mercoledì 4 luglio 2012

Quattro famiglie inglesi per Raffy (episodio #1)

E' arrivata la stagione calda e mi sento nostalgico: ripenso con commozione alle mie estati felici nella Vecchia Cara Inghilterra, quando ero ancora un giovane e innocente liceale in cerca di avventure. Come dimenticare il cielo inglese, grigio e imbronciato, ma così vicino alla terra e così carico di quella misteriosa, pulsante magia? O i quartieri residenziali con le ortensie rosa, lilla e azzurre che esplodono oltre i cancelli delle villette in mattoncini rossi? Ma soprattutto come dimenticare Portsmouth (o, come la chiamo io, Zmuff) e le quattro famiglie zmuffiane che hanno avuto l'onore di ospitarmi?
Sì, ho trascorso un mese all'anno (per un totale di quattro) nella città natale di Dickens, e infatti ho cambiato più famiglie di Oliver Twist. I miei stessi host-parents mi hanno insignito del titolo di "esperto di famiglie inglesi". "You could write a book!" è una frase che mi sono sentito ripetere spesso, così ho deciso di seguire il suggerimento e raccontarvi TUTTO di loro, senza tralasciare alcun dettaglio orrorifico e scabroso.
Ho vissuto a stretto contatto con loro. Ho mangiato il cibo della loro tavola. Ho calpestato la loro moquette*. Ho valutato ognuno di loro in base a parametri scientifici quali simpatia, cucina, igiene, gusto estetico e bizzarria.
Sono quattro famiglie, ma una sola sarà la vincitrice.
Solo una di loro potrà portarsi a casa l'ambito cratere della vittoria e il titolo di Nuova Famiglia Reale d'Inghilterra.
Mi presento: il mio nome è Raffy,
e sono l'Esperto di Famiglie Inglesi!

(Fa' molto promo di un reality americano trasmesso su Real Time, vero? Ho imitato lo stile spocchioso de Il boss delle torte, con un tocco di adrenalina da Quattro matrimoni.)

In realtà sarete VOI a votare la vostra famiglia preferita tramite sondaggio, il primo nella storia de Il Tè. Insomma, sarete VOI i giudici del primo reality mai trasmesso su un blog: Quattro famiglie inglesi per Raffy!
Emozionati? Mai quanto me!
Ma iniziamo subito con le presentazioni: ecco a voi i Thebuckle (i cognomi di tutte le famiglie sono stati storpiati in modo caricaturale.)

Vista la sua ossessione per Star Wars, questo zerbino yodato è
una perfetta idea regalo per il signor Thebuckle. Che la forza
sia con lui (e con il suo spirito).
I Thebuckle (pr. come il francese débâcle) sono la prima famiglia ad avermi accolto, tremante e appena quindicenne, in suolo inglese e non devono essere stati così male se poi ho deciso di ritornarnci!
Certo, il primo impatto è stato traumatico, ma col passare del tempo mi sono abituato alla moquette viola (con sopra i personaggi di Winnie the Pooh) della mia claustrofobica camera e ai bottiglioni di succo d'arancia abbondantemente diluito.
Ma chi sono i Thebuckle?
La signora Thebuckle, per gli amici Jenny, con il suo volto rubizzo, il sorriso da scoiattolo e i capelli biondi e alla spina, non può che suscitare simpatia. La sua vita è frenetica: ventiquattr'ore su ventiquattro arenata (con la sua consistente mole) sul divano a sferruzzare e a guardare il Big Brother.
Io e Jenny abbiamo legato quasi subito, mentre c'è voluto un po' più di tempo per conquistare l'uomo di casa, Ewan (i padri sono sempre difficili), ma, dopo qualche giorno di timidi monosillabi, ci siamo ritrovati a conversare amabilmente di cioccolato extra-fondente e del traffico di droga in Colombia, come se ci conoscessimo da anni.
Una costante in quasi tutte le famiglie inglesi è il binomio marito in forma e moglie informe: in quasi tutte le mie host-families i padri sono tutti dei bei pezzi d'uomini (DILF, in gergo), mentre le madri sono spesso delle Veneri... di Willendorf, però. Questo è un bizzarro fenomeno che sto ancora studiando.
Tornando a noi, il terzo e ultimo componente della famiglia è la mia host-sister Judy, mia coetanea o giù di lì, bionda e un po' vanesia, così entusiasta del suo vestito nuovo da indossarlo per una cena qualunque nel giardino di casa sua (mia madre le avrebbe detto qualcosa che in italiano standard suonerebbe come "sei una chiocciola! Tutto quello che hai te lo metti addosso!").
Un giorno il signor Thebuckle porta me e Judy a vedere Pirati dei Caraibi - il forziere fantasma (all'epoca non ci capii una benemerita, perciò ebbi due ore buone per innamorarmi perdutamente di Keira Knightley). Tornando a casa, strada facendo capto qualche brandello di conversazione fra padre e figlia e ben presto realizzo che stanno parlando di me: sicuro di non essere capito, Ewan osserva con Judy che il giallo, secondo lui, è un colore un po' gay (era l'età d'oro delle Converse e io ne portavo un paio giallo splendente). A quel punto mi volto verso di lui e borbotto qualcosa come: "Senti chi parla! 'Il giallo è un colore un po' gay' disse l'uomo che sfoggiava una t-shirt rosa confetto!"
Chiaramente il dibattito sull'orientamento sessuale dei colori è finito lì, all'acqua di rose, con le fragorose risate di Ewan. Ma avrei potuto continuare, volendo: non sono esattamente un taglialegna quanto a virilità, ma sentirmi dare della femminuccia da un uomo che nelle ultime due settimane non ha fatto altro che canticchiare Nelly Furtado con la figlia...!
She's a Maneater... na na na na na! ♫
Quello che non potrò mai dimenticare dei Thebuckle, però, è la parete delle scale, quella tappezzata di fotografie incorniciate. Sì, perchè anche gli inglesi, come gli americani, sono ossessionati dai servizi fotografici di famiglia. Uno scatto in particolare mi è rimasto nel cuore, ed è un romantico ritratto coniugale: su un squallido fondale traslucido color pervinca il signor Thebuckle punta i suoi occhi azzurri verso lo spettatore, con accanto, raggiante, sua moglie Jenny. Fin qui, nulla di strano, se non fosse che quando dico accanto, intendo da entrambi i lati: il fotografo, in uno slancio di virtuosismo (probabilmente aveva appena scaricato Photoshop e non vedeva l'ora di usarlo) ha duplicato la signora Thebuckle (che di per sè è già un bell'ingombro), ponendola alla destra e alla sinistra del marito. Dovreste proprio vederla, questa foto, per capirne la comicità: nel bel mezzo dei due sfavillanti sorrisi gemelli di Jenny, il sorriso tirato di Ewan, che sembra dire: "Ma una non bastava?"

Odori molesti, mamme in minigonne mozzafiato e tanti altri aneddoti d'ordinaria follia vi aspettano nella prossima puntata di... Quattro famiglie inglesi per Raffy! (Vai col jingle: ♪ We are family! I got all my sisters with me! ♫)
Non perdete la seconda, pazza famiglia: gli Stalker

* una casa inglese richiede per la sua costruzione essenzialmente due materiali: moquette e legno scricchiolante. Il fascino dell'abitazione britannica consiste infatti nell'apparente instabilità e nell'inconsistenza. La casa inglese non è ferma e salda come le monotone, marmoree case italiane, ma ondeggia: salire una rampa di scale, in Inghilterra, significa comporre una sinfonia di scricchiolii lignei. Non so quanto vi sia familiare la sensazione, ma è un po' come salire sul ponte di un vascello pirata nel bel mezzo di una tempesta, col rischio di ricadere giù dalla stiva da un momento all'altro.

giovedì 28 giugno 2012

Pubblicità insopportabili #8 - Provaci e sei morto

Dopo aver cantato le nobili gesta della biondissima Daphne di Dior Addict a Saint Tropez, oggi passiamo ad altri tipi da spiaggia che spero di non incontrare mai nella vita, inclusa l'onnipresente Lidia di Amici. Non so voi, ma io non ne posso più di questi allupati che ballano il tuca tuca infilzandosi le carni nude con le dita.


Cos'è questo tocca tocca generale da cui neanche i bambini innocenti sono esenti? Ma solo io provo un incommensurabile fastidio ad essere toccato da estranei? Per altro da estranei sudaticci e dai costumi orrendi (vogliamo parlare dei costumi etno-shock delle ragazze? Ma dove li avete pescati? Avete fatto a pezzi un poncho peruviano?)
La Vodafone in questo spot ha messo in scena la mia idea di inferno: un girone di dannati che ballano al ritmo della Carrà, ignara complice di questa ebete euforia da villaggio vacanze. Se qualche mio vicino d'ombrellone osasse toccare me a quel modo non so come reagirei...
Probabilmente terrei a freno gli isterismi finchè possibile e aspetterei il momento giusto per investirli col mio pedalò.
Unica eroina della situazione è la signora che getta una secchiata d'acqua (spero bollente) addosso al postino molesto che ha scambiato il suo citofono per una macchina da scrivere. Se si azzardasse a farlo a me, sarebbe meglio per lui che non si tratti di posta da firmare.
Che poi ultimamente quella delle dita è un'ossessione! La televisione ormai è invasa da dita appiccicaticce. E' l'era del digitale, nel senso stretto del termine. Un tempo era tutto un ondeggiare di tette al vento (fa eccezione solo la Mediaset, che potrebbe trasmettere anche solo tette al vento), mentre ora è un continuo sfregare di dita d'appertutto: Smart-Phone, I-Phone, I-Pod, I-Pad...
Ma c'è qualcuno che ha ancora le impronte digitali? Ci sarà oramai un polpastrello che non sia liscio come un sasso di fiume?
Ci sono tanti altri possibili usi per le dita, dico io! Perchè non usarle per fare il solletico alla presa della corrente? Tanto per cambiare? Un po' di creatività, diamine!
A volte vorrei avere un televisore touch-screen per cambiare canale a suon di ceffoni.


Un altro tizio che non vorrei mai ritrovarmi davanti è il bibitaro della Coca-Cola Zero. Quel criminale che ha rifilato della Coca-Cola senza zucchero all'ignara clientela di un cinema milanese spacciandola per Coca-Cola normale. Il bello è che quando il lestofante confessa il suo orrendo crimine il pubblico se la ride allegramente.
IO TI DENUNCIO! Io ti trascino in tribunale, HAI CAPITO?!
Questa è la reazione giusta. Io avrei reagito così. Tu non puoi, non puoi vendermi qualcosa che non ti ho chiesto! Io ho pagato per una maledetta, insalubre Coca-Cola zuccheratissima e tu non puoi darmene una fasulla e piena di chissà quali sostanze ancora più insalubri e dolcificanti artificiali! Hai capito?! SEI UN CRIMINALE! E' questo che sei! Sì, proprio tu, con quelle faccette e quella vocina da bimbo birichino che ha fatto una puzzetta in ascensore!


Ho già avuto modo in passato di inveire contro la scroccona che importunava puntualmente Andrew Howe. Fortunatamente non si vede più in giro, ma al suo posto ora c'è un'intera squadra di parassiti che sta seminando il panico. La tecnica è sempre la stessa: studiano la vittima da lontano, mimetizzandosi con la vegetazione, poi partono all'attacco fingendo un malore e ti sgraffignano sotto il naso i biscotti. Le loro avanzate tecniche recitative li rendono dei predatori micidiali... altro che metodo Stanislavskij!
Nessuno è al sicuro. Men che meno io e i miei compagni intolleranti al lattosio, visto che queste sinistre creature si cibano soprattutto di dolci Misura, rigorosamente lattoprivi.
Ma non me la faranno. Non si porteranno via i miei biscotti e i miei croissant Misura. Devono solo provarci...
La stagione della caccia agli scrocconi è cominciata, ragazzi: vado a caricare il fucile. Mi farò un beauty-case di pelle umana da far schiattare d'invidia Lady Gaga.

Ma quanti casting avranno fatto per trovare una faccia del genere?
Cavolo, reagisci! Lotta per i tuoi biscotti lattoprivi!
(Non riesco a non guardare questa faccia per più di due secondi senza scoppiare a ridere. Vi prego, aiutatemi.) 

lunedì 25 giugno 2012

Pubblicità insopportabli #7 - Cattivissimo me

Tesoro, ti prego, torna a nasconderti dietro quel paravento animalier.
Oggi sono un centrifugato di malvagità. Kattivia non manca mai nel mio frigo, ma oggi ho il dente più avvelenato del solito. Come liberare tutto questo accumulo di energia negativa? Feng shui? Tai-chi?
Magari un'altra volta... oggi ho deciso che distribuirò cattiverie gratuite a chi voglio io, cioè ai personaggi che popolano gli spot più irritanti in circolazione. Vi chiederete, dov'è la novità?
Be', mentre nei precedenti episodi di Pubblicità insopportabili mi sono sempre sforzato di fare critiche costruttive (e qui parte la risata registrata), oggi sarò estremamente distruttivo e politicamente scorretto. Detto questo invito vivamente gestanti, bambini, anziani, deboli di cuore o di stomaco e persone particolarmente sensibili o permalose a non proseguire nella lettura.


La mia vittima sacrificale di oggi è Daphne Groeneveld, la modella olandese che ha prestato il suo volto (e glielo restituiamo volentieri) allo spot del profumo Dior Addict. So che in molti l'hanno pensato, ma io mi faccio coraggio e lo scrivo nero su bianco:  più che la testimonial di Dior, sarebbe più indicata come attrice di horror, o quanto meno dovrebbe accontentarsi di pubblicizzare Alien di Thierry Mugler, prodotto molto più adatto a lei. Certo, so che la bellezza è un concetto relativo e immagino che al mondo ci sia gente che sappia apprezzare le bellezze extra-terrestri (non so come, ma è ottava nella classica delle super top model del momento!), però, andiamo... ha i tratti fisionomici di un pesce tropicale, diamine!
Il viso sembra stato lasciato a metà in piena fase d'assemblaggio. Nell'intento del regista, Daphne dovrebbe rappresentare una novella Brigitte Bardot, ma più che altro è identica a Susanna Tuttapanna, la bambina tutta-sorriso del formaggino. Una Susanna Tuttapanna cresciuta e sensibilmente dimagrita, che si diverte a troieggiare a ritmo in un bar malfamato di Saint Tropez (scusate il linguaggio duro, ma qualcuno deve pur dire le cose come stanno a questo mondo).
A proposito di ritmo, la colonna sonora... I love you, Ono degli Stereo Total.
Per carità, canzone carina, orecchiabile, vagamente nonsense, estiva... ma, amore-mio-bella-di-papà, non credi di aver marinato un po' troppe lezioni di canto? Quando grida "Fame!" è davvero lei che canta o è lo strillo di un gabbiano inserito come elemento naturalistico, visto che siamo in località balneare?

Per il momento ho saziato la mia sete di sangue, ma le Pubblicità insopportabili torneranno presto (è una minaccia). Intanto... pitupitum pa!

giovedì 21 giugno 2012

"Intorno al mondo con zia Mame" di Patrick Dennis

Intorno al mondo con Zia Mame,
di Patrick Dennis, Adelphi, 349 pg.,
19.50 €
Quest'anno in vacanza ci sono andato con la mia cara zietta vedova. No, non pensate ad un interminabile pellegrinaggio a Lourdes a bordo di un pullman puzzolente, con innumerevoli soste all'autogrill per "motivi idraulici"...
Intorno al mondo con zia Mame di Patrick Dennis è un biglietto di andata e (purtroppo) ritorno per un rocambolesco giro del mondo in compagnia della zia più divertente d'America.
Ma prima di affrettarvi a fare le valigie, è bene fare le dovute presentazioni: Intorno al mondo è il midquel di Zia Mame, best-seller internazionale pubblicato per la prima volta in Italia nel lontano 1958 e tornato alla ribalta grazie allo stile fresco, ironico e assolutamente contemporaneo di Patrick Dennis, al secolo Edward Everett Tanner III.
In questo primo romanzo facciamo la conoscenza della "Mary Poppins a stelle e strisce", decisamente superiore alla concorrente britannica: se Mary ci ha insegnato che basta un poco di zucchero e la pillola va giù, Mame ci svela tutti i segreti per preparare il drink perfetto.
Dopo la morte del padre, il piccolo Patrick viene affidato alle cure dell'eccentrica, eclettica, esuberante zia Mame, unica, ma ogni volta diversa: un giorno geisha giapponese, l'indomani sfavillante diva del muto, e il giorno dopo ancora impavida amazzone o scrittrice ispirata. Da questo momento in poi, la vita di Patrick sarà uno sfrenato balletto tra ricevimenti mondani, disastri finanziari, vernissage e scuole avanguardiste, amori e missioni di salvataggio: un entusiasmante viaggio a cavallo tra i ruggenti anni Venti e i caleidoscopici anni Sessanta.

No, non è un nuovo personaggio di Virginia Raffaele. E' Rosalind Russell nei
panni della briosa Mame nel film (La signora mia zia) e nella pièce teatrale
ispirati al romanzo. Angela Lansbury (aka Jessica Fletcher), invece, è stata la

protagonista del musical Mame.
In Intorno al mondo ritroviamo zia Mame in versione vacanziera, ma anche questa volta il relax non è incluso nel pacchetto: il menu du jour prevede, di volta in volta, flirt estivi, balli folkloristici, fughe in gondola e persino complotti nazisti. Tra i momenti più esilaranti, il soggiorno in Inghiterra, dove Mame farà carte false pur d'inserirsi nei circoli aristocratici della vecchia Madrepatria, e il periodo "rosso", trascorso col riottoso nipote in una comune agricola sperduta nelle solitudini della Georgia sovietica (originariamente questo capitolo fu censurato: erano gli anni del Maccartismo). Per quanto non manchino i déjà vu (Mame è una calamita per truffatori, cacciatori di dote e manigoldi di ogni tipo), anche questa volta la vulcanica zietta fa colpo sul lettore.
Ammaliante, civettuola, teatrale, sempre à la page, amante dei travestimenti e piena di risorse, ma spesso anche adorabilmente ingenua e volubile, è la zia che chiunque vorrebbe avere a rallegrare le catatoniche riunioni di famiglia: una raffinata signora che indossa cappellini, boa di piume di struzzo e manicotti, fuma sigarette con chilometrici bocchini, carbura a champagne, chiama chiunque "tesoro" e non riesce a dire alcunché senza usare un francesismo ogni due parole. A metà strada tra una drag queen e Holly Golightley. Sfido chiunque a non adorarla.
Persino il nome esprime la sua esuberanza: "Mame" sa di materno e amorevole, ma suona anche come un'esclamazione (sarà perchè fa rima con Fame...?) di entusiasmo, di rimprovero o di terrore, a seconda dei casi.
Qualcuno ha definito i personaggi di Patrick Dennis "delle chiassose macchiette bidimensionali", e non senza ragione, ma il loro successo non è certo dovuto alla caratterizzazione psicologica, quanto piuttosto alle avventure al limite del paradosso e alla disarmante ironia. 
Ma ora vi lascio: vado a preparare i documenti per l'adozione. I miei capiranno.

In quanto a bizzarrie, l'autore non ha nulla da invidiare alla sua eroina. Patrick
Dennis (pseudonimo di Edward Everett Tanner III) ha fatto i lavori più impensabili:
dallo scrittore di best-seller al conducente di ambulanze, finanche il maggiordomo.
Amava spogliarsi in pubbico ed era molto affezionato a Prince, il cane di porcellana

regalatogli dalla moglie: "Prince è nettamente superiore ad un
animale domestico vivente. Ci dà tutti i piaceri di un cane reale, senza dovergli dare
da mangiare o portarlo a spasso per l'isolato". Fu anche molto infelice: tentò
più volte il suicidio per le delusioni d'amore e per l'omosessualità a lungo repressa.

lunedì 18 giugno 2012

Frulla-tè: la bevanda che mi ha cambiato la vita

Come dice sempre la mia amica Fiona May, "quando fa caldo, è difiiicile fare colazione..."
E come darle torto? Ci vuole una soluzione fresca e veloce per iniziare con brio la giornata! Che non sia Kinder Fetta al Latte, ovviamente, visto che, con l'intolleranza al lattosio che mi ritrovo, mi basta guardare anche solo una mucca in televisione per piegarmi in due dal mal di pancia.
Ultimamente, grazie alla mia amica Anny, ho scoperto un fantastico negozio di tè a Bari, che ho già provveduto a razziare. Si tratta di un franchising, perciò lo trovate praticamente dappertutto, basta cercare il punto vendita più vicino sul sito ufficiale di Peter's Tea House (non ricevo alcun compenso per questa pubblicità, ma se proprio dovessero insistere...)
Mentre uscivo soddisfatto dal negozio con il mio ottimo tè nero in foglia aromatizzato con pezzetti di ananas e mango e il mio rinfrescante tè verde con scorzette di limone e zenzero, ho pensato: e adesso che ci faccio con quella tristissima confezione di bustine di tè al limone che ho a casa, di qualità tutt'altro che eccelsa?
Il dilemma mi stava uccidendo, ma poi la soluzione è arrivata dalla pagina facebook del sopracitato negozio (piena di ottimi consigli): il frullato di tè. Fresco, sano, nutriente, energizzante, leggero... ma soprattutto senza SUCCO DI MUCCA!
E' nata così la mia ossessione per il Frulla-tè, l'ideale per la colazione estiva.
Commosso quasi fino alle lacrime da questa sensazionale scoperta, ho pensato di proporvi qualche mia personale (e semplicissima) rielaborazione della ricetta:


Vi chiedo scusa per aver inserito la Preparazione, visto che è demenziale, ma dovevo pur riempire la scheda!
Se siete incerti su come abbinare i vari tipi di frutta, vi suggerisco di prendere spunto dai succhi in commercio (tra i miei preferiti pesca&mango e ananas&melissa), ma non fidatevi ciecamente: qualche tempo fa un distributore automatico mi ha sputato per sbaglio un orrendo succo alla pesca e all'arancia che mi ha quasi fatto cascare la lingua dal disgusto.
Il Frulla-tè Aurora, invece, è un drink energetico dal sapore rassicurante ma deciso, a tratti lievemente acidulo, che (*) potete bere così com'è o addolcirlo con zucchero o (perchè no?) con un cucchiaino di marmellata di albicocche o di pesche, da frullare con tutto il resto. Per renderlo ancora più "aurorale" basta aggiungere il rosso intenso dell'anguria e il viola della susina (li ho esclusi dalla ricetta perchè sono ancora fuori stagione).
Con due colpi di mixer potrete gustarvi non solo un concentrato di pura luce del mattino, ma percorrere un viaggio sensoriale lungo un sorso (la poesia su questo blog si spreca): dalla Cina, culla del tè e primo pescheto del mondo, alla Persia e all'Armenia, dove le albicocche vengono coltivate da tempo immemorabile. I souvenir di questo viaggio? La pesca, considerata dai cinesi simbolo di immortalità, e l'albicocca vi offriranno generosamente le loro riserve di vitamina C (che non basta mai), A (migliore amica della nostra pelle, delle nostre ossa e dei nostri denti, nonchè alleata preziosa contro gli agenti inquinanti) e Potassio, un valido aiuto per compensare le perdite di sali minerali dovute all'abbondante sudorazione estiva. Il tè nero, inoltre, conquista sia il cuore che la mente: previene le malattie cardiovascolari e, grazie alla teina, presente in quantità maggiore rispetto al tè verde, favorisce immediatamente la concentrazione e la lucidità mentale, il che non guasta in tempo di sessioni d'esame (in questo momento, per esempio, dovrei studiare anzichè giocare al dietologo di 'sta cippa).


La mela è il frutto più promiscuo: se la fa con tutti senza problemi. Qualche giorno fa mi sono preparato un delizioso Frulla-tè alla mela aromatizzato con gelsi bianchi, frutti tanto dolci e profumati quanto facilmente deperibili e perciò, sfortunatamente, difficili da trovare ("E' un frutto che non ha commercio" ha dichiarato con amarezza mia madre). Ben più reperibile è invece il kiwi, una bomba di vitamina C, anch'esso nato, come pure la mela, in Cina (la Macedonia porta chiaramente un nome che non le spetta). Il Frulla-tè Chartreuse è una bevanda corroborante, zuccherina ma dissetante, e soprattutto ha un nome volutamente pretenzioso con cui potrete riempirvi la bocca davanti ai vostri amici.
Di boiate per oggi ne ho scritte anche troppe... mi aspetta un nuovo esperimento: Frulla-tè con mela e melone Cantalupo (ipocalorico e diuretico). Non ho ancora trovato un nome abbastanza posh per questa variante... qualche suggerimento?

Aggiornamento (19/06/12)


Esperimento riuscito! La mia famiglia ha decretato il Frulla-Tè Svadhisthana come il più gustoso, tutto merito dell'inebriante profumo del melone Cantalupo. Che ne dite del nome? Al termine di un pomeriggio di estenuanti ricerche, dopo aver consultato i maggiori esperti mondiali, sono riuscito a trovare un nome sufficientemente pretenzioso: il melone Cantalupo è arancione, è asiatico (viene dell'India e dalla Cina, tanto per cambiare) e gli antichi lo associavano alla fertilità (per via della miriade di semi che contiene), perciò ho chiamato quest'ultima ricetta Svadhisthana, come il chakra arancione della fecondità (anche se mi hanno già fatto notare che sa molto di badante dell'est europeo). Non so bene per quanto tempo riuscirò a ricordarmelo...

giovedì 14 giugno 2012

"Coco avant Chanel": tessere col filo del proprio destino

Martedì sera ho tradito il mio grande amore: ho preferito i Filmissimi di Rete Quattro alle frivolezze di Real Time. Ne è valsa la pena, però: non ho resistito a Coco avant Chanel, che mi ero malauguratamente perso al cinema.
Il titolo già avverte: siamo lontani dalla Coco Chanel stilista di successo, col suo collier di perle e il tailleur in tweed bianco e nero. Chi, d'altronde, non conosce i suoi trionfi e le sue geniali intuizioni? Cos'altro aggiungere della mai dimenticata Chanel stilista? L'inventrice del tubino (l'indispensabile petit robe noire), della tracolla matelassée e dello stile à la garçonne? La costumista della società moderna? Colei che ha abilmente ricucito l'immagine donna, restituendole libertà e dinamismo, strappandole di dosso ogni orpello e costrizione, per risalire all'essenza androgina dell'eleganza?
In Coco avant Chanel si scostano i veli della fama per conoscere la donna dietro il mito. Nelle primissime scene la vediamo nelle vesti mortificanti di un'orfanella abbadonata dal padre, ma le trame oscure della sua giovinezza dickensiana cominciano già a intrecciarsi con l'ordito del suo genio. Solo partendo dalla sua vita, straordinaria e malinconica, si può comprendere come Chanel abbia confezionato le sue creazioni riprendendo direttamente le fila del suo destino. Ogni esperienza, ogni incontro, ogni viaggio si è unito in un armonico patchwork: le ignare suore dell'orfanotrofio le hanno ispirato l'amore per il rigore estetico e per il bianco e il nero, i guardaroba dei suoi amanti le hanno concesso generosamente abiti maschili da tagliuzzare e adattare al proprio corpo, e i pescatori inglesi, con le loro pratiche tute di jersey, hanno avvalorato ai suoi occhi la possibilità di un connubio tra comodità e fascino, quotidianità ed eleganza.
Sagace la scelta di soffermarsi sul periodo "oscuro", i suoi anni giovanili, in modo da ricostruire fibra per fibra l'intrico di una simile personalità: lo sguardo tenebroso e ardente di un'ispirata Audrey Tatou da espressione all'orgoglio, alla fierezza, alla fragilità e alla brama di indipendenza di Gabrielle Chanel, che, lasciato il tetro collegio, passa alle sartorie e ai caffè concerto, dove si esibisce cantando probabilmente le più brutte canzoni mai scritte in lingua francese (ascoltare per credere), come Qui q'a vu Coco, a cui deve il vezzoso soprannome. Quasi tutta la pellicola, però, si allarga lungo i sei anni di dorata prigionia trascorsi nella tenuta del suo primo amante, Balsan, dove vive come "una selvaggia rinchiusa in un castello", ostinata padrona di casa e ospite ectoplasmatica. Eterna amante e mai moglie.
Funestata da lutti e delusioni, la vita di Chanel ripropone un antico dilemma: si può essere straordinari e felici? Sembrerebbe di no, almeno per lei, che sconta talento e successo con la sofferenza...
Ma è vero anche il contario: è la sua arte e solo l'arte a ripagarla dal dolore, quell'arte che la porterà lontano, permettendole di abbattere ogni barriera, prima di tutte quella del tempo.
Splendida immagine-simbolo è la scena del ballo al casinò, che la vede danzare con l'amatissimo Boy. Spicca tra la folla in movimento con il suo sobrio abito nero, circondata da damine bianche e infiocchettate che volteggiano nel passato, mentre lei raggiunge per prima il futuro, a passo di valzer.

giovedì 7 giugno 2012

"Wildwood - I segreti del bosco proibito" del "Decemberist" Colin Meloy

Wildwood - I segreti del
bosco proibito
di Colin Meloy,
Salani, 534 pg., 14,30 €
I cantanti e i musicisti che si cimentano con la narrativa per l'infanzia non hanno avuto vita facile in passato: sono stati quasi sempre inseguiti da una folla inferocita di critici letterari, armati di affilatissime penne stilografiche (vedi alla voce Madonna). Non nascondo che mi sarei unito volentieri a loro in molti casi: da aspirante scrittorucolo quale sono, provo sempre una punta di fastidio per chi, da un giorno all'altro, s'improvvisa scrittore, specie se fa tutt'altro nella vita (per esempio, un certo fisico, autore di un romanzo che, per qualche oscuro motivo, ha vinto il Premio Strega, privandolo del suo prestigio, almeno ai miei occhi).
Diverso è il caso di Colin Meloy, leader della band folk-rock americana The Decemberists, già molto apprezzato per l'originalità dei suoi testi, ora anche autore di un best-seller internazionale, primo volume di quella che si prevede una fortunata trilogia: Wildwood - I segreti del bosco proibito.
Chi mi conosce sa bene che non sono un esperto di musica (guai se non ci fosse, ma non potrei dire che "vivo per lei"), perciò ad attirarmi non è certo stato il nome dell'autore (per me sconosciuto), quanto le meravigliose, incantevoli illustrazioni di sua moglie, Carson Ellis, disegnatrice affermata. Spiegatemi voi come si fa a rimanere impassibili di fronte a questo tenero tasso... Giuro che lo porterei io in risciò, per quant'è dolce. Pare che anche Meloy lo adori, visto che ha inserito nella storia il cameo del tasso-tassista solo per poter aggiungere questa illustrazione.
La cura quasi fiamminga dei dettagli è commovente, come pure l'accuratezza naturalistica, che riflette la nomenclatura rigorosa dell'autore in fatto di specie botaniche e animali.
Ma prima di passare alla trama, vi invito a guardare il book trailer che trovate quaggiù: vi dà una chiara idea del tratto poetico ed evocativo dell'illustratrice.
 

Il motore della vicenda è un classico: la missione di salvataggio. La quattordicenne Prue McKeel assiste al rapimento di suo fratello Mac, appena neonato, da parte di uno stormo di corvi. Con suo sommo orrore, scopre che i lugubri rapitori sono diretti verso la Landa Impenetrabile, un'immensa e temuta foresta alla perferia di Portland (Oregon), da cui nessuno è mai più ritornato. Prue, accompagnata dal suo compagno di scuola Curtis, non si tira indietro e parte alla volta della Landa, che scopre tutt'altro che Impenetrabile, almeno per lei. Inconsapevolmente i due protagonisti si ritroveranno in un mondo parallelo, pericoloso e pervaso di magia.
So già cosa state pensando: una bambina che scopre la via d'accesso ad un mondo fantastico popolato da animali parlanti, questa sì che è avanguardia letteraria! Dopo capolavori come Alice nel Paese delle MeraviglieLe Cronache di Narnia e Il mago di Oz ce n'era proprio bisogno?
Forse no, ma Meloy gioca bene le sue carte e, accostando in modo innovativo gli elementi della tradizione fantastica europea, riesce a confezionare un microcosmo originale e misterioso: dal borghese Bosco Sud, infestato dall'asfissiante edera della burocrazia, al vertiginoso Principato Aviario, dall'impervio Bosco Selvaggio al rurale e pacioso Bosco Nord. Innumerevoli i personaggi in cui Prue e Curtis si imbatteranno: soldati coyote che scorazzano per i boschi, uccelli impegnati in missioni diplomatiche e  banditi rudi e barbuti nascosti in agguato tra i cespugli, mentre una regina spodestata trama la sua vendetta.
I temi, universali e attuali: il difficile compito dei genitori (che qui perdono la loro aura di divina rettitudine morale per mostrarsi in tutta la loro umanità), il valore della libertà (negata dal governo fascistoide di Bosco Sud) unito a un vago pacifismo (in contrasto con le scene di guerra in cui l'autore spesso indulge), e, soprattutto, il rispetto della Natura (che interviene nel romanzo sia come forza distruttrice che come madre benevola).
In tutto questo, però, è impossibile non notare le lampanti analogie con la saga di Narnia: il primo incontro dell'occhialuto Curtis con l'ammaliante Governatrice Vedova ricorda un po' troppo quello di Edmund con la Strega Bianca ne Il leone, la strega e l'armadio. Ancora, la Governatrice viene evocata suonando una campana, così come ne Il nipote del mago è il suono di una campana a risvegliare la malvagia Jadis dal suo sonno incantato.
Malgrado questi déjà-vu, la trama è senza dubbio un punto di forza del romanzo. Non posso dare torto al mio adorato Lemony Snicket (autore della brillante, deliziosa, originalissima saga de Una serie di sfortunati eventi), che ha dichiarato: "Mi ha tenuto sveglio ben oltre la mezzanotte... i responsabili di questo misfatto letterario dovrebbero essere immediatamente consegnati alla giustizia".)
Ma... c'è un altro ma: la scrittura va smussata, anzi potata abbondantemente. Non ci sono dubbi che Meloy sia un amante della wilderness: soprattutto nei primi capitoli, la scrittura è impervia, accidentata come un sentiero inselvatichito. Un continuo calpestio di periodi brevi e scricchiolanti come rami secchi. In questo monotono paesaggio sintattico, il silenzio è interrotto non dal gracchiare dei corvi, ma da scelte lessicali a dir poco stridenti, che non saprei se attribuire all'autore o alla traduttrice, Valentina Daniele.
Fortunatamente, però, man mano che ci si addentra nel folto della narrazione, gli eventi prendono a scorrere impetuosi come ruscelli e anche il racconto si fa più fluido, sebbene sono convinto che alcuni passaggi (per fortuna non essenziali ai fini della trama), specie di scontri bellici, siano chiari soltanto al suo autore.
Ho trovato deludente la figura della protagonista. Prue prometteva di essere una grintosa eroina in bicicletta, ma in realtà non fa altro che vagabondare di qua e di là chiendo aiuto a cani e porci (per l'esattezza a pennuti, mammiferi vari e santoni amanti del bio). Spero in un riscatto nei prossimi episodi.
Il personaggio di Curtis, invece, è più curato e dinamico: nella sua efficace caratterizzazione mi è sembrato di intravedere un sottobosco autobiografico.
Acclamato dal pubblico e apprezzato dalla critica (che però non ha mancato di riconoscerne i punti deboli), Colin Meloy è sicuramente un autore da tenere d'occhio. Chissà che dalla scrittura selvaggia e impulsiva non raggiunga l'ordine e la misura di un giardino perfettamente curato, ma senza per questo ridursi al piattume di un prato all'inglese. Aspettiamo il seguito di Wildwood... se son rose, fioriranno. 

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