giovedì 23 agosto 2012

Pubblicità insopportabili #10 - La legge di Marta

In realtà quella di cui vi parlerò oggi non è una vera e propria pubblicità insopportabile... lo è diventata perchè ormai sono mesi che non faccio che parodiarla, interpretarla e recitarla a memoria, al punto che è rientrata ufficialmente nel mio repertorio di tormentoni pubblicitari (insieme alle mai abbastanza compiante pubblicità di Lines Seta Ultra, quella della ruota, a quella di Clinians con Valeria Mazza che dice "la mia clinica della belefsa" e allo spot di L'Oreal con Jane Fonda che ammette, orgogliosa: "Ho sessantanove anni... non male, vero?")
Mi riferisco ad un meraviglioso spot, ideato per l'acqua minerale Bezoya, che ho trovato per caso su un sito di esercizi di spagnolo (bisognava guardare la pubblicità e rispondere a delle domande di comprensione). Da quel momento in poi la mia vita non è stata più la stessa...
Ecco la pubblicità con a seguito la traduzione in italiano.


Tutti conosciamo le legge di Murphy, no?
Be', io sono Marta e ho anch'io una legge. La legge di Marta dice che se qualcosa può andar bene, andrà bene, e che, se non possiamo uscire con gli amici, sarà la volta buona per invitarli a mangiare da noi!
Io prendo sempre il meglio dalla vita, per questo bevo acqua minerale Bezoya, l'acqua che, col suo basso livello di mineralizzazione, mi aiuta ad eliminare le tossine e a prendere solo il meglio!
Bezoya, prendi solo il meglio!


Come avrete notato, le donne spagnole, che siano bambine oppure nonne, hanno sempre una voce da ottuagenaria. In secondo luogo, avrete senz'altro fatto caso al modo barbaro in cui Marta pronuncia il nome "Murphy". Sì, dice proprio "Murfi", ma questo è un vezzo tipicamente spagnolo.
Ciononostante, non potrò mai ringraziare abbastanza Marta.
Ormai è la mia guru, la mia life coatch, la mia profetessa e guida spirituale. La sua legge è la mia religione, la mia filosofia di vita, il mantra che mi ha aiutato a superare un periodo nerissimo della mia esistenza e che, sono sicuro, mi aiuterà ancora a lungo.
Il suo ottimismo, la sua joie di vivre sono contagiosi. Ed è per questo che ho voluto presentare anche a voi Marta, creatura eterea e celestiale, erede del Tonino Guerra di "Gianni, l'ottimismo è il profumo della vita!".
Lei ci sarà sempre per voi.
Ogni volta che sarete in dubbio, domandatevi: "Cosa farebbe Marta al posto mio?"
E allora il sorriso angelico di Marta illuminerà il vostro cammino e tutto sarà più chiaro.
Fidatevi di Lei.
E non abbiate paura del futuro: si algo puede salir bien, saldrà bien. Se qualcosa può andar bene, andrà bene.

Adesso è arrivato il momento dei saluti.
Ho deciso di trascorrere una settimana a Madrid, per meditare e studiare più approfonditamente il Verbo di Marta. Che il suo semplice, ma straordinario messaggio possa infondervi la forza per sopportare la mia assenza. Ricordate: prendete sempre il meglio dalla vita.
Mi mancherete!


domenica 19 agosto 2012

"Il rubino di fumo" e "L'ombra nel Nord" di Philip Pullman

Il rubino di fumo
di Philip Pullman, Salani (BES),
266 pg., 9,0 €
Sono sempre stato contrario alle droghe, ma da un po' di tempo inizio a farmi anch'io. Il mio pusher? Un insospettabile professore universitario. Di Oxford. Che risponde al nome di Philip Pullman.
Ho iniziato ad adorarlo con la meravigliosa saga titanico-metafisico-fantasy di Queste oscure materie (La bussola d'oro, La lama sottile e Il cannocchiale d'ambra) e adesso sono passato a droghe più leggere ma comunque godibilissime come la saga  di Sally Lockhart, scritta negli anni '80, un felicissimo incontro tra giallo, thriller, mistero, romanzo storico e di formazione. Non capisco, però, come gli editori italiani possano averla classificata come adatta ai lettori "dai 6 agli 11 anni". Io consiglerei questo tipo di libri ad un bambino di otto anni solo se volessi traumatizzarlo a vita.
In questa prima avventura, le nebbie della Londra vittoriana si confondono con i fumi dell'oppio. Un sottile filo (di fumo) rosso (rubino) avvolge la città in una fitta rete di frodi, inganni e personaggi difficili da dimenticare, come Sally Lockhart, una graziosa sedicenne, orfana e apparentemente indifesa, che in realtà è dotata di una straordinaria mente matematica, un eccezionale fiuto per gli affari, una mira infallibile con la rivoltella e una perfetta conoscenza dell'indostano. Ma l'apparenza inganna anche nel caso dell'antagonista, uno dei personaggi più diabolici di cui possa aver letto: una nonnina con la dentiera che balla.
L'ombra nel Nord
di Philip Pullman, Salani (BES),
317 pg., 10 €
Non sto scherzando.
Avete presente la strega di Hansel e Gretel?
Bene, ora provate a immaginare la nonna di Jack lo Squartatore. Unite le due insieme e avrete il ritratto dell'agghiacciante Mrs Holland.
"Nei libri di Pullman si respira l'atmosfera del grande romanzo popolare dell'Ottocento" dice bene Gianni Biondillo.  La sua scrittura è effettivamente oppiacea: crea dipendenza.
Non riesco proprio a ricordare come sia successo... ma avevo appena finito di leggere Il rubino di fumo, quando ecco che mi ritrovo improvvisamente in una libreria, con la commessa che mi porge sorridente una copia de L'ombra del Nord, il secondo capitolo della tetralogia. Questo episodio è una virata spericolata nel sovrannaturale e nello steampunk, durante il quale, però, si ha tutto il tempo di conoscere meglio la forte personalità di Sally: ci sono pagine in cui è impossibile trattenersi dall'esclamare: "Accidenti, io la amo questa ragazza!".
La lettura scorre alla velocità di un treno impazzito, fino all'impatto traumatico col finale, da cui non uscirete senza qualche ferita. Ma ne vale la pena.
Ed è valsa la pena anche di ignorare la stupidissima citazione dell'Avvenire che fa bella mostra di sè in copertina: "Ci sono tre scrittori inglesi che è possibile collegare tra loro in una immaginaria genealogia: Lewis Carroll, Tolkien e Philip Pullman". Le uniche cose che questi tre autori condividono sono la nazionalità inglese e la straordinaria genialità.

mercoledì 8 agosto 2012

"La collina dei conigli" di Richard Adams

La collina dei conigli
di Richard Adams, BUR,
432 pg., 12,90 €
Estate, tempo di letture sotto l’ombrellone… e per la serie “Le Copertine più Imbarazzanti da Esibire in Spiaggia”, propongo La collina dei conigli di Richard Adams, un solenne romanzo epico “a metà strada tra Tolkien e Orwell” (ma io ci metterei nella mischia anche Omero e Virgilio).
A dispetto del titolo poco accattivante (non che l’originale, Watership Down, sia granché), si tratta di un classico della letteratura moderna, un piccolo capolavoro scritto da Richard Adams negli anni ’70 e ora messo a scongelare sugli scaffali delle nostre librerie (gli arcaismi e i dialettismi della traduzione italiana, però, lasciano a desiderare).
Guerre, vendette, ire funeste, inganni ed enigmatiche profezie: gli ingredienti sono quelli di un poema epico, ma i protagonisti, come avrete ormai intuito, sono dei conigli.
Okay, aspettate un momento… non andate subito via.
Non si tratta di una favoletta piena di animaletti parlanti e un po’ rimbecilliti in stile Hamtaro – piccoli criceti, grandi avventure. I conigli di Adams non sono coniglietti dalle code vaporose che ballonzolano distribuendo ovetti pasquali ai bambini o le leziose bestioline che popolano le favole di Beatrix Potter, ma animali selvatici, tosti, astuti, che lottano con gli unghioli e con i denti per la sopravvivenza. Animali che se le danno di santa ragione, neanche fossero Bud Spencer e Terence Hill.
Adams sì che sa come far sentire qualcuno un coniglio. Bastano poche pagine, e le tue gambe fresche di ceretta si trasformano in lunghe e agili zampe impellicciate. Inizi a correre, e a balzare fulmineo nelle sterminate campagne dello Hampshire, col cuore che dà il ritmo alla tua corsa. E i tuoi sensi sono più veloci delle tue zampe: le tue narici captano il tanfo della volpe nascosta dietro quel cespuglio di viburno, le tue orecchie odono gli zoccoli di un cavallo al trotto da chilometri di distanza. Pochi righi, e sei un coniglio.
Richard Adams apre le porte di un mondo sconosciuto, più vicino alla terra, e fa dei conigli un popolo valoroso, di cui ricostruisce religione, mitologia, cultura e persino linguaggio.
I protagonisti sono figure archetipiche, come il Profeta Inascoltato, la vox clamantis in deserto, ovvero l’esile ed etereo Quintilio, che prevede la distruzione della sua conigliera, e come Cassandra, non viene creduto, se non da pochi, come suo fratello Moscardo. Quest’ultimo è la Guida, la reincarnazione conigliesca di Enea, l’eroe della moderazione, che condurrà via da Troia in fiamme i suoi compagni e li guiderà verso la nuova terra, promessa dagli dèi, dove vestirà i panni di Romolo e darà il via ad un vero e proprio Ratto delle Sabine, per dare inizio ad una nuova, gloriosa dinastia. Ma insieme a loro c’è anche il fiero e indomito Achille, che qui è il forzuto coniglio Sglaili. E Orfeo, il poeta che ammansisce le belve con la sua cetra, qui interpretato dal cantastorie Dente di Leone. E non manca l’ingegnoso Odisseo, dai mille espedienti, nascosto sotto la pelliccia del sagace Mirtillo.
Infine, il coniglio primigenio, quello di cui parlano tutte le leggende: El-ahrairà (“Il Principe dei Mille Nemici”), un po’ Robin Hood, un po’ Prometeo, un po’, ancora, Ulisse. Un trickster che ricorda il Br’er Rabbit della cultura afro-americana, l’astuto coniglio che riesce a farla in barba al leone. E' con questo personaggio avvolto da un’aurea di sacralità, Adams dà corpo al messaggio fondamentale del romanzo: la supremazia della mente sulla forza bruta.

Se avete dato un’occhiata ai quattro episodi della Guida semi-seria alle lingue inventate e/o segrete, saprete quanto io ami le lingue artificiali. A queste si va ad aggiungere il Lapino (dal francese lapin, “coniglio”), la lingua inventata da Adams per questo romanzo, che ha solleticato la mia vanità con la parola, “principe, sovrano”. Si tratta di una lingua estremamente fluffy (o così almeno la definisce il suo creatore), apparentemente influenzata dal gaelico e dall’arabo. Chi dovesse essere interessato, può cliccare su "Continua a leggere..." e consultare il piccolo glossario lapino-italiano per parlare con i vostri amici conigli o per insultare i vostri amici umani senza farvi capire (Siflai hraka, u embliri rà: "mangia la cacca, re dei puzzoni!")

sabato 4 agosto 2012

Rehab in Salento

 Ci sono due modi (più o meno sani) per reagire ad un’apocalittica delusione d’amore: 1. Rimanere a letto per settimane, trangugiando chili di gelato e cantando in preda ai singhiozzi All by myself in stile Bridget Jones, oppure 2.  Darsi alla fuga e partire per un lungo viaggio consolatorio.
Trovandomi in questa malaugurata situazione, ho avuto quanto meno la fortuna di disporre dell’opzione 2 e sono letteralmente schizzato in Salento per una settimana scacciapensieri a base di sule, mare e ientu.
Come compagni di viaggio, ho scelto un’agguerrita squadra di supporto: la mia migliore amica Anny, mia sorella e il mio futuro cognato (perciò cognaturo). La partenza non è stata molto promettente: il tragitto in auto si è trasformato ben presto in un viaggio della speranza, visto che mia sorella ha ritenuto di dover portare il suo intero guardaroba e una rifornimento di vettovaglie sufficiente a mantenerci in vita di qui alla Terza Guerra Mondiale. Insomma, io e Anny ci siamo ritrovati sul sedile posteriore, schiacciati da quintali di pasta, patatine e bottiglie di tè freddo, con un inespugnabile muro di borsoni e valige a dividerci. Eravamo costretti a parlare attraverso una minuscola fessura ricavata tra il suo beauty-case e la borsa porta-scarpe di mia sorella, neanche fossimo Piramo e Tisbe. O i protagonisti di Sepolti in macchina (il nuovo reality di Real Time).
A tutto questo si aggiunge l’incessante vibrare del mio cellulare. Non era chi pensate voi (e chi speravo che fosse): lo stalker era semplicemente mio zio, il Cosmopolita, che ci ha prestato la sua residenza estiva per questa settimana e voleva assicurarsi che conoscessimo a memoria i suoi avvertimenti, le sue regole e le velate minacce. Vi propongo una selezione delle sue innumerevoli raccomandazioni (una telefonata per ognuna):
1. Seguite scrupolosamente il calendario del servizio di raccolta rifiuti (la raccolta differenziata in Salento è una specie di credo religioso, il che è lodevole, ma non ricordo di aver mai provato così tanta ansia e apprensione prima di gettare qualcosa nel bidone dell’immondizia);
2. Se i cani della vicina abbaiano, non lanciate imprecazioni, né maledizioni o anatemi biblici. I cani non le capirebbero, ma la padrona ha le orecchie ben aperte e potrebbe risentirsene;
3. Prendete tutto quello che volete dalla dispensa, ma non toccate nulla che abbia scritte in cinese sulla confezione;
4. Tenete sempre chiusa la porta del giardino, perché è stato recentemente avvistato un topo di grosse dimensioni (ho sperato fino all’ultimo giorno di scovare il nascondiglio della pantegana, da me battezzata “Passeggiatrice”, ma invano);
5. Ho ricavato delle lanterne da giardino da dei vecchi clisteri. Usatele, sono bellissime! (questa evito di commentarla);
6. Se non avete niente di meglio da fare, vi sarei grato se sbrinaste il frigorifero (a questo punto ho pensato: “lo sapevo che c’era la magagna!”)
E infinite altre regole e divieti...
Mi aspettavo anche un “7. L’ala ovest della casa è proibita”.
Dopo due ore di viaggio, con il fondoschiena ormai del tutto necrotico, raggiungiamo finalmente Giuliano (Julie, per gli amici), che no, non è il gatto di Andrea, ma un minuscolo paesino incastonato in un agglomerato di mille altri minuscoli paesini che finiscono quasi tutti in -ano. Mio zio, il Cosmopolita, ci dà il benvenuto ficcandoci del finocchio selvatico in bocca e ci fa fare un tour della casa, uno speziato mix di antiquariato ed esotismo, dal Salotto Vintage, con radio d’epoca e divani damascati rosso sangue e muniti di frange charleston, alla Stanza del Monaco, spartana camera da letto allestita giù in cantina. Io e Anny abbiamo diviso il sontuoso letto a baldacchino di quella che abbiamo ribattezzato la Camera Gotica: oltre al candelabro a bracci e l’immensa volta affrescata, c’era un forziere chiuso a chiave e una porta misteriosa, un po’ come la stanza di Emily nei I misteri di Udolpho.
Vi sfido a indovinare cosa si cela nel forziere e dietro la porta del mistero.
Ma di misteri, in questa settimana di relax, io ed Anny ne abbiamo incontrati molti altri. Per esempio, quello del gabinetto, che emette, di tanto in tanto, un lamento straziante, da far accapponare la pelle: si tratta quasi certamente dello spirito di una fanciulla che si è suicidata dopo la fine di un flirt estivo su cui lei aveva investito troppo.
Il mistero, però, non giace solo nella penombra di antiche dimore salentine, ma serpeggia anche sotto il sole cocente delle spiagge: una mattina, mentre rosolavamo a fuoco lento sui nostri teli mare, io e Anny abbiamo captato l’inquietante conversazione di una coppietta di passaggio:
“Allora, lo facciamo, il loof?” incalza lui,  mettendo una mano sulla spalla unta di crema solare della sua ragazza.
“E facciamo il loof!” risponde lei, sistemandosi il fiocchetto del costume.
Per giorni e giorni ci siamo arrovellati il cervello, chiedendoci cosa mai possa significare “loof” (pr. all’inglese “luf”). Secondo Anny è una pietanza, mentre io sono quasi certo si tratti di un’inconsueta e pericolosa tecnica amatoria.
Malgrado queste angoscianti incognite (molte delle quali rimaste senza risposta), la settimana di villeggiatura è stata soddisfacente: quando io ed Anny non eravamo in spiaggia, impegnati nei nostri programmi di rimorchio selvaggio (“Sì, rimorchio… da dietro” ha commentato Anny, scettica), ho trascorso quasi tutto il mio tempo sull’amaca del giardino di zio Cosmopolita. Dondolando dolcemente a pochi centimetri da terra, come un novello Barone Rampante, ho potuto dedicarmi a tre delle mie attività preferite: leggere, isolarmi dal mondo ed evocare l’elusiva Passeggiatrice (“Passeggiatriceeee… vieni fuori! Dove sei?”).
Vi ho già anticipato che di Passeggiatrice non abbiamo trovato traccia, ma molti altri animali selvatici hanno turbato l’afosa quiete del nostro soggiorno salentino, come nel caso di Bella, la libellula purpurea che ha terrorizzato Anny sin dal nostro arrivo. Oppure Spettro, il ragno curioso che una sera si è calato in stile Mission Impossibl
e dal nostro baldacchino (inizialmente ho cercato di rassicurare Anny, ma poi ho vacillato di fronte alle spropositate dimensioni dell’aracnide e sono dovuto ricorrere all’aiuto di mio cognaturo, onde evitare scene di panico come nella pubblicità di Mentos.)


So che non morivate dalla voglia, ma adesso beccatevi questo mio scatto vagamente osé!
(foto di Anny)

Altra nota stonata è quella delle campane della chiesetta in fondo alla strada, che ci svegliavano ogni mattina con un maledetto e interminabile scampanio che neanche al matrimonio di Cenerentola.
Mettendo da parte misteri, sterili giochi di sguardi sulla spiaggia, animali mitologici e rintocchi festosi alle sette di mattina, la nostra è stata anche una vacanza culturale:  abbiamo visitato la splendida Otranto (che a proposito di romanzi gotici, ne ha ispirato il primo in assoluto: il castello di Otranto di Horace Walpole), con il suo meraviglioso panorama e la suggestiva cattedrale, per non dimenticare poi il castello aragonese, che ospita anche una bellissima mostra di Andy Warhol.
Dopo un lungo pellegrinaggio, abbiamo esplorato anche l’oasi di Porto Selvaggio, definita da alcuni come “la spiaggia più bella di tutte le Puglie”, nonché raccomandata caldamente da riviste autorevoli come Glamour. Una discesa rocciosa ci ha permesso di ammirare la vista mozzafiato della scogliera, del mare cristallino e della fitta foresta di pini d’Aleppo (peccato che anche questa discesa, come molte altre di mia conoscenza, abbia il vizio di trasformarsi in una salita: ho dovuto sfoggiare tutta la mia agilità di capra di montagna).
Né la guida turistica né Glamour, però, fa accenno di un’ectoplasmatica creatura che popola le spiagge di Porto Selvaggio:  la donna più candida che abbia mai visto. Una bagnante francese dalla pelle color bianco ottico, da far male agli occhi. Praticamente un beluga. Un’Estranea uscita da Il Trono di Spade.
Non esagero: non ho mai visto un candore così abbacinante. Ho provato a scattarle un paio di foto da vendere alla Società Internazionale di Criptozoologia, ma il riflesso della luce ha reso inutile ogni tentativo.
Dopo tutte queste meravigliose avventure,  però, il momento del rientro all’ovile è arrivato più in fretta di quanto desiderassi.
Torno a casa con cinquanta sfumature di marrone sulla pelle, la sceneggiatura di una telenovela scritta a quattro mani con Anny (Lecho de rosas, intrighi, crimini e passioni sullo sfondo di una torbida Bogotá), il mio (tanto agognato) braccialetto macramè al polso e il corpo tonificato dall’acquagym.
Sto bene. Per ora.
Ma so che appena avrò varcato la soglia di casa questo spirito di patate svanirà e verrò assalito da due instancabili avversari: Angoscia e Senso di Abbandono.
Ma li prenderò a calci nel sedere. Fosse l’ultima cosa che faccio. Magari a ritmo di pizzica. Il ballo nasce come antidoto al morso della tarantola, ma chissà che non funzioni anche per altri mali...

sabato 28 luglio 2012

Olimpiadi di Londra 2012: vince chi rimane sveglio

Ieri sera, infervorato dalla fiamma olimpica e con gli occhi ancora luccicanti per la meravigliosa cerimonia d'apertura di Pechino, ho pensato di dare un'occhiata a cosa combinavano in quel di Londra. L'inaugurazione delle Olimpiadi 2012 si è aperta con una leziosa scena bucolica: colline verdi, nuvolette di ovatta, bimbi che giocano, leggiadre fanciulle che danzano intorno al maypole, pecore belanti e tutte le bestie di zio Tobia. Insomma, ci mancavano solo gli Hobbit.
Di carnevalate come queste non ne vedevo da tempo.
 Ma poco dopo tutto cambia: arriva la Rivoluzione Industriale, introdotta da Kenneth Branagh (l’attore scespiriano per eccellenza, relegato al noiosissimo ruolo di ingegnere) e dalle percussioni di una batterista vestita (più o meno consapevolmente) da strega.  La Contea si trasforma in un’inquietante Mordor operaia, affumicata da colossali ciminiere e risuonante di martelli e incudini. Intanto gentlemen dell’alta borghesia e proletari sporchi di grasso imitano (o meglio, avrebbero voluto imitare) i movimenti degli operai a lavoro, ma in realtà sembravano impegnati in una bizzarra danza, un indecente ibrido tra la Macarena e l’haka dei rugbisti neozelandesi: presumo che la coreografia fosse di Mr.Bean.
 Ma non c’è mai fine al peggio: parte a tradimento il video di Daniel Craig nei panni di 007 (il meno 007 di tutti gli 007) che sfila per Buckingham Palace, affronta indomito i cagnolini di corte, e raggiunge lo studio privato di Sua Maestà la Regina, la quale lo ha convocato per una missione di vitale importanza: darle un passaggio allo stadio olimpico.
 Elisabetta, Bond girl per una notte (altro che Ursula Andress!), sale sull’elicottero insieme a James Bond, che l’accompagna in un mozzafiato giro aereo di Londra (a un certo punto la statua di Churchill fa l’occhiolino a 007, e in quel momento avrei tanto voluto la licenza d’uccidere per far fuori il regista di questa pagliacciata). Infine, giunti all’Olympic Stadium, la “Regina” si “lancia col paracadute” sulla folla in estasi.
Qualche secondo dopo questo siparietto, più demenziale che ironico, la vera Elisabetta fa la sua apparizione in tribuna d’onore, con la piuma del cappello sventolante, il suo prezioso abito rosa pesca e l’espressione smarrita della serie “Ma dove acciderbolina sono?” (oppure “Ma quanto soldi ho speso per farmi prendere per il Regale Deretano?”, o “Gosh, mi sono dimenticata le pillole di Filippo!”)


 Successivamente inizia il segmento dedicato al servizio sanitario, introdotto dall’insensata colonna sonora dell’Esorcista e in seguito ravvivato dall’isterico rock’n’roll di crocerossine e medici in camice bianco. Inutile dire quanto fossi perplesso di fronte a questa scena. Mi aspettavo anche un balletto sul servizio postale o sui trasporti. Fortunatamente ce l’hanno risparmiato.
 Da Potterhead fino al midollo quale sono, l’unico brivido me l’ha regalato la mia adorata J.K.Rowling quando ha declamato l’incipit di Peter Pan. E’ iniziata così l’atto dedicato ai classici inglesi della letteratura per l’infanzia, con i bambini addormentati nei loro letti fluorescenti e tutti i “cattivi” delle storie più famose che si materializzano per turbare il loro sonno: la Regina di Cuori, Voldemort (appunto per i commentatori dell’evento, tra cui Caprarica: si chiama Voldemort, non Valdemar o Valdemòr), Crudelia Demon e compagnia bella. Ma presto gli incubi infantili sono spazzati via dal vento dell’ovest, che gonfia gli ombrelli di un esercito di Mary Poppins volanti.
 Questa è stata senza ombra di dubbio la parte migliore e anche quella meno sfruttata: perché non dare più spazio alla dimensione del sogno e del meraviglioso anziché dilungarsi nella noiosissima e poco ispirata ricostruzione storica iniziale?
E a proposito di noia: arriva il segmento dei teenager in tenute psichedeliche. I giovani June e Frankie tubano telefonicamente durante un’interminabile amarcord musicale dagli anni ’60 a oggi. Solo alla fine, dopo un susseguirsi ininterrotto di balletti banali e affollati da sms, i due innamorati si incontrano e possono aggiornare il loro stato di Facebook, da “single” a “impegnato”. Ma non finisce qui: i piccioncini, non contenti, si esibiscono anche in un passo a due in soffitta (e confesso di aver fantasticato malignamente sulla botola aperta pochi passi dietro di loro.)
 Intanto, su un motoscafo, David Beckham, col sorriso sornione proprio di chi ha mostrato a tutto il mondo la propria mercanzia in una pubblicità di intimo, accompagna l’ultima tedofora alla meta.
 A questo punto, però, non ricordo più nulla: io e il principe Filippo ci siamo addormentati e ci siamo risvegliati solo al momento della marcia-maratona degli atleti. In un clima di “volemose bene” generale (un we are the world che non convince per niente, viste le bizze della Corea e la tregua olimpica che oramai è solo una leggenda) le delegazioni sfilano a passo svelto lungo lo stadio (i tamburi battevano a ritmo più veloce del solito per non portarla troppo per le lunghe, e non  è stata una cattiva idea.)
 La sfilata, lo ammetto, è sempre interessante: ti permette di conoscere i costumi tradizionali dei vari popoli e di adocchiare gli/le atleti/e più graziosi/e. In più è un ottimo modo per scoprire paesi mai sentiti prima, come il Kiribati, Grenada, Comoros, Palau, Nauru e San Kitt and Nevis. Trovo però fastidiosissimi i ridondanti, chilometrici nomi di certe nazioni, senza contare i doppioni: se c’è una “Narnia”, da qualche parte c’è anche una “Repubblica Democratica di Narnia”. Cito Narnia per evitare antipatiche dichiarazioni di guerra, ma, insomma, le nazioni in questione sanno di chi sto parlando. Basta con i capricci e unificatevi!
 Ma niente mi ha irritato di più dei commenti di Caprarica, che faceva i conti in tasca ad ogni benedetta nazione.  Proprio lui non dovrebbe parlare, visto che spende una fortuna per rifornire il suo portacravatte degli orrori.
 Come in tutte le sfilate, anche la marcia olimpica ha i suoi in e i suoi out. Ho ammirato i fantastici turbanti paisley della delegazione dell’Oman, ma sono state tantissime le scelte sbagliate, e non mi riferisco agli abiti tradizionali che, in quanto tali, sono sacri (anche se alla vista degli atleti delle Bermuda in bermuda non sono riuscito a trattenere un sorriso). Le mise peggiori, come al solito, sono quelle dei tedeschi: un giubbottino rosa shocking per le donne e uno celeste per gli uomini, giusto nel caso uno non si ricordi il proprio sesso di appartenenza. E vogliamo parlare poi delle giacche zebrate-marmorizzate dei finlandesi? Senza contare poi gli stivali di gomma dei cechi (anche se è stata una mossa previdente, visto il clima inglese.)

La Germania e gli arditi abbinamenti cromatici.
La marcia si è conclusa senza altri particolari episodi degni di nota. Qualche alfiere ha rischiato di decapitare un bambino, ma niente di grave.
La cerimonia giunge al termine, confermandosi come la più brutta e noiosa che abbia mai visto, un acquazzone inglese che ha spento in partenza la fiamma olimpica.
Deluso e assonnato, ciabatto in camera da letto, convinto di meritare una medaglia d’oro per la pazienza.
Non oso pensare a cosa hanno in mente di fare le redivive Spice Girls. Ma tanto, peggio di così...

Se proprio volete farvi del male, potete (ri)guardare qui un sunto della cerimonia.

martedì 24 luglio 2012

Quattro famiglie inglesi per Raffy (episodio #4)

Cosa odono le mie orecchie? Pianti, singhiozzi, urla di disperazione...
Ah, ecco, siete voi che non vi date pace per la fine di Quattro famiglie inglesi per Raffy, il primo reality mai trasmesso su un blog. Ebbene sì, oggi busseremo alla porta art decò dell'ultima famiglia britannica, gli Older, ma non disperate! Da adesso, infatti, parte il sondaggio che decreterà il vincitore, e sarete VOI a scegliere la vostra famiglia inglese preferita!
I Thebuckle, gli Stalker, i Normal e gli Older si stanno già mettendo in ghingheri (hanno appena comprato i cappellini da cerimonia!) per la finalissima, che si terrà ad inizio settembre, in modo da permettere a tutti voi di esprimere il vostro preziosissimo voto (eventualmente la data potrebbe subire modifiche, anche su vostro suggerimento). Oltre alla premiazione, vi avverto che ci sarà un piccolo, piccante extra per voi lettori fedelissimi!

Ora che siamo agli sgoccioli, la nostalgia delle mie estati zmuffiane è diventata quasi insopportabile. Assecondo il mio Mal d'Inghilterra sfogliando con tenerezza e commozione le mie foto ricordo: l'istantanea in stile carcerario che Jenny Thebuckle mi ha scattato prima del nostro addio, la foto di Jane Stalker al pic-nic dei gemelli, con una tetta che cerca disperatamente di evadere dal suo top oscenamente succinto, e il servizio fotografico che ho scattato (col mio cellulare a petrolio) ai gatti di casa Normal: il dolce Dusty, con gli occhi fuori dalle orbite, come un VIP immortalato a tradimento dai paparazzi, e la perfida Slinky, una macchia nera raggomitolata sulla mia valigia.
Per ben quattro estati ho vissuto a stretto contatto con queste strampalate ma adorabili famiglie...
I miei vestiti si sono impregnati del profumo del loro detersivo...
In loro assenza ho frugato,  in cerca di marsh-mallow e avanzi di cous cous, con l'avidità di un procione affamato, nelle loro dispense...
Ho scattato foto di ogni stanza (dal bagno alla cucina) per non dimenticare mai quei luoghi (e per mostrarli a quelle inguaribili pettegole di mia madre e mia sorella)...
Ma, vi starete di certo chiedendo chi è questo misterioso fotografo, questo attento osservatore, questo furtivo flâneur dei quartieri residenziali, solerte affrescatore della quotidianità britannica...
Mi presento: il mio nome è Raffy,
E sono l'Esperto di Famiglie Inglesi!

Uno scorcio by night del quartiere degli Older. Ci manca solo
Peter Pan appollaiato sul tetto e la nave di Capitan Uncino
che solca il cielo vespertino.
Prima di ogni altra cosa, devo congratularmi con gli Older: tra tutte le famiglie inglesi che ho conosciuto, vantano il primato dell'igiene, perciò assegnerei loro immediatamente lo Scopettino d'Oro per la pulizia.*
Dopo aver consegnato questo premio speciale, passo a presentarvi i componenti di questa simpatica famigliola: il padrone di casa, Sandy Older, magro e alto come un lampione, con un paio di magnifiche orecchie a banda larga e il guardaroba pieno zeppo di imbarazzanti camicie hawaiane e shorts che lasciano poco all'immaginazione; poi c'è Clementine Older, una sorridente postina munita di bicicletta e giubbotino catarinfrangente, nonché la mia prima host-mother lavoratrice, ma soprattutto la prima host-mother sportiva, appassionata di jogging, vegetariana e con un discreto fisichino; infine, i due figlioletti: Gay, il maggiore, di circa dodici anni (gli ho dato uno pseudonimo volutamente comico, ma quello vero differisce solo per una vocale), e Dewey, il più piccolo, di circa sei anni (l'ho ribattezzato così perchè è identico a Dewey, il fratellino un po' svampito di Malcolm).
Mai conosciuti due bambini più snob di loro. Soprattutto il minore, Dewey.
Riuscire ad avere sguardo così altezzoso, a sei anni, è davvero un risultato che ha dell'incredibile. Avrà sicuramente origini normanne.
Gay, per quanto leggermente più affabile, con me si è sempre espresso a monosillabi e grugniti: forse la sua paghetta è troppo esigua per comprare una vocale.
Somigliano entrambi alla mamma: capelli biondo paglia, lentiggini, incisivi sporgenti... i Chipmunks, per intenderci. Anche Sandy, a suo modo, è un po' roditore, ma in modo più virile: più castoro che scoiattolo.
I ragazzi Older, però, oltre alle tasche guanciali per conservare ghiande e nocciole, hanno ereditato dalla madre il palato esigente: Gay è vegetariano come Clementine, Dewey, invece, si nutre sostanzialmente di pulviscolo atmosferico ingoiato accidentalmente e rugiada. Non sono riuscito a capire se volesse essere il nuovo Gandhi o se semplicemente, dall'alto della sua boria, considerasse il cibo umano troppo volgare per lui, abituato com'è al nettare e all'ambrosia.
Comunque il fatto che i miei fratellini inglesi non fossero proprio dei gran compagnoni non mi è mai dispiaciuto molto: dopo essere stato perseguitato per un mese da Alec Normal (so che è orribile, ma una volta ho finto di dormire pur di evitare l'ennesima, interminabile partita ai Mostronzoli), essere ignorato non è stato affatto male.
Quanto ai membri adulti della famiglia, ho da subito adorato Clementine: così posh, così chic, così colta! Non dimenticherò mai le nostre chiacchierate serali, davanti a una tazza di tè bollente (l'estate inglese equivale al nostro autunno), a parlare di letteratura ed enogastronomia (una sera mi ha mostrato la ricetta delle orecchiette alle cime di rapa sul suo libro di cucina regionale italiana).
Anche Sandy è un tipo a posto, ma decisamente più monotono. Con lui si può parlare solo di cinque argomenti:
- Moby e "famosissimi" cantanti inglesi mai sentiti nominare;
- Il clima e la temperatura: ogni giorno si preoccupava di fornirmi il bollettino meteo di Bari. In realtà, però, non è l'unico. Tutti i miei padri inglesi erano ossessionati dalla meteorologia: controllavano giornalmente quanti gradi ci fossero in Via Sparano e quanta escursione termica tra l'interno della Basilica di San Nicola e l'esterno;
- Camper e roulotte, o, come li chiama lui, camper-van;
- Silvio Berlusconi: ogni mattina c'era la rassegna stampa di Sandy, con tutti gli articoli e le vignette satiriche sul nostro adorato ex-premier. Non potete immaginare quanto sia bello iniziare la giornata con i quotidiani cinque minuti di vergogna!
- La chitarra. Le mie orecchie non hanno più smesso di sanguinare dalla serenata che improvvisò per sua moglie durante il barbecue: Oh my darling, oh my darling, Clementine...♫ (In realtà Clementine è un nome falso, la canzone originale è Sweet... Okay, per motivi di privacy non posso dirlo esplicitamente: pensate al nome tipico di una mucca, traducetelo in inglese e metteteci davanti sweet. Il testo di questa canzone è pieno di tocca-tocca.)

Ci sono volute settimane di allenamento per ottenere
una così bella spirale di maionese per il mio veggie sandwich.
I membri della famiglia che non riuscirò mai a dimenticare, però, sono loro: il meraviglioso set di coltelli di Clementine...
Affilatissimi...
Lucenti...
Sexy...
Chef Tony si strapperebbe i baffi a mani nude pur di metterci le mani.
Con quei coltelli, anche solo affettare un bel pomodoro rosso inglese (grosso come una mela) per il mio sandwich** si trasforma in un'esperienza mistica, un'incommensurabile estasi dei sensi.

Prestigiose premiazioni, patetici piagnistei e tanti aneddoti porcelli vi aspettano nella finalissima di... Quattro famiglie inglesi per Raffy! (Vai col jingle: ♪ We are family! I got all my sisters with me! ♫)
Ma intanto... dichiaro aperto il televoto! Prendete pure d'assalto il riquadro apposito, collocato in alto a destra: tre delle famiglie inglesi in gara rimarrà a bocca asciutta e la colp... la decisione sarà solo VOSTRA!


*Come mi ha ricordato la mia amica Anny, mia compagna di avventure anche nelle isole britanniche, gli inglesi (inclusi gli Older) hanno la curiosa e anti-igienica abitudine di lasciare i vestiti puliti sui gradini delle scale. Puntualmente salivo in camera mia e trovavo le mie t-shirt lavate, piegate (stavo per dire stirate, ma sarebbe una bugia) e adagiate sull'ultimo gradino, col risultato che sono tutte da rilavare. Inutile sottolineare quanto questa pratica sia contraddittoria.
E' un po' come lucidare l'argenteria con degli slip usati.


*In inghilterra esiste una precisa filosofia del sandwich. Mentre noi italiani non abbiamo assolutamente nulla da obbiettare davanti a bel un panino farcito solo con due veli di prosciutto, per gli inglesi (e per i popoli nordici in genere) le fette di pane devo essere saldate insieme, unite per l'eternità, finchè bocca non le separi, attaccate anche con la colla a presa rapida, tutto purchè siano sempre viscine viscine. I collanti preferiti sono la maionese (e posso concederlo) e (orrore) il burro. Mangiare un panino al prosciutto e burro è un'esperienza raccapricciante. Tanto vale infilzare un maiale con una cannuccia e succhiarne il grasso sottocutaneo.

venerdì 20 luglio 2012

Pubblicità insopportabili #9 - Casi clinici

L'espressione fanatica della tizia strafatta di Gyno Canesten
non mi fa chiudere occhio da mesi. 
Attenzione: questo post contiene tracce di clotrimazolo. Può causare effetti indesiderati. Non sottoministrare ai bambini di età inferiore a 12 anni. Leggere attentamente il foglietto illustrativo.
Mi ero ripromesso di non parlare mai in Pubblicità insopportabili degli spot dei medicinali. E' un po' come se un critico cinematografico non avesse nient'altro di meglio da fare che recensire un cinepanettone: si sa già che fa schifo. E' troppo facile gettarci fango!
Oggi, però, devo fare un'eccezione.
Iniziamo dal primo caso clinico, davvero preoccupante. Vi chiedo di non urlare, però. Potrebbe diventare aggressiva.
Sto parlando della tizia di Gyno Canesten. Sì, quella con la micosi vaginale.


Finchè quella barra nera le copre pudicamente il viso, è tutto okay. Ma non ero preparato a quello che si nasconde sotto: due occhi spiritati, allucinati, da eroinomane in crisi d'astinenza, con quel sorriso isterico e le fossette nervose. Credo sia uno sorrisi più inquietanti della televisione (e diciamo pure del cinema, esclusi quelli di Joker e dello spostato di Psycho).
Che poi la micosi vaginale significa avere i funghi... , no?
Ma siamo sicuri che non se li è fumati?
No, sai... ha le pupille così dilatate che potrebbe partorirci (chiedo scusa, questa è la battuta più ripugnante che abbia mai concepito, ma è inutile dirvi che questa pubblicità mi ha turbato nel profondo dell'anima).
La mia diagnosi finale: crisi d'astinenza da funghetti allucinogeni;
Trattamento consigliato: prolungare l'utilizzo della salvifica barra nera sugli occhi e livellare le fossette inquietanti con l'aiuto di un chirurgo plastico competente. Ah, e poi, naturalmente, entrare in rehab.


Ora passiamo alla cartella clinica di miss Amuchina, altrimenti nota come Grazie-Sorellona!, o La-Donna-Dalla-Mascella-Così-Prominente-Da-Uccidere-Solo-Con-Un-Bacio-Volante (vedi minuto 0.04)
Quella lì non è una normale mascella... è una specie di tagliola per conigli!
Non ho mai visto un bacio così violento.
La mia diagnosi: mascella contundente.
Trattamento consigliato: con l'aiuto di Clio, mescolare fondotinta e crema idratante e sfumare sulla mascella assassina fino ad ottenere un effetto chiaroscuro in modo da nascondere il difetto.


In questo speciale med di Pubblicità insopportabili non può mancare lei, la regina delle malattie imbarazzanti: la Stitichezza. La paziente in questione è una donna che ormai ha perso la faccia. Nel senso che sembra un quadro di Picasso: non ho capito se sono gli occhi e la bocca ad essere troppi piccoli o se è il resto del viso ad essere troppo grande. Oppure è il collo che è sottile come un catetere? La scienza medica non è ancora riuscita a dare una risposta a questa domanda.
Certo è che quel vestito color arancia marcia è tremendo. Con i suoi capelli sarebbe di gran lunga più indicato un bel verde Tantum Verde (la speranza non si perde).
E comunque, signora, io non accetterei mai medicinali da uno che di cognome fa Erba (e che si veste come un droghiere dell'Ottocento).
La mia diagnosi: fisionomia totalmente allo sbaraglio e sospetto daltonismo.
Trattamento consigliato: ritiro a vita privata.


Ma avete notato che tutte le malattie più imbarazzanti, nelle pubblicità, se le beccano le donne? Recentemente c'è un nuovo spot sull'alitosi, e indovinate chi è che ha l'alito mefitico? Una donna. E' un evidente caso di maschilismo pubblicitario.
Io, che, come di certo sapete, non faccio differenze tra uomini e donne (l'umanità mi irrita in toto), vi sottopongo il caso disperato del dottor Follador, che ha prestato il volto, ma sopratutto la voce soporifera al nuovo spot del dentifricio Sensodyne Ripara e Proteggi. Ebbene, posso affermare che il dottore è chiaramente l'erede legittimo di Lisia, Demostene ed Isocrate, la reincarnazone di Cicerone, o almeno il gosth writer dei suoi celebri discorsi al Senato. Come resistere alla sua accattivante voce atona?
Ma forse la domanda giusta è "per quanto ancora, Catilina dottor Follador, abuserai della pazienza nostra?"
Non ci resta che aspettare il prossimo testimonial Sensodyne. Incrocio le dita affinché sia uno spazzolino elettrico ronzante.
Ah, dottor Follador, lo sa che il suo cognome, in spagnolo, significa "colui che fotte"?
La mia diagnosi: lettura senza espressione.
Trattamento consigliato: ripetere le elementari.

 
Ma insomma... li avete visti? Questa coppia di fidanzatini convinti che una specie di I-Phone possa permettere loro di fare i fuochi d'artificio evitando l'inconveniente di rimanere incinti? Basta solo programmare a tavolino la propria vita sessuale in base al ciclo mestruale!
E perchè non sintonizzare la propria attività fornicatoria ai movimenti planetari?
E' un metodo altrettanto affidabile: "caro, oggi possiamo farlo: c'è Venere in trigono."
Poveri illusi.
Sorvolando su queste tecniche anticocenzionali magico-superstiziose, si vede che i due si amano tanto. Non finiscono nemmeno di spiegare come funziona l'aggeggio che cominciano già con i preliminari. Il segnale è verde e loro ne approfittano strappandosi i vestiti: cavolo, aspettate almeno che lo spot sia finito! Dura solo trenta secondi al massimo!
La mia diagnosi: proverbiale ritrosia del maschio a indossare il profilattico ed esibizionismo di coppia.
Trattamento adeguato: sterilizzazione chimica per entrambi.

L'orario di visite è terminato. Raffy, il medico della mutua, vi saluta e vi dà appuntamento per le prossime Pubblicità insopportabili!

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