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giovedì 28 novembre 2013

La Biblioteca Classica di Raffy: Come on Barbie, let's go party!

 
La cantante degli Aqua non è stata la prima norvegese a dichiarare di sentirsi una Barbie girl. Prima di lei c'è stata Nora Helmer, la protagonista di Casa di bambola (Et dukkehjem)*, il dramma ibseniano che ha scosso le fondamenta della borghesia europea di fine Ottocento, un terremoto il cui epicentro è un insospettabile, sobrio salotto di Oslo. Qui fa ritorno canticchiando la padrona di casa, stanca ma felice, dopo un'estenuante mattinata di shopping natalizio.
Immaginate il freddo che si porta addosso. Si sfrega le mani e, senza neanche togliersi il cappotto, ritorna ad ammirare con febbrile entusiasmo i regali che ha comprato. "Gorgheggia lì fuori l'allodola?" domanda dallo studio la voce dell'avvocato Helmer, suo marito. "Proprio così" trilla Nora, aprendo un paio di pacchetti. "Quand'è venuto a casa lo scoiattolo?" chiede ancora Helmer, senza staccarsi dalla scrivania. "In questo momento" squittisce lo scoiattolo, poi rosicchia in tutta fretta un dolcetto, nasconde l'incarto e lo chiama, senza trattenere l'eccitazione: "Torvald, vieni a vedere i miei acquisti."
Innanzitutto, per noi gente di mare... Mediterraneo, che siamo abituati a immaginare i nordici come algidi e austeri, fa un po' strano sentir parlare un norvegese come Ned Flanders, un "trottolino amoroso" tutto "pucci pucci." Ci saremmo aspettati i ghiacci perenni, non certo la ghiaccia reale.
Ciò che più non convince di queste prime battute, però, è che a pronunciarle siano un marito e la madre dei suoi figli. Torvald la vezzeggia, la rimprovera bonariamente per le spese eccessive, la coccola, le lancia occhiate torve quando esagera con i dolcetti, fa sfoggio di un melenso campionario di nomignoli ornitologici, e infine cede ai suoi capricci perché gli spezza il cuore vederla col broncio. Il loro si direbbe piuttosto un rapporto padre-figlia. Quasi non ci sorprenderemmo se Torvald la lasciasse ballare sui suoi piedi come farebbe un papà.
Nora, d'altronde, è perfettamente a suo agio nel ruolo di moglie-bambina: per lei la felicità è rivestita di glassa, o morbida come pelliccia di visone, se non tintinnate come un borsello pieno di corone da spendere.  Leziosa e civettuola, dei bambini ha anche l'egoismo e la spontaneità quasi brutale. Non si rende nemmeno conto (o forse sì?) di sbattere in faccia la sua felicità alla sua vecchia amica di scuola, ridotta sul lastrico, vedova e senza nemmeno il conforto dei figli. E al dottor Rank, l'amico di famiglia palesemente invaghito di lei, dispensa sorrisi e dolci colpetti inferti con le sue nuove calze color carne (ci manca solo lo spogliarello in stile Sofia Loren), del tutto inconsapevole delle emozioni che innesca.
Il salotto degli Helmer è "arredato con gusto, ma senza lusso." Non ci saranno dunque divani leopardati o tappeti zebrati, ma è a tutti gli effetti una giungla. E la prima, fitta, foresta pluviale che ha preso possesso della casa è senza dubbio quella dei sentimenti, un groviglio inestricabile. A partire dai disequilibri della coppia.
In occasione di un ballo in maschera, Nora si veste da napoletana e fa arrossire tutti gli uomini presenti esibendosi in una provocante tarantella, finché Torvald la rapisce e la trascina di peso a casa, non vedendo l'ora di dedicarsi ad altri, più intimi, balli di coppia: "E' pur bello trovarsi di nuovo fra le proprie pareti... solo con te. Oh, creatura mia deliziosa e cara!"
"Torvald, non guardarmi così!" protesta debolmente Nora.
"Non dovrei guardare il mio bene più caro, guardare tutto lo splendore che mi appartiene, tutto mio, soltanto mio? [...] Sai, quando sono in società con te, sai perché ti parlo così poco, ti sto lontano, ti mando solo ogni tanto un'occhiata di soppiatto? Sai perché faccio così? Perché mi figuro che tu sia la mia amante segreta, la mia segreta sposa e che nessuno immagini come fra noi due ci sia un segreto. [...] E quando poi stiamo per allontanarci e io avvolgo nello scialle le tue spalle giovani e tenere, questo tuo collo meraviglioso... mi figuro allora che tu sia la mia giovane sposa e che stiamo uscendo dalla chiesa, che ti porto per la prima volta in casa mia, che sono la prima volta solo con te... solo, solo con te, mia giovane bellezza tremebonda! Tutta questa sera ti ho desiderata. Quando ti ho visto turbinare, così seducente, nella tarantella, mi sono sentito ribollire il sangue; non ne potevo più... e perciò ti ho riportata a casa così presto..."
Torvald, portavoce della borghesia emergente, classe sociale che si fregia orgogliosamente del diritto alla proprietà privata, rivendica in questi termini il possesso di sua moglie. Con una confessione che mette i brividi, trasforma l'incontro nel talamo nuziale da scambio d'amore tra marito e moglie, che è quanto di più legittimo possa esserci, in uno squallido segreto. Dichiara, in altre parole, di vivere la sessualità come una quotidiana violazione, il perpetrarsi giornaliero di un rito sanguinoso, la rievocazione della prima, traumatica notte di nozze. Niente lo attrae di più che vedere Nora "giovane" e "tremebonda", candida sposa ancora immatura e indifesa.

Luce del sole in salotto. Con i suoi malinconici grigi e i colori slavati, il danese
Vilhelm Hammershøi (1864 - 1916), riesce nell'impresa impossibile di ritrarre il silenzio.
Sulla gaia atmosfera natalizia, sull'apparente serenità degli Helmer, però, è già calata un'ombra minacciosa. Il salotto, simbolo di comodo conformismo, è a un passo dall'esplodere e vomitare la sua imbottitura di piume.
Nora, che non perde occasione per sbandierare ai quattro venti la sua felicità, decide, non contenta, di metterla alla prova. Se la Tristana di Galdós non vedeva l'ora di scappare dalla torre in cui l'aveva relegata il suo tiranno, Nora non si ribella al suo "padre-padrone", anzi, vuole saldare ulteriormente questo vincolo con una sfida alquanto pericolosa: contrae un debito illecito con un brutto ceffo per salvare il sedere a Torvald, ma nasconde tutto al consorte, provando così l'ebbrezza della responsabilità. Per lei, però, questo non è che l'ennesimo gioco infantile: giocare a mandare avanti la baracca, a "portare i pantaloni", la pretesa narcisistica di "salvare" il suo Torvald.
Ma quando il procuratore Krogstad la ricatta, mettendo in dubbio la legalità del debito, la "bambola" non tenta di difendersi. Al contrario, confessa il suo reato: aver falsificato la firma del padre. Arma il suo nemico, sicura del fatto che suo marito interverrà prontamente a toglierla dai guai. Non dubita neanche per un istante che Torvald si prenderebbe una pallottola pur di non far torcere un capello alla sua "lodoletta". D'altronde lui gliel'ha fatto credere in tutti i modi, giurandole di esserci sempre per lei, accada quel che accada: "Cerca di riprenderti e di ritrovare l'equilibrio, mio spaventato uccellino canoro. Riposa tranquillamente. Ti coprirò con le mie ali forti. [...] ti terrò come una colomba inseguita che io abbia strappato agli artigli assassini dello sparviero."
Ma a Torvald non funziona il Bat-segnale, proprio ora che c'è bisogno di lui.
Nora, che fino a cinque minuti prima era stata il suo "uccellino canoro", una volta scoperte le carte, diventa una "Disgraziata... cos'hai fatto? [...] Hai distrutto tutta la mia felicità! Tutto il mio avvenire hai annientato. E' orribile solo a pensarci. Sono nelle mani di un uomo senza scrupoli..." E quando, ormai calata nel ruolo della vittima tragica, Nora si dichiara disposta a suicidarsi per espirare la sua colpa, il marito le grida di farla finita con le sceneggiate napoletane e, rivelando un cinismo disarmante, considera ad alta voce che il suicidio della moglie le impedirebbe di scagionarlo da ogni accusa di complicità.
Tuttavia il reato, tutto sommato, non è niente di ché: una firma falsa... capirai! Non parliamo mica di frode fiscale o favoreggiamento della prostituzione minorile (ogni riferimento è casuale). Chi non ha giustificato un'assenza a scuola copiando la firma della mamma?
Di fatti si riesce in poco tempo a trovare un compromesso che metta a tacere il ricattatore. E' tutto a posto, ora: nessuno minaccia di cantare.
"Sono salvo, Nora, sono salvo!" è la ridicola esclamazione di Torvald, dopo aver temuto il peggio. "E io?" pigola lei. "Anche tu, beninteso. Siamo salvi tutti e due, tu e io."
Ma non si è accorto che ormai non esiste più nessun "tu e io."
La delusione di Nora è devastante come una doccia gelata. A dicembre. In Norvegia.
La donna non può fare a meno di ripensare a tutte le volte in cui lui le ha fatto credere di essere sempre pronto a difenderla a spada tratta. Per otto anni di matrimonio l'ha fatta sentire la sua Lois Lane. Nel momento del pericolo aveva sempre creduto di vederlo sfrecciare in suo soccorso: "E' un aereo? E' un uccello? No, è Torvald!"
Ed ora è tutto finito. La tremula colombella scopre che il suo nido non è affatto ben sorvegliato come pensava. Che è sempre stata un canarino chiuso in gabbia. Che papà pellicano non si prenderà la briga di vomitarle cibo nel becco come aveva promesso.
Adesso la "lodoletta" si vede costretta, non senza un certo fastidio, a provvedere personalmente a se stessa, a volare con le proprie ali. Di fronte all'esasperante incapacità del sesso forte di mantenere il controllo e gestire il ruolo di comando che si arroga, Nora comprende di doversi rimboccarsi le maniche: chi fa da sé fa per tre. Non vorrebbe essere indipendente, pensa ancora che sia molto più comodo ottenere tutto ciò che vuole sfarfallando le ciglia e giocando coi bottoni della giacca del marito, ma stando così le cose non ha altra scelta che emanciparsi. Non è ancora una vera femminista, ma le tocca la rogna di interpretarne la parte, abituata com'è, dopotutto, ad indossare un travestimento dopo l'altro: da quello da bambola a quello da popolana napoletana, dalle vesti di mogliettina devota a quelle di femminista improvvisata.
"Tu non pensi e non parli come l'uomo di cui possa essere la compagna. Svanita la minaccia, placata l'angoscia per la tua sorte, non per la mia, hai dimenticato tutto. Ed io sono tornata ad essere per te la lodoletta, la bambola da portare in braccio. Forse da portare in braccio con più attenzione perché t'eri accorto che sono più fragile di quanto pensassi. Ascolta, Torvald. Ho capito in quell'attimo di essere vissuta per otto anni con un estraneo. Un estraneo che mi ha fatto fare tre figli... vorrei stritolarmi! Farmi a pezzi! Non riesco a sopportarne nemmeno il pensiero!"
"Capisco. Siamo divisi da un abisso" bela Torvald, che non solo avrà un due di picche, ma si sveglierà l'indomani solo e con i postumi di una sbronza. "[...] Ma io ho la forza di diventare un altro."
"Forse, quando non avrai più la tua bambola" è la fredda risposta di Nora, prima di uscire di casa e lasciare tutto e tutti.
A questo punto, la bambola ribelle, antepone la propria individualità al suo ruolo di moglie e madre. E tanti saluti.
L'eco di quella porta chiusa con veemenza è il tuono che annuncia il temporale. Se non all'alba, assistiamo quantomeno all'aurora del femminismo.


 Anche le più banali scene di vita domestica, nella pittura di Hammershøi, si
 tingono di un enigmatico senso d'attesa, lasciando che le domande di chi guarda
restino aperte, come le porte oltre cui si perde lo sguardo di questa donna.
Quelle che vi ho proposto in un questo speciale non sono ancora storie di rivalsa, ma esercizi di femminismo, prove generali, primi, meccanici passi lungo la strada in salita della parità tra sessi. Ma si sa, sono proprio i primi passi quelli più difficili.
Per ogni Nora che va via di casa sbattendo la porta con la mezza idea di ritornare, c'è stata qualcun'altra che non ha fatto più ritorno. Per ogni Tristana che sogna di vivere del proprio lavoro ma poi rinuncia ad ogni sua ambizione, c'è stata qualcun'altra ce l'ha fatta.
Dopo aver nascosto una bomba ad orologeria in ogni tranquillo focolare d'Europa, quello che Ibsen e Galdós hanno rappresentato, oltre al femminismo acerbo delle loro protagoniste, è il clamoroso fallimento dell'uomo, la meschinità del "sesso forte."
Ancora oggi si pensa solo a quale tavolo sistemare la donna, a quale posto riservarle, senza mai scomodare più di tanto il maschio alfa. Non ci si dovrebbe preoccupare anche di riscrivere la definizione di virilità, una definizione moderna, che non sia in latino e scolpita sulla pietra o che non sia fatta di grugniti da cavernicoli?
Sembrerebbe che tutto ciò che facciamo, invece, sia solo litigare per il lato del letto in cui preferiamo dormire.

* Bibliografia: Casa di bambola di H. Ibsen, traduzione di Ervino Pocar e introduzione di Roberto Alonge, Oscar Mondadori, Milano 2012. 

martedì 26 novembre 2013

La Biblioteca Classica di Raffy: Tu mi fai girar, tu mi fai girar...

Non capisci quanta perversione ci sia a questo mondo finché non cerchi "Barbie"
su Google. Questa è la più innocente delle fotografie di Mariel Clayton, più nota per

gli scatti in cui ritrae la bambola per antonomasia in preda ad impensabili raptus
omicidi, sanguinarie crisi psicotiche, sbronze epiche o temerarie pratiche erotiche: 

Ken fa quasi sempre una brutta, bruttissima fine.
La piccola Biblioteca Classica di Raffy mette a disposizione le sue umili stanze per dar luogo a un incontro fra due eroine letterarie molto lontane, ma solo geograficamente: la prima, direttamente "dai fio... dai fio... dai fiordi della Norvegia", è Nora, la principale inquilina della Casa di bambola costruita da Ibsen, padre del teatro moderno. La seconda è Tristana*, che non ha mai messo piede fuori dalla sua Madrid, protagonista del romanzo eponimo di Benito Pérez Galdós (che mi azzardo a definire, semplicisticamente, come il cugino spagnolo di Balzac e Tolstoj.) Ma perché mai presentarle insieme?
Non certo perché una è bionda e l'altra è mora. Nate a un decennio di distanza (nel 1879 la prima e nel 1892 la seconda), entrambe, a loro modo, sono state rigirate come bambole nelle mani di un uomo ed entrambe sono state considerate delle antesignane del movimento per l'emancipazione femminile, per quanto il loro sia un femminismo ancora timido e claudicante.
Tristana, "era giovane, bellina, flessuosa e di un candore quasi inverosimile, puro, alabastrino; guance senza colore; occhi neri, più notevoli per vivacità e luminosità che per grandezza; [...] quando si riassettava e indossava la sua vestaglia viola a rosoni bianchi, con lo chignon attraversato e tenuto su da forcine dalla capocchia dorata, era l'immagine fedele della dama giapponese di alto lignaggio. Ma che dire d'altro e di più, se non che l'intera sua persona pareva di carta, carta viva..." Questa diafana principessa delle fiabe, questa geisha dal nome malinconico è un'orfana affidata alle cure di un amico di famiglia, don Lope, un signore che più spagnolo di così non si può: sognatore ed idealista come don Chisciotte, è anche lussurioso come don Giovanni, per di più in piena crisi di mezza età. La sua è una moralità che è tutta un programma: come il nobile cavaliere errante, il vecchio don Lope lotta contro mulini a vento della modernità, professa gli anacronistici valori della cavalleria e difende a spada tratta i più deboli, ma, come il Cavaliere, non è altrettanto cavalleresco - la carne è debole! - con il sesso "debole": non esita ad accogliere la diciannovenne Tristana sotto la sua ala protettiva, le porta di sopra le valige facendo sfoggio di ogni galanteria e le mostra la sua stanza tra carezze e bonarie occhiate paterne, ma prima ancora che la nuova arrivata abbia il tempo di mormorare un complimento di circostanza alla casa, il vecchio rapace l'ha già incantata con la sua parlantina suadente, artigliata, sedotta e privata della sua innocenza. Abusando dell'ingenuità e della passività muñequil ("bambolesca") della ragazza, il consumato seduttore, inorridendo all'idea di perdere colpi, si adopera per fare della sua protetta una concubina, una bambola parlante, un grazioso soprammobile da lasciare a impolverarsi sul comò, e infine il suo ultimo, preziosissimo trofeo.
D'altronde il marpione è in buona compagnia: la letteratura ottocentesca è tutto un pullulare di sudice mani rugose che frugano nella penombra della coscienza in cerca di carni giovanili da palpeggiare. Sono gli stessi impulsi malsani che nel Novecento emergono dal sotto-testo per imporsi con sempre maggiore prepotenza (Lolita di Nabokov). Col nuovo millennio, siamo passati dalle parole ai fatti, nella fattispecie ai fatti di cronaca quotidiana, alle trascrizioni degli sms dei clienti, ai sordidi dettagli e alle smorfie della D'Urso, autentiche quanto un'emoticon di WhatsApp.
Ben presto, però, dopo pochi mesi della sua nuova, claustrofobica vita da olgettina, Tristana comincia a prendere coscienza della sua condizione. Ora capisce cosa si nasconde sotto la giacca da camera alla Hugh Hefner di don Lope e lo riconosce per quello che è veramente: il vecchio viscido che ha approfittato di lei. "Man mano che la stoppa della bambola andavano trasformandosi in carne e ossa," la giovane comincia a provare una sempre maggiore repulsione per il suo tiranno, nutre la sua già fervida immaginazione e prende a vagheggiare la fine della società patriarcale, partendo dalla pretesa di ricevere un'istruzione. Non avendo ancora modelli femminili forti che rispecchino i suoi pensieri "sovversivi", Tristana simpatizza per il più terribile: quando l'insegnante di inglese a domicilio le suggerisce di leggere i capolavori di Shakespeare, sceglie subito Macbeth, facendo sua la frase "Unsex me here!" A gridarla a gran voce è Lady Macbeth, una delle figure letterarie più inquietanti di sempre, che per convincere il marito ad uccidere il vecchio re e salire così al potere, invoca gli spiriti "che presiedono i pensieri di morte" e prega loro di "privarla del suo sesso", ossia di tutte le qualità che fanno di lei una donna, come bontà, pietà e misericordia, in modo da renderla capace di compiere la più sacrilega delle nefandezze. La nobildonna scozzese arriva persino a pregare i demoni di sostituire in veleno il latte del suo petto: da donna creatrice di vita, vuole deliberatamente tramutarsi in fredda dispensatrice di morte. Ora, non è che a Tristana sia mai passato per la mente di affettare don Lope come jamón serrano, ma anche lei, come Lady Macbeth, "rifiuta" il suo genere d'appartenenza: non intende accettare il ruolo che la società dell'epoca impone alla donna. O meglio, non si accontenta delle tre, misere alternative che le vengono offerte: angelo del focolare, attrice o prostituta.

La descrizione di Tristana è un dipinto letterario da ascrivere al Giapponismo,
l'influenza che il Paese del Sol Levante esercitò proprio sull'arte del tardo Ottocento. 
A sinistra La toeletta (Making her toilet) dello statunitense William Meritt Chase,
a destra L'orecchino (Der Ohrring) dell'olandese Georg Hendrik Breitner.
Sarà l'amore del giovane e romantico pittore Horacio ad alimentare le sue speranze di libertà e a farle scoprire i suoi talenti nascosti. Nell'atelier dell'artista, dove sgattaiola ogni volta che don Lope fa la siesta, Tristana inizia a modellare la sua personalità e a collezionare un'aspirazione dopo l'altra: pittrice, ballerina, musicista, interprete... non c'è categoria di Amici per cui non sia disposta a farsi provinare. Horacio e Tristana, novelli Tristano e Isotta, vivono una folle passione clandestina, alle spalle del vecchio farfallone, una passione che si accende anche del sacro fuoco della letteratura: tra un'ode di Leopardi e un'aria di Verdi, i due si innamorano leggendo di Paolo e Francesca, che a loro volta leggono di Ginevra e Lancillotto... altro che Babi e Step!
Galdós doveva saperne qualcosa di innamoramento, o quanto meno doveva aver avuto una lunga esperienza di guardone, perché descrive con incredibile verosimiglianza la loro intimità e ci rende in tutto e per tutto partecipi della loro complicità: sembra quasi di sentire Tristana ridere, stretta ad Horacio, con il viso affondato nell'incavo del suo collo, e non è necessario disporre di grande immaginazione per vederli, sdraiati su una dormeuse, a punzecchiarsi, prendersi in giro e giocare a fare la lotta. Li ascoltiamo parlarsi a distanza di un bacio, scambiandosi parole di una nuova lingua, coniata a loro uso esclusivo, un misto di spagnolo di strada, citazioni colte e vezzeggiativi in italiano: quello che l'autore chiama "el vocabulario de los amantes."
Horacio, deciso a carpare il diem e a liberare Tristana dall'ombra opprimente di don Lope, vorrebbe già correre a prenotare la chiesa prima che qualche altra coppia si accaparri le date migliori, ma lei riesce a intercettare in tempo le partecipazioni: "No, no [...] se trovo un modo per campare, starò da sola. Viva l'indipendenza!... a patto ch'io continui ad amarti e ad essere sempre tua. [...] Di matrimonio neanche a parlarne. Non possiamo accapigliarci su chi deve mettersi le gonne. Se fossi la tua schiava, credo che tu mi ameresti meno e, se invece, ti tenessi in pugno io, il mio amore per te varrebbe ben poco: onorata libertà, questo il mio motto..." Slogan che all'epoca suona come un ossimoro.
Come quello di Paolo e Francesca, anche questo idillio non può durare a lungo: arriva il momento in cui bisogna darci un taglio con "Il mondo è mio" e scendere dal tappeto volante. Mentre Horacio è costretto ad allontanarsi da Madrid per assistere sua zia inferma, i due continuano a scambiarsi roventi lettere d'amore, ma Tristana comincia anche lei a scivolare in una lenta malattia e, caduta ancora una volta sotto l'egida di don Lope, si lascia sopraffare dall'immaginazione. Durante l'assenza del suo amato, inizia ad idealizzare Horacio, lo trasforma in un essere perfetto e disincarnato, "senza rendersi conto di tributare culto a un Dio che lei stessa aveva creato..."
Non voglio dirvi cosa ne sarà di questa "infelice bambolina" che sogna di diventare una donna vera. Per saperlo, oltre che, naturalmente, leggere il romanzo, vi basta domandarvi che fine fanno solitamente le bambole...
Al ritorno di Horacio, Tristana non riconoscerà l'essere ideale ed etereo delle sue fantasie, ma vedrà solo un uomo come qualunque altro. Delusa, ma in un certo senso anche rasserenata, rinuncerà alle sue ambizioni, alle sue donchisciottesche manie di grandezza e ai suoi sogni di emancipazione. Troppo avanti rispetto all'epoca a cui appartiene, il destino si affretta a farle lo sgambetto, prima che si spinga ancora oltre...

Come al solito, mi sono dilungato troppo. Il nostro tè letterario prosegue nel salotto buono degli Helmer, a Oslo. Raggiungeteci cliccando qui.

* Bibliografia: Tristana di B. Pérez Galdós, traduzione di Francesco Guazzelli, La Biblioteca di Repubblica, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma 2004; Tristana di B. Pérez Galdós, a cura di Isabel Gonzálvez e Gabriel Sevilla, Ediciones Cátedra, Madrid 2004.  

martedì 26 febbraio 2013

Il loggione dei dannati

Ci sono cose che la pigrizia non mi permetterebbe mai di fare, se non fosse per la mia amica Erika, la personificazione stessa dell'organizzazione e del dinamismo.
Non si può semplicemente passeggiare, con Erika.
O meglio, puoi passeggiarci, sì, ma al termine della promenade ti ritroverai puntualmente con una card speciale per avere sconti al cinema, un'assicurazione sulla vita e un dettagliatissimo programma per ottimizzare al massimo i tempi di studio e conseguire in tempo la tua laurea. Se il destino di ognuno di noi è già scritto, scommetto che è stata Erika, che ha catalogato tutto in pratiche tabelle orarie di facile consultazione.
La settimana scorsa siamo andati a teatro, per uno spettacolo di danza contemporanea.
Il teatro mi è sempre piaciuto: impazzisco per il velluto rosso e lucido che riveste praticamente ogni cosa, e amo tutto quell'indulgere in stucchi e putti alati. Eppure, se non fosse stato per lei, mi sarei abbandonato all'ennesima serata di coma telefilmico.
Erika è una delle poche persone in grado di fare a braccio di ferro con la mia inguaribile indolenza, e vincere. Anzi, stravincere: è riuscita nell'impresa impossibile di farmi svegliare all'alba, salire su un pullman e mettermi in fila per ritirare i biglietti gratis offerti dall'università. La distribuzione avveniva all'URP (Ufficio Relazioni col Pubblico). Ho sempre pensato che quella sigla ricordasse un'onomatopea, tipo "gulp". In effetti credo sia l'onomatopea che i protagonisti dei fumetti usano quando si trovano di fronte ad una fila interminabile di studentesse universitarie decise a combattere con le unghie e con i denti pur di accaparrarsi i posti migliori del teatro.
Onde evitare una strage, come quella consumatasi due anni fa per Lo Schiaccianoci (io ed Erika siamo riusciti a fatica a strappare due biglietti insanguinati dalle mani ancora calde di un cadavere - che non aveva alcuna intenzione di mollarli), qualcuno ha pensato bene di redigere una lista, in modo che venisse rispettata la sacra legge del "Chi prima arriva, meglio alloggia."
Mentre la lista dei Prescelti si allungava fino a raggiungere proporzioni chilometriche, io ed Erika ci siamo seduti e abbiamo aspettato pazientemente l'orario d'apertura dell'ufficio, prendendo in giro i concorrenti di Sanremo (facevamo a turno la parte di Simona Molinari e di Peter Cincotti.)
Quando la moltitudine degli appassionati di balletto cominciava a dare i primi segni di nervosismo, le porte dell'URP sono state finalmente spalancate. E poi subito richiuse dai due tremebondi impiegati, atterriti dall'orda di studenti incattiviti dai lunghi tempi di attesa.
Dopo un paio di cruente ondate rivoluzionarie, la pace è stata ristabilita, e una ragazza si è offerta di leggere uno per uno i nomi sulla lista, in modo da evitare che qualche furbetto arrivato all'ultimo minuto passasse davanti a una comitiva che aveva trascorso la notte in una canadese.
"Isabella Perniola" ha sussurrato timidamente la ragazza dal volto canino, leggendo dalla lista.
"Voce!" ha abbaiato qualcuno. "Non si sente niente! Chi ha chiamato?!"
"Angelica Fogazzaro..." prosegue lei, senza alzare di una nota la sua vocina da moribonda.
"NON SI SENTE NIENTE!"
Isteria generale.
"Celeste Delfino!" continua la ragazza cinocefala, cominciando a spazientirsi anche lei.
Celeste Delfino...
Delfino Celeste...
Io ed Erika riusciamo a fatica a trattenerci dal ridere in faccia alla ragazza i cui genitori hanno avuto il coraggio di chiamare Celeste Delfino. Ma dove sono gli assistenti sociali quando c'è bisogno di loro?
"A che numero siamo arrivati?"
"Al diciassette... Giuditta Salvemini."
"Giuditta!" esclamo, a voce un po' troppo alta. "Che bel nome biblico!"
(Trovarmi spiaccicato tra estranei è una situazione che mi rende sempre particolarmente spavaldo e faceto.)
Giuditta si limita, per fortuna, a rivolgermi un tiepido sorriso, mentre attraversa a fatica quel groviglio di corpi,  tendendo le mani verso il biglietto della libertà.
Grazie al cielo, proprio quando io ed Erika cominciavamo a non ricordare più "che sapore ha la felicità" ("Oh I need you back!"), siamo riusciti a ottenere anche noi il nostro agognato ticket a costo zero. A costo zero, se non consideriamo la dignità e la pazienza.
Due sere più tardi, mi ritrovo davanti al teatro, a braccetto con la mia dama, pronto per la prima di Alchemy, il nuovo spettacolo dell'acclamata compagnia di ballerini-illusionisti americani nota come MOMIX (piccolo assaggio). Se la consegna dei biglietti è avvenuta in modo più o meno civile, non si può dire lo stesso per il nostro ingresso nelle sfavillanti sale del Petruzzelli. Sì, perchè agli studenti universitari è riservato il loggione, che, oltre ad essere l'area più scomoda, soffocante e inutile del teatro, non ha neanche i posti numerati. E questo significa "GUERRA!".
Dopo aver lanciato occhiate astiose alle vecchiette impellicciate e olenti di naftalina che si dirigono con tutta calma verso la platea, Erika mi ha affidato il compito cruciale di superare le studentesse avversarie e conquistare due posti decenti. Per quanto abbia il passo lungo, non è esattamente il compito che fa per me. Ed Erika dovrebbe saperlo, visto che siamo compagni di teatro ormai da un po' di anni. Ne abbiamo passate tante insieme, 3msp (tre metri sopra la platea). Senza contare quell'anno in cui abbiamo recitato nella stessa compagnia amatoriale.
In ogni caso, ce l'ho messa tutta: mi sono arrampicato a due gradini alla volta per cinque rampe di scale, ho placcato (poco galantemente) un paio di ragazze in abito da sera e ho fatto mangiare la polvere a tutte le altre. Nonostante tutti i miei sforzi, però, quando Erika mi ha raggiunto, incedendo lentamente sui tacchi alti col suo tipico portamento regale, è riuscita in quattro e quattr'otto a trovare due posti migliori di quelli che avevo occupato io, vanificando il mio barbaro spargimento di sangue. Per di più ci siamo seduti proprio accanto a Celeste Delfino.
"Mio caro, guarda, c'è anche il barboncino!" mi indica Erika, togliendosi il cappotto.
"Chi?" domando, distrattamente, lisciandomi la giacca da ussaro.
"Tesoro, quella che è appena passata... la ragazza che leggeva la lista."
"Ah, ma allora anche tu hai pensato che avesse la faccia da cane?!" sghignazzo di gusto.
"Certo che sì!" trilla lei, con la sua dizione perfetta. "Con quei capelli poi... non può che essere un barboncino."
"Anche quella lì era all'URP... me la ricordo."
"Sai a chi somiglia? A Penelope Cruz..." osserva lei, "... in Non ti muovere."
E qui parte un altro scroscio di risate. Quella di Erika, poi, è contagiosa.
"Odio il loggione" borbotto, dopo un po'. "Mi sto sciogliendo dal caldo... siamo così in alto che possiamo guardare nelle palle degli occhi le statue accanto all'orologio sopra il palcoscenico. Che divinità sono, secondo te? Quella con la cetra sarà una Musa... o la personificazione della Musica."
"L'altro mi sembra Dioniso."
"Ma se ha le tette?"
"Caro, sicuro che non siano pettorali?"
"A me sembrano seni di donna..."
"Chissà come le spolverano, le statue, mi chiedo... così in alto!" riflette ad alta voce Erika, ma il passaggio dell'affascinante maschera dallo sguardo tenebroso la distrae ben presto dalle sue meditazioni.
Intanto, il mio, di sguardo tenebroso, cade su una ragazza appoggiata alla colonna, che chiacchiera amabilmente con le amiche e gioca con le perle del suo collier Chanel.
"Ma cos'ha adosso? Un tutù depresso?"
"Perchè, non hai visto la sua amica?" ribatte Erika, alludendo alla ragazza seduta davanti a noi (la sventurata avrà la vista dimezzata dalla ringhiera per tutto lo spettacolo.)
"Quello è un abito da cocktail" osservo, con aria di disapprovazione.
"Sì, infatti, poco fa l'ho sentita dire che hanno appena finito l'happy hour" mi informa Erika."Lei ha preso uno spritz."
"Eh, ma l'abito dello spritz non è l'abito della serata a teatro" pontifico, in finto tono severo.
Ripensandoci, quassù, in piccionaia, potremmo anche venirci in costume da bagno.
"Guarda, tesoro, le si vede il perizoma."
Il commento che stavo per pronunciare mi muore in gola quando, due posti più in là, un tizio si toglie il maglione, rivelando una t-shirt che metterei al massimo in spiaggia (solo se poco frequentata.)
Fortunatamente il teatro è ben presto piombato nel buio e lo spettacolo ha avuto finalmente inizio. A dispetto della locandina, che sembrava promettere un rave party, piuttosto che un balletto, l'esibizione si è rivelata un surreale e ipnotico percorso alchemico, in cui luci, movimenti, costumi, specchi e trompe l'œil plasmano esseri in continua mutazione: da lingue di fuoco ad eteree divinità astrali, da idoli pagani danzanti a perle racchiuse in conchiglie di tulle (e qui Erika si è commossa.) Nonostante la schiena a pezzi, il caldo asfissiante e il fidanzato (o l'amico di letto?) della tizia in abito da cocktail che controllava continuamente il punteggio di Milan versus Barcellona sul cellulare, siamo riusciti a lanciarci con gli straordinari artisti di MOMIX in un viaggio attraverso gli elementi: dal fuoco all'acqua, dalla terra all'aria, fino alla quintessenza, il cuore di quell'esperimento esoterico chiamato arte.
"Ma hai visto che fisici scultorei, quei ballerini?" sospira sognante Erika, a spettacolo finito. "Peccato che con quei panta-pareo perdessero tutta la loro virilità..."
Per quanto mi abbia entusiasmato, è solo un bene che lo spettacolo sia durato appena due ore: "Ho già detto che odio il loggione o mi sto ripetendo?"
"Raffy caro, dicono che i migliori critici teatrali guardino sempre gli spettacoli dal loggione."
"Ci credo! Un supplizio del genere rende ogni spettacolo un fiasco. Quello è il posto migliore per sputare veleno."
Mi guardo intorno, nel foyer, che si riempie a poco a poco delle anziane in pelliccia e delle teste canute in Loden, di ritorno dalle loro comode poltrone in platea. E lì mi è partito un rabbioso giuramento alla Rossella O'Hara, con tanto di pugno sollevato e denti digrignati: "Giuro davanti a Dio e Dio m'è testimonio che un giorno o l'altro potrò permettermi un abbonamento a vita in platea. Giuro che supererò questo momento, e che quando sarà passato, non siederò mai più in loggione! Né io né i miei amici! Dovessi mentire, truffare, rubare, uccidere... lo giuro davanti a Dio, non siederò mai più in loggione!"
E vai con la colonna sonora di Via col vento.
Di tutti i lussi che la ricchezza può garantire, nessuno è paragonabile all'incommensurabile soddisfazione di sedere in platea, specialmente, poi, dove c'è quella specie di corridoio centrale, e puoi - piacere di tutti i piaceri - sgranchirti le gambe ogni volta che vuoi.
Sedere lì sarà uno degli scopi principali della mia vita. E' un obbiettivo che perseguirò con ogni mezzo. "Anche a costo di fare delle avances alla nonnina laggiù, con quella sobria pelliccia rosa pesca... ma che ha fatto, ha scuoiato un Orsetto del Cuore?"

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