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giovedì 30 ottobre 2014

La Biblioteca Classica di Raffy: Chi ha paura di Jane Austen?

Per una ragazza della Reggenza, come Jane Austen, le nozze erano questione di vita o di morte. Rimanere zitelle non era solo una grossa delusione o motivo di imbarazzo nelle riunioni di famiglia, ma era anche una catastrofe economica: un marito era l'unico che potesse salvare una donna dal passare la vita ad elemosinare un tozzo di pane al fratello maggiore (unico erede legale) o a trascinarsi col sedere a terra. Tutto questo spiega perché i romanzi di Jane ruotino quasi esclusivamente intorno ad una torta nuziale. Per le lettrici dell'epoca, insomma, erano dei veri e propri thriller. Altro che Harmony e Il diario di Bridget Jones. Alla fine, quando la protagonista riusciva finalmente a impalmare un ricco baronetto, si provava lo stesso sollievo di quando uno dei personaggi di Final Destination riesce per un soffio a scampare alle grinfie della Morte.
Non che nelle biblioteche dell'epoca mancassero altri libri da brividi: il romanzo gotico era talmente popolare che una giovanissima Jane Austen decise di scriverne una parodia. Il risultato è Northanger Abbey, uno dei suoi romanzi più divertenti e divertiti. Che si tratti di una parodia è già evidente dalla descrizione dell'eroina di questa storia, Catherine Morland, che ha poco a che vedere con le svenevoli, pallide fanciulle che nei romanzi gotici si ritrovano quasi sempre invischiate in una spirale senza fine di misteri, crimini ed orrori. La vita di Catherine non potrebbe essere più noiosa, priva di spaventi e a prova di cardiopatico: suo padre non ha mai pensato di chiuderla a chiave in una stanza, per esempio, e sua madre non è morta di parto come le delicate genitrici delle eroine gotiche. Niente corse a perdifiato giù per scalinate a chiocciola, forzieri chiusi a chiave, apparizioni spettrali o passaggi segreti nascosti dietro la libreria.
Per questo Catherine decide di lasciare la sua banalissima vita di campagna e partire con degli amici di famiglia alla volta di Bath, che più che una città, all'epoca era un grande villaggio vacanze dove, se non un marito, almeno un giro di valzer con un animatore lo rimediavi di sicuro. Subito Catherine si ritrova ad affrontare una prima, agghiacciante prova di sopravvivenza: un affollatissimo ballo con la sua accompagnatrice - la vanitosa signora Allen, a cui interessa solo non sgualcirsi il vestito -, senza conoscere nessuno, senza che nessuno la inviti a ballare, seduta all'estremità di un tavolo già occupato da una numerosa comitiva che non ha la minima intenzione di rivolgerle la parola o di offrirle anche solo una sbeccata tazzina del tè più annacquato. Sembra quasi di sentirlo, l'imbarazzo della nostra eroina, quella sensazione di "essere in disgrazia agli occhi del mondo" descritta con effervescente, irresistibile ironia.
Ma Catherine non sarà sola a lungo. Presto incontra il giovane Tilney, che "se non è proprio bello, ci va molto vicino" e che la conquista col suo spirito e la sua pacatezza. Anzi, col tempo Catherine penserà di aver conosciuto anche troppa gente, tipo la sua amica Isabella, regina dei passatempi vacanzieri (lo shopping, i pettegolezzi sui flirt estivi e l'individuazione dei tipi strambi da deridere), e suo fratello, la peggior razza di maschio, quello che è innamorato della propria voce, che non sa parlare altro che della propria carrozza e di quanto sia veloce il proprio cavallo, e il cui unico interesse è stimare il prezzo delle cose, il conto in banca della gente e la distanza da un posto all'altro (una noia abissale.) Eppure, non so come, ma Jane Austen riesce a tenermi incollato alle pagine anche se i personaggi stanno discutendo della qualità della mussola indiana o dibattendo su quale dei due sessi sia più versato nello stile epistolare.

Una cartolina vintage a tema Halloween.
I giorni trascorrono monotoni a Bath, e Catherine e la sua amica Isabella passano tutto il tempo a leggere romanzi gotici come I misteri di Udolpho di Ann Radcliffe (ne ho scritto una breve parodia qui.) Il signor Tilney, per cui nel frattempo la protagonista si è già presa una sbandata che non vi dico, è sparito dalla circolazione. Non si fa vedere alle terme, nè a bordo piscina, nè al torneo di calcio balilla. Catherine dà per certo che sia stato vampirizzato, o rapito dagli alieni o segregato nella sala delle torture di una sadica nobildonna, e, per distrarsi, si immerge nella lettura dell'equivalente ottocentesco della collana Piccoli Brividi, in attesa che il suo amore riappaia (anche in forma ectoplasmatica.)
Ciò che rende Catherine così simpatica è il suo essere "quasi carina", non particolarmente brillante, ignorantella e, in più, sfigatissima. Per una cosa che le va bene, altre dieci le vanno a rotoli. Le sue disavventure le abbiamo provate tutti, o almeno io le ho provate: passare giorni senza aver un bel niente da fare e poi essere contesi, da un lato, dai tuoi amici e, dall'altro dall'oggetto del tuo interesse amoroso, che pretendono entrambi di vederti lo stesso giorno e alla stessa ora. La tragedia degli appuntamenti mancati, dei rifiuti sofferti, del "se l'avessi saputo prima non avrei preso altri impegni", senza contare la tortura inflitta dalla solita coppietta di piccioncini che pretende di averti con loro per tutto il tempo come spettatore della loro beatitudine, mentre tu vorresti essere altrove, magari a cercare qualcuno con cui tubare a tua volta anziché brillare della loro luce riflessa.
Finalmente, però, rispunta fuori il signor Tilney, più affascinante che mai, e Catherine, zitta zitta, riesce a rimediare, da quella che spera diventi presto sua cognata, un invito a trascorrere un po' di tempo nella tenuta di famiglia, Northanger Abbey. Solo a sentirne pronunciare il nome - Northanger Abbey - la testolina impressionabile di Catherine se la figura già come un rudere medievale, lugubre e misterioso, teatro di efferati delitti e indicibili segreti. E Tilney, quella vecchia volpe, si diverte ad eccitare la sua suggestionabile fantasia, forse conscio del fatto che non c'è miglior scusa della paura per far cadere una fanciulla tra le proprie braccia.
Quando arriva nel luogo tanto vagheggiato, però, la nostra eroina rimane delusa dalla "modernità" di Northanger. In un certo senso è una hipster ante litteram, un'oltranzista del vintage: schifa qualunque mobile o oggetto sia posteriore al quindicesimo secolo. E a giudicare dai suoi discorsi con Tilney su ciò che è pittoresco e su come rappresentare al meglio un paesaggio, non è da escludere che, se avesse potuto, sarebbe stata dipendente dai filtri di Instagram.
Insomma, Catherine Morland è una di noi. Mi è difficile non riconoscermi in lei, soprattutto per quel che riguarda la sua incapacità, tutta donchisciottesca, di distinguere tra realtà e immaginazione. Detto tra noi, il sottoscritto è stato capace di telefonare la sua migliore amica per questo genere di turbamenti:
"Pronto, Anny? Ti disturbo? Sono nel salotto di casa mia, dovrei andare in bagno a fare pipì ma... ho paura."
"Di cosa, Raffy?"
"Di Satana..."
"..."
"E' che sto traducendo dei passi del Paradiso perduto per l'esame di letteratura... Lo sapevo che dovevo farlo di mattina! Di sera mi suggestiono troppo!"
"Raffy! Pensa a qualcos'altro... chessò, al film di ieri con Michael Fassbender?"
"No, Anny, è ancora peggio: ho sempre pensato che Michael Fassbender sarebbe perfetto per interpretare Satana in un'eventuale trasposizione cinematografica del Paradiso perduto. O lui o Bradley Cooper. Anzi no: Sam Worthington. Ce lo vedo proprio, con quegli occhi rivolti al cielo, mentre si solleva in volo da un lago di fuoco..."
"Okay..."
"Tra l'altro c'è un quadro di Franz von Stuck che raffigura l'angelo caduto e gli somiglia da morire!"
"..."
Ma ci sono stati anche casi peggiori, tipo quando ho telefonato ad Anny perché avevo paura della Maddalena Lignea di Donatello, del ritratto del principe de La Bella e la Bestia o dell'evoluzione della specie. Sì, avevo appena finito di sfogliare col mio cuginetto un libro sui dinosauri e, tornando a casa, di sera, completamente solo, sobbalzavano ad ogni rombo di motocicletta pensando che fosse un velociraptor. Sono il tipo di persona che si spaventa persino del trailer di Scary Movie.
Fortunatamente per Catherine, i più oscuri misteri che dovrà indagare a Northanger, tra ipocrisie e atteggiamenti ambigui, non sono che le contraddizioni dell'essere umano.

Illustrazione di Doogie Horner per la copertina di Orgoglio, Pregiudizio e Zombie di Seth Grahame-Smith

lunedì 31 marzo 2014

La Biblioteca Classica di Raffy: Oh oh piccola Cathy

"Cause you're Heath and you're Cliff / A real hieroglyph / You're in then you're out
You're up then you're down /
You're wrong when it's right / It's black and

it's white / we fight, we break up / we kiss, we make up..."
(Heath n Cliff, di Catherine Earnshaw)
Cime tempestose ha ispirato film, fiction, canzoni in falsetto, balletti imbarazzanti e romanzetti rosa con in copertina statuari belloni dalla chioma al vento e la camicia strappata sul petto che stringono per le cosce fanciulle dall'aria estatica. Quando mi soffermo a riflettere sull'opera di Emily Brontë, però, io, come la maggior parte delle persone, penso immediatamente a Katy Perry. Entrambe nate da ecclesiastici, ed entrambe divenute famose sotto il segno dello scandalo.
Il succitato romanzo, unico parto letterario della figlia di un reverendo, fece andare di traverso il tè a gran parte della critica del tempo: un libro cupo, intossicante, pieno di gente che non sa dire neanche "che ora è?" o "mi passi il sale?" senza far cadere qualche santo dal paradiso, un malsano focolare dove ardono antichi rancori e superstizioni contadine, il tutto associato a rischiosi incroci genetici, violenze domestiche e discutibili metodi pedagogici. Le recensioni andavano da "E' un libro... strano" a "Come una persona possa cimentarsi nella lettura di un libro del genere senza suicidarsi dopo una dozzina di capitoli, è un mistero. E' un compendio di umana depravazione e innaturali orrori!"
Qualcuno ha avuto da ridire anche sull'iperrealismo linguistico: dovendo leggerlo in lingua originale per un esame di letteratura, non ho potuto evitare di covare un odio ardente per il già di per sé odioso servo Joseph, che si esprime solo in un impervio dialetto dello Yorkshire. Per me e la povera Isabella Linton, così chic e beneducata, non c'era verso di capire un'acca delle sue maledizioni bibliche.
Sicuramente non imprecavano mai i genitori di Katy Perry, entrambi predicatori, che non le permettevano di ascoltare "musica pagana." Così la California gurl è dovuta crescere a suon di Ave Maria e gospel (spero quantomeno che nascondesse i cd compromettenti sotto le assi del parquet come Lane Kim). Era inevitabile che, dopo un primo battesimo musicale con il country cristiano, Katy esplodesse in una sana, liberatoria canzonetta sulle sue fantasie saffiche, I kissed a girl. Per non parlare di Peacock, un brano falloforico in cui, dietro la ruota del pavone, peacock, si nasconde un cock di "fine architettura." Da lì a sparare panna montata dal reggiseno il passo è breve.
In America hanno un nome per questo genere di exploit trasgressivi: "prechear's kid syndrome", ovvero la sindrome del figlio di predicatori. Appartengono al club il filosofo Friedrich Nietzsche (un titolo a caso, L'Anticristo), il regista notoriamente ateo Ingmar Bergman e la shock-rock star Alice Cooper, tutti non esattamente dei chierichetti. Dato che in Italia non è così facile trovare figli di sacerdoti senza scomodare Lucrezia e Cesare Borgia, o comunque non è facile riconoscerli, il nostro unico punto di riferimento per analizzare questo fenomeno è Settimo Cielo. E la cucciolata del reverendo Camden non è poi così senza peccato: Mary e Lucy, per esempio, saranno anche ragazze casa-e-chiesa, ma fanno il giro largo.

Katy Perry si è chiaramente ispirata all'antica iconografia cristiana della Madonna del Latte,
anche detta Galactotrofusa o Virgo lactans, nella quale la Vergine viene ritratta nell'atto di
 allattare il figlio o spruzzare latte direttamente nella bocca di un Santo o un alto prelato.
Oltre allo spirito ribelle, Katy ed Emily sono accomunate dall'essere inguaribili gattare. Se la prima non si separa mai dalla sua Kitty Purry e riempie di felini i suoi video-clip, la seconda, oltre ad aver scritto un saggio in difesa del gatto, Le chat, manifesta più volte in Cime tempestose la sua vocazione lettiera-ria con frasi come: "conoscete quel particolare stato d'animo quando si è seduti da soli e la gatta sta leccando il gattino sulla stuoia davanti a voi e voi la guardate con tanta attenzione che se soltanto dimentica di leccare un orecchio, la cosa vi mette di pessimo umore?" Come no, mi succede tutti i giorni.
A dire il vero sono molte le similitudini e le allegorie con protagonisti cani e gatti che si inseguono per le turbinose pagine di questo capolavoro. D'altronde si tratta di una continua lotta degli opposti: meglio la civiltà o la natura selvaggia? La ragione o il sentimento? Il paradiso o l'inferno? Ma soprattutto, meglio il capello biondo o il capello bruno?
Un po' come Carrie Bradshaw, divisa tra due uomini, anche Catherine Earnshaw, egoista e volubile, si trova costretta a scegliere tra il raffinato Edgar Linton e il suo compagno di scorrazzate per le brughiere, Heathcliff (solo a dirlo la bocca fa scintille... Heathcliff!), trovatello un po' hot and un po' cold, che col tempo si trasformerà in un vendicativo, sadico demonio. Certe volte ho il sospetto che abbia ispirato lui alcune scene di Shining:
"... Mentre sedevo pensando a queste cose, la finestra alle mie spalle cadde sul pavimento per un violento colpo vibratogli dall'uomo che ho appena nominato, e il suo volto torvo apparve minacciosamente. La sbarre della finestra erano troppo vicine perché egli potesse farvi passare le spalle [...] I suoi capelli e i vestiti erano bianchi di neve, e i suoi denti aguzzi e cannibaleschi, che il freddo e la collera scoprivano, scintillavano nelle tenebre. 'Isabella, lasciami entrare o te ne farò pentire!' ringhiò..."
Insomma, due come Catherine e Heathcliff, legati da un amore morboso e distruttivo, li si ama e li si odia ad intermittenza. In un capitolo ti fanno venire gli occhi lucidi per la loro bruciante, imperitura passione, in quello successivo vorresti spingerli giù da una rupe, o da una qualsiasi cima tempestosa.
Ora che ci penso... ci sono le cime e c'è tanta gente scorbutica che fa fatica ad esternare i propri sentimenti: se non fosse ambientato tra le brughiere dello Yorkshire, "il paradiso del misantropo" potrebbe benissimo essere la murgia. Cime di rapa tempestose. E' una coincidenza che mia nonna abbia il vezzo di chiamare "Catarìn" le sue nipoti (ma anche altre ragazze), nonostante nessuna di loro si chiami Caterina?
Tra le Catherine concepite dalla Brontë, comunque, ho sempre preferito quella di seconda generazione (e se non avete letto il libro sarebbe meglio fermarsi qui.) La piccola Cathy (altrimenti detta Cathy 2.0) ha preso il meglio dei genitori: l'effervescente vitalità della madre e tutta l'eleganza e la bontà di suo padre. E poi è bionda. E legge di più (anche libri in greco e latino.) Come dice la governante Nelly Dean: "Non si può vedere [ma anche leggere di] Cathy Linton e non amarla."
E infatti non lascia indifferenti i suoi cugini, Linton Heathcliff (un nome, un ossimoro), lamentoso e malaticcio, né soprattutto il timido Hareton Earnshaw, un po' rozzo e inselvatichito, come lo sarebbe chiunque dopo essere stato allevato da un padre alcolizzato, un vecchio servitore filisteo e un perfido usurpatore, e aver trascorso l'infanzia in allegri passatempi come impiccare cuccioli di cane. Alla fine però Hareton viene su un bel ragazzone di diciotto anni, con quel sex-appeal da zotico di campagna che torna tutto a suo vantaggio.
In apertura del romanzo troviamo una Cathy II decisamente invelenita dal dolore e dalla segregazione a Wuthering Heights, che trova la sua unica fonte di diletto nel ritagliarsi qualche minuto per leggere davanti al camino e spaventare il superstizioso, vecchio Joseph assicurandogli di fare progressi nello studio della magia nera. Quando le vengono tolti anche i suoi amati libri, s'inventa il passatempo di intagliare le bucce di rapa (!) a forma di uccelli e altri animali.
Più tardi però l'infelice Cathy sarà protagonista di quella che per me è una delle scene più commoventi e luminose mai descritte da Emily Brontë: il momento di estrema tenerezza in cui insegna ad Hareton a leggere (guardate il minuto 4:27 di queste scene tagliate e poi rianimate de La Bella e la Bestia e ditemi se non vi sembra si siano ispirati a quei due.) Non so perché io, a differenza di molti, preferisca la seconda parte di Cime tempestose alla prima, e perché ami in particolare questo passaggio. Forse perché l'ho letto al liceo, quando trovavo l'analfabetismo un caratteristica affascinante. O probabilmente perché all'epoca era più facile convincersi che dare ripetizioni di greco prima dei compiti in classe equivalesse a un appuntamento romantico. Una cosa è certa: allora era molto più facile credere nel Teenage Dream!

giovedì 28 novembre 2013

La Biblioteca Classica di Raffy: Come on Barbie, let's go party!

 
La cantante degli Aqua non è stata la prima norvegese a dichiarare di sentirsi una Barbie girl. Prima di lei c'è stata Nora Helmer, la protagonista di Casa di bambola (Et dukkehjem)*, il dramma ibseniano che ha scosso le fondamenta della borghesia europea di fine Ottocento, un terremoto il cui epicentro è un insospettabile, sobrio salotto di Oslo. Qui fa ritorno canticchiando la padrona di casa, stanca ma felice, dopo un'estenuante mattinata di shopping natalizio.
Immaginate il freddo che si porta addosso. Si sfrega le mani e, senza neanche togliersi il cappotto, ritorna ad ammirare con febbrile entusiasmo i regali che ha comprato. "Gorgheggia lì fuori l'allodola?" domanda dallo studio la voce dell'avvocato Helmer, suo marito. "Proprio così" trilla Nora, aprendo un paio di pacchetti. "Quand'è venuto a casa lo scoiattolo?" chiede ancora Helmer, senza staccarsi dalla scrivania. "In questo momento" squittisce lo scoiattolo, poi rosicchia in tutta fretta un dolcetto, nasconde l'incarto e lo chiama, senza trattenere l'eccitazione: "Torvald, vieni a vedere i miei acquisti."
Innanzitutto, per noi gente di mare... Mediterraneo, che siamo abituati a immaginare i nordici come algidi e austeri, fa un po' strano sentir parlare un norvegese come Ned Flanders, un "trottolino amoroso" tutto "pucci pucci." Ci saremmo aspettati i ghiacci perenni, non certo la ghiaccia reale.
Ciò che più non convince di queste prime battute, però, è che a pronunciarle siano un marito e la madre dei suoi figli. Torvald la vezzeggia, la rimprovera bonariamente per le spese eccessive, la coccola, le lancia occhiate torve quando esagera con i dolcetti, fa sfoggio di un melenso campionario di nomignoli ornitologici, e infine cede ai suoi capricci perché gli spezza il cuore vederla col broncio. Il loro si direbbe piuttosto un rapporto padre-figlia. Quasi non ci sorprenderemmo se Torvald la lasciasse ballare sui suoi piedi come farebbe un papà.
Nora, d'altronde, è perfettamente a suo agio nel ruolo di moglie-bambina: per lei la felicità è rivestita di glassa, o morbida come pelliccia di visone, se non tintinnate come un borsello pieno di corone da spendere.  Leziosa e civettuola, dei bambini ha anche l'egoismo e la spontaneità quasi brutale. Non si rende nemmeno conto (o forse sì?) di sbattere in faccia la sua felicità alla sua vecchia amica di scuola, ridotta sul lastrico, vedova e senza nemmeno il conforto dei figli. E al dottor Rank, l'amico di famiglia palesemente invaghito di lei, dispensa sorrisi e dolci colpetti inferti con le sue nuove calze color carne (ci manca solo lo spogliarello in stile Sofia Loren), del tutto inconsapevole delle emozioni che innesca.
Il salotto degli Helmer è "arredato con gusto, ma senza lusso." Non ci saranno dunque divani leopardati o tappeti zebrati, ma è a tutti gli effetti una giungla. E la prima, fitta, foresta pluviale che ha preso possesso della casa è senza dubbio quella dei sentimenti, un groviglio inestricabile. A partire dai disequilibri della coppia.
In occasione di un ballo in maschera, Nora si veste da napoletana e fa arrossire tutti gli uomini presenti esibendosi in una provocante tarantella, finché Torvald la rapisce e la trascina di peso a casa, non vedendo l'ora di dedicarsi ad altri, più intimi, balli di coppia: "E' pur bello trovarsi di nuovo fra le proprie pareti... solo con te. Oh, creatura mia deliziosa e cara!"
"Torvald, non guardarmi così!" protesta debolmente Nora.
"Non dovrei guardare il mio bene più caro, guardare tutto lo splendore che mi appartiene, tutto mio, soltanto mio? [...] Sai, quando sono in società con te, sai perché ti parlo così poco, ti sto lontano, ti mando solo ogni tanto un'occhiata di soppiatto? Sai perché faccio così? Perché mi figuro che tu sia la mia amante segreta, la mia segreta sposa e che nessuno immagini come fra noi due ci sia un segreto. [...] E quando poi stiamo per allontanarci e io avvolgo nello scialle le tue spalle giovani e tenere, questo tuo collo meraviglioso... mi figuro allora che tu sia la mia giovane sposa e che stiamo uscendo dalla chiesa, che ti porto per la prima volta in casa mia, che sono la prima volta solo con te... solo, solo con te, mia giovane bellezza tremebonda! Tutta questa sera ti ho desiderata. Quando ti ho visto turbinare, così seducente, nella tarantella, mi sono sentito ribollire il sangue; non ne potevo più... e perciò ti ho riportata a casa così presto..."
Torvald, portavoce della borghesia emergente, classe sociale che si fregia orgogliosamente del diritto alla proprietà privata, rivendica in questi termini il possesso di sua moglie. Con una confessione che mette i brividi, trasforma l'incontro nel talamo nuziale da scambio d'amore tra marito e moglie, che è quanto di più legittimo possa esserci, in uno squallido segreto. Dichiara, in altre parole, di vivere la sessualità come una quotidiana violazione, il perpetrarsi giornaliero di un rito sanguinoso, la rievocazione della prima, traumatica notte di nozze. Niente lo attrae di più che vedere Nora "giovane" e "tremebonda", candida sposa ancora immatura e indifesa.

Luce del sole in salotto. Con i suoi malinconici grigi e i colori slavati, il danese
Vilhelm Hammershøi (1864 - 1916), riesce nell'impresa impossibile di ritrarre il silenzio.
Sulla gaia atmosfera natalizia, sull'apparente serenità degli Helmer, però, è già calata un'ombra minacciosa. Il salotto, simbolo di comodo conformismo, è a un passo dall'esplodere e vomitare la sua imbottitura di piume.
Nora, che non perde occasione per sbandierare ai quattro venti la sua felicità, decide, non contenta, di metterla alla prova. Se la Tristana di Galdós non vedeva l'ora di scappare dalla torre in cui l'aveva relegata il suo tiranno, Nora non si ribella al suo "padre-padrone", anzi, vuole saldare ulteriormente questo vincolo con una sfida alquanto pericolosa: contrae un debito illecito con un brutto ceffo per salvare il sedere a Torvald, ma nasconde tutto al consorte, provando così l'ebbrezza della responsabilità. Per lei, però, questo non è che l'ennesimo gioco infantile: giocare a mandare avanti la baracca, a "portare i pantaloni", la pretesa narcisistica di "salvare" il suo Torvald.
Ma quando il procuratore Krogstad la ricatta, mettendo in dubbio la legalità del debito, la "bambola" non tenta di difendersi. Al contrario, confessa il suo reato: aver falsificato la firma del padre. Arma il suo nemico, sicura del fatto che suo marito interverrà prontamente a toglierla dai guai. Non dubita neanche per un istante che Torvald si prenderebbe una pallottola pur di non far torcere un capello alla sua "lodoletta". D'altronde lui gliel'ha fatto credere in tutti i modi, giurandole di esserci sempre per lei, accada quel che accada: "Cerca di riprenderti e di ritrovare l'equilibrio, mio spaventato uccellino canoro. Riposa tranquillamente. Ti coprirò con le mie ali forti. [...] ti terrò come una colomba inseguita che io abbia strappato agli artigli assassini dello sparviero."
Ma a Torvald non funziona il Bat-segnale, proprio ora che c'è bisogno di lui.
Nora, che fino a cinque minuti prima era stata il suo "uccellino canoro", una volta scoperte le carte, diventa una "Disgraziata... cos'hai fatto? [...] Hai distrutto tutta la mia felicità! Tutto il mio avvenire hai annientato. E' orribile solo a pensarci. Sono nelle mani di un uomo senza scrupoli..." E quando, ormai calata nel ruolo della vittima tragica, Nora si dichiara disposta a suicidarsi per espirare la sua colpa, il marito le grida di farla finita con le sceneggiate napoletane e, rivelando un cinismo disarmante, considera ad alta voce che il suicidio della moglie le impedirebbe di scagionarlo da ogni accusa di complicità.
Tuttavia il reato, tutto sommato, non è niente di ché: una firma falsa... capirai! Non parliamo mica di frode fiscale o favoreggiamento della prostituzione minorile (ogni riferimento è casuale). Chi non ha giustificato un'assenza a scuola copiando la firma della mamma?
Di fatti si riesce in poco tempo a trovare un compromesso che metta a tacere il ricattatore. E' tutto a posto, ora: nessuno minaccia di cantare.
"Sono salvo, Nora, sono salvo!" è la ridicola esclamazione di Torvald, dopo aver temuto il peggio. "E io?" pigola lei. "Anche tu, beninteso. Siamo salvi tutti e due, tu e io."
Ma non si è accorto che ormai non esiste più nessun "tu e io."
La delusione di Nora è devastante come una doccia gelata. A dicembre. In Norvegia.
La donna non può fare a meno di ripensare a tutte le volte in cui lui le ha fatto credere di essere sempre pronto a difenderla a spada tratta. Per otto anni di matrimonio l'ha fatta sentire la sua Lois Lane. Nel momento del pericolo aveva sempre creduto di vederlo sfrecciare in suo soccorso: "E' un aereo? E' un uccello? No, è Torvald!"
Ed ora è tutto finito. La tremula colombella scopre che il suo nido non è affatto ben sorvegliato come pensava. Che è sempre stata un canarino chiuso in gabbia. Che papà pellicano non si prenderà la briga di vomitarle cibo nel becco come aveva promesso.
Adesso la "lodoletta" si vede costretta, non senza un certo fastidio, a provvedere personalmente a se stessa, a volare con le proprie ali. Di fronte all'esasperante incapacità del sesso forte di mantenere il controllo e gestire il ruolo di comando che si arroga, Nora comprende di doversi rimboccarsi le maniche: chi fa da sé fa per tre. Non vorrebbe essere indipendente, pensa ancora che sia molto più comodo ottenere tutto ciò che vuole sfarfallando le ciglia e giocando coi bottoni della giacca del marito, ma stando così le cose non ha altra scelta che emanciparsi. Non è ancora una vera femminista, ma le tocca la rogna di interpretarne la parte, abituata com'è, dopotutto, ad indossare un travestimento dopo l'altro: da quello da bambola a quello da popolana napoletana, dalle vesti di mogliettina devota a quelle di femminista improvvisata.
"Tu non pensi e non parli come l'uomo di cui possa essere la compagna. Svanita la minaccia, placata l'angoscia per la tua sorte, non per la mia, hai dimenticato tutto. Ed io sono tornata ad essere per te la lodoletta, la bambola da portare in braccio. Forse da portare in braccio con più attenzione perché t'eri accorto che sono più fragile di quanto pensassi. Ascolta, Torvald. Ho capito in quell'attimo di essere vissuta per otto anni con un estraneo. Un estraneo che mi ha fatto fare tre figli... vorrei stritolarmi! Farmi a pezzi! Non riesco a sopportarne nemmeno il pensiero!"
"Capisco. Siamo divisi da un abisso" bela Torvald, che non solo avrà un due di picche, ma si sveglierà l'indomani solo e con i postumi di una sbronza. "[...] Ma io ho la forza di diventare un altro."
"Forse, quando non avrai più la tua bambola" è la fredda risposta di Nora, prima di uscire di casa e lasciare tutto e tutti.
A questo punto, la bambola ribelle, antepone la propria individualità al suo ruolo di moglie e madre. E tanti saluti.
L'eco di quella porta chiusa con veemenza è il tuono che annuncia il temporale. Se non all'alba, assistiamo quantomeno all'aurora del femminismo.


 Anche le più banali scene di vita domestica, nella pittura di Hammershøi, si
 tingono di un enigmatico senso d'attesa, lasciando che le domande di chi guarda
restino aperte, come le porte oltre cui si perde lo sguardo di questa donna.
Quelle che vi ho proposto in un questo speciale non sono ancora storie di rivalsa, ma esercizi di femminismo, prove generali, primi, meccanici passi lungo la strada in salita della parità tra sessi. Ma si sa, sono proprio i primi passi quelli più difficili.
Per ogni Nora che va via di casa sbattendo la porta con la mezza idea di ritornare, c'è stata qualcun'altra che non ha fatto più ritorno. Per ogni Tristana che sogna di vivere del proprio lavoro ma poi rinuncia ad ogni sua ambizione, c'è stata qualcun'altra ce l'ha fatta.
Dopo aver nascosto una bomba ad orologeria in ogni tranquillo focolare d'Europa, quello che Ibsen e Galdós hanno rappresentato, oltre al femminismo acerbo delle loro protagoniste, è il clamoroso fallimento dell'uomo, la meschinità del "sesso forte."
Ancora oggi si pensa solo a quale tavolo sistemare la donna, a quale posto riservarle, senza mai scomodare più di tanto il maschio alfa. Non ci si dovrebbe preoccupare anche di riscrivere la definizione di virilità, una definizione moderna, che non sia in latino e scolpita sulla pietra o che non sia fatta di grugniti da cavernicoli?
Sembrerebbe che tutto ciò che facciamo, invece, sia solo litigare per il lato del letto in cui preferiamo dormire.

* Bibliografia: Casa di bambola di H. Ibsen, traduzione di Ervino Pocar e introduzione di Roberto Alonge, Oscar Mondadori, Milano 2012. 

martedì 26 novembre 2013

La Biblioteca Classica di Raffy: Tu mi fai girar, tu mi fai girar...

Non capisci quanta perversione ci sia a questo mondo finché non cerchi "Barbie"
su Google. Questa è la più innocente delle fotografie di Mariel Clayton, più nota per

gli scatti in cui ritrae la bambola per antonomasia in preda ad impensabili raptus
omicidi, sanguinarie crisi psicotiche, sbronze epiche o temerarie pratiche erotiche: 

Ken fa quasi sempre una brutta, bruttissima fine.
La piccola Biblioteca Classica di Raffy mette a disposizione le sue umili stanze per dar luogo a un incontro fra due eroine letterarie molto lontane, ma solo geograficamente: la prima, direttamente "dai fio... dai fio... dai fiordi della Norvegia", è Nora, la principale inquilina della Casa di bambola costruita da Ibsen, padre del teatro moderno. La seconda è Tristana*, che non ha mai messo piede fuori dalla sua Madrid, protagonista del romanzo eponimo di Benito Pérez Galdós (che mi azzardo a definire, semplicisticamente, come il cugino spagnolo di Balzac e Tolstoj.) Ma perché mai presentarle insieme?
Non certo perché una è bionda e l'altra è mora. Nate a un decennio di distanza (nel 1879 la prima e nel 1892 la seconda), entrambe, a loro modo, sono state rigirate come bambole nelle mani di un uomo ed entrambe sono state considerate delle antesignane del movimento per l'emancipazione femminile, per quanto il loro sia un femminismo ancora timido e claudicante.
Tristana, "era giovane, bellina, flessuosa e di un candore quasi inverosimile, puro, alabastrino; guance senza colore; occhi neri, più notevoli per vivacità e luminosità che per grandezza; [...] quando si riassettava e indossava la sua vestaglia viola a rosoni bianchi, con lo chignon attraversato e tenuto su da forcine dalla capocchia dorata, era l'immagine fedele della dama giapponese di alto lignaggio. Ma che dire d'altro e di più, se non che l'intera sua persona pareva di carta, carta viva..." Questa diafana principessa delle fiabe, questa geisha dal nome malinconico è un'orfana affidata alle cure di un amico di famiglia, don Lope, un signore che più spagnolo di così non si può: sognatore ed idealista come don Chisciotte, è anche lussurioso come don Giovanni, per di più in piena crisi di mezza età. La sua è una moralità che è tutta un programma: come il nobile cavaliere errante, il vecchio don Lope lotta contro mulini a vento della modernità, professa gli anacronistici valori della cavalleria e difende a spada tratta i più deboli, ma, come il Cavaliere, non è altrettanto cavalleresco - la carne è debole! - con il sesso "debole": non esita ad accogliere la diciannovenne Tristana sotto la sua ala protettiva, le porta di sopra le valige facendo sfoggio di ogni galanteria e le mostra la sua stanza tra carezze e bonarie occhiate paterne, ma prima ancora che la nuova arrivata abbia il tempo di mormorare un complimento di circostanza alla casa, il vecchio rapace l'ha già incantata con la sua parlantina suadente, artigliata, sedotta e privata della sua innocenza. Abusando dell'ingenuità e della passività muñequil ("bambolesca") della ragazza, il consumato seduttore, inorridendo all'idea di perdere colpi, si adopera per fare della sua protetta una concubina, una bambola parlante, un grazioso soprammobile da lasciare a impolverarsi sul comò, e infine il suo ultimo, preziosissimo trofeo.
D'altronde il marpione è in buona compagnia: la letteratura ottocentesca è tutto un pullulare di sudice mani rugose che frugano nella penombra della coscienza in cerca di carni giovanili da palpeggiare. Sono gli stessi impulsi malsani che nel Novecento emergono dal sotto-testo per imporsi con sempre maggiore prepotenza (Lolita di Nabokov). Col nuovo millennio, siamo passati dalle parole ai fatti, nella fattispecie ai fatti di cronaca quotidiana, alle trascrizioni degli sms dei clienti, ai sordidi dettagli e alle smorfie della D'Urso, autentiche quanto un'emoticon di WhatsApp.
Ben presto, però, dopo pochi mesi della sua nuova, claustrofobica vita da olgettina, Tristana comincia a prendere coscienza della sua condizione. Ora capisce cosa si nasconde sotto la giacca da camera alla Hugh Hefner di don Lope e lo riconosce per quello che è veramente: il vecchio viscido che ha approfittato di lei. "Man mano che la stoppa della bambola andavano trasformandosi in carne e ossa," la giovane comincia a provare una sempre maggiore repulsione per il suo tiranno, nutre la sua già fervida immaginazione e prende a vagheggiare la fine della società patriarcale, partendo dalla pretesa di ricevere un'istruzione. Non avendo ancora modelli femminili forti che rispecchino i suoi pensieri "sovversivi", Tristana simpatizza per il più terribile: quando l'insegnante di inglese a domicilio le suggerisce di leggere i capolavori di Shakespeare, sceglie subito Macbeth, facendo sua la frase "Unsex me here!" A gridarla a gran voce è Lady Macbeth, una delle figure letterarie più inquietanti di sempre, che per convincere il marito ad uccidere il vecchio re e salire così al potere, invoca gli spiriti "che presiedono i pensieri di morte" e prega loro di "privarla del suo sesso", ossia di tutte le qualità che fanno di lei una donna, come bontà, pietà e misericordia, in modo da renderla capace di compiere la più sacrilega delle nefandezze. La nobildonna scozzese arriva persino a pregare i demoni di sostituire in veleno il latte del suo petto: da donna creatrice di vita, vuole deliberatamente tramutarsi in fredda dispensatrice di morte. Ora, non è che a Tristana sia mai passato per la mente di affettare don Lope come jamón serrano, ma anche lei, come Lady Macbeth, "rifiuta" il suo genere d'appartenenza: non intende accettare il ruolo che la società dell'epoca impone alla donna. O meglio, non si accontenta delle tre, misere alternative che le vengono offerte: angelo del focolare, attrice o prostituta.

La descrizione di Tristana è un dipinto letterario da ascrivere al Giapponismo,
l'influenza che il Paese del Sol Levante esercitò proprio sull'arte del tardo Ottocento. 
A sinistra La toeletta (Making her toilet) dello statunitense William Meritt Chase,
a destra L'orecchino (Der Ohrring) dell'olandese Georg Hendrik Breitner.
Sarà l'amore del giovane e romantico pittore Horacio ad alimentare le sue speranze di libertà e a farle scoprire i suoi talenti nascosti. Nell'atelier dell'artista, dove sgattaiola ogni volta che don Lope fa la siesta, Tristana inizia a modellare la sua personalità e a collezionare un'aspirazione dopo l'altra: pittrice, ballerina, musicista, interprete... non c'è categoria di Amici per cui non sia disposta a farsi provinare. Horacio e Tristana, novelli Tristano e Isotta, vivono una folle passione clandestina, alle spalle del vecchio farfallone, una passione che si accende anche del sacro fuoco della letteratura: tra un'ode di Leopardi e un'aria di Verdi, i due si innamorano leggendo di Paolo e Francesca, che a loro volta leggono di Ginevra e Lancillotto... altro che Babi e Step!
Galdós doveva saperne qualcosa di innamoramento, o quanto meno doveva aver avuto una lunga esperienza di guardone, perché descrive con incredibile verosimiglianza la loro intimità e ci rende in tutto e per tutto partecipi della loro complicità: sembra quasi di sentire Tristana ridere, stretta ad Horacio, con il viso affondato nell'incavo del suo collo, e non è necessario disporre di grande immaginazione per vederli, sdraiati su una dormeuse, a punzecchiarsi, prendersi in giro e giocare a fare la lotta. Li ascoltiamo parlarsi a distanza di un bacio, scambiandosi parole di una nuova lingua, coniata a loro uso esclusivo, un misto di spagnolo di strada, citazioni colte e vezzeggiativi in italiano: quello che l'autore chiama "el vocabulario de los amantes."
Horacio, deciso a carpare il diem e a liberare Tristana dall'ombra opprimente di don Lope, vorrebbe già correre a prenotare la chiesa prima che qualche altra coppia si accaparri le date migliori, ma lei riesce a intercettare in tempo le partecipazioni: "No, no [...] se trovo un modo per campare, starò da sola. Viva l'indipendenza!... a patto ch'io continui ad amarti e ad essere sempre tua. [...] Di matrimonio neanche a parlarne. Non possiamo accapigliarci su chi deve mettersi le gonne. Se fossi la tua schiava, credo che tu mi ameresti meno e, se invece, ti tenessi in pugno io, il mio amore per te varrebbe ben poco: onorata libertà, questo il mio motto..." Slogan che all'epoca suona come un ossimoro.
Come quello di Paolo e Francesca, anche questo idillio non può durare a lungo: arriva il momento in cui bisogna darci un taglio con "Il mondo è mio" e scendere dal tappeto volante. Mentre Horacio è costretto ad allontanarsi da Madrid per assistere sua zia inferma, i due continuano a scambiarsi roventi lettere d'amore, ma Tristana comincia anche lei a scivolare in una lenta malattia e, caduta ancora una volta sotto l'egida di don Lope, si lascia sopraffare dall'immaginazione. Durante l'assenza del suo amato, inizia ad idealizzare Horacio, lo trasforma in un essere perfetto e disincarnato, "senza rendersi conto di tributare culto a un Dio che lei stessa aveva creato..."
Non voglio dirvi cosa ne sarà di questa "infelice bambolina" che sogna di diventare una donna vera. Per saperlo, oltre che, naturalmente, leggere il romanzo, vi basta domandarvi che fine fanno solitamente le bambole...
Al ritorno di Horacio, Tristana non riconoscerà l'essere ideale ed etereo delle sue fantasie, ma vedrà solo un uomo come qualunque altro. Delusa, ma in un certo senso anche rasserenata, rinuncerà alle sue ambizioni, alle sue donchisciottesche manie di grandezza e ai suoi sogni di emancipazione. Troppo avanti rispetto all'epoca a cui appartiene, il destino si affretta a farle lo sgambetto, prima che si spinga ancora oltre...

Come al solito, mi sono dilungato troppo. Il nostro tè letterario prosegue nel salotto buono degli Helmer, a Oslo. Raggiungeteci cliccando qui.

* Bibliografia: Tristana di B. Pérez Galdós, traduzione di Francesco Guazzelli, La Biblioteca di Repubblica, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma 2004; Tristana di B. Pérez Galdós, a cura di Isabel Gonzálvez e Gabriel Sevilla, Ediciones Cátedra, Madrid 2004.  

mercoledì 14 agosto 2013

La Biblioteca Classica di Raffy: Fifty Shades of Earl Grey

Ora che riguardo questa foto di Theo Westenberg, ricordo di aver letto per la prima
volta Emma mentre ero morbidamente adagiato su una sedia a sdraio, durante una
vacanza estremamente rilassante, tra corroboranti docce scozzesi, percorsi benessere
e bagno turco alla vaniglia. Dovrei proprio rifarlo.
 
Si aprono le porte della piccola Biblioteca Classica di Raffy, una nuova serie di post semi-seri dedicati ai miei classici preferiti e/o a quelli meno conosciuti, che mi diverto tanto a scovare per darmi un tono. Sì, so cosa penserete (parafrasando papa Francesco): "Chi sono io per giudicare i classici?", ma in fondo cosa mi impedisce di mettere per iscritto le discutibili opinioni che comunque esprimerei ugualmente a voce? Forse la mia scelta di oggi vi sembrerà un po' "gigiona", ma proprio non potevo fare a meno di dedicare un post, o magari due, a...

Jane Austen è una delle scrittrici che io e tre quarti della popolazione mondiale amiamo di più (evviva l'originalità). E' inutile, Jane è l'unica che riesce ad addolcire lo zitello incattivito che c'è in me. Se uno passa l'infanzia accudito da La tata* e sopravvive all'adolescenza in compagnia di Jane Austen e Carrie Bradshaw, non ci si deve meravigliare se a vent'anni sia ossessionato dall'idea di trovarsi un partner per la vita. Ma questa è un'altra storia...
Tornando a Jane, ho iniziato a frequentarla intorno ai miei quindici anni, partendo con il sempreverde Orgoglio e pregiudizio, che se non ho adorato è solo perché avevo già assorbito per osmosi la trama, infinite volte parodiata, rielaborata e reinterpretata in tutte le salse (anche in salsa al curry, se consideriamo il film bollywoodiano Matrimonio e pregiudizio). In una noiosa serata della tua giovinezza guardi ingenuamente Il diario di Bridget Jones in tv, e rimani inesorabilmente fregato. Il film è esilarante, ma addio effetto sorpresa. La storia è pressoché identica.
Mi meraviglio che non ci sia già un Barbie Orgoglio e pregiudizio. Intanto, no so voi, ma io aspetto con trepidazione anche l'uscita del film tratto da Orgoglio e pregiudizio e zombie, "geniale" idea di Seth Grahame-Smith, che, novello Frankenstein, cuce pezzetti del romanzo originale con agghiaccianti scene horror in cui Elizabeth, oltre che tempestare di frecciatine l'ombroso Darcy, deve anche fronteggiare orde di zombie bramosi di carne umana. Come se tenere a bada Lydia, Kitty e i loro ormoni non fosse già abbastanza.
Mi scuserete, dunque, se ritengo più che superfluo spendere altre parole su questo indiscusso ma bistrattato capolavoro (parlo di Orgoglio e pregiudizio, senza zombie) o sulla trasposizione cinematografica di Joe Wright (con protagonista Keira Knightley, che sembra essere nata con un abito stile impero cucito addosso). Io passerei ad Emma Woodhouse, per gli amici Emma Casalegno, la mia ragazza austeniana preferita. "Sarà un'eroina che non piace a nessuno, tranne che a me" se la rideva Jane Austen durante la stesura di Emma, ma non è affatto vero: il suo fascino deriva proprio dagli innumerevoli difetti che la rendono così adorabilmente umana, essendo costei un'ereditiera snob, presuntuosa, narcisista e frivola, così diversa da altre sue "colleghe" ben più cerebrali e irreprensibili. Emma è stata definita un Don Chisciotte in gonnella: preferisce seguire gli arzigogoli della propria fervida immaginazione piuttosto che accontentarsi di una realtà piatta e banale. Per questo fraintende i propri e gli altrui sentimenti, veste i panni di un maldestro Cupido e si diverte a combinare fidanzamenti tra i suoi conoscenti, così da estraniarsi dal grigiore della sua vita quotidiana, troppa spaventata dall'idea di vivere una vita propria, allontanarsi dalle sontuose mura di Hartfield e lasciare solo l'amato, anziano padre ipocondriaco.
Ora che ci penso c'è un film di Jennifer Lopez con la stessa trama, o quasi: lei interpreta una frigida wedding-planner refrattaria al matrimonio (oltre che agli smarties che non siano marroni.)
Per riprendere il discorso, c'è un motivo se Emma è l'unico romanzo ad avere per titolo il nome della sua protagonista: ciò che la contraddistingue è la sua solitudine, che nasce dalla difficoltà di entrare realmente in contatto con chi la circonda. Suo padre è introverso e timoroso ("Emma cara, faresti meglio a non uscire: è pieno di zombie là fuori"), la sua amata governante è troppo affezionata a lei per poterla consigliare opportunamente e farle passare un brutto quarto d'ora quando se lo meriterebbe, mentre la sua nuova amica, la giovane Harriet, è pronta a darle ragione su tutto ("Sai, Harriet, stavo pensando che saresti graziosissima se ti radessi completamente le sopracciglia, tu non trovi?", "Oh sì, Miss Woodhouse, che idea meravigliosa! Corro a prendere il tosa-erba!"). Abituata com'è a non essere contraddetta, lasciata sola con i suoi monologhi interiori, è più che naturale che finisca per scorgere solo ciò che non esiste e non vedere invece ciò che ha sempre avuto sotto il naso, non prendendo in considerazione, nemmeno per un'istante, l'idea di poter commettere un errore.

 
 Alcuni anni dopo aver letto Ragione e sentimento, mi sono accostato a Persuasione, il canto del cigno dell'autrice, scritto subito dopo Emma e pubblicato postumo, un romanzo che è la trascrizione in parole di un tramonto autunnale: dolce, malinconico eppure abbagliante.
Come credo di aver già avuto occasione di scrivere in una delle mie solite digressioni, la protagonista, l'umile e pacata Anne (l'anti-Emma), si lascia scappare un bel bocconcino di marinaio, malconsigliata da una cara amica di sua madre (che dubito avrà la fortuna di festeggiare il centesimo compleanno). Poi, quando se lo ritrova davanti, sette anni più tardi, tutto abbronzato e bello stagionato, la ragazza - che nel frattempo è un po' sfiorita - si rende conto che la conservazione sotto sale ha donato moltissimo all'oramai capitano Wentworth, e capisce di sbavargli ancora dietro. A questo punto però teme che non ci sia più trippa per gatti.
Su questa semplice trama la scrittrice costruisce la sua opera più struggente, in cui dialoghi e battute di spirito cedono il posto all'introspezione e al silenzio. E' qui che la Austen fa mostra della sua maturata sensibilità, propria di chi ha amato e ha perduto. Persuasione è senz'altro uno dei libri più confortanti che abbia mai letto, e forse anche più illusorio di una fiaba Disney. Consigliatissimo per chi si è pentito delle proprie scelte in fatto di vita sentimentale.
Cinicamente si potrebbe dire che i romanzi di Jane Austen ruotino tutti intorno a matrimonio, pettegolezzi, rendita, matrimonio, valori della nobiltà terriera e matrimonio (per caso ho dimenticato di dire che si parla principalmente di matrimonio?). E poi, sì, ci sono almeno una trentina di personaggi (anche nello stesso romanzo) che si chiamano Mary o Elizabeth o Jane (per quanto non manchino curiose scelte onomastiche come Jemima o Fitzwilliam), senza contare che non succede praticamente niente (uno può anche sognarsi inseguimenti, esplosioni e sessioni di sadomaso: più che di Fifty shades of grey, qui si parla di Fifty shades of Earl Grey.)
Eppure tornare a leggere un libro di Jane Austen è un po' come tornare a far visita ad una vecchia amica. Quando non ti spinge a confidarti con lei, facendoti riflettere sulla tua contorta natura, ti distrae con qualche sano pettegolezzo. Ciascuna delle sue storie è accogliente come la conca impressa dal tuo sedere sulla tua poltrona preferita. Te ne stai lì, col naso incollato alle pagine, a leggere di chiacchiere di paese e proposte di matrimonio, ed è un po' come ritornare alle estati della tua infanzia, quando ascoltavi la nonna chiacchierare con le vicine di questioni di poco conto, tanto per far passare il tempo.
Jane Austen è molto più di questo, naturalmente, è soprattutto ironia, delicatezza e felina sagacia, ma certo è che sa come farti sentire a casa tua.
Continua...

* Da Francesca Cacace, Pamela moderna dai coloratissimi completini Moschino, ho imparato più cose che a scuola, come la regola per cui in ospedale ci si deve sempre vestire in modo provocante.

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