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giovedì 28 novembre 2013

La Biblioteca Classica di Raffy: Come on Barbie, let's go party!

 
La cantante degli Aqua non è stata la prima norvegese a dichiarare di sentirsi una Barbie girl. Prima di lei c'è stata Nora Helmer, la protagonista di Casa di bambola (Et dukkehjem)*, il dramma ibseniano che ha scosso le fondamenta della borghesia europea di fine Ottocento, un terremoto il cui epicentro è un insospettabile, sobrio salotto di Oslo. Qui fa ritorno canticchiando la padrona di casa, stanca ma felice, dopo un'estenuante mattinata di shopping natalizio.
Immaginate il freddo che si porta addosso. Si sfrega le mani e, senza neanche togliersi il cappotto, ritorna ad ammirare con febbrile entusiasmo i regali che ha comprato. "Gorgheggia lì fuori l'allodola?" domanda dallo studio la voce dell'avvocato Helmer, suo marito. "Proprio così" trilla Nora, aprendo un paio di pacchetti. "Quand'è venuto a casa lo scoiattolo?" chiede ancora Helmer, senza staccarsi dalla scrivania. "In questo momento" squittisce lo scoiattolo, poi rosicchia in tutta fretta un dolcetto, nasconde l'incarto e lo chiama, senza trattenere l'eccitazione: "Torvald, vieni a vedere i miei acquisti."
Innanzitutto, per noi gente di mare... Mediterraneo, che siamo abituati a immaginare i nordici come algidi e austeri, fa un po' strano sentir parlare un norvegese come Ned Flanders, un "trottolino amoroso" tutto "pucci pucci." Ci saremmo aspettati i ghiacci perenni, non certo la ghiaccia reale.
Ciò che più non convince di queste prime battute, però, è che a pronunciarle siano un marito e la madre dei suoi figli. Torvald la vezzeggia, la rimprovera bonariamente per le spese eccessive, la coccola, le lancia occhiate torve quando esagera con i dolcetti, fa sfoggio di un melenso campionario di nomignoli ornitologici, e infine cede ai suoi capricci perché gli spezza il cuore vederla col broncio. Il loro si direbbe piuttosto un rapporto padre-figlia. Quasi non ci sorprenderemmo se Torvald la lasciasse ballare sui suoi piedi come farebbe un papà.
Nora, d'altronde, è perfettamente a suo agio nel ruolo di moglie-bambina: per lei la felicità è rivestita di glassa, o morbida come pelliccia di visone, se non tintinnate come un borsello pieno di corone da spendere.  Leziosa e civettuola, dei bambini ha anche l'egoismo e la spontaneità quasi brutale. Non si rende nemmeno conto (o forse sì?) di sbattere in faccia la sua felicità alla sua vecchia amica di scuola, ridotta sul lastrico, vedova e senza nemmeno il conforto dei figli. E al dottor Rank, l'amico di famiglia palesemente invaghito di lei, dispensa sorrisi e dolci colpetti inferti con le sue nuove calze color carne (ci manca solo lo spogliarello in stile Sofia Loren), del tutto inconsapevole delle emozioni che innesca.
Il salotto degli Helmer è "arredato con gusto, ma senza lusso." Non ci saranno dunque divani leopardati o tappeti zebrati, ma è a tutti gli effetti una giungla. E la prima, fitta, foresta pluviale che ha preso possesso della casa è senza dubbio quella dei sentimenti, un groviglio inestricabile. A partire dai disequilibri della coppia.
In occasione di un ballo in maschera, Nora si veste da napoletana e fa arrossire tutti gli uomini presenti esibendosi in una provocante tarantella, finché Torvald la rapisce e la trascina di peso a casa, non vedendo l'ora di dedicarsi ad altri, più intimi, balli di coppia: "E' pur bello trovarsi di nuovo fra le proprie pareti... solo con te. Oh, creatura mia deliziosa e cara!"
"Torvald, non guardarmi così!" protesta debolmente Nora.
"Non dovrei guardare il mio bene più caro, guardare tutto lo splendore che mi appartiene, tutto mio, soltanto mio? [...] Sai, quando sono in società con te, sai perché ti parlo così poco, ti sto lontano, ti mando solo ogni tanto un'occhiata di soppiatto? Sai perché faccio così? Perché mi figuro che tu sia la mia amante segreta, la mia segreta sposa e che nessuno immagini come fra noi due ci sia un segreto. [...] E quando poi stiamo per allontanarci e io avvolgo nello scialle le tue spalle giovani e tenere, questo tuo collo meraviglioso... mi figuro allora che tu sia la mia giovane sposa e che stiamo uscendo dalla chiesa, che ti porto per la prima volta in casa mia, che sono la prima volta solo con te... solo, solo con te, mia giovane bellezza tremebonda! Tutta questa sera ti ho desiderata. Quando ti ho visto turbinare, così seducente, nella tarantella, mi sono sentito ribollire il sangue; non ne potevo più... e perciò ti ho riportata a casa così presto..."
Torvald, portavoce della borghesia emergente, classe sociale che si fregia orgogliosamente del diritto alla proprietà privata, rivendica in questi termini il possesso di sua moglie. Con una confessione che mette i brividi, trasforma l'incontro nel talamo nuziale da scambio d'amore tra marito e moglie, che è quanto di più legittimo possa esserci, in uno squallido segreto. Dichiara, in altre parole, di vivere la sessualità come una quotidiana violazione, il perpetrarsi giornaliero di un rito sanguinoso, la rievocazione della prima, traumatica notte di nozze. Niente lo attrae di più che vedere Nora "giovane" e "tremebonda", candida sposa ancora immatura e indifesa.

Luce del sole in salotto. Con i suoi malinconici grigi e i colori slavati, il danese
Vilhelm Hammershøi (1864 - 1916), riesce nell'impresa impossibile di ritrarre il silenzio.
Sulla gaia atmosfera natalizia, sull'apparente serenità degli Helmer, però, è già calata un'ombra minacciosa. Il salotto, simbolo di comodo conformismo, è a un passo dall'esplodere e vomitare la sua imbottitura di piume.
Nora, che non perde occasione per sbandierare ai quattro venti la sua felicità, decide, non contenta, di metterla alla prova. Se la Tristana di Galdós non vedeva l'ora di scappare dalla torre in cui l'aveva relegata il suo tiranno, Nora non si ribella al suo "padre-padrone", anzi, vuole saldare ulteriormente questo vincolo con una sfida alquanto pericolosa: contrae un debito illecito con un brutto ceffo per salvare il sedere a Torvald, ma nasconde tutto al consorte, provando così l'ebbrezza della responsabilità. Per lei, però, questo non è che l'ennesimo gioco infantile: giocare a mandare avanti la baracca, a "portare i pantaloni", la pretesa narcisistica di "salvare" il suo Torvald.
Ma quando il procuratore Krogstad la ricatta, mettendo in dubbio la legalità del debito, la "bambola" non tenta di difendersi. Al contrario, confessa il suo reato: aver falsificato la firma del padre. Arma il suo nemico, sicura del fatto che suo marito interverrà prontamente a toglierla dai guai. Non dubita neanche per un istante che Torvald si prenderebbe una pallottola pur di non far torcere un capello alla sua "lodoletta". D'altronde lui gliel'ha fatto credere in tutti i modi, giurandole di esserci sempre per lei, accada quel che accada: "Cerca di riprenderti e di ritrovare l'equilibrio, mio spaventato uccellino canoro. Riposa tranquillamente. Ti coprirò con le mie ali forti. [...] ti terrò come una colomba inseguita che io abbia strappato agli artigli assassini dello sparviero."
Ma a Torvald non funziona il Bat-segnale, proprio ora che c'è bisogno di lui.
Nora, che fino a cinque minuti prima era stata il suo "uccellino canoro", una volta scoperte le carte, diventa una "Disgraziata... cos'hai fatto? [...] Hai distrutto tutta la mia felicità! Tutto il mio avvenire hai annientato. E' orribile solo a pensarci. Sono nelle mani di un uomo senza scrupoli..." E quando, ormai calata nel ruolo della vittima tragica, Nora si dichiara disposta a suicidarsi per espirare la sua colpa, il marito le grida di farla finita con le sceneggiate napoletane e, rivelando un cinismo disarmante, considera ad alta voce che il suicidio della moglie le impedirebbe di scagionarlo da ogni accusa di complicità.
Tuttavia il reato, tutto sommato, non è niente di ché: una firma falsa... capirai! Non parliamo mica di frode fiscale o favoreggiamento della prostituzione minorile (ogni riferimento è casuale). Chi non ha giustificato un'assenza a scuola copiando la firma della mamma?
Di fatti si riesce in poco tempo a trovare un compromesso che metta a tacere il ricattatore. E' tutto a posto, ora: nessuno minaccia di cantare.
"Sono salvo, Nora, sono salvo!" è la ridicola esclamazione di Torvald, dopo aver temuto il peggio. "E io?" pigola lei. "Anche tu, beninteso. Siamo salvi tutti e due, tu e io."
Ma non si è accorto che ormai non esiste più nessun "tu e io."
La delusione di Nora è devastante come una doccia gelata. A dicembre. In Norvegia.
La donna non può fare a meno di ripensare a tutte le volte in cui lui le ha fatto credere di essere sempre pronto a difenderla a spada tratta. Per otto anni di matrimonio l'ha fatta sentire la sua Lois Lane. Nel momento del pericolo aveva sempre creduto di vederlo sfrecciare in suo soccorso: "E' un aereo? E' un uccello? No, è Torvald!"
Ed ora è tutto finito. La tremula colombella scopre che il suo nido non è affatto ben sorvegliato come pensava. Che è sempre stata un canarino chiuso in gabbia. Che papà pellicano non si prenderà la briga di vomitarle cibo nel becco come aveva promesso.
Adesso la "lodoletta" si vede costretta, non senza un certo fastidio, a provvedere personalmente a se stessa, a volare con le proprie ali. Di fronte all'esasperante incapacità del sesso forte di mantenere il controllo e gestire il ruolo di comando che si arroga, Nora comprende di doversi rimboccarsi le maniche: chi fa da sé fa per tre. Non vorrebbe essere indipendente, pensa ancora che sia molto più comodo ottenere tutto ciò che vuole sfarfallando le ciglia e giocando coi bottoni della giacca del marito, ma stando così le cose non ha altra scelta che emanciparsi. Non è ancora una vera femminista, ma le tocca la rogna di interpretarne la parte, abituata com'è, dopotutto, ad indossare un travestimento dopo l'altro: da quello da bambola a quello da popolana napoletana, dalle vesti di mogliettina devota a quelle di femminista improvvisata.
"Tu non pensi e non parli come l'uomo di cui possa essere la compagna. Svanita la minaccia, placata l'angoscia per la tua sorte, non per la mia, hai dimenticato tutto. Ed io sono tornata ad essere per te la lodoletta, la bambola da portare in braccio. Forse da portare in braccio con più attenzione perché t'eri accorto che sono più fragile di quanto pensassi. Ascolta, Torvald. Ho capito in quell'attimo di essere vissuta per otto anni con un estraneo. Un estraneo che mi ha fatto fare tre figli... vorrei stritolarmi! Farmi a pezzi! Non riesco a sopportarne nemmeno il pensiero!"
"Capisco. Siamo divisi da un abisso" bela Torvald, che non solo avrà un due di picche, ma si sveglierà l'indomani solo e con i postumi di una sbronza. "[...] Ma io ho la forza di diventare un altro."
"Forse, quando non avrai più la tua bambola" è la fredda risposta di Nora, prima di uscire di casa e lasciare tutto e tutti.
A questo punto, la bambola ribelle, antepone la propria individualità al suo ruolo di moglie e madre. E tanti saluti.
L'eco di quella porta chiusa con veemenza è il tuono che annuncia il temporale. Se non all'alba, assistiamo quantomeno all'aurora del femminismo.


 Anche le più banali scene di vita domestica, nella pittura di Hammershøi, si
 tingono di un enigmatico senso d'attesa, lasciando che le domande di chi guarda
restino aperte, come le porte oltre cui si perde lo sguardo di questa donna.
Quelle che vi ho proposto in un questo speciale non sono ancora storie di rivalsa, ma esercizi di femminismo, prove generali, primi, meccanici passi lungo la strada in salita della parità tra sessi. Ma si sa, sono proprio i primi passi quelli più difficili.
Per ogni Nora che va via di casa sbattendo la porta con la mezza idea di ritornare, c'è stata qualcun'altra che non ha fatto più ritorno. Per ogni Tristana che sogna di vivere del proprio lavoro ma poi rinuncia ad ogni sua ambizione, c'è stata qualcun'altra ce l'ha fatta.
Dopo aver nascosto una bomba ad orologeria in ogni tranquillo focolare d'Europa, quello che Ibsen e Galdós hanno rappresentato, oltre al femminismo acerbo delle loro protagoniste, è il clamoroso fallimento dell'uomo, la meschinità del "sesso forte."
Ancora oggi si pensa solo a quale tavolo sistemare la donna, a quale posto riservarle, senza mai scomodare più di tanto il maschio alfa. Non ci si dovrebbe preoccupare anche di riscrivere la definizione di virilità, una definizione moderna, che non sia in latino e scolpita sulla pietra o che non sia fatta di grugniti da cavernicoli?
Sembrerebbe che tutto ciò che facciamo, invece, sia solo litigare per il lato del letto in cui preferiamo dormire.

* Bibliografia: Casa di bambola di H. Ibsen, traduzione di Ervino Pocar e introduzione di Roberto Alonge, Oscar Mondadori, Milano 2012. 

martedì 26 novembre 2013

La Biblioteca Classica di Raffy: Tu mi fai girar, tu mi fai girar...

Non capisci quanta perversione ci sia a questo mondo finché non cerchi "Barbie"
su Google. Questa è la più innocente delle fotografie di Mariel Clayton, più nota per

gli scatti in cui ritrae la bambola per antonomasia in preda ad impensabili raptus
omicidi, sanguinarie crisi psicotiche, sbronze epiche o temerarie pratiche erotiche: 

Ken fa quasi sempre una brutta, bruttissima fine.
La piccola Biblioteca Classica di Raffy mette a disposizione le sue umili stanze per dar luogo a un incontro fra due eroine letterarie molto lontane, ma solo geograficamente: la prima, direttamente "dai fio... dai fio... dai fiordi della Norvegia", è Nora, la principale inquilina della Casa di bambola costruita da Ibsen, padre del teatro moderno. La seconda è Tristana*, che non ha mai messo piede fuori dalla sua Madrid, protagonista del romanzo eponimo di Benito Pérez Galdós (che mi azzardo a definire, semplicisticamente, come il cugino spagnolo di Balzac e Tolstoj.) Ma perché mai presentarle insieme?
Non certo perché una è bionda e l'altra è mora. Nate a un decennio di distanza (nel 1879 la prima e nel 1892 la seconda), entrambe, a loro modo, sono state rigirate come bambole nelle mani di un uomo ed entrambe sono state considerate delle antesignane del movimento per l'emancipazione femminile, per quanto il loro sia un femminismo ancora timido e claudicante.
Tristana, "era giovane, bellina, flessuosa e di un candore quasi inverosimile, puro, alabastrino; guance senza colore; occhi neri, più notevoli per vivacità e luminosità che per grandezza; [...] quando si riassettava e indossava la sua vestaglia viola a rosoni bianchi, con lo chignon attraversato e tenuto su da forcine dalla capocchia dorata, era l'immagine fedele della dama giapponese di alto lignaggio. Ma che dire d'altro e di più, se non che l'intera sua persona pareva di carta, carta viva..." Questa diafana principessa delle fiabe, questa geisha dal nome malinconico è un'orfana affidata alle cure di un amico di famiglia, don Lope, un signore che più spagnolo di così non si può: sognatore ed idealista come don Chisciotte, è anche lussurioso come don Giovanni, per di più in piena crisi di mezza età. La sua è una moralità che è tutta un programma: come il nobile cavaliere errante, il vecchio don Lope lotta contro mulini a vento della modernità, professa gli anacronistici valori della cavalleria e difende a spada tratta i più deboli, ma, come il Cavaliere, non è altrettanto cavalleresco - la carne è debole! - con il sesso "debole": non esita ad accogliere la diciannovenne Tristana sotto la sua ala protettiva, le porta di sopra le valige facendo sfoggio di ogni galanteria e le mostra la sua stanza tra carezze e bonarie occhiate paterne, ma prima ancora che la nuova arrivata abbia il tempo di mormorare un complimento di circostanza alla casa, il vecchio rapace l'ha già incantata con la sua parlantina suadente, artigliata, sedotta e privata della sua innocenza. Abusando dell'ingenuità e della passività muñequil ("bambolesca") della ragazza, il consumato seduttore, inorridendo all'idea di perdere colpi, si adopera per fare della sua protetta una concubina, una bambola parlante, un grazioso soprammobile da lasciare a impolverarsi sul comò, e infine il suo ultimo, preziosissimo trofeo.
D'altronde il marpione è in buona compagnia: la letteratura ottocentesca è tutto un pullulare di sudice mani rugose che frugano nella penombra della coscienza in cerca di carni giovanili da palpeggiare. Sono gli stessi impulsi malsani che nel Novecento emergono dal sotto-testo per imporsi con sempre maggiore prepotenza (Lolita di Nabokov). Col nuovo millennio, siamo passati dalle parole ai fatti, nella fattispecie ai fatti di cronaca quotidiana, alle trascrizioni degli sms dei clienti, ai sordidi dettagli e alle smorfie della D'Urso, autentiche quanto un'emoticon di WhatsApp.
Ben presto, però, dopo pochi mesi della sua nuova, claustrofobica vita da olgettina, Tristana comincia a prendere coscienza della sua condizione. Ora capisce cosa si nasconde sotto la giacca da camera alla Hugh Hefner di don Lope e lo riconosce per quello che è veramente: il vecchio viscido che ha approfittato di lei. "Man mano che la stoppa della bambola andavano trasformandosi in carne e ossa," la giovane comincia a provare una sempre maggiore repulsione per il suo tiranno, nutre la sua già fervida immaginazione e prende a vagheggiare la fine della società patriarcale, partendo dalla pretesa di ricevere un'istruzione. Non avendo ancora modelli femminili forti che rispecchino i suoi pensieri "sovversivi", Tristana simpatizza per il più terribile: quando l'insegnante di inglese a domicilio le suggerisce di leggere i capolavori di Shakespeare, sceglie subito Macbeth, facendo sua la frase "Unsex me here!" A gridarla a gran voce è Lady Macbeth, una delle figure letterarie più inquietanti di sempre, che per convincere il marito ad uccidere il vecchio re e salire così al potere, invoca gli spiriti "che presiedono i pensieri di morte" e prega loro di "privarla del suo sesso", ossia di tutte le qualità che fanno di lei una donna, come bontà, pietà e misericordia, in modo da renderla capace di compiere la più sacrilega delle nefandezze. La nobildonna scozzese arriva persino a pregare i demoni di sostituire in veleno il latte del suo petto: da donna creatrice di vita, vuole deliberatamente tramutarsi in fredda dispensatrice di morte. Ora, non è che a Tristana sia mai passato per la mente di affettare don Lope come jamón serrano, ma anche lei, come Lady Macbeth, "rifiuta" il suo genere d'appartenenza: non intende accettare il ruolo che la società dell'epoca impone alla donna. O meglio, non si accontenta delle tre, misere alternative che le vengono offerte: angelo del focolare, attrice o prostituta.

La descrizione di Tristana è un dipinto letterario da ascrivere al Giapponismo,
l'influenza che il Paese del Sol Levante esercitò proprio sull'arte del tardo Ottocento. 
A sinistra La toeletta (Making her toilet) dello statunitense William Meritt Chase,
a destra L'orecchino (Der Ohrring) dell'olandese Georg Hendrik Breitner.
Sarà l'amore del giovane e romantico pittore Horacio ad alimentare le sue speranze di libertà e a farle scoprire i suoi talenti nascosti. Nell'atelier dell'artista, dove sgattaiola ogni volta che don Lope fa la siesta, Tristana inizia a modellare la sua personalità e a collezionare un'aspirazione dopo l'altra: pittrice, ballerina, musicista, interprete... non c'è categoria di Amici per cui non sia disposta a farsi provinare. Horacio e Tristana, novelli Tristano e Isotta, vivono una folle passione clandestina, alle spalle del vecchio farfallone, una passione che si accende anche del sacro fuoco della letteratura: tra un'ode di Leopardi e un'aria di Verdi, i due si innamorano leggendo di Paolo e Francesca, che a loro volta leggono di Ginevra e Lancillotto... altro che Babi e Step!
Galdós doveva saperne qualcosa di innamoramento, o quanto meno doveva aver avuto una lunga esperienza di guardone, perché descrive con incredibile verosimiglianza la loro intimità e ci rende in tutto e per tutto partecipi della loro complicità: sembra quasi di sentire Tristana ridere, stretta ad Horacio, con il viso affondato nell'incavo del suo collo, e non è necessario disporre di grande immaginazione per vederli, sdraiati su una dormeuse, a punzecchiarsi, prendersi in giro e giocare a fare la lotta. Li ascoltiamo parlarsi a distanza di un bacio, scambiandosi parole di una nuova lingua, coniata a loro uso esclusivo, un misto di spagnolo di strada, citazioni colte e vezzeggiativi in italiano: quello che l'autore chiama "el vocabulario de los amantes."
Horacio, deciso a carpare il diem e a liberare Tristana dall'ombra opprimente di don Lope, vorrebbe già correre a prenotare la chiesa prima che qualche altra coppia si accaparri le date migliori, ma lei riesce a intercettare in tempo le partecipazioni: "No, no [...] se trovo un modo per campare, starò da sola. Viva l'indipendenza!... a patto ch'io continui ad amarti e ad essere sempre tua. [...] Di matrimonio neanche a parlarne. Non possiamo accapigliarci su chi deve mettersi le gonne. Se fossi la tua schiava, credo che tu mi ameresti meno e, se invece, ti tenessi in pugno io, il mio amore per te varrebbe ben poco: onorata libertà, questo il mio motto..." Slogan che all'epoca suona come un ossimoro.
Come quello di Paolo e Francesca, anche questo idillio non può durare a lungo: arriva il momento in cui bisogna darci un taglio con "Il mondo è mio" e scendere dal tappeto volante. Mentre Horacio è costretto ad allontanarsi da Madrid per assistere sua zia inferma, i due continuano a scambiarsi roventi lettere d'amore, ma Tristana comincia anche lei a scivolare in una lenta malattia e, caduta ancora una volta sotto l'egida di don Lope, si lascia sopraffare dall'immaginazione. Durante l'assenza del suo amato, inizia ad idealizzare Horacio, lo trasforma in un essere perfetto e disincarnato, "senza rendersi conto di tributare culto a un Dio che lei stessa aveva creato..."
Non voglio dirvi cosa ne sarà di questa "infelice bambolina" che sogna di diventare una donna vera. Per saperlo, oltre che, naturalmente, leggere il romanzo, vi basta domandarvi che fine fanno solitamente le bambole...
Al ritorno di Horacio, Tristana non riconoscerà l'essere ideale ed etereo delle sue fantasie, ma vedrà solo un uomo come qualunque altro. Delusa, ma in un certo senso anche rasserenata, rinuncerà alle sue ambizioni, alle sue donchisciottesche manie di grandezza e ai suoi sogni di emancipazione. Troppo avanti rispetto all'epoca a cui appartiene, il destino si affretta a farle lo sgambetto, prima che si spinga ancora oltre...

Come al solito, mi sono dilungato troppo. Il nostro tè letterario prosegue nel salotto buono degli Helmer, a Oslo. Raggiungeteci cliccando qui.

* Bibliografia: Tristana di B. Pérez Galdós, traduzione di Francesco Guazzelli, La Biblioteca di Repubblica, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma 2004; Tristana di B. Pérez Galdós, a cura di Isabel Gonzálvez e Gabriel Sevilla, Ediciones Cátedra, Madrid 2004.  

lunedì 28 ottobre 2013

Rendez-vous con gli dei Vudù


Aspettando Halloween, un post da mandar giù in un sorso come un chupito di rum.
E' da tempo immemore che non scrivevo di curiosità pseudo-educative come l'illuminante Guida semiseria alle lingue inventate e/o segrete,  perciò penso sia davvero arrivato il momento di risollevare il livello culturale di questo pretenziosissimo blog, e lo farò iniziandovi, che lo vogliate o no, ad uno dei più affascinanti, inquietanti, ma anche spiritosi (e spiritici) credo del mondo. Dimenticate zombie e bamboline: quelle zozzerie le fanno solo i bokor, cioè gli stregoni malvagi. In realtà  ho appreso che il Vuduismo è una religione orientata verso il bene, come qualunque altra (dichiara di essere). In più è estremamente fantasiosa e sicuramente unica nel suo genere: prendete delle antiche divinità africane appena sbarcate ad Haiti dalle navi negriere, mixatele con i santi cattolici dei colonizzatori, aggiungete al tutto fiumi di rum e shakerate a ritmo di calypso...
Cosa otterrete? Un curioso sincretismo religioso noto come Vudù.
Se gli schizzinosi dei greci non rinunciano mai all'ambrosia per soddisfare i loro palati raffinati, gli dei Vudù hanno gusti molto più semplici e non dicono mai di no ad un drink. Più che assemblee sull'Olimpo le loro sono riunioni degli Alcolisti Anonimi, sebbene poco riuscite: i vuduisti offrono alle loro divinità libagioni di bevande alcoliche e persino omaggi in sigarette e sigari. Ogni nume, inoltre, ha le proprie preferenze: c'è chi esige il rum on the rocks e chi invece i soft-drink, chi accetta solo sigarette senza filtro e chi non può rinunciare a un bel Romeo y Julieta. Buone notizie per gli amanti degli Appletini: nessun dio sembra preferirli, perciò scoliamoceli pure a volontà senza temere di incorrere nell'ira divina.
Insomma, gli dei Vudù, in generale, hanno un modo di fare più rilassato, easy-going e informale rispetto ai colleghi barbuti e perennemente accigliati di altre professioni religiose: niente ordini dall'alto, richieste a trabocchetto (tipo "uccidi tuo figlio per me") o anatemi biblici (tipo "Eva, tu partorirai nel dolore"), ma piuttosto un amichevole "Che c'hai una siga?". I fedeli li chiamano con epiteti affettuosi come "Mamma", "Papà", "cugino" o "signorina", e loro d'altronde non si prendono mai troppo sul serio: sono sboccati, narcisisti, sessualmente disinvolti e un po' irascibili, ma anche bonari e generosi. Il modo in cui sono rappresentati potrebbe sembrare quasi caricaturale all'occhio di noi europei, abituati ad aureole occhiute e tuniche bianche (alcuni, a dire il vero, sembrano appena rientrati da un concerto dei Village People, tipo Agwe), ma al di là del sorriso che può suscitare, questa pratica rivela tragedie come la deportazione, la schiavitù e la povertà. Per questo molte divinità hanno chiaramente una funzione consolatoria.
Innanzitutto i loa (gli dei) sono tantissimi, tutti al servizio dell'elusivo dio supremo, Bondyeu (dal francese bon dieu, "buon dio"). Ecco qui riuniti per l'aperitivo i più pittoreschi:
Erzuli Freda è la loa che dell'amore, della fertilità, della danza, del lusso e dei fiori. Immagino non faccia altro che abbassare la tavoletta del water e raccogliere da terra un'infinità di calzini sporchi, dato che ha ben tre mariti: Damballa, Agwe e Ogoun. Civettuola e vanitosa, adora ricevere in dono gioielli, dolci, profumi e liquori. Veste di rosa e disegna cuoricini dappertutto. Come ogni casalinga disperata, però, Erzuli Freda è intimamente insoddisfatta. Sente che nella sua vita immortale manca qualcosa, per questo essere posseduti da lei è un po' come prendersi una sbornia triste: piangi, sospiri e ti strusci troppo affettuosamente con qualunque straccio d'uomo ti capiti tra le mani. E' associata alla Madonna di Lourdes (ma a me ricorda anche Gabrielle Solis: ce la vedo proprio, ad amoreggiare col giardiniere sedicenne nel capanno degli attrezzi.)
La Sirène, una delle dee più famose, conosciuta anche come Mama Wata, è la tipica bellezza al bagno: dalla vita in su una bellissima donna di colore, dalla vita in giù pesce o serpente. Passa gran parte del suo tempo a pettinarsi i capelli (spero per lei che prima almeno se li piastri), agghindarsi e a rimirarsi nello specchio, e non di rado ha rapporti con gli uomini (benché mi azzarderei ad arguire che la sua singolare anatomia le impedisca di cimentarsi nelle pratiche amatorie tradizionali.) Esige però assoluta fedeltà: passi la coda di pesce, ma le corna mai!
E' una maniaca dell'igiene: le si offrono sempre oggetti profumati, come sapone, incenso e pomate. Negli ultimi tempi i fedeli hanno preso a dedicarle persino libagioni di Coca-Cola. E qualcosa mi dice che a lei piacerebbe di sicuro una bottiglietta col suo nome sopra.
Agwe è il dio delle acque, dei pesci e delle piante acquatiche, nonché protettore di pescatori e marinai. Coraggioso e virile, è rappresentato come un ufficiale gentiluomo: un mulatto dagli occhi verdi che, come Sailor Moon, veste alla marinara. E' conteso tra le due dee sopraccitate, entrambe sensibili al fascino della divisa. Coloro che vengono posseduti da lui sono soliti urlare ordini peggio del capitano di Full Metal Jacket e fare il saluto militare. Non mi stupirei se prendessero anche a cantare In the Navy.
Agwe, comunque, si tratta piuttosto bene: gli vengono offerti champagne, modellini navali (ora so cosa fare del mio modellino della Costa Fortuna ricevuto in omaggio), rum, polvere da sparo, cibi speziati e montoni la cui lana è stata tinta di indaco (quanto a richieste strane, batte anche Madonna.) E' associato tanto a San Ulrico quanto all'Arcangelo Raffaele, anche loro tradizionalmente raffigurati con un pesce in mano.
Poi ci sono Erzuli Danto, la loa della maternità, dichiaratamente lesbica, protettrice delle mamme single, e la malvagia Marinette "dalle braccia secche", scheletrica patrona dei lupi mannari. E pensare che da noi, in Italia, lesbiche, mamme single e lupi mannari devono beccarsi gli sguardi di disapprovazione del parroco... altro che divinità tutelari! (Basterebbe anche maggiore tutela legale.)
Come ogni dinastia mitologica, anche i Vudù hanno la loro famiglia Addams: i ghede, un gruppo di dei mortiferi ma più allupati di Gomez e Morticia. Tra i membri illustri, ricordiamo Baron Lacroix ("il barone della croce" in francese), Baron Cimitière ("il barone del cimitero") e Baron Criminel ("il barone criminale"), ma il più famoso è senza dubbio Baron Samedi ("il barone del sabato"), il dandy della compagnia, dio della morte, della sessualità, della magia e degli zombie, rappresentato solitamente come uno scheletro in smoking, con tanto di cappello a cilindro e occhiali scuri. In mancanza di rum e sigarette, accetta volentieri una coppetta di arachidi tostate e un bel caffè forte. Malgrado il fisico "asciutto", questo latin-lover psicopompo rimorchia più di qualunque altro dio Vudù: bazzica tanto i cimiteri quanto i bordelli, il tutto, naturalmente, di nascosto a sua moglie, l'avvenente Maman Brigitte, una delle rare loa di aspetto caucasico, con la pelle candida e due magnetici occhi verdi capaci di ammaliare qualunque mortale, sebbene i francesismi da scaricatore portuale spesso stonino con la sua immagine da fatalona.
Di gran lunga più educata e zuccherosa è Mademoiselle Charlotte, lo stereotipo della donna europea. Ai suoi devoti ordina solo bevande di colore rosa o blu (quindi immagino che la scelta si riduca agli Elisir Rocchetta, alla Gatorade e all'Angelo azzurro, che, diciamocelo, come drink è decisamente demodé.) Questa dea parla solo francese, perciò anche chi ne è posseduto si esprime in tale stucchevole lingua. Capricciosa e volubile com'è, è difficile ottenere favori da lei: sfortunatamente aiuta solo chi le sta simpatico, altrimenti a quest'ora avrei già una laurea in francese. Chissà se c'è un dio hispano-hablante, però...
Infine chiude il corteo Dinclesin, l'archetipo del colonizzatore e dello schiavista: sempre armato di frusta, è "affetto da una strana forma di cleptomania." Il suo trucco preferito consiste nel versarsi il rum nelle tasche senza bagnarsi, il potere "divino" più invidiato dai comuni mortali dopo la capacità di trasformare l'acqua in vino.
Ora che le presentazioni sono concluse, ditemi voi come si fa a non trovare adorabile un pantheon così!
Spero che questo non richiesto rendez-vous con gli dei Vudù sia stato di vostro gradimento, o almeno vi abbia suggerito qualche idea per festeggiare un Halloween diverso dal solito: magari state già pensando a un travestimento da Baron Samedi, a una seduta spiritica, una crociera ai Caraibi o un happy-hour con banane fritte e Havana Zombie (mai cocktail ebbe nome più azzeccato: provare per credere.) Io, anche per quest'anno, eviterò i rituali magici, visti miei precedenti. Sì, so che la rivelazione potrebbe scioccarvi, ma per un po', negli anni più bui della mia preadolescenza, sono stato anch'io un apprendista stregone. Non temete, sono passati secoli da quando ho deciso di chiudere con le ali di pipistrello e gli hocus pocus, un po' per colpa dell'inflazione, che non ha risparmiato nemmeno gli ingredienti per le pozioni, ma soprattutto perché mio padre cominciava a preoccuparsi davvero. Un giorno eravamo in auto, e lui mi guardava con una faccia scura, finché non si è fatto coraggio e, con un tono maledettamente serio, ha cominciato a dar voce ai suoi timori con queste esatte parole: "Come sai, a questo mondo c'è la magia bianca e la magia nera..."
Non so come intendesse continuare il predicozzo perché a quel punto sono scoppiato a ridergli in faccia di gusto: non è il genere di discorso che ti aspetteresti da un padre, e soprattutto non da mio padre. Non mi ha mai fatto il discorsetto "sulle api e sui fiori", figuriamoci se potevo immaginarmi che un giorno mi avrebbe fatto delle raccomandazioni sull'uso eticamente corretto della magia.
Eppure non riesco a reprimere un brivido di paura quando ripenso a quella volta in cui io e le mie amichette, appena tredicenni, chiedemmo all'antica dea celtica dell'amore, Aine, di manifestarsi facendo dividere in tre la fiamma della candela, cosa che - vi prego di credermi - avvenne, e per giunta subito dopo la porta della stanza si chiuse di scatto, mossa da un'improvvisa folata di vento. Senza contare poi la mia incauta, prima e ultima esperienza con una bambolina Vudù, che temo sia stata capace di provocare una frattura alla gamba al mio professore di matematica.
A volte mi faccio paura da solo...

Cliccate qui per scaricare la VERSIONE ILLUSTRATA di questo post,
con le superbe illustrazioni di Clyo (il suo blog: La vita puzza), che non
smetterò mai di ringraziare e idolatrare per questo regalo a dir poco divino!

 
 
Buon Ognissanti e a tutti voi un Halloween da urlo!
Intanto, commento o scherzetto...?


mercoledì 14 agosto 2013

La Biblioteca Classica di Raffy: Fifty Shades of Earl Grey

Ora che riguardo questa foto di Theo Westenberg, ricordo di aver letto per la prima
volta Emma mentre ero morbidamente adagiato su una sedia a sdraio, durante una
vacanza estremamente rilassante, tra corroboranti docce scozzesi, percorsi benessere
e bagno turco alla vaniglia. Dovrei proprio rifarlo.
 
Si aprono le porte della piccola Biblioteca Classica di Raffy, una nuova serie di post semi-seri dedicati ai miei classici preferiti e/o a quelli meno conosciuti, che mi diverto tanto a scovare per darmi un tono. Sì, so cosa penserete (parafrasando papa Francesco): "Chi sono io per giudicare i classici?", ma in fondo cosa mi impedisce di mettere per iscritto le discutibili opinioni che comunque esprimerei ugualmente a voce? Forse la mia scelta di oggi vi sembrerà un po' "gigiona", ma proprio non potevo fare a meno di dedicare un post, o magari due, a...

Jane Austen è una delle scrittrici che io e tre quarti della popolazione mondiale amiamo di più (evviva l'originalità). E' inutile, Jane è l'unica che riesce ad addolcire lo zitello incattivito che c'è in me. Se uno passa l'infanzia accudito da La tata* e sopravvive all'adolescenza in compagnia di Jane Austen e Carrie Bradshaw, non ci si deve meravigliare se a vent'anni sia ossessionato dall'idea di trovarsi un partner per la vita. Ma questa è un'altra storia...
Tornando a Jane, ho iniziato a frequentarla intorno ai miei quindici anni, partendo con il sempreverde Orgoglio e pregiudizio, che se non ho adorato è solo perché avevo già assorbito per osmosi la trama, infinite volte parodiata, rielaborata e reinterpretata in tutte le salse (anche in salsa al curry, se consideriamo il film bollywoodiano Matrimonio e pregiudizio). In una noiosa serata della tua giovinezza guardi ingenuamente Il diario di Bridget Jones in tv, e rimani inesorabilmente fregato. Il film è esilarante, ma addio effetto sorpresa. La storia è pressoché identica.
Mi meraviglio che non ci sia già un Barbie Orgoglio e pregiudizio. Intanto, no so voi, ma io aspetto con trepidazione anche l'uscita del film tratto da Orgoglio e pregiudizio e zombie, "geniale" idea di Seth Grahame-Smith, che, novello Frankenstein, cuce pezzetti del romanzo originale con agghiaccianti scene horror in cui Elizabeth, oltre che tempestare di frecciatine l'ombroso Darcy, deve anche fronteggiare orde di zombie bramosi di carne umana. Come se tenere a bada Lydia, Kitty e i loro ormoni non fosse già abbastanza.
Mi scuserete, dunque, se ritengo più che superfluo spendere altre parole su questo indiscusso ma bistrattato capolavoro (parlo di Orgoglio e pregiudizio, senza zombie) o sulla trasposizione cinematografica di Joe Wright (con protagonista Keira Knightley, che sembra essere nata con un abito stile impero cucito addosso). Io passerei ad Emma Woodhouse, per gli amici Emma Casalegno, la mia ragazza austeniana preferita. "Sarà un'eroina che non piace a nessuno, tranne che a me" se la rideva Jane Austen durante la stesura di Emma, ma non è affatto vero: il suo fascino deriva proprio dagli innumerevoli difetti che la rendono così adorabilmente umana, essendo costei un'ereditiera snob, presuntuosa, narcisista e frivola, così diversa da altre sue "colleghe" ben più cerebrali e irreprensibili. Emma è stata definita un Don Chisciotte in gonnella: preferisce seguire gli arzigogoli della propria fervida immaginazione piuttosto che accontentarsi di una realtà piatta e banale. Per questo fraintende i propri e gli altrui sentimenti, veste i panni di un maldestro Cupido e si diverte a combinare fidanzamenti tra i suoi conoscenti, così da estraniarsi dal grigiore della sua vita quotidiana, troppa spaventata dall'idea di vivere una vita propria, allontanarsi dalle sontuose mura di Hartfield e lasciare solo l'amato, anziano padre ipocondriaco.
Ora che ci penso c'è un film di Jennifer Lopez con la stessa trama, o quasi: lei interpreta una frigida wedding-planner refrattaria al matrimonio (oltre che agli smarties che non siano marroni.)
Per riprendere il discorso, c'è un motivo se Emma è l'unico romanzo ad avere per titolo il nome della sua protagonista: ciò che la contraddistingue è la sua solitudine, che nasce dalla difficoltà di entrare realmente in contatto con chi la circonda. Suo padre è introverso e timoroso ("Emma cara, faresti meglio a non uscire: è pieno di zombie là fuori"), la sua amata governante è troppo affezionata a lei per poterla consigliare opportunamente e farle passare un brutto quarto d'ora quando se lo meriterebbe, mentre la sua nuova amica, la giovane Harriet, è pronta a darle ragione su tutto ("Sai, Harriet, stavo pensando che saresti graziosissima se ti radessi completamente le sopracciglia, tu non trovi?", "Oh sì, Miss Woodhouse, che idea meravigliosa! Corro a prendere il tosa-erba!"). Abituata com'è a non essere contraddetta, lasciata sola con i suoi monologhi interiori, è più che naturale che finisca per scorgere solo ciò che non esiste e non vedere invece ciò che ha sempre avuto sotto il naso, non prendendo in considerazione, nemmeno per un'istante, l'idea di poter commettere un errore.

 
 Alcuni anni dopo aver letto Ragione e sentimento, mi sono accostato a Persuasione, il canto del cigno dell'autrice, scritto subito dopo Emma e pubblicato postumo, un romanzo che è la trascrizione in parole di un tramonto autunnale: dolce, malinconico eppure abbagliante.
Come credo di aver già avuto occasione di scrivere in una delle mie solite digressioni, la protagonista, l'umile e pacata Anne (l'anti-Emma), si lascia scappare un bel bocconcino di marinaio, malconsigliata da una cara amica di sua madre (che dubito avrà la fortuna di festeggiare il centesimo compleanno). Poi, quando se lo ritrova davanti, sette anni più tardi, tutto abbronzato e bello stagionato, la ragazza - che nel frattempo è un po' sfiorita - si rende conto che la conservazione sotto sale ha donato moltissimo all'oramai capitano Wentworth, e capisce di sbavargli ancora dietro. A questo punto però teme che non ci sia più trippa per gatti.
Su questa semplice trama la scrittrice costruisce la sua opera più struggente, in cui dialoghi e battute di spirito cedono il posto all'introspezione e al silenzio. E' qui che la Austen fa mostra della sua maturata sensibilità, propria di chi ha amato e ha perduto. Persuasione è senz'altro uno dei libri più confortanti che abbia mai letto, e forse anche più illusorio di una fiaba Disney. Consigliatissimo per chi si è pentito delle proprie scelte in fatto di vita sentimentale.
Cinicamente si potrebbe dire che i romanzi di Jane Austen ruotino tutti intorno a matrimonio, pettegolezzi, rendita, matrimonio, valori della nobiltà terriera e matrimonio (per caso ho dimenticato di dire che si parla principalmente di matrimonio?). E poi, sì, ci sono almeno una trentina di personaggi (anche nello stesso romanzo) che si chiamano Mary o Elizabeth o Jane (per quanto non manchino curiose scelte onomastiche come Jemima o Fitzwilliam), senza contare che non succede praticamente niente (uno può anche sognarsi inseguimenti, esplosioni e sessioni di sadomaso: più che di Fifty shades of grey, qui si parla di Fifty shades of Earl Grey.)
Eppure tornare a leggere un libro di Jane Austen è un po' come tornare a far visita ad una vecchia amica. Quando non ti spinge a confidarti con lei, facendoti riflettere sulla tua contorta natura, ti distrae con qualche sano pettegolezzo. Ciascuna delle sue storie è accogliente come la conca impressa dal tuo sedere sulla tua poltrona preferita. Te ne stai lì, col naso incollato alle pagine, a leggere di chiacchiere di paese e proposte di matrimonio, ed è un po' come ritornare alle estati della tua infanzia, quando ascoltavi la nonna chiacchierare con le vicine di questioni di poco conto, tanto per far passare il tempo.
Jane Austen è molto più di questo, naturalmente, è soprattutto ironia, delicatezza e felina sagacia, ma certo è che sa come farti sentire a casa tua.
Continua...

* Da Francesca Cacace, Pamela moderna dai coloratissimi completini Moschino, ho imparato più cose che a scuola, come la regola per cui in ospedale ci si deve sempre vestire in modo provocante.

venerdì 26 ottobre 2012

Oslove

Dettaglio de L'urlo di Munch (Munchmuseet/Oslo Nasjonalgalleriet): il grido che nasce
dalle viscere di una larva amorfa, un essere senza sesso, nè età: un essere che incarna
il minimo comune denominatore di un'umanità destinata a soffrire.
Ecco il tragicomico resoconto del mio primo viaggio (quasi) da solo a Oslo, e tutto sommato poteva andare molto peggio, considerando il mio trolley suicida (se lo lasci solo cade, un po' come il proprietario). In aeroporto sono stato abbordato da una logorroica ragazza vestita da gaucho (interamente coperta di jeans, con tanto di stivali da cavallerizza), che, ignorando del tutto i posti assegnati, si è seduta accanto a me bombardandomi di chiacchiere per tutte le due ore di volo: mi ha raccontato tutto dei suoi cavalli, del suo ragazzo, dei cavalli del suo ragazzo, dei ragazzi del suo cavallo e mi propone anche di fare domanda d'assunzione presso il negozio di articoli sportivi per cui lavora (chiunque mi conosca anche solo un po' saprebbe che non sarei mai credibile come commesso in un negozio di articoli sportivi).
Finalmente il nostro aereo atterra a Zurigo,  Calamity Jane è subito calamitata dal suo fidanzato e io posso finalmente godermi le mie sei ore d'attesa prima del volo per Oslo. In questo breve spazio di tempo sono diventato il massimo esperto di Agatha Christie ed Edvard Munch (che accoppiata allegra!). Ah, e ho anche bevuto il tè più costoso della mia vita: sei euro per una tazza d'acqua marrone. Quando il cameriere mi ha portato il conto stavo quasi per sputargli in un occhio, ma, fortunatamente per lui, sono stato educato come un piccolo lord e quindi non ho mai imparato a sputare. Per quel prezzo mi sarei aspettato come minimo di bere un pregiatissimo tè bianco servito in una tazza di porcellana cinese Ming sorretta dalla proboscide di un elefante indiano coperto di ricchissimi ornamenti.

Un plumbeo scorcio della via principale di Oslo, famosa per essere stata scelta
da Munch come teatro dell'angoscia borghese in Sera sul viale Karl Johan
(Bergen Art Musem, in basso).
Ancora Karl Johan Gate, l'insegna della fabbrica di cioccolato Freia
(Munch decorò la mensa riservata alle operaie), e un troll sorpreso dal sole
e quindi pietrificato davanti all'ingresso di un negozio di souvenir.
Amettiamolo: la città di Oslo non è poi gran cosa. Ciò che la rende magica è
senza dubbio l'atmosfera: impossibile dimenticare i colori dell'autunno,
il cielo grigio, i suoi palazzi austeri, il ghigno
inquietante dei troll, lo svolazzare goffo
dei corvi (grossi come struzzi), e la natura che si insinua tra
le case dai tetti spioventi, tinte d'ocra, rosso cupo e verde scuro, come quelle
del Monopoli.
Ho pensato di risparmiarvi le solite foto delle attrazioni principali della città, in primo luogo perchè la mia macchina fotografica va praticamente ad energia solare, poi perchè le foto dei monumenti su Wikipedia sono di gran lunga più belle delle mie, e infine perchè non ero molto in vena di scattare fotografie, visto che ho girato quasi tutta Oslo da solo. La mia amica Mary Cherry ha avuto la geniale idea di beccarsi la febbre. Non faceva neanche troppo freddo... il maglione di lana blu e rosso con renne e fiocchi di neve potevo anche lasciarlo a casa.
Fortunatamente però abbiamo trovato una perfetta guida nel padrone di casa dello studente Erasmus da cui ci siamo piazzati, ovvero il "divino" Tor, il norvegese per antonomasia: biondo, occhi azzurri, alto e bianco come una betulla.
Ci ha letteralmente caricati in macchina e ci ha deliziato con un meraviglioso tour del fiordo di Oslo. A pochi minuti dal centro della città, l'auto si avventurava già nel bel mezzo della natura selveggia: infinte foreste verdi macchiate d'autunno, solcate da torrenti, dove ti aspetteresti di intravedere occhi lucenti di troll nascosti sotto il tappeto di foglie gialle. Da un tronco d'abete avrebbe potuto far capolino una hulder incuriosita: le avvenenti fanciulle delle leggende, con coda vaccina e schiena legnosa, che attraggono gli uomini nella penombra dei boschi, li seducono, e si accoppiano con loro fino a condurli alla morte o alla follia (simpatiche, eh).

I drammatici paesaggi grigio ferro della Norvegia non potevano che ispirare
Edvard Munch per Malinconia (Oslo Nasjonalgalleriet, in basso), opera in cui la natura
diventa cornice e  ritratto del dolore umano. Il tetro scenario marittimo sembra
quasi emergere dai pensieri del ragazzo, relegato in un angolo del dipinto.

Il giorno dopo Tor ci porta più su, per farci ammirare l'inquietante trampolino da ski jumping, e a quel punto i paesaggi ottobrini ingialliscono nella nostra memoria, coperti all'improvviso da una spessa coltre bianca di neve.
Tornati dalla nostra gita a Narnia, ho dato sfoggio delle mie doti culinarie preparando con le mie manine una fragrante focaccia pugliese. La gestazione è stata un vero supplizio e le patate norvegesi (color rosa antico) non mi ispiravano molta fiducia, ma, dopo preghiere al dio del lievito, dita incrociate, abbracci, crisi isteriche e rassicurazioni, il risultato è andato ben oltre le mie più rosee aspettative. E poi si accostava a meraviglia col delizioso succo di fiori di sambuco fatto in casa di Tor (per questo si è guadagnato anche il soprannome di "il mago dei succhi" o "il meraviglioso mago di Ozlo").


Naturalmente non potevo tornare in Italia senza una manciata di parole frivole da aggiungere alla mia collezione. Mi sono reso conto ben presto di aver memorizzato vocaboli norvegesi troppo utili, come lufthavn, "aeroporto", sult, "fame" e ut, "uscita". Perciò sono subito corso ai ripari affidandomi a Tor, che, oltre ad essere un musicista, è anche un traduttore poliglotta: insieme al norvegese e all'inglese, parla perfettamente svedese, finlandese e tedesco, mastica l'estone, il francese e lo spagnolo e capisce quasi perfettamente l'italiano (l'ho sentito leggere la voce "Cime di rapa" su Wikipedia e la sua pronuncia era praticamente impeccabile.)
Così ora, grazie a Tor e ai suoi vocabolari (mai visti così tanti in vita mia), se dovessi trovarmi in uno zoo scandinavo saprei distinguere senza problemi un flaggermus ("topo svolazzante", cioè "pipistrello") da un bavian, "babbuino", in più potrei benissimo dichiarare di non essere un morgenfrisk ("mattiniero") e vantarmi di avere una  rigogliosa bjørk ("betulla") in giardino.
Ma Tor ha avuto soprattutto il merito di avermi svelato un grande mistero: la "ø"
si pronuncia un po' come il francese eau, e personalmente lo trovo un segno grafico estremamente sexy.

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