioni da fare un baffo a Shonda Rhimes!
Ci mancava solo che partissero le note peccaminose di Je t'aime... moi non plus.
Alicia, preda di un'ineluttabile attrazione chimica, lascia voluttuosamente socchiusa la bocca e rivolge al ragazzo uno sguardo ardente che sembra dire: "Ma l'esame devi proprio farlo con la camicia?"
Daisy, invece, per quanto stuzzicata, mantiene un freddo aplomb da dominatrix sadomaso e fustiga il suo schiavo con una sfilza di domande: "Qual è la differenza tra la presenza del glicogeno al livello epatico e... al livello muscolare? Ti parlo dei muscoli tanto per fare un esempio, ovviamente..."
Non perché sto guardando i tuoi, così lucidi... e torniti...
Com'era prevedibile, è stata Alicia a cedere per prima: del tutto fuori di sé, esce di corsa dall'aula, quasi sicuramente per affogare i bollenti spiriti sotto il getto di una doccia ghiacciata.
Purtroppo il Tronista non riesce a strappare la sufficienza, mentre gran parte delle studentesse soffrono già, a causa sua del suo fascino mozzafiato, di grave insufficienza respiratoria. Alicia e Daisy, i capelli scarmigliati e la sigaretta in bocca, lo invitano a riprovarci al prossimo appello, o a provarci con loro. Si dichiarano disposte a concedergli anche una sessione straordinaria, se necessario, magari in sedi più comode.
"Allora, cosa ne pensi della mia facoltà?" chiede più tardi Anny, decisamente più rilassata, mentre passeggiamo lungo un ombroso viale alberato. Mi prendo un attimo per pensarci, mentre le mie narici si inebriano del profumo dei pini e delle piante officinali che qui, a Medicina, crescono dappertutto, spontaneamente, come sul monte Pelio, patria del saggio centauro Chirone.
"C'è gente deliziosamente strana anche qui" rispondo, dopo un'altra balsamica boccata d'aria gusto Vicks.
"Peccato che tu non abbia potuto conoscere l'Ippopotamo in Tutù" sospira Anny, aggrottando la fronte. "E poi ci sono molte altre figure mitologiche che dovresti proprio vedere, come il Libraio..."
"Cioè?"
"Si narra sia il fantasma di un ex studente rinunciatario che per espiare chissà quale orribile colpa è stato condannato a vagare eternamente per la facoltà, schiacciato dal peso di un enorme borsone ricolmo di libri. C'è chi dice siano i suoi vecchi manuali di anatomia, e che cerchi in tutti modi di rivenderli alle matricole, ma in quelle rare occasioni in cui l'ho visto mi sembrava avesse anche libri di narrativa..."
"Sembrerebbe uscito da una ballata di Coleridge..."
"E poi c'è anche Disco Stu."
"Chi?!"
"Un tizio di qualche altra facoltà che si presenta di tanto in tanto in sala lettura, con le cuffie dell'iPod alle orecchie, e inizia a ballare convulsamente."
"Sicura che non sia un paziente scappato dal reparto psichiatrico? Non sono un medico, ma a me sembra un grave caso di tarantolismo narcisistico..."
"Non ne ho idea. So solo che ha una particolare predilezione per Michael Jackson."
Cerco di immaginarmelo, un ragazzo stempiato e allampanato che entra in biblioteca con un moonwalk e si esibisce in una reinterpretazione non richiesta del video di Thriller, con gli studenti morti di sonno sui libri nel ruolo degli zombie.
"Non è che per caso sua madre si chiama Billie Jean?"
"Può darsi."
"Devo proprio vederla, questa gente" dichiaro. "Una sola gita a Medicina non basta. Magari potremmo organizzare una specie di safari antropologico, con trappole e appostamenti..."
"Grazie per essere venuto Raffy" pigola Anny, guardandomi con i suoi occhioni dolci da cerbiatta. "Non so come avrei fatto senza il tuo incoraggiamento da perfetto cheer-leader. Verrai anche al mio prossimo esame?"
"Ci stiamo prendendo gusto, eh? Ma sì, quando vuoi, bobo. Lo sai che puoi sempre contare sulla nostra legamicizia..."

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

venerdì 28 dicembre 2012

Raffy nel Mondo dell'Assorbenza

"Raffy, sei così piccolo e discreto... come un Tampax!" (cit.)
Dopo l'incredibile (!) successo di Raffy nel Tempio dell'Abbondanza, un'altra appassionante avventura tra le corsie dell'ipermercato, con la partecipazione straordinaria di Anny.
Come ogni anno, poco dopo Natale, accompagno la mia migliore amica a comprare cose da donna. E' una nostra tradizione, un rituale che perdura da anni, perno e basamento della nostra imperitura amicizia. Si aprono le porte automatiche dell'ipermercato e un labirinto di cunicoli, tunnel, corridoi senza fine e scalinate in stile Escher si dipanano davanti a noi. Sbaragliato il Minotauro e condotto in salvo una comitiva di ateniesi tenuti in ostaggio lì da secoli - tra decorazioni natalizie da due soldi e un lussureggiante giardino pensile di shampoo fioriti - facciamo sosta al "rebardo fazzoleddi", dove Anny sceglie con cura un pacco di salviette aromatizzate all'aloe vera. Già la parola, "Aloe vera", funziona meglio di uno shottino di Tantum Verde: "aloe" ricorda aloha, e al sol pensiero il tuo naso congestionato si inebria del profumo di piante tropicali, ibisco, e noci di cocco, mentre il tuo corpo si abbandona dolcemente sul bagnasciuga hawaiano.
Poi l'attenzione di Anny è attratta da un pacchetto di ciglia finte. "Non te le consiglio, Anny. Mio padre ti smaschera subito. Qualche giorno fa stavamo guardando la pubblicità di Philadelphia, quella con la cuoca di GialloZafferano che cucina primi schifosissimi... e lui ha un certo punto se ne esce con: 'Ma ha le figlia cinte? Ehm... cioè, le ciglia finte? Che shkifo. Sta male così.'"
Da notare la aggiunta della fricativa sh, per sottolineare l'idea di digusto insita nella parola "schifo". Vi piazzo qui lo spot di Philadelphia, così potete dirmi voi se la chef Sonia Peronaci ha davvero le ciglia finte o se, più verosimilmente, avendo fatto uno stage sul pesce surgelato al Polo Nord, si è allenata col bacio all'eschimese (detto anche a farfalla), in modo da esibire due bei ventagli di ciglia robuste come baffi di tricheco.

Ma torniamo all'ipermercato: finalmente riusciamo a trovare il reparto assorbenti, ben nascosto da sguardi indiscreti. Anny, a questo punto, quasi si commuove, rievocando ricordi felici, quando, da bambina (boccolosa e infiocchettata), aveva eletto il reparto assorbenti il suo preferito tra tutti. Non sapeva cosa fossero, quei paffuti pacchetti colorati, ma era affascinata dalle loro confezioni variopinte. Un trionfo di fucsia, rosa, viola e verde prato a primavera. Un'aurora boreale ultra-assorbente.
Alcuni ricordano sempre con nostalgia le luci del loro primo albero di Natale, ma nessuno di noi potrebbe mai dimenticare il pittoresco reparto assorbenti, quel magico, ipnotico, caleidoscopio di colori, quell'angolo di felicità a portata di carrello della spesa.
"Sono pochi!" osserva Anny, un po' delusa, passando in rasegna i pacchi disponibili. Poi però, si piega e sceglie il suo, con premuorsa attenzione, come se si trattasse di un tenero cucciolo da adottare. Io intanto gioco con un vasino a forma di ippopotamo verde acido.
Mentre entro in confidenza col mio nuovo pachidermico, sanitario, amico, il mio sguardo si allarga, in cerca di nuove frontiere della permeabilità.
"Anny, guarda!" esclamo a voce altissima, in modo da condividere con tutti gli acquirenti di pannoloni per incontinenti il mio incontenebile gaudio. "Qui c'è tutto un altro mondo dedicato all'Assorbenza!"
Peccato però che fossero gli scaffali dei Pampers.
Nonostante tutto, la missione è compiuta, l'antico vasino è stato portato in salvo (e rimesso sullo scaffale), ed io ed Anny ci dirigiamo, sereni e appagati, verso la cassa... non sapendo, però, di essere inseguiti da una sinistra figura.
Noi continuiamo a camminare, ignari di tutto, accarezziamo con affetto le orrende foche ricoperte di porporina (piuttosto che appenderle all'albero, mi appendo io... con una corda, però) e ammiriamo con una smorfia di benevolo disgusto una sfilza di burro cacao dagli aromi più bizzarri ("Uva e mora", tanto per dirne uno... che shkifo!), per poi fermarci all'angolo del cotone idrofilo (Anny - con mio gran disappunto - preferisce i dischetti d'ovatta ai batuffoli colorati), e infine guadagnamo la cassa, dove siamo accolti da un'esigua fila di clienti frettolosi e dal sorriso allegro della cassiera, un sorriso così carico di felicità da contrarsi in broncio. La cassiera, dopotutto, è felice per definizione, specialmente quando mancano cinque minuti alla chiusura (e le star come me ed Anny fanno sempre la spesa cinque minuti prima della chiusura).
Mentre aspettiamo il nostro turno, Anny soppesa i mascara, mentre io valuto i tubetti per le bolle di sapone, indeciso tra Tigro e Winnie The Pooh. Improvvisamente, mentre i nostri acquisti scorrono sul nastro, pronti a mostrare impudicamente il loro codice a barre alla cassiera, la figura misteriosa che ci aveva spiato nel reparto assorbenti si fa avanti. O meglio, ci tende un'agguato. Afferra il braccio di Anny e favella in siffatta maniera: "Ciccia, secondo te com'è questo mascara?"
Anny la fredda con uno sguardo gelido, più glaciale dell'alito di un banco-frigo, poi dichiara socraticamente di sapere di non sapere. L'inseguitrice molla la presa e inizia a battibeccare amorevolmente con la cassiera, che ha fatto scontrino unico per noi e per la nostra amica Ciccia. La cosa inquietante è che ha comprato i nostri stessi prodotti. Da brividi, vero? Insomma, che se ne fa una di un pacco di fazzoletti e di salvaslip con molecola N3? Possibile che anche lei ne abbia bisogno? E' solo una coincidenza, oppure è una nuova, ennesima stalker di Anny?
Afferro galantemente la busta della spesa, mentre Anny strappa dalle mani della cassiera lo scontrino, il lasciapassare della nostra libertà. Insieme fuggiamo da quell'intricato labirinto illuminato al neon, volando via, come Dedalo e Icaro, sulle ali di un Lines.

sabato 4 agosto 2012

Rehab in Salento

 Ci sono due modi (più o meno sani) per reagire ad un’apocalittica delusione d’amore: 1. Rimanere a letto per settimane, trangugiando chili di gelato e cantando in preda ai singhiozzi All by myself in stile Bridget Jones, oppure 2.  Darsi alla fuga e partire per un lungo viaggio consolatorio.
Trovandomi in questa malaugurata situazione, ho avuto quanto meno la fortuna di disporre dell’opzione 2 e sono letteralmente schizzato in Salento per una settimana scacciapensieri a base di sule, mare e ientu.
Come compagni di viaggio, ho scelto un’agguerrita squadra di supporto: la mia migliore amica Anny, mia sorella e il mio futuro cognato (perciò cognaturo). La partenza non è stata molto promettente: il tragitto in auto si è trasformato ben presto in un viaggio della speranza, visto che mia sorella ha ritenuto di dover portare il suo intero guardaroba e una rifornimento di vettovaglie sufficiente a mantenerci in vita di qui alla Terza Guerra Mondiale. Insomma, io e Anny ci siamo ritrovati sul sedile posteriore, schiacciati da quintali di pasta, patatine e bottiglie di tè freddo, con un inespugnabile muro di borsoni e valige a dividerci. Eravamo costretti a parlare attraverso una minuscola fessura ricavata tra il suo beauty-case e la borsa porta-scarpe di mia sorella, neanche fossimo Piramo e Tisbe. O i protagonisti di Sepolti in macchina (il nuovo reality di Real Time).
A tutto questo si aggiunge l’incessante vibrare del mio cellulare. Non era chi pensate voi (e chi speravo che fosse): lo stalker era semplicemente mio zio, il Cosmopolita, che ci ha prestato la sua residenza estiva per questa settimana e voleva assicurarsi che conoscessimo a memoria i suoi avvertimenti, le sue regole e le velate minacce. Vi propongo una selezione delle sue innumerevoli raccomandazioni (una telefonata per ognuna):
1. Seguite scrupolosamente il calendario del servizio di raccolta rifiuti (la raccolta differenziata in Salento è una specie di credo religioso, il che è lodevole, ma non ricordo di aver mai provato così tanta ansia e apprensione prima di gettare qualcosa nel bidone dell’immondizia);
2. Se i cani della vicina abbaiano, non lanciate imprecazioni, né maledizioni o anatemi biblici. I cani non le capirebbero, ma la padrona ha le orecchie ben aperte e potrebbe risentirsene;
3. Prendete tutto quello che volete dalla dispensa, ma non toccate nulla che abbia scritte in cinese sulla confezione;
4. Tenete sempre chiusa la porta del giardino, perché è stato recentemente avvistato un topo di grosse dimensioni (ho sperato fino all’ultimo giorno di scovare il nascondiglio della pantegana, da me battezzata “Passeggiatrice”, ma invano);
5. Ho ricavato delle lanterne da giardino da dei vecchi clisteri. Usatele, sono bellissime! (questa evito di commentarla);
6. Se non avete niente di meglio da fare, vi sarei grato se sbrinaste il frigorifero (a questo punto ho pensato: “lo sapevo che c’era la magagna!”)
E infinite altre regole e divieti...
Mi aspettavo anche un “7. L’ala ovest della casa è proibita”.
Dopo due ore di viaggio, con il fondoschiena ormai del tutto necrotico, raggiungiamo finalmente Giuliano (Julie, per gli amici), che no, non è il gatto di Andrea, ma un minuscolo paesino incastonato in un agglomerato di mille altri minuscoli paesini che finiscono quasi tutti in -ano. Mio zio, il Cosmopolita, ci dà il benvenuto ficcandoci del finocchio selvatico in bocca e ci fa fare un tour della casa, uno speziato mix di antiquariato ed esotismo, dal Salotto Vintage, con radio d’epoca e divani damascati rosso sangue e muniti di frange charleston, alla Stanza del Monaco, spartana camera da letto allestita giù in cantina. Io e Anny abbiamo diviso il sontuoso letto a baldacchino di quella che abbiamo ribattezzato la Camera Gotica: oltre al candelabro a bracci e l’immensa volta affrescata, c’era un forziere chiuso a chiave e una porta misteriosa, un po’ come la stanza di Emily nei I misteri di Udolpho.
Vi sfido a indovinare cosa si cela nel forziere e dietro la porta del mistero.
Ma di misteri, in questa settimana di relax, io ed Anny ne abbiamo incontrati molti altri. Per esempio, quello del gabinetto, che emette, di tanto in tanto, un lamento straziante, da far accapponare la pelle: si tratta quasi certamente dello spirito di una fanciulla che si è suicidata dopo la fine di un flirt estivo su cui lei aveva investito troppo.
Il mistero, però, non giace solo nella penombra di antiche dimore salentine, ma serpeggia anche sotto il sole cocente delle spiagge: una mattina, mentre rosolavamo a fuoco lento sui nostri teli mare, io e Anny abbiamo captato l’inquietante conversazione di una coppietta di passaggio:
“Allora, lo facciamo, il loof?” incalza lui,  mettendo una mano sulla spalla unta di crema solare della sua ragazza.
“E facciamo il loof!” risponde lei, sistemandosi il fiocchetto del costume.
Per giorni e giorni ci siamo arrovellati il cervello, chiedendoci cosa mai possa significare “loof” (pr. all’inglese “luf”). Secondo Anny è una pietanza, mentre io sono quasi certo si tratti di un’inconsueta e pericolosa tecnica amatoria.
Malgrado queste angoscianti incognite (molte delle quali rimaste senza risposta), la settimana di villeggiatura è stata soddisfacente: quando io ed Anny non eravamo in spiaggia, impegnati nei nostri programmi di rimorchio selvaggio (“Sì, rimorchio… da dietro” ha commentato Anny, scettica), ho trascorso quasi tutto il mio tempo sull’amaca del giardino di zio Cosmopolita. Dondolando dolcemente a pochi centimetri da terra, come un novello Barone Rampante, ho potuto dedicarmi a tre delle mie attività preferite: leggere, isolarmi dal mondo ed evocare l’elusiva Passeggiatrice (“Passeggiatriceeee… vieni fuori! Dove sei?”).
Vi ho già anticipato che di Passeggiatrice non abbiamo trovato traccia, ma molti altri animali selvatici hanno turbato l’afosa quiete del nostro soggiorno salentino, come nel caso di Bella, la libellula purpurea che ha terrorizzato Anny sin dal nostro arrivo. Oppure Spettro, il ragno curioso che una sera si è calato in stile Mission Impossibl
e dal nostro baldacchino (inizialmente ho cercato di rassicurare Anny, ma poi ho vacillato di fronte alle spropositate dimensioni dell’aracnide e sono dovuto ricorrere all’aiuto di mio cognaturo, onde evitare scene di panico come nella pubblicità di Mentos.)


So che non morivate dalla voglia, ma adesso beccatevi questo mio scatto vagamente osé!
(foto di Anny)

Altra nota stonata è quella delle campane della chiesetta in fondo alla strada, che ci svegliavano ogni mattina con un maledetto e interminabile scampanio che neanche al matrimonio di Cenerentola.
Mettendo da parte misteri, sterili giochi di sguardi sulla spiaggia, animali mitologici e rintocchi festosi alle sette di mattina, la nostra è stata anche una vacanza culturale:  abbiamo visitato la splendida Otranto (che a proposito di romanzi gotici, ne ha ispirato il primo in assoluto: il castello di Otranto di Horace Walpole), con il suo meraviglioso panorama e la suggestiva cattedrale, per non dimenticare poi il castello aragonese, che ospita anche una bellissima mostra di Andy Warhol.
Dopo un lungo pellegrinaggio, abbiamo esplorato anche l’oasi di Porto Selvaggio, definita da alcuni come “la spiaggia più bella di tutte le Puglie”, nonché raccomandata caldamente da riviste autorevoli come Glamour. Una discesa rocciosa ci ha permesso di ammirare la vista mozzafiato della scogliera, del mare cristallino e della fitta foresta di pini d’Aleppo (peccato che anche questa discesa, come molte altre di mia conoscenza, abbia il vizio di trasformarsi in una salita: ho dovuto sfoggiare tutta la mia agilità di capra di montagna).
Né la guida turistica né Glamour, però, fa accenno di un’ectoplasmatica creatura che popola le spiagge di Porto Selvaggio:  la donna più candida che abbia mai visto. Una bagnante francese dalla pelle color bianco ottico, da far male agli occhi. Praticamente un beluga. Un’Estranea uscita da Il Trono di Spade.
Non esagero: non ho mai visto un candore così abbacinante. Ho provato a scattarle un paio di foto da vendere alla Società Internazionale di Criptozoologia, ma il riflesso della luce ha reso inutile ogni tentativo.
Dopo tutte queste meravigliose avventure,  però, il momento del rientro all’ovile è arrivato più in fretta di quanto desiderassi.
Torno a casa con cinquanta sfumature di marrone sulla pelle, la sceneggiatura di una telenovela scritta a quattro mani con Anny (Lecho de rosas, intrighi, crimini e passioni sullo sfondo di una torbida Bogotá), il mio (tanto agognato) braccialetto macramè al polso e il corpo tonificato dall’acquagym.
Sto bene. Per ora.
Ma so che appena avrò varcato la soglia di casa questo spirito di patate svanirà e verrò assalito da due instancabili avversari: Angoscia e Senso di Abbandono.
Ma li prenderò a calci nel sedere. Fosse l’ultima cosa che faccio. Magari a ritmo di pizzica. Il ballo nasce come antidoto al morso della tarantola, ma chissà che non funzioni anche per altri mali...

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