giovedì 7 agosto 2014

Julie Shore

"Quello che succede in Salento rimane in Salento."
Ventitré anni e non sentirli. Nel senso che, bisbetico e pantofolaio come sono, comincio a pensare di non essermi mai sentito veramente giovane in vita mia. Per questo io e la amica Anny, poco giorni fa, dopo aver rimesso a posto la scatola di Scarabeo, abbiamo deciso di fare almeno un tentativo e provare a comportarci come i nostri coetanei. Così abbiamo fatto i bagagli e siamo partiti per un week end lungo in puro stile spring break, nella speranza di ritrovare i ventenni scatenati nascosti in noi. Ad accompagnarci in questo viaggio nell'anima in stile bevi-flirta-ama non potevano mancare una coppia che di divertimento se ne intende: la nostra esuberante amica Betulla e il suo ragazzo Alex. Destinazione: la romantica, scricchiolante villetta gentilmente messa a disposizione da mio zio, il Cosmopolita, in quel paesino del Salento di appena trecento anime che è Giuliano (per gli amici, Julie.) Inizia con queste premesse l'avventura di Julie Shore, una vacanza che sarebbe potuta benissimo essere un reality trash di quelli che trasmettono su MTV, di cui abbiamo scoperto essere tutti segretamente spettatori assidui.



Betulla, da sempre camaleontica in fatto di capelli, per l'occasione ha tinto la sua chioma dell'esatta tonalità di rosso sfoggiata da Holly, quella con le "tette enormi", nonché la più "accogliente" dei tamarri di Geordie Shore. L'unica ad essere biasimata per non aver mai visto neanche un episodio è Anny, che non ha voluto rinunciare al suo stile "da VIP" e alla sua paglietta, accessorio che le è subito valso il titolo di "Contessa."
La giornata di un Julie inizia alle sette, con un'imprecazione rivolta alle campane che rintoccano a festa dalla chiesetta vicina. Così vicina che l'acqua del rubinetto della cucina scorre direttamente dalla fonte battesimale. All'incirca un'ora dopo questo rintronante risveglio (durante i quali tutti, tranne me, sono riusciti a riprendere sonno), ci riuniamo per la colazione in giardino all'ombra della buganvillea: l'unica già pimpante, anche senza caffè, è ovviamente Betulla, che attraversa la tendina e ci regala il suo "Buongiorno!", con tanto di plateale gesto delle braccia, come a dire "ta ta, eccomi qua!"
Dopo aver vagheggiato il mare per metà estate, finalmente i miei piedi toccano la sabbia rovente. I riflessi del sole sulle onde sembrano ammiccare proprio a me, ma il primo a tuffarsi è Alex, fresco di lezioni di nuoto, che non appena entra in acqua regredisce allo stato infantile: inforca gli occhialini - che fanno sparire i suoi occhi a mandorla - si tuffa a bomba e inizia a mettere in moto i piedi, trafiggendoci con mille schizzi di acqua ghiacciata. Contagiato dal suo entusiasmo, mi metto in testa di insegnargli il delfino, che non rientra esattamente nel livello principiante. E infatti tutto ciò che riesce ad eseguire è lo stile "a schiaccianoci", con chiusura a scatto del bacino. Gli riconosco però il merito di aver fatto bracciate da gigante in pochissimi giorni, grazie all'esercizio e ai miei consigli personalizzati: "Alex, voglio un movimento più sinuoso, serpentiforme... un brivido che parte dalla testa e corre fino alle punte dei piedi... fai come la Tatangelo, devi sentirti una muchacha troppo sexy, che non dà troppa confidenza ai maschi... Sì, così, fai l'amore con il mar..."
Dopo le esercitazioni di apnea e immersione, mi sento in vena di divulgazione scientifica: "Alex, lo sai che i trichechi si scontrano petto contro petto quando lottano per le femmine?" Mi pento immediatamente di essermi fatto scappare questa curiosità etologica non appena ricordo di avere di fronte un ragazzone di ventisei anni con un torace a due ante. Da quel momento non mi riesce di intavolare una conversazione a mollo con Anny e Betulla senza ricevere il colpo di petto a tradimento del tricheco in calore. Questo genere di agguati sfociano quasi sempre in stupri acquatici, tra lo sbigottimento e lo scandalo generale dei bagnanti, che mi guardano fuggire a nuoto e guadagnare stremato la riva invocando gli déi affinché mi sottraggano dalle grinfie del mio assalitore, anche a costo di trasformarmi in un giglio di mare.
Se intanto vi interessa avere un'idea del tipo di conversazioni che intercorrono tra i Julie mentre galleggiano oziosamente vicino alla riva, vi informo che si tratta dei temi più variegati, dai traumi infantili ("Vi ricordate la scena in cui André strappa la camicia a Lady Oscar e la scaraventa sul letto?!") a quesiti morali di un certo spessore ("Quale dea avreste scelto al posto di Paride?"), dai piccoli drammi quotidiani di Anny ("Raffy, ma non è che ora sono troppo abbronzata?") al palato difficile di Betulla ("Cosa intendi dire esattamente con 'non mi piace l'olio'?")
Intanto, col passare dei giorni, il sole e la salsedine privano via via i capelli rosso Ariel di Betulla della loro originaria intensità e allo stesso modo sbiadisce sempre più la mia autostima, ripetutamente umiliata dai fisici scultorei dei miei vicini d'ombrellone. "Ma come fanno ad essere così perfetti?" mi domando inutilmente, "Che ci mettono questi nelle pucce?" Anny si guarda in torno anche lei come a voler trovare una risposta che non c'è e mi rivolge uno sguardo solidale, poi si sistema il rivestimento floreale del costume e riprende a litigare con WhatsApp, che le impedisce di ricevere notizie del suo adorato gatto Ciccio.
Mi riaccascio sconfitto sull'asciugamano, sentendomi come se qualcuno avesse conficcato un ombrellone nelle sabbie mobili del mio amor proprio. Subito però mi risollevo, avvistando Betulla che corre dal bagnasciuga. Gli occhi luccicanti mi dicono che ha in mente qualcosa. I capelli, ora arancioni, raccolti in una coda di cavallo, la fanno assomigliare a Misty, l'allenatrice specializzata in Pokémon d'acqua. Tra l'altro ha anche un bikini a fantasia Togepi.
"Raffy, andiamo sull'aqua-rocket?!"
"Il Team Rocket? Dove?!"
"L'aqua-rocket! E' un gommone trainato da un motoscafo! Ti prego, Raffy, andiamoci!"
L'ottuagenario che c'è in me ha già risposto "no" prima ancora di sapere di cosa si tratti. Per questo accetto, anche se poco convinto. Ma forse il vero motivo della mia accondiscendenza è che voglio allontanarmi al più presto da un gruppo di tamarri che hanno deciso di giocare a calcio sul mio telo-mare (con i loro succinti speedo bianchi e la catenina d'oro al collo sembrano degli enormi e fastidiosissimi bebè.)
"Sarà divertente, Raffy!" mi assicura Betulla, "L'hanno fatto anche quelli di Geordie Shore!"
Ecco le parole magiche che volevo sentire...
Lasciamo sotto l'ombrellone Anny, che si è strategicamente finta morta, e una volta imbracati col giubbotto salvagente, io, Betulla e Alex prendiamo posto su una spaziosa poltrona gonfiabile. "Ragazzi, ma siete sicuri che sia abbastanza figo?" domando. "A me sembra un banale giro in barca... non era meglio un pedalò?"
Non riesco nemmeno a finire la frase che il motoscafo parte come un razzo mozzandomi il respiro. Alex mi sghignazza in faccia mentre mi aggrappo disperatamente alle maniglie e mi dimeno con tutto il corpo come uno sgombro appena pescato. Anche il sadico alla guida della barca se la ride all'idea di farci rischiare l'osso del collo ad ogni sobbalzo e virata repentina. Il giro della morte sembra non dover finire mai: "Ma dove ci sta portando 'sto pazzo?" grida Alex, che dopo mezz'ora di scossoni ha ben poco da ridere. "Boh, da qualche parte dove questa cosa è legale..." urlo per sovrastare il fragore degli spruzzi. "In Albania forse..."
Al termine dello sballottamento a pagamento io e lui arranchiamo più morti che vivi verso l'ombrellone, mentre Betulla si è già lanciata in un'agguerrita sfida a racchettoni con Anny, che perde, anche se dignitosamente, solo perché penalizzata dagli acciacchi dell'età. Io, nominato a mia insaputa arbitro della partita, cerco di leggere La Mandragola, se non fosse che un tizio spalmato sulla sdraio più vicina, non potendo dividere con tutti gli altri bagnanti le cuffie del suo iPod, si premura di cantare a squarciagola tutta la discografia di Vasco Rossi, a cominciare da: "Quanti anni hai, bambina? Quanti me ne dai stasera?" Non so la ragazza della canzone, ma io mi sento a un passo dal pensionamento, visto che devo infilarmi gli occhiali anche solo per seguire i movimenti dell'istruttore di aquagym.
Calate le tenebre i Julie si fanno belli per la vita notturna di Gallipoli, luogo d'incontro di tutti i galletti e le pollastrelle più festaioli del Salento. Prima, però, un salto a casa per una cena leggera (solo un'insalata anni '80 con pollo, speck, cetriolini e maionese) e una doccia, incidenti domestici permettendo: basta tirare troppo forte la tendina, che la sbarra della doccia ti cade sul piede strappandoti un'irripetibile maledizione in grico salentino stretto e costringendoti a improvvisare un'esibizione di pizzica dal dolore. Come se non bastasse, lo sventurato in questione - che sarei io - non riesce a rimetterla al suo posto e si vede obbligato a chiamare Alex. Lui la riaggiusta in un attimo mentre balzello sul piede sano nel tentativo di acciuffare l'asciugamano. "Tranquillo, Raffy, non hai niente che non abbia già visto" mi rassicura. "Sì, giusto..." convengo, "d'altronde, parafrasando Laura Pausini, yo lo tengo como todos..."
Odo scrosci di risate dalla toeletta delle ragazze. "Mi raccomando, non fate come me: tirate la tendina con la massima delicatezza... come se doveste scostare il sottile velo che separa due dimensioni parallele..."
Raggiungere la discoteca, accuratamente selezionata dalla nostra PR, Betulla, si rivela anche questa un'impresa non priva di imprevisti. Dopo giri in tondo e strade chiuse, ci decidiamo a chiedere informazioni a due vigili: "Dovete tornare indietro fino alla rotonda, poi prendere per Lido Conchiglie e proseguire dritto. Vedrete le luci..."
"Sì, è come una cattedrale nel deserto" aggiunge poeticamente il suo collega. "Non potete non vederla."
Per sicurezza, lungo la strada, Betulla chiede conferma a (quelle che scopriamo troppo tardi essere) due squillo. Avremmo dovuto capirlo dal fatto che erano stravaccate su una panchina davanti a un ristorante con i piedi poggiati su di una ringhiera, malgrado la gonna. La prima, con i capelli mesciati di biondo e un forte accento brasiliano, ci liquida subito dicendo di non sapere dov'è, sorridendo amaramente della nostra ingenuità, mentre l'altra ci dà delle vaghe indicazioni.
Finalmente, scorgiamo all'orizzonte la Cattedrale nel Deserto, un'oasi luminosa incastonata nel buio dell'Arizona salentina. Mentre incespica sui tacchi giù per la discesa rocciosa che funge da parcheggio, Betulla, i capelli sempre più rosé, sembra una principessa venusiana su suolo marziano. E sempre più alieno appare ai Julie il mondo intorno a loro una volta varcate le soglie della Cattedrale: delle sirene appollaiate su piattaforme galleggianti nel bel mezzo di una piscina lanciano sguardi ammaliatori da sotto i loro candidi cappucci alla Kylie Minogue, mentre una drag-queen alta due metri misura a grandi falcate la pista da ballo portandosi dietro uno strascico di piume di pavone (ogni deserto, d'altronde, deve avere la sua Priscilla). Da un palcoscenico che spara lingue di fuoco, una tizia sputata Lorena Bianchetti, ma strizzata in un completino di pelle nera da scomunica, canta This is the Rhythm of the Night dando inizio alla serata anni '90. Ci rendiamo conto ben presto che si tratta di una discoteca mista, che accoglie festaioli di ogni gusto, il che è bello e molto moderno ma anche poco pratico se si è in vena di avventure estive. Ovunque incantevoli menadi danzanti e semi-dei abbronzati si contorcono spargendo libagioni di vodka in onore di un Bacco col colbacco, ma tra questi si zampettano anche i soliti personaggi felliniani che costituiscono il piccolo popolo della notte: la tarchiata signora Cotechina, con delle infradito-gioiello a impreziosirle le gambe gonfie come cactus, il nano che si struscia con la biondona nordeuropea, il cannato che si fascia con cura ossessiva un braccio con delle stelle filanti o il gruppetto di cinesi scheletrici armati di ventaglio.
Gli incensieri della Cattedrale nel Deserto sprigionano ondate di nebbia artificiale, che avvolge tutto e tutti, e ogni volta che si dirada nulla sembra più com'era prima. Sorridi ad Anny che balla spensierata e, un attimo dopo, dal fumo bianco emerge una mano ignota che scivola sulla stampa foulard del suo vestito, accarezzandole la schiena. Anny si volta verso di me e Betulla, smarrita, poi i suoi occhi verdi, sgranati dalla sorpresa, inciampano nello sguardo di brace dell'affascinante sconosciuto che la stringe a sé. Lui le balla intorno per un po', giocando delicatamente coi suoi ricci castani, senza smettere di guardarla fisso attraverso gli occhiali neri da finto nerd, mentre in mezzo alla barbetta balugina un sorriso assassino, anche più bianco della camicia che lascia intravedere il petto color caramello. Assistiamo tutti compiaciuti a questo incontro fatale, cercando di leggere il labiale. Anny ha l'espressione piacevolmente incredula di Aurora quando crede di ballare col gufo e gli altri animaletti del bosco e invece si ritrova di punto in bianco tra le braccia del principe dei suoi sogni.
Ma le correnti del dance-floor, è cosa nota, sanno essere molto crudeli e portano via troppo presto l'ambrato seduttore.
Dopo non molto lo vediamo intento a ripetere lo stesso approccio mellifluo con una sciacquetta bionda dalle labbra e gli zigomi chiaramente gonfi di silicone, che io e Betulla fulminiamo all'istante con sguardi stroboscopici. Anny, invece, la prende con filosofia: una vera Julie continua a ballare e a divertirsi anche col cuore infranto.
Con pochi altri eventi degni di nota si conclude questo ritorno musicale agli anni '90, e il fatto che per divertirmi davvero abbia dovuto aspettare di muovermi a ritmo di canzoni vecchie di un decennio dimostra quanto sia fallimentare il mio proposito di iniziare a vivere pienamente la mia giovinezza. La sento costantemente sgusciarmi tra le mani, come questo week-end, giunto troppo presto alla parte dell'"end". Chiuse a fatica le valige e sistemato tutto in macchina, facciamo rotta mogi verso casa. La mia memoria senile, però, ancora una volta ci costringe a una falsa partenza.
"Perché ho l'impressione di aver dimenticato qualcosa?" borbotto, riesaminando i trolley, borsoni e beauty-case che mi seppelliscono.
"Hai spento il gas?" domanda Alex.
"Sì."
"Hai abbassato le tapparelle?" chiede Betulla.
"Sì."
Segue un attimo di silenzio, poi... scoppia il panico: "KEVIN*!!!"

* Il nome è lo stesso del piccolo, negletto protagonista di Mamma ho perso l'aereo, ma chi o che cosa è "il nostro Kevin"? Se indovinate avrete diritto ad entrare nel cast della seconda stagione di Julie Shore!

Illustrazione di Giulia Tomai.

giovedì 24 luglio 2014

Il Segreto

Mi rendo conto soltanto adesso che associare l'immagine di un cetriolo ad
un post intitolato "Il Segreto" non è poi un'idea così geniale.
C'è solo una cosa peggiore di mettersi a dieta: mettersi a dieta durante la sessione estiva. Quando però i bottoni dei tuoi pantaloni cominciano a schizzare in orbita come le stelle cadenti a San Lorenzo, allora vuol dire che è tutto finito: quel gaio periodo della tua vita, quello in cui potevi startene in letargo sul divano anche per tutto l'inverno e rimanere comunque leggiadro e snello come un Apollo, ormai è solo un ricordo. Addio pelle di pollo. Adesso, ahimè, non si può più vivere di rendita: la magrezza è una conquista che va sudata.
Dopo essermi consumato di sospiri davanti allo specchio, guardando con raccapriccio quello che solo un anno fa era un vitino di vespa, mentre oggi potrebbe benissimo essere quello di Bruno Vespa, ho deciso di prendere in mano la situazione e fare qualcosa per rimediare alle tragiche conseguenze della sedentarietà dello studente universitario. Ma come prepararsi per la prova costume e allo stesso tempo concentrarsi in vista di un esame durante il quale dovresti dare almeno l'illusione di parlare fluentemente spagnolo? Come negarmi il cibo, unico piacere rimastomi?
Mosso dalla disperazione, ho pensato di auto-punirmi prendendo due attività deprimenti e unendole in un unico, orribile appuntamento quotidiano: guardare le repliche de Il Segreto in lingua originale su Rete Quattro e, contemporaneamente, fare step.
Se non provo alcuna vergogna a scriverlo qui nero su bianco è perché ormai della mia dignità non resta che qualche residuo incrostato e ripetutamente calpestato su quello step.
Passare giorni e giorni chiusi in casa a liquefarsi su una tragicommedia spagnola tardo-medievale ritagliandosi come unica "pausa" dallo studio un'ora di fitness in compagnia delle sonnolente avventure di Pepa, Tristán e Doña Francisca è un po' come vivere in una claustrofobica dimensione parallela, dove la vita è scandita da un lento susseguirsi di atti, scene ed episodi interminabili. A un certo punto raggiungi uno stato di muta agonia, e l'unica cosa che ti fa andare avanti è la debole speranza che forse, dopo due o tre settimane, la trama - minima - de Il Segreto comincerà a premere sull'acceleratore, almeno un po', anziché continuare a trascinarsi tanto per le lunghe. Viene quasi da complimentarsi con gli autori per come riescono a stiracchiare due o tre sub-plot più annacquati della sangria del più squallido ristorantino turistico di Madrid: questo sì che è stretching narrativo!
Il secondo punto del mio programma fitness è stato abolire una volta per tutte le un tempo consuete abbuffate serali, per esplorare il variegato, croccante, verdeggiante mondo delle insalate. Ingrediente base, il cetriolo, o come lo chiamerebbe Pepa, il pepino. Praticamente ho seguito la dieta del kappa (avete presente quelle buffe tartarughe antropomorfe con una specie di chierica sulla testa che di tanto in tanto spuntavano negli episodi di Pollon Combinaguai nonostante non centrassero un tubo con la mitologia greca? Quelli sarebbero i kappa, demoni acquatici delle leggende giapponesi a cui è consigliabile regalare dei cetrioli, di cui sono ghiotti, se non si vuole essere trascinati per le caviglie giù in fondo a uno stagno. Tra l'altro, dover stare a stecchetto rende anche me particolarmente propenso ad annegare gli incauti viandanti che osino avvicinarmisi.)
All'inizio mi ci mettevo proprio di impegno a preparare insalate originali e gustose, inventando nomi diversi per ogni minima variante (tipo la Sissi salad, versione light della più calorica Caesar), poi, col passare dei giorni, l'entusiasmo è andato scemando e ho preso a schiaffarci anche i gerani del balcone. Ci mancavano solo le streghe di Macbeth a rimestare l'insalatiera formato calderone e a suggerirmi altri ingredienti ("Mettici un occhio di tritone e qualche fibra di corda d'impiccato, già che ci sei...")
 Non so quanto tutto questo possa essere servito, ma ho tenuto duro fino al mio esame, dopodiché ho resuscitato la Wii Fit, mia fida personal trainer elettronica (che mi ha accolto a braccia aperte come un figliol prodigo, dopo ben 1546 giorni di totale inattività.) Di qui innanzi non voglio più neanche sentire un accenno della sigla de Il Segreto. Oltretutto, l'unico vero segreto qui è come accidenti faccia Pepa a mantenere quel girovita da urlo.
E ha pure partorito...

 

Illustrazione di Ryo Takemasa.

mercoledì 16 luglio 2014

Spassionatamente Raffy #2 - La ragazza delle arance

Avevo promesso di corredare ogni uscita di Spassionatamente
Raffy con un'opera d'arte postale, ma questa volta vi propongo
invece un'orientaleggiante moleskine art di Jon Lau.
Qualcosa vi turba? Siete ad un bivio e non sapete come uscirne? Avete scritto alla posta del cuore di Mina su Vanity Fair e vi ha liquidato in modo frettoloso e acido? Allora scrivetemi a spassionatamenteraffy@gmail.com o invitami un messaggio privato sulla pagina Facebook del blog, e troverete qui la risposta semi-seria a tutti i vostri problemi!

Caro Raffy,
approfitto di questo grazioso spazio con cui concedi a noi, vittime di Eros, di esprimere le nostre tempeste amorose (delle quali faremmo volentieri a meno) per riportarti una storia tormentata, sebbene mi riguardi solo indirettamente. Da ben sette anni una ragazza della mia comitiva, di qualche anno più grande di me, ha maturato un progressivo cambiamento caratteriale: ha cominciato a coltivare tutti gli interessi che accompagnano me sin dalla nascita, ma che a lei erano sempre stati estranei. Si è proposta di accompagnarmi all’opera, alle mostre d’arte, al cinema, viaggi culturali. Ho notato, inoltre, la sua prontissima risposta a qualsiasi mio messaggio e un’apprensione verso ogni mio stato d’animo che schiferebbe persino il Telefono Azzurro. Non sto ad elencarti le situazioni in cui è palese lo zelo con cui esaudisca ogni mio desiderio (di natura materiale, non fraintendiamo!), e l’alacrità con cui si preoccupi di prevenire ogni mia mancanza, sebbene io non le abbia mai richiesto qualcosa. “Oh quanto mi piacciono le arance rosse” – esclamai una sera – e il giorno dopo mi vidi recapitare quei frutti a casa, dopo un messaggio che mi avvertiva della prossima consegna, con tanto di irrinunciabile smile.
Dopo anni passati così, ho cominciato – solo da qualche mese – a sospettare che la succitata abbia qualche simpatia per me, sospetto che, rispolverando le vicende passate, credo sia ben che fondato. Ho sempre vissuto a un palmo da terra, concentrato tutto per le cose mie, centellinando i contatti con la realtà. Detto ciò, accortomi della gratuità con cui per tutti questi anni ho di fatto usufruito di una gentile amica, comincia a pesarmi questa situazione. Ora ti chiedo come potrei prendere le distanze da questa cortesia ad oltranza. È necessario comunicare chiaramente con lei, sebbene questa non si sia mai palesemente dichiarata? O dovrei solamente adottare un atteggiamento di indifferenza, astenendomi da ogni uscita in cui c’è lei ed evitando ogni contatto reale o virtuale?
A te chiedo come comportarmi, fiducioso di una giovevole risposta, nel frattempo ritorno nel mio mondo, con  l’inconfessata speranza di trovare un’anima gemella che mi faccia rimettere i piedi per terra...
Un abbraccio
Appassionato ‘96

Caro, appassionato amico,
Regali, inviti, attenzioni e ogni genere di cortesie: la sventura su di te si è proprio accanita! Io ti dico: se la vita ti dà arance, fatti una spremuta.
Attirarla in una trappola, darle false illusioni solo per strapparle una dichiarazione e poi spezzarle il cuore sarebbe una crudeltà di cui nemmeno il Visconte di Valmont si macchierebbe. Quanto a ignorarla del tutto, la trovo un atteggiamento ingiustificato. Nessuno invece potrebbe muoverti il benché minimo rimprovero se volessi continuare a fare il finto tonto e scongiurare lo scorbuto seguitando a sbocconcellare gli agrumi così solertemente forniti dalla tua ammiratrice. E al bando i sensi di colpa: non l'hai certo voluto tu! A quanto pare ricoprirti di arance come un carro del carnevale di Ivrea la rende felice. La fanciulla fa tutto di sua iniziativa, e non mi pare domandi qualcosa indietro.
Il suo modo ortofrutticolo di corteggiarti, comunque, lo trovo estremamente romantico. Sei proprio sicuro che non faccia per te? Gli aranci non li vogliamo proprio far fiorire?
Questa vicenda mi ricorda la storia dell'imperatore mandarino Li Longji, che per compiacere la golosità della sua concubina preferita, la bellissima Yang Yuhuan, aveva ordinato a dei messi reali di portare dal sud della Cina rifornimenti quotidiani di litchi, il suo frutto preferito, che cresceva solo in quelle regioni. Approfitto dell'occasione per informare i lettori che anch'io vado pazzo per questi dolcissimi frutti dalla polpa madreperlacea e il guscio color di rosa. Lo dico così, en passant, giusto nel caso in cui qualcuno volesse conquistarsi i miei favori ma fosse a corto di idee.
Tornando a te, o mio sognante amico, se le sue premure non richieste proprio ti mettono a disagio, ti consiglierei innanzitutto di darci un taglio con le voglie da puerpera espresse ad alta voce. Se c'è una cosa che ho imparato dalla parabola di Bastiano ne La storia infinita è che bisogna essere molto cauti ad esprimere i desideri, perché potrebbero anche avverarsi, e non si può mai sapere in quali disgraziate modalità.

Ciao Raffi! Ho un altro problema, tutte le volte che cerco di aprire un barattolo con chiusura ermetica mi sforzo inutilmente, e non porto mai a termine la missione. C'è una congiura contro di me da parte delle maggiori industrie alimentari o soffro di una strana e rarissima malattia?
Punto G.


Mia astenica, cara Punto G.,
il tuo problema è tutt'altro che raro: per me, di prima mattina, persino strappare la foglia d'alluminio dei vasetti di yogurt rappresenta un'impresa erculea. Per non parlare poi dei barattoli di marmellata e delle caffettiere che qualcuno avvita con un po' troppo vigore. Molte sono le tecniche per porre rimedio alla tua frustrazione, ma ti propongo qui, convenientemente illustrato, il metodo che ritengo più efficace:


Se però tracciare un cerchio magico e risvegliare un antico e potente demone rimasto sopito per millenni ti sembra una procedura ancora troppo faticosa, io ti consiglierei di servirti della forza bruta di una creatura più docile da soggiogare: tuo padre, o il padre più vicino. Dopo il concepimento dei figli molti padri, anche a distanza di anni, si sentono smarriti e non sanno bene cosa fare: avere un barattolo in mano con cui armeggiare li farà sentire utili e realizzati.

venerdì 11 luglio 2014

Pubblicità insopportabili #35 - Testa e spalle

Dopo anni di allenamento per riuscire a scandire decentemente lo slogan
"Prova Enel Energia!" ("Prvnelrgia!"), Federica Pellegrini
ritorna in tv 
come testimonial per lo shampoo Head&Shoulders e riesce
miracolosamente a pronunciarlo.
Che idea geniale chiamare uno shampoo Head&Shoulders. Sul serio, solo un autentico genio avrebbe potuto inventarselo. Mi immagino già com'è andata...
Il capo che riunisce il suo team di creativi, batte il pugno sul tavolo e annuncia: "Bisogna trovare un nome per il nostro shampoo!"
"Mmm, vediamo un po'" riflette ad alta voce qualcuno. "Uno shampoo serve soprattutto a lavare i capelli e la testa della gente. Forse dovremmo pensare a cosa distingue il nostro dalle ditte concorrenti..."
"Sarebbe il miglior antiforfora sul mercato" sottolinea qualcun altro. "Credo che il nome dovrebbe riflettere questa sua peculiarità. Dev'essere un nome che dica: 'Hey, compra questo shampoo! Non si prende cura solo dei tuoi capelli, ma anche delle tue spalle! Chi altro lo fa? Usalo e potrai dire finalmente addio a quell'antiestetica nevicata di forfora sui tuoi omeri!' Perciò... che ne dite di Testa-e-Spalle?"
Il collega gli dà una pacca sulla spalla del tutto sgombra di forfora in segno di approvazione e aggiunge: "Sì! E' magari come jingle per lo spot ci mettiamo testa spalle baby one two three..."
"Sì, e i soldi per la SIAE ce li metti tu?" abbaia il capo. "L'idea di Testa-Spalle però non è male... bisogna solo renderlo un po' più cool! Più giovane!"
"Allora traduciamolo in inglese, che fa sempre figo... HEAD&SHOULDERS!"
Il capo abbozza un sorriso.
"Head&Shoulders..." pondera, grattandosi la chioma sale-e-pepe senza far cadere neanche il più piccolo fiocco di forfora. "Head&Shoulders... sì... è talmente stupido che potrebbe funzionare!"
"Grazie capo!"
"Un'intuizione talmente geniale va sfruttata il più possibile!" incalza qualcuno.
"Già, forse non dovremmo limitarci a produrre shampoo..." medita il capo, gli occhi che brillano di ambizione. "Forse dovrei iniziare a considerare l'idea di produrre un'intera gamma di prodotti per l'igiene personale... sempre continuando a chiamarli con nomi che rimandino immediatamente alle parti del corpo interessate..."
"Tipo una crema per le mani che deterge e allo stesso tempo rinforza le unghie? Hands&Nails?" azzarda uno dei creativi, con un sorriso speranzoso.
"O magari uno shampoo specifico per barba e baffi, Beard&Mustache!" suggerisce un altro.
"Sì! E' proprio quello a cui stavo pensando!" si entusiasma il capo.
"Aspettate un attimo! E se mettessimo sul mercato un sapone intimo...?"

mercoledì 2 luglio 2014

Pubblicità insopportabili #34 - La mia estate italiana

E' arrivata l'estate e io non me n'ero accorto! Per fortuna che a ragguagliarmi c'ha pensato l'esagitata speaker del Tg Rocchetta (a cui dovrebbero proibire di bere altro tè). D'altronde è talmente difficile tenersi aggiornati sul frenetico quanto ingannevole avvicendarsi delle stagioni!

Pensatela come volete, ma per me questo rimane un Tg
migliore di Studio Aperto o di Medicina 33 Estate.

Se volete farvi un'idea più precisa di questa stagione e l'Estate di Antonio Vivaldi non rende abbastanza l'idea, riporto qui un componimento poetico sempre più presente nei circoli letterari e soprattutto nei circoli viziosi dell'arido palinsesto tv estivo. Mi sono permesso di frapporre ai versi commenti personali o ipotetiche risposte alle ritmate affermazioni del poeta.


Estate è dove accadono le cose

Puoi essere un po' più vago?


Estate è dove accadono le cose:
incontri, scontri, ferite, cure.


Mah. A me pare più il resoconto di una tranquilla passeggiata nel centro storico di Pamplona. Durante la Festa di San Fermín.

E' lavarsi con il mare
e asciugarsi col vento.

Ho capito, in valigia ce lo metto qualche altro flaconcino da viaggio di Head&Shoulders...

Un altro caso preoccupante di sindrome di Suárez.
Assaggio tutto: il morbido, 
il cremoso, il goloso.

Che per caso vuoi anche una fetta di cul... atello di Zibello?

Vado in bici, in barca, in bambola.
Parlo con lei, parlo coi pesci.

Che tu voglia parlarci, non mi sorprende. Ma fossi in te non mi aspetterei risposte educate. Né da lei, né tantomeno dai pesci.

Parlo di cose che sto per capire.

Eh sì, se aspettassi di capire qualcosa non sapremmo mai che suono ha la tua voce.

Partiamo, non partiamo, andiamo.

Senti, se dobbiamo farla questa vacanza, vedi se ti decidi subito. Io intanto prenoto. Poi te lo piangi tu il biglietto.

Sotto il sole e il temporale, la festa planetaria.

Okay, per me camera singola allora.

I conti, li farò quando sarò tornato.

Io soldi non te ne presto, benintesi...

Mi devi tre baci. Io, un cono 5 Stelle al cioccolato.

... e comunque per me vale solo la valuta corrente.

5 Stelle Sammontana, la mia estate italiana.

L'interpretazione del componimento è all'origine di non poche divisioni tra la critica: per i grammatici alessandrini, si tratterebbe di una puerile descrizione del cazzeggio estivo dal forte tanfo di cannabis, mentre i filologi bizantini sono più inclini a considerarlo il manifesto del genere di persona con cui io non andrei mai in vacanza. E, inutile dirlo, io propendo per la seconda interpretazione.
Incerta è anche la paternità dell'opera, anche se i più l'attribuiscono a un non meglio conosciuto Mecla, cantore semi-leggendario la cui natalità è contesa da località turistiche come Mykonos, Kos, Santorini e Ibiza.
Sembra il genere di cose che potrebbe scrivere quel vostro compagno di classe... insomma, quello che c'è in ogni classe, il fattone che spera di passare la maturità col minimo per potersi "stonare abbestia" in qualche isola greca a caso. Insomma, il classico tipo da spiaggia che, dato il mio rigidissimo sistema di valori vacanzieri (fondato principalmente sulle guide Lonely Planet), per me corrisponde più o meno a quello che per i cattolici è l'Anticristo.
Non so cosa mi susciti maggiore odio: il testo in sé, profondo quasi quanto un bicchiere da shottino, o quella voce... quella voce che sa così tanto di ultimi strascichi d'adolescenza...
Adolescenza nel senso più acneico, ormonale e rivoltante del termine.
Bleah.

lunedì 16 giugno 2014

Canta che lo passi (l'esame)

Il primo special musicale de Il Tè.
Non è orribile come sembra... di più.
C'era una volta un principe che viveva rinchiuso in un'altissima torre. Il suo nome era Rafferonzolo...
Va be', per farvela breve la storia è la stessa di Raperonzolo, solo che di spropositatamente lungo ho solo la barba e al posto della strega cattiva ho una perfida matrigna che mi ricorda ogni giorno di darmi una mossa a laurearmi, mentre mio padre non nasconde di aver preso in considerazione più volte la possibilità di abbondonarmi in un bosco. Malgrado questo, ci sono così tante cose che preferirei fare anziché starmene qui in clausura a liquefarmi sui libri. Tipo leggere altri libri - di quelli che scelgo da solo - o guardare un episodio dopo l'altro di serie tv e sit-com (cadendo in quel sonno simile alla morte che io definisco 'sit-coma'), o anche solo ciondolare senza meta per la casa con la scusa di sgranchire con le gambe gli ingranaggi del cervello (è quello che io chiamo think-walking.) Oh, e mi piace tanto anche coniare neologismi come sit-coma e think-walking per poi registrarli sul mio Dizionario Raffico-Italiano (che ad oggi consta di circa quattrocento voci, tra vocaboli ed espressioni idiomatiche.)
Per un'altra malsana abitudine che mi tiene lontano dallo studio non ho ancora inventato un termine apposito: confesso che potrei trascorrere ore intere a riguardare su YouTube spezzoni di classici Disney. Non so perché lo faccia, ma dopo averne visto uno non riesco più a smettere, e mi piace soffermarmi soprattutto sugli happy ending. Che ci volete fare? "E' che mi piacciono i lieti fini..." Siano danzanti come nel caso de La Bella Addormentata e La Bella e la Bestia, o "al bacio" come Cenerentola e La Sirenetta, ripassare i finali mi aiuta a dimenticare la data dell'appello sempre più prossima e mi regala una sensazione di felicità e appagamento che dura almeno una mezzoretta buona. Amo in special modo il momento dell'apoteosi dei due innamorati, quando parte a poco a poco un crescendo di voci liriche che riprendono il tema principale del film (tipo Parte del tuo mondo ne La SirenettaE' una storia sai ne La Bella e la Bestia) portandolo ad una chiusa trionfale. Dovrei proprio scrivere una canzone in stile disneyano che descriva la mia avvilente situazione sentimentale in modo che, una volta coronato il mio sogno d'amore, venga reinterpretato da un coro del genere. Ho già iniziato a buttar giù qualche nota, ma per il titolo sono indeciso tra Tutti mi vogliono ma nessuno mi prende e Forse il problema sono io.

Anche le mie dita dei piedi emanano splendenti raggi
di luce dopo la pedicure.

Un'altra mia frequente attività alternativa allo studio, a proposito di duetti coi passerotti, è comporre parodie musicali. Una canzone patetica come Immobile di Alessandra Amoroso, ad esempio, si presta perfettamente a dar voce alla sofferenza di chi vede tra sé e la laurea un'infinita serie di esami ancora da sostenere. E' proprio un pezzo catartico, di quelli da urlare a squarciagola fino a otturarsi le vie respiratorie di lacrime miste a muco:

Non farmi immaginare quanto ancora ho da fare,
forse crescere e studiaaaare...
Quanto ancora ho, da daaaareeee
Quanto ancora ho, da faaaaareeee
Quanti esami ho, da dareeeeeeeeeeeeeeeeeee!!!!


Ultimamente, però, nell'attesa di un Bacio del Vero Amore o magari di un Bacio Accademico, provo particolare diletto nel adattare alla lingua italiana canzonette di discinte pop star, un settore della traduzione ancora poco frequentato dai linguisti.


Ad esempio, se fossero nate in Italia, quelle due principesse sul pisello di Shakira e Rihanna, anziché I can't remeber to forget you, farebbero twerking intonando le seguenti parole:

(Parte di Shakira)
Lascio un biglietto
Sul tuo lato del letto
Ho sbagliato, lo so
Un'altra volta no
Faccio sempre così
Quando sbagli tu
Non ci penso più su
Cancello tutto

Ma non mi pento!
Al mondo, sai
Non c'è nessu-
No
Co-
Me sei tu
(Eccoci qua)

RIT

Sei dentro me, sai
Sei dentro me, sai
Dove
Vai tu,
Ti seguo
Ti seguo
Ti seguo
Oh
Oh oh ooh oh oh
Oh oh ooh oh oh
Non mi ricordo di scordarti
Oh oh ooh oh oh
Oh oh ooh oh oh
Anche se so che dovrei dirti addio
Però se guardi me
Ricordo solo che
Ci baciavamo al chiar di luna...
Oh oh ooh oh oh
Oh oh ooh oh oh
Non mi ricordo di scordarti
Non mi ricordo di scordarti

(parte di Rihanna)
Ritorno al tuo letto,
Che sia maledetto!
Ho giurato, lo so
Un'altra volta no
Non lasciare all'oblio
quello che dico io
Ciò che non ti va giù
cancelli tutto

Ma non mi pento!
Non sono stata così sce-
Ma
Mai
Fin-
Ora
(Eccoci qua)

RIT

Che rubi o che uccida lo voglio con me,
Farei ogni cosa per lui
Darei via mia madre per stringerlo a me, sai,
Farei ogni cosa per lui (x2)

RIT

Oh oh ooh oh oh
Oh oh ooh oh oh
Non mi ricordo di scordarti
Non mi ricordo di scordarti

Dio solo sa perché mi trastulli in simili attività, ma di alcuni versi - concedetemelo - sono piuttosto fiero: "Darei via mia madre per stringerlo a me" è il mio preferito. In più questo hobby mi ha portato a riconsiderare l'utilità di paroline come "sai."
Ora che ci penso questo problema mentale credo di averlo ormai da parecchio, perché già durante il liceo avvertii l'inspiegabile urgenza di tradurre la sigla di Heidi in latino ("Heidi, Heidi, tuus nidus in montibus/ Heidi, Heidi, capellae salutem tibi dicunt / Mehercules, hic mundus amoenus est! / Heidi, Heidi... paupera! Parvula! Cum tanto magno corde!")
Una che ha sempre incoraggiato le mie velleità cantautorali è stata la mia amica Anny, collaboratrice nella composizione di numerose ballate goliardiche. Presa dall'entusiasmo del mio innecessario remake italiano di Dark Horse di Katy Perry ("Sai che giochi con il fuoco?/ Ti farai bruciare oppure no?/ Lo scoprirai solo se osi/ Perché come un'onda ti travolgerò..."), si è affrettata a commissionarmi un rifacimento del più lagnoso successo di Lana Del Rey,  Summertime Sadness.


Un bacio prima di andar via,
Malinconica stagione
Sono certa che tu sia
sempre stata la migliore.


Vesto col rosso delle mignotte,
Ballo sola al buio di questa notte.
I miei capelli belli da regina del ballo...
Via questi tacchi - sì, mi sento uno sballo!


Oh
mio Dio
Lo sento attorno a me
Il filo del
Tele-
Fono da sciogliere
Cuore sì, il fuo-
Co brucia ogni cosa
Ma paura non ne ho!


Un bacio prima di andar via,
Malinconica stagione.
Sono certa che tu sia
Sempre stata la migliore.


Sento la depressio, depressione estiva
Ho la depressio, depressione estiva,
Ho la depressio, depressione estiva
ah, ah-ah, ah, ah
...


Come vedete questo lavoro è ancora incompleto e da rivedere in più punti. Ma parallelamente sto mettendo mani anche una parodia della stessa canzone, tutta incentrata sulla piaga universitaria della sessione estiva. Cosa non si fa pur di non studiare.

Wish me good luck before I go,
Summertime session.
I just wanna you to know,
that, mommy, I'll do my best.
[...]
I've got the summertime, summertime session.
Got the summertime, summertime session...
Ah, ah-ah, ah, ah


Sì, lo so cosa state pensando...
E' meglio che torni di corsa alla mia torre e ci dia dentro con lo studio. Farò il possibile per rimanere concentrato, anche se... (coro lirico) quando sembra che... non succeda più, ti riporta via... come la marea... la voglia di cazzeggiar!

giovedì 5 giugno 2014

Cornuta e contenta

So che è sbagliato, so che tutti ne hanno sparlato, ma io dovevo proprio vederla
Angelina Jolie con due etti di corna in testa...
Non so da dove venga, questa mania di rimodernare fiabe già belle così come sono. Credo da uno strano miscuglio di nostalgia e gigioneria. Questa volta tocca a La Bella Addormentata, storia tra le più amate, interpretata a seconda dei casi come un'allegoria del ciclo delle stagioni o come metafora del conseguimento della maturità sessuale femminile (la puntura dell'ago rappresenterebbe il menarca), anche se a me tutta questa insistenza sul fuso degli arcolai fa pensare che possa essere stata anche una specie di pubblicità progresso medievale contro i pericoli del tetano.
Di questa biografia inedita di Malefica, la stilosissima strega cornuta, si è detto così tanto e se n'è parlato così male che tutto sommato mi aspettavo di peggio. Il film è di gran lunga migliorabile, ma ho trovato interessanti alcune intuizioni, come le origini "naturalistiche" di Malefica nei panni di fata protettrice della brughiera. La "benefica" baby-Malefica (per quanto sia già parecchio inquietante con quelle ali giganti e le corna da caprone) vive a stretto contatto con la terra, in un mondo ancestrale e panteistico. La sua graduale trasformazione in "cattiva" ricorda un po' la diffamazione subita dagli dèi pagani nel processo di cristianizzazione della società: per la regola secondo cui le divinità dei popoli vinti tendono sempre a diventare diavoli per i vincitori, la splendente Diana, ad esempio, da dea della caccia e dei boschi, è divenuta la protettrice delle streghe, che, a loro volta, non sono altro che le giovani sacerdotesse pagane trasformate in vecchie megere. Allo stesso modo le corna, considerate simbolo di fertilità, sono passate a cingere la testa del Diavolo, la cui figura è in tutto e per tutto modellata su quella di dèi campestri e "bestiali" come Pan/Fauno, che il Cristianesimo si è affrettato a demonizzare proprio perché incarnavano la forza incontrollabile della natura. Questa velata contrapposizione tra anarchia pagana e rigore cristiano, per quanto assente nella storia che tutti conosciamo, sembra adattarcisi benissimo se consideriamo che il primo atto malvagio di Malefica è rovinare una festa di battesimo!
Non mi spiego, però, perché chiamarla Malefica anche quando è ancora una fata buona. Non sarebbe stato più opportuno un cambio di nome, un po' come l'angelo Lucifero, che a partire dalla sua caduta è noto come Satana?

Non so cos'avessero in mente quelli della Disney, ma quando Angelina ha spiegato le
ali ho pensato con un brivido al terrificante Lucifero di Franz von Stuck e alle incisioni
di Gustave Doré per il Paradiso perduto.
 
Sedotta, abbandonata e tradita da quella che credeva il suo principe azzurro (le corna le aveva già da prima, però), la fata incattivita si vendica gettando una terribile maledizione sulla piccola Aurora. E fin qui, più o meno rimaniamo sui binari della storia. Senonché Malefica si rivela ben presto una cattiva poco convinta, divisa tra sete di vendetta e rimorso. Un'antagonista voyeurista, che spia l'innocente principessa in attesa che si compia il maleficio ma non si azzarda a torcerle un capello. In altre parole, prende tempo. La ragazza, intanto, vive inconsapevolmente una specie di Truman Show, giostrato da Malefica, che, come un qualsiasi spettatore di Sky, mette "in pausa" Aurora quando vuole, la riprogramma, alterando a piacere il suo ritmo sonno-veglia, finché - sorprendentemente - il suo rancore comincia a sbollire e si fa strada un'insospettabile simpatia per la "bestiolina"...
Insomma, anche senza badare alle corna e alle ali, risulta chiaro che questa Malefica è un personaggio ibrido e complesso. Solo di tanto in tanto balugina il sarcasmo del suo corrispettivo animato. Rispetto al film del 1959, infatti, la Malefica impersonata da Angelina Jolie è molto più istintiva. E' sì crudele, ma come può esserlo un bambino o Madre Natura, per tanto è tutt'altro che incapace di amare.
L'interpretazione della Jolie, quasi inutile dirlo, è magnifica: si sarebbe potuto fare a meno di un bel po' di battute patetiche e della voce narrante, e lasciar parlare solo il suo volto ossuto.
A quanto sembra, comunque, il cachet della signora Pitt sarà stato talmente esorbitante da non permettere di ingaggiare alcun altro attore decente. Elle Fanning è un'addormentata non poi così bella e le doti recitative di attrici di prestigio come Imelda Staunton non riescono a distrarre dal fatto che il ruolo delle Fate Madrine non abbia granché senso in questa riscrittura della storia, visto che non si capisce nemmeno da che parte giochino.
A proposito di fate, personalmente avrei falciato senza pietà tutto quel brulicante sottobosco di folletti deformi, mostri vegetali, elfi alieni e tutti gli altri rimasugli di Avatar e Il Signore degli Anelli. Gli scenari virtuali hanno fatto il loro tempo: non se ne può più. E la cosa peggiore è che tutto questo guazzabuglio di pixel è associato a scene incantevoli che sembrano incise da Gustave Doré (le vedute aeree di Malefica in volo) o ancora dipinte da un preraffaelita (specie le sequenze più cupe, come quelle in cui la strega vaga sola e ferita per i campi, o ancora quando Aurora sgonnella per prati e boschi.) Insomma, per la prossima volta, meno 3D e più John William Waterhouse!

Un'Ofelia di John William Waterhouse. Quando si tratta di dipinge fanciulle che
vagabondano sconsolate per le selve, a Waterhouse non lo batte nessuno.

Maleficent è un film che lascia perplessi. Tutto ciò che possiamo fare è tenere bene a mente che non si tratta de La Bella Addormentata, ma di un'altra fiaba, indipendente dall'originale. Ammesso che ci sia un'originale, visto il passaggio da un anonimo francese a Basile, da Perrault a Grimm, da Tchaikovsky a Walt Disney, con variazioni spesso scioccanti.
In questa fiaba la morale ruota intorno alla fiducia, e re e principi azzurri fanno una magra figura, tutto a vantaggio della solidarietà tra donne. Assistiamo ancora una volta ad una rivalsa contro la matrice certamente patriarcale delle folk-tales, un processo di revisione femminista della fiaba già cominciato negli anni Settanta da Angela Carter e recentemente ripreso sempre più spesso al cinema (basti pensare al finale di Frozen.)
In attesa di sentire la vostra e capire io stesso se debba ritenerlo o no un film da ricordare, ci dormo su, ascoltando la cover di Once upon a dream di Lana del Rey, che con la sua voce velenosa culla gli spettatori rimasti seduti a guardar scorrere i titoli di coda e li trascina dolcemente in sogni al cloroformio...
 

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