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giovedì 26 marzo 2015

Una serie di accademici accadimenti IX - Chiamatemi (un) dottore


Giocare d'anticipo non è mai stato il mio forte. Anzi, di solito avere i minuti i contati è l'unica cosa che mi spinga all'azione. Stranamente, però, i dettagli della mia laurea erano ben chiari nella mia mente sin dall'immatricolazione. Prima di tutto avevo già progettato, sfornato e guarnito la torta con la sac-à-poche della mia immaginazione. Citando me stesso in un post di ben tre anni fa, al "primo piano, color giallo grano, con delicati papaveri rossi e uno zuccheroso Don Chisciotte con la lancia di cioccolato fondente puntata contro giganteschi mulini a vento di marzapane" ho pensato di aggiungere, a rappresentanza della cultura anglofona, un altro complessato letterario, Amleto, con l'immancabile teschio in mano, seduto in malinconica meditazione sulle merlature del secondo piano, modellato a forma di torre. Sin dalle prime bozze il principe shakespeariano indossa una casacca blu, una calzamaglia rosso scuro e un cappello con piuma in tinta, esattamente gli stessi colori che avrei indossato io. Perché blu e rosso scuro è stato il fortunato accostamento che ho scelto per il mio primo esame e che è diventato poi, insieme all'immancabile spilletta porta-fortuna di Topolino, la bicromatica uniforme di tutti quelli a seguire, fino all'ultimo. Non so perché l'università, che dovrebbe aprire e illuminare le menti, in realtà tiri fuori sempre il lato più superstizioso delle persone. Di tutti i rituali magico-sciamanici per ingraziarsi gli astri, però, il migliore resta quello di mia sorella, che ad ogni esame pretendeva di indossare - pena una terribile sciagura - un outfit fresco d'acquisto. Mica scema.
 Avendo selezionato anni prima l'argomento della tesi (i racconti fantastici di Dino Buzzati), ho cominciato al più presto ad avventurarmi nel dedalo delle biblioteche universitarie. Ad un bibliotecario ho dovuto fare lo spelling di "Einaudi", cognome che, se non per il presidente, avrebbe dovuto conoscere anche solo per la casa editrice. Riuscito per miracolo ad ottenere i libri, mi sono appassionato agli studi dei teorici che si sono interessati al tema del fantastico in letteratura, soprattutto Tzvetan Todorov, critico le cui pagine ho compulsato così di frequente da valutare attentamente se era o no il caso di invitarlo ai festeggiamenti. In momenti di delirio ho persino rimodellato la canzoncina de Il mio vicino Totoro col suo nome:
♪ ♫ Todorov, To-do-rov! Todorov, To-do-rov! ♫ 
Ovviamente prima ancora di portare a termine il mio lavoro mi ero già premurato di scegliere la giusta tonalità di rosso per la copertina in pelle, in modo da abbinarla alla mise del gran giorno. Grazie all'aiuto della commessa Marcella ho scelto un bel completo a quadri, naturalmente blu notte e bordeaux, che credo di aver visto indosso anche a quell'icona di stile che è Fabio Fazio (in effetti davanti alla commissione ero teso come se avessi dovuto intervistare Madonna.) "Sembri Battiato! E anche un po' Benigni! Ah, ed Enzo Miccio... e un po' Marco Mengoni!" ha esclamato entusiasticamente mia madre, decisamente maldestra quando si tratta di fare complimenti.
Nel frattempo, nella mia frenesia da sposina maniaca, avevo fatto presente ad amici e parenti che un bel mazzo di fiori non è un omaggio gradito solo alle donne, e ho colto l'occasione di party, ricevimenti e aperitivi per buttare lì con non chalance informazioni di vitale importanza, tipo il mio odio per i girasoli. Immaginando la vostra apprensione al riguardo, vi rassicuro anticipandovi che infatti ho ricevuto solo bellissimi anemoni e amarillidi scarlatte, senza alcuna traccia di quelle ingombranti eclissi floreali che proprio non sopporto!
Avevo opportunamente preventivato anche eventuali indisposizioni o spiacevoli imprevisti estetici come quel maledetto herpes che spunta fuori nottetempo e ti sorprende al risveglio quando ormai non c'è più niente da fare. Così avevo già stabilito tempo addietro di imburrarmi la bocca con una noce di Aciclovir, cosa che ho fatto e che ha spaventato a morte mia sorella al suo rientro a casa alla vigilia dell'evento.
Quello che non avevo previsto, però, è che qualcosa di ben più odioso di un herpes stesse ticchettando nel mio corpo come una bomba ad orologeria. Un destino maligno infatti ha pensato mussolinianamente di "spezzarmi le reni" a poche settimane dalla tanto attesa laurea. Mentre ripetevo in automatico il mio discorsetto in italiano, inglese e spagnolo (sentendomi un capitano di crociera al cocktail di benvenuto), un misterioso doloretto ha cominciato a pulsare all'altezza della vita, come se qualcuno mi avesse spillato il fianco destro con una minuscola, invisibile graffettatrice. In breve tempo quella piccola fitta si è fatta via via più acuta, finché, gettati all'aria gli appunti, ho iniziato a galoppare furiosamente per casa emettendo il bramito del cervo trafitto da una freccia. Nonostante avesse la mia piena autorizzazione, mia madre si è rifiutata di uccidermi e porre fine alla mia sofferenza, e ha continuato a lavare i piatti, sfregandoli con più vigore per via della preoccupazione. Alla fine abbiamo chiamato l'ambulanza, ma anche dopo due flebo di antidolorifici continuavo a rovesciare gli occhi al cielo come un novello San Sebastiano. Dato che normalmente vivo in pigiama e giacca da camera, ero già pronto per il ricovero. Così mi hanno portato in ospedale, dove finalmente i medicinali hanno cominciato a fare effetto, al punto che ero abbastanza lucido da rimpiangere di non aver messo il pigiama blu anziché quello scozzese, che non era affatto abbinato alla giacca. Dopo due o tre diagnosi sbagliate, ho scoperto di avere un minuscolo granello di sabbia incastrato in quella clessidra naturale che è l'apparato urinario umano. Il dottore mi ha spiegato che non bevo abbastanza, che ho avuto una colica renale e che finché il calcolo non sarà espulso potrebbero seguirne altre, senza alcun preavviso. Magari - ho pensato con mio sommo orrore - anche il Giorno della Laurea.
Vi lascio immaginare quale profonda angoscia mi abbia procurato il pensiero di dover giocare una partita a flipper col mio corpo, con una biglia che sbatacchia da una parte all'altra tra i miei organi interni, quando invece avrei dovuto concentrarmi solo sulla tanto sospirata conclusione dei miei accademici affanni.
"E' un dolore terribile, lo so" mi ha confortato il medico, alla mia terza colica in due mesi, a una sola settimana dal giorno X. "Pensa che è paragonato a quello del parto..."
"Ah sì?"
"Almeno potrai dire di aver fatto anche questa esperienza!" ha aggiunto, con una risata. Non l'ho mandato al diavolo solo perché aveva una siringa di antidolorifico in mano. E comunque gli stavo già mostrando il mio sedere.
Non oso immaginare le conclusioni che avranno tratto i nostri vicini quando, all'alba del grande evento, mi hanno udito sbraitare dal bagno, mentre mi sistemavo la cravatta, "Ma', hai messo le siringhe nella borsa?", e lei ha urlato di rimando dal salotto, "Sì! L'ho messa nella busta con la tesi!"
"E l'ovatta e l'alcool?"
"Anche! Ho preso tutto!"
Kit pronto soccorso alla mano, ho raggiunto sano e salvo la facoltà (malgrado, come abbiamo scoperto durante il tragitto, la macchina del capo avesse un buco nella gomma.) Avevo fatto richiesta di un'ambulanza parcheggiata in zona ateneo, per sicurezza, nel caso che un'ennesima colica mi attanagliasse il fianco nel momento meno opportuno, ma non è stato possibile. Così mi sono assicurato di inserire nella lista degli invitati almeno due infermieri e un paramedico di mia conoscenza, pronti a trasportarmi in barella nello studio del mio relatore e rimettermi in sesto con un'iniezione di coraggio e Toradol...
♪ ♫ Toradol, To-ra-dol! Toradol, To-ra-dol! ♫  
Per fortuna, non c'è stato bisogno di interventi d'urgenza: i gemelli, René e Renée, si sono comportati più che bene. Tutto secondo i miei più rosei calcoli.


Tre giorni dopo torno sul luogo del delitto per dare un ultimo addio alla mia tanto vituperata facoltà. Prima di raggiungerla passo davanti alla copisteria universitaria e, attraverso la vetrina, oltre il bancone, Scazia mi rivolge quel suo sguardo scocciato a cui deve il suo nomignolo. In tre anni l'ho vista sorridere solo una volta, quando a darle una mano con le dispense c'era un tizio con i capelli lunghi alla Piero Pelù e un gilet di pelle nera che lasciava scoperti i lombi pallidi. Per poco non copulavano sulla fotocopiatrice. Sembrava uno di quei film americani in cui una giovane barista bionda, bella ma con neanche una briciola di autostima, si mette a flirtare col camionista di passaggio, nella speranza che possa essere un padre migliore per suo figlio di quanto non sia stato il suo ex, il motociclista manesco finito dentro per guida in stato d'ebbrezza.
Pochi passi e scendo la scalinata immersa nella penombra dell'ingresso di Lingue. Appena un triennio fa ero seduto solo soletto su una di quelle sedie da sala d'aspetto ed esorcizzavo la paura scarabocchiando sul mio taccuino caricature di compagni di corso di cui non conoscevo nemmeno il nome. Guardandomi intorno scopro che non è cambiato poi molto, solo che ora la facoltà di Lingue e Letterature Straniere è diventata il Dipartimento di Lettere Lingue Arti Italianistica e Culture Comparate (io ci avrei aggiunto anche qualcos'altro, già che c'erano: che so, Bricolage e Giardinaggio) e le sedie sono quasi tutte divelte (per sedersi bisogna fare il gioco della sedia. Più facile conquistare il Trono di Spade che trovare una superficie integra su cui poggiare le terga a lezione.) Gli altri studenti (ormai ex-colleghi, come li ridefinisco mentalmente, non senza un certo compiacimento) sono però ancora gli stessi volti senza nome. Questo posto rimane un corridoio di anime perdute, un luogo di amicizie occasionali che durano il tempo di un esame (salvo rare eccezioni.) Accanto mi sfreccia una ragazza sempre troppo truccata con cui non sono mai riuscito a prendermi abbastanza confidenza da suggerirle di smetterla di conciarsi come un quadro manierista. Da lontano, vicino al distributore del caffè, riconosco un altro volto familiare, una dal risolino facile con cui ho dato l'ultimo esame, quella lunga ma magica giornata di novembre. Era terrorizzata all'idea di essere "trombata" dalla professoressa (espressione colorita con cui credo intendesse dire "bocciata".) Provo a salutarla, ma guarda altrove. Quel giorno, quello dell'ultimo esame, c'era anche un piccolo James Franco e un altro ragazzo che mostrava una ben meno lusinghiera somiglianza con Alberto Stasi, senza contare la strana tipa bassina dalla pelle diafana, due sottili occhietti da Maneki Neko e un'ostentata ritrosia a parlare dei rapporti amorosi tra docenti, di cui però si vantava di essere ben informata. Poi c'era anche Toro Sedato, una ragazza con un anello al naso, che indossava un chiodo con sopra la sagoma borchiata di un teschio, aveva palpebre pesanti e una voce morbida e rassicurante. Mentre aspettavamo i comodi della professoressa (che sarebbe arrivata con ore di ritardo e i capelli sapientemente acconciati dal coiffeur), avevamo fatto gruppo, pranzato insieme e, rinunciando a un inutile tentativo di ripasso, ammazzato il tempo facendo l'elenco dei nostri hobby e dei segni zodiacali. Lolita - occhi verdi, i capelli e le labbra rosso carminio e la voce roca che risaliva bollente dalla gola come l'acqua dal fondo di una caffettiera - anche lei dei Gemelli, si è subito mostrata un'esperta astrologa. Chissà se alla fine è riuscita a conquistare, ancheggiando nei jeans a vita alta, il suo amato, pallido professore di portoghese, che ha una folta barba ottocentesca e un'aria malinconica: i nuovi Abelardo ed Eloisa, possibilmente senza castrazione e monacazione finale.
Malgrado l'attesa angosciante, serbo il ricordo di quella giornata come una delle più piacevoli trascorse tra quelle quattro mura. Ci siamo lasciati con la promessa di invitarci tutti alle rispettive lauree, cosa che nessuno ha poi fatto. E forse è stato meglio così.


Il cellulare e il bagliore di un celeste polveroso che proviene dalla finestra mi dicono che sono ancora le sei e mezza. So che non riuscirò a riaddormentarmi, così spiego il piumone come un'enorme ala bianca e lascio che i miei piedi nudi atterrino sulla moquette. Mi sento gli occhi doloranti e caldi, come se durante la notte qualcuno abbia usato le mie orbite per poggiarci due tazze di tè bollente. La doccia non lava via quella sgradevole sensazione e mi rivesto con più concentrazione di quanto l'attività richiederebbe di solito: prima i pantaloni rosso scuro, poi la camicia, e sopra il cardigan blu dai bordi rosso scuro. Troppo stanco per cercare il calzante, mi infilo a fatica un paio di Oxford blu e mi strozzo il collo del piede coi lacci rosso scuro. Come ultima cosa prima di lasciare la stanza, guardo il mio riflesso sullo specchio che mi appunta al petto la spilletta di Topolino,
I tavoli della colazione sono tutti vuoti, eccetto che per un trio di senegalesi. Uno è vestito con una lunga, stereotipica tunica a fantasia giraffa e ascolta da una radiolina una musica tutta percussioni. Accanto a lui, un ragazzo alto mi osserva mentre torno dal buffet col piatto pieno di toast al prosciutto. "Monsieur" attrae poco dopo la mia attenzione, avvicinandosi. Non parla italiano, ma capisco che vuole farmi i complimenti per il look. "Ah, grazie! Merci..." rispondo timidamente, facendomi quasi andare di traverso il caffè. Lo ritrovo poi davanti alla reception e, senza dirmi una parola, mi lascia sorridente il suo biglietto da visita, da cui leggo che si chiama Ahmeth e che è un cantante specializzato in cover di Michael Jackson tradotte in senegalese.
Rassicurato sull'abbigliamento, mi avventuro all'esterno e attraverso il Ponte Mosca, magicamente avvolto da una nebbiolina argentea. E' così che mi figuro le mie sinapsi arrugginite. La Scuola appare prima di quanto mi aspettassi: coi suoi mattoni rossi e l'orologio sembra una vecchia stazione, larga, ben assisa al capezzale della Dora. Davanti, la mongolfiera bianca mi ricorda quella che sorvola il mio paesello la notte del santo patrono. Nella borsa sbatacchiano dei grissini che hanno il sapore e la consistenza di taralli (o dei taralli a forma di grissino), uno snack che, sintetizzando la tradizione piemontese e quella pugliese, spero mi sia di buon auspicio. Nella stessa tasca ci sono anche le gocce di antidolorifico, nel caso un'altra freccia dovesse trapassarmi il fianco.
Passo oltre la Scuola, che malgrado il cancello aperto mi sembra inaccessibile, e ciondolo un po' per la strada incurvata, un ritaglio di provincia in quella grande città. Stamattina è ingombra di bancarelle di antiquariato. Nel giro di pochi minuti, mi travolgono almeno due cagnoni bianchi, due giganteschi licantropi albini, trascinandosi dietro i poveri padroni. Sbriciolo ancora qualche minuto inseguendo il Topolino ricamato sull'enorme zaino di un turista dall'aria teutonica, con la barba candida del nonno di Heidi. Sugli usci di bar e negozi di cimeli chiacchierano energicamente capannelli di anziani, tra cui uno con un impermeabile-mantello e una ragnatela di lana adagiata sulla pelata. Sembra Diagon Alley.
Con mezz'ora d'anticipo ritorno davanti alla Scuola, e mi metto a fissare col naso all'insù il drago di bronzo sopra l'arco dell'ingresso. Non è Hogwarts, ma l'ispirazione sembra quella.
Emetto un sospiro, il primo di una lunga serie, quel giorno, e mi decido ad entrare.
Una gentile Bianca Balti in versione intellettuale fa accomodare me e altre giovani facce portatrici di sorrisetti nervosi in una stanza foderata di legno chiaro. L'ambiente ricorda una sauna finlandese, e in effetti si suda, ma per la difficoltà dei test a cui siamo sottoposti, tra scrittura creativa, cinema, televisione, giornalismo, serie tv e comunicazioni web.
Sei, estenuanti ore dopo seguiamo Bianca nel tour dell'istituto, lungo corridoi tinti a colori vivaci in cui mi chiedo se potrò tornare. Gli studenti ci guardano con divertita curiosità, totalmente a loro agio, e mi chiedo se potrò sentirmi così anch'io. In biblioteca noto con entusiasmo infantile uno splendido samovar a fiori, e mi chiedo se potrò spillarci una tazza di tè.
"In bocca al lupo a tutti, allora" ci saluta la nostra guida. "Spero di ritrovarvi presto qui alla Holden!"
Contro ogni mia previsione, ci tornerò da studente.

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

lunedì 17 marzo 2014

Una serie di accademici accadimenti VIII - Senza vergogna

Non per stomaci delicati.
Avete presente quella canzone deprimente di Notting Hill, quando Hugh Grant deve fare i conti col fatto che Julia Roberts l'ha mollato? "Ain't no sunshine when she's gone... only darkness everyday..." Sì? Immaginate di ascoltarla ogni mattina mentre andate all'università, come succedeva a me, al mio primo anno. Ogni giorno, per almeno un mese, la stessa musica malinconica, dai monitor pubblicitari, mi accoglieva nel sottopasso della stazione. E anche quando risalivo lento e sonnolento la scalinata e riemergevo in superficie, quelle tristi parole continuavano a ristagnare nella mia mente. "Ain't no sunshine when she's gone... only darkness everyday..."
Non ero Hugh Grant, ma solo una matricola riluttante, e la strada lungo cui mi trascinavo non poteva essere più diversa da Portobello Road: monotona e squallida, tappezzata da centinaia di manifesti fluorescenti da cui Moira Orfei mi rivolgeva altrettanti sorrisi tirati.
La fine del liceo era arrivata troppo presto: mi ero aggrappato disperatamente al banco che dividevo con le mie migliori amiche, finché non avevano dovuto scrostarmi via come una vecchia Big-Babol fossilizzata e trascinarmi per le caviglie lungo tutto il tragitto fino all'università. Si stava così bene, al liceo... ero così felice, al liceo... ero praticamente il toy-boy di mezza classe, al liceo! E ora che era tutto finito mi sentivo come un ragazzino di Ti lascio una canzone dopo la pubertà, quando è troppo vecchio per intenerire gli anziani. Chi mi avrebbe più coccolato, vezzeggiato, e alle occorrenze anche insidiato, se non le mie adorate compagne di classe? Amanda, Miranda e Veneranda non mi avrebbero più condotto con la forza nelle scale d'emergenza per abusare del mio virgineo corpo, e questo pensiero mi uccideva. Mi sentivo inesorabilmente condannato all'anonimato e alla solitudine.
Ma mentre riguardavo mentalmente gli highlights della mia vecchia scuola, 'sì bella e perduta, non potevo immaginare che per qualcun altro gli anni delle superiori potessero essersi rivelati un vero e proprio inferno. Betulla, la ragazza che avrebbe illuminato come un faro la mia avvilente vita universitaria, portava ancora i segni della collisione tra il suo zigomo e il tacco delle scarpe di una compagna di classe convinta di essere Heather Parisi e ricordava con sofferenza quel "due" immotivato che le aveva dato una professoressa troppo incattivita dal suo divorzio per essere obbiettiva (non è da escludere che fosse stretta di voti anche col coniuge: "non mi soddisfi sessualmente: ti becchi 'due' sul registro!") Eppure, queste disavventure non avevano cancellato il suo radioso sorriso.
Quando ci siamo conosciuti, qualche settimana dopo l'inizio delle lezioni, è stato per delle fotocopie di francese che Betulla si era gentilmente offerta di fare per me. E a quel punto, nella mia mente, è partita She di Elvis Costello. Avevo già notato le ciocche rosa shocking tra i suoi capelli biondo crema, che mi avevano ricordato tanto le venature di una vaschetta di gelato variegato all'amarena. Non mi era sfuggita la forma perfettamente elicoidale del ciuffo davanti agli occhi, né le sue deliziose lentiggini, che le punteggiano le guance come i semini di una fragola ("sheeeee... may be the face I can't forget...") Sarebbe stato impossibile non accorgersi di quella bambolina dalla sciarpa animalier sui toni del fucsia e la borsetta a forma di matrioska, sempre in equilibrio sulle scarpe zeppate e glitterate d'argento, come una novella Dorothy (le scarpette rosse di Judy Garland discordano con la versione originale di Frank L. Baum.) Vedendomi triste e ingessato come un Uomo di Latta poco lubrificato, mi si è avvicinata e mi ha preso caritatevolmente per mano.
Betulla a quei tempi usciva da una storia complicata con Marilagna, una compagna di corso che aveva conosciuto a lezione di inglese e che dopo neanche cinque minuti si era messa in testa di essere la sua amica del cuore. Era stato un colpo di fulmine in stile La vita di Adele, ma non così corrisposto. Col tempo l'attaccamento di Marilagna si era fatto sempre più asfissiante, al punto da esplodere in folli scenate di gelosia ogni qual volta che Betulla mostrasse segno di voler ampliare la cerchia delle proprie amicizie universitarie. Un giorno Marilagna era arrivata persino ad inviarle una delirante lettera in endecasillabi saffici in cui l'accusava di averla crudelmente illusa. D'altronde si sa: frequentare insieme le lezioni, imbucare insieme lo statino per prenotarsi agli esami e sbeffeggiare i professori alle spalle sono tutti inequivocabili segnali d'amore! Per quanto Betulla abbia provato a chiarire le cose, da quando ha stretto amicizia con me, Marilagna le ha tolto il saluto, giurando vendetta e nascondendo l'anemico viso dietro l'unta cortina dei suoi capelli neri. Ancora oggi mi aspetto di essere rapito da uno stormo di scimmie alate da un momento all'altro.
Da allora io e Betulla siamo diventati inseparabili. Tra una lezione e l'altra, ridacchiando della pronuncia del professor Troietta ("The basic form of the past tense in English is the Past Simpollaaaah...") e canticchiando i motivetti delle apine sexy di MielPops, abbiamo scoperto di essere abbastanza diversi da non smettere mai di stupirci l'un l'altro. Betulla, ad esempio, preferisce fragole e i frutti rossi, io quelli tropicali; Lei ha riserve inesauribili di energia, e non ha bisogno di assumere bevande nervine né di dormire per rimanere attiva, mentre io necessito come minimo di otto ore di sonno e un caffè al ginseng per non passare una giornata intera a sbadigliare. A differenza mia, è sempre stata perfettamente in grado di barcamenarsi tra studio e vita sociale, col risultato di essersi laureata col massimo dei voti ed essersi felicemente fidanzata, senza contare che trova anche il tempo di sperimentare nuovi sport come il gravity-yoga o il Batuka, una specie di frenetica Zumba afro-caraibica. Betulla, sempre allegra e solare ("sheeee... who always seems so happy 'n proud..."), si incupisce solo all'approssimarsi di un esame, quando io invece mi lascio travolgere da una strana euforia che mi porta, pochi minuti prima della prova, a ripescare dalla memoria vecchie canzoni degli anni novanta, rivolgermi in modo sfacciato a compagne di corso che non conosco ("Ma te l'hanno mai detto che sei uguale a Prue di Streghe? Sì, quella che faceva anche Brenda in Beverly Hills! Sei proprio identica, hai anche il neo al posto giusto!", oppure "Mi ricordi tantissimo Lucrezia Lante della Rovere, lo sai?") o conversare con i poster appesi in facoltà ("Che c'è, Sam? Perché mi guardi così?" ho chiesto una volta al ritratto di Samuel Beckett affisso nella biblioteca di inglese, ma se dovevo aspettarmi una riposta tanto valeva aspettare Godot.)
Allo stesso tempo io e Betulla siamo abbastanza simili da capirci alla perfezione: anche lei adora inventare auguri di Natale in rima e neologismi come "sfotticitare" (cioè "citare qualcuno con l'intento di prenderlo in giro") o "menatelo" (l'opposto del menarca), in più nessuno dei due prova la benché minima vergogna ad ammettere di dividere il letto con un orso di peluche: io ho adottato Lotso, l'orso color vinaccia e profumato di fragola di Toy Story 3, quando mia sorella è andata a studiare fuori, mentre Betulla ha salvato dall'estinzione un orso polare dal muso così appuntito che il suo ragazzo voleva a tutti costi chiamarlo "Supposta", finché non sono intervenuto io e l'ho convinta a battezzarlo "Siluro", nome più musicale e un filino meno osceno. 
Quando siamo insieme, io e Betulla abbiamo l'insana tendenza a ingozzarci senza vergogna come se la prova costume non dovesse mai arrivare: è ormai tradizione festeggiare i successi accademici da Burger King. E non fate quella faccia: quando ci vuole, ci vuole. Recentemente, poi, dopo una piccola, fallimentare incursione nel mondo dei centrifugati di frutta e verdura, siamo passati dal junk food ai dessert ipercalorici. Ormai non c'è incontro che non cominci in sollucchero con una bella dose di zucchero presso la nostra pasticceria preferita, un posticino raccolto e fru fru, di quelli in cui qualunque maschio si vergognerebbe a farsi vedere. Ma l'imbarazzo di reggere un piattino rosa confetto, ingobbito su un sgabello per lillipuziani, senza sapere bene dove mettere il metro e passa di gambe che mi ritrovo, è pienamente compensato dai superlativi cup-cake. Su questa delizia inizialmente avevo qualche riserva, soprattutto per quanto riguarda il topping, dolce fino alla nausea e impossibile da mangiare senza spalmarselo in faccia. Poi ho guardato una vecchia replica de Il boss delle torte e  Mary, la starnazzante sorella di Buddy Valastro, mi ha rivelato una metodo infallibile per abbuffarsi di tortini senza l'inconveniente della maschera facciale alla crema di burro: basta tagliare il fondo del cup-cake e spiaccicarlo sul topping, così da smorzarne la stucchevole dolcezza e ottenere un piccolo panino, da mangiare in pochi morsi.


Come mangiare un cup-cake secondo il Metodo Mary Valastro. Se volete gustarvelo
 in modo ancora più elegante, potete seguire anche il Metodo Magnifico, inventato 
dalla mia amica Anny: è identico a quello di Mary, ma prevede l'uso del cucchiaino 
o di una forchettina.
Quando si condivide del cibo ad alto contenuto lipidico, si sa, non si può non condividere tutto. Si crea immancabilmente un legame speciale che incoraggia le confidenze. E Betulla è senz'altro il genere di persona con cui è facile aprire il proprio cuore. Qualcuno però esagera, come il collega da lei affettuosamente ribattezzato Cup-Checca, che non perde occasione per raccontarle i dettagli, assolutamente non richiesti, della propria funambolica vita sessuale, non esimendosi anche dall'inventariare davanti a lei tutti gli acquisti fatti al suo sexy-shop di fiducia: "Hey, 'Tulla, devo farti vedere assolutamente il mio nuovo dilatatore ana..."
Avendola scambiata per la sua sessuologa, Cup-Checca si dilunga in dettagliate descrizioni ovunque la incontri, che sia a lezione, al cinema, al pub, per negozi con sua madre o in yogurteria (dove, dopo simili discorsi, diventa difficile non guardare con sospetto il proprio frozen yogurt.) In più, come il Todd di Scrubs,  ha la straordinaria capacità di captare qualsiasi conversazione pruriginosa si stia intavolando a distanza di chilometri.
"Di che parlate?" ci ha chiesto una volta, cogliendoci di sorpresa nei pressi del dipartimento di anglistica.
"Oh, nulla... di un film" ha risposto evasiva Betulla.
"Quale?" ha subito inquisito Cup-Checca, dilatando le narici (forse dal sexy-shop compra anche dilatatori nasali.)
"Shame. L'hai visto?"
La domanda suona alquanto retorica, dato che si tratta di un film sulla dipendenza sessuale, per di più con Michael Fassbender come protagonista, e infatti Cup-Checca ha risposto prontamente, quasi offeso: "Certo! Hai visto quant'è..."
"Enorme? Sì, be', era difficile non notarlo..." ha ammesso suo malgrado Betulla.
"Fass... bender..." ho scandito, pensieroso. "Il nome stesso è evocativo. Fassbender... mi fa pensare a qualcosa di elastico, ma allo stesso tempo robusto e vigoroso..."
Anche Cup-Checca ci ha pensato un po' su: "Sì, solo a dirlo ti riempie la bocca come un pom..."
Vi basta sapere che la parola in sospeso non era "pomodoro." Rimasti agghiacciati per qualche secondo, Betulla e io ci siamo affrettati a congedarci.
Passare ore ed ore seduti attorno a un tavolino shabby-chic, tra quattro pareti tinte di lilla, con in mano una leziosa tazzina a fiori e davanti agli occhi un cup-cake ricoperto di stelline di zucchero ci ha resi evidentemente un po' troppo sensibili alla volgarità verbale. Non che Betulla sia mai stata sboccata: il massimo delle imprecazioni che ho sentito sfuggirle dalla bocca è "che strazio!" Adoro poi i vocaboli forbiti che cerca lodevolmente di riportare in auge nel parlare quotidiano. Basta dire che durante una partita a Taboo ha cercato, sopravvalutandoci, di far indovinare a noi compagni di squadra la parola "meticolosità" spiegandola come "un sinonimo di acribia."
Sono tante le cose che potrei ancora raccontare di Betulla ("Sheeeee... may be the reason I survive..." all'università) Come del fumetto che ho disegnato sulle avventure del suo alter-ego, l'incredibile Y-Girl, o di tutte le volte che mi ha ripetuto di guardare Shameless, una delle sue serie tv preferite. Ed è così che mi sento con lei sottobraccio: senza vergogna, e libero di tuffarmi in qualunque follia. Follie semplici e innocenti, come delle meches rosa neon.
"... me, I'll take her laughter and her tears... and make them all my souvenirs..."



Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

lunedì 20 gennaio 2014

Una serie di accademici accadimenti VII - Volver

"La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda
e come la si ricorda per raccontarla." (Gabriel García Márquez)
Dopo essere stato mandato da Erode a Pilato e da Pilato a Erode, dopo essere stato scaricato come un barile, dopo essere stato sballottato come una palla da ping pong tra università e liceo, dopo aver esaurito le metafore messe a disposizione dalla cultura popolare, dalla lingua italiana e dalla mia immaginazione per rendere l'idea di tutto lo stress causato dalla burocrazia... qualche mese fa sono finalmente riuscito ad iniziare il mio tanto atteso tirocinio, sebbene a quel punto il mio raziocinio fosse già altamente compromesso.
Lo so, è un luogo comune, ma mi convinco sempre più che gli anni del liceo siano stati i migliori della mia vita (un vero e proprio Rinascimento, dopo quell'oscuro Medioevo ormonale chiamato scuola media) e la nostalgia, che edulcora ogni ricordo, mi porta a ripensare a quel solenne edificio di penitente architettura fascista, con polverose librerie, busti di oratori romani finalmente muti e sgabuzzini zeppi di animali impagliati, come ad uno dei pochi luoghi in cui mi sia sentito veramente a casa. Perciò l'idea di un grande ritorno al Liceo, se pure in un'altra scuola (col vantaggio di non dovermi mortificare in un'odiosa tuta slabbrata due volte a settimana) non poteva che elettrizzarmi. Sul serio, non vedevo l’ora di comprarmi una bella giacchetta di un colore deprimente e con le toppe sui gomiti, una di quelle che fanno tanto maestrino.
Trovare un professore del liceo linguistico Don Gallo che mi adottasse come tirocinante, però, è stato più penoso di quanto avessi preventivato, per quanto la scuola fosse convenzionata con la facoltà. Molti non ne hanno voluto sapere, il che per me non ha alcun senso, visto che personalmente non avrei mai rinunciato alla possibilità di avere un aitante giovanotto a mia completa disposizione, un servizievole galoppino che mi regga la borsa e corra ovunque gli si comandi. Inizialmente la professoressa Cuordipietra, l'insegnante di inglese, mi ha lasciato intendere di non avere nulla in contrario ad assumermi come valletto, ma sul più bello si è tirata indietro, mostrandosi del tutto insensibile di fronte al mio labbro tremante alla Oliver Twist. Rifiutato e scoraggiato, umiliato e offeso, dopo una lunga quaresima di circolari ristagnanti e telefonate stizzite, stavo quasi per gettare la spugna. Poi però mi sono convinto a sferrare un ultimo attacco, tirar fuori i cojones e sfondare a colpi d'ariete i cancelli del Don Gallo, accompagnato dal più fido dei miei scagnozzi: "Papi, lascia parlare me. Tu gonfia il petto e sforzati di avere un aspetto minaccioso".
Fortunatamente non c'è stato bisogno di ricorrere alle maniere forti, perché, contro ogni mia bellicosa previsione, la Cuordipietra ci è venuta subito in contro per presentarci l'unica anima pia disposta a prendermi sotto la sua ala protettrice: la professoressa Perengano, docente di spagnolo, che ho capito ben presto essere la più giovane e fashion del corpo insegnanti. Potrei descriverla come un incrocio tra Carrie Bradshaw e la dottoressa Altman, con le quali certamente condivide rispettivamente il senso dello stile e la generosità pedagogica.


Se gli Accademici accadimenti fossero un serie tv, il ruolo della professoressa
Perengano sarebbe interpretato alternativamente da Sarah Jessica Paker e Kim Raver.
La somiglianza con la protagonista di Sex and the City, a dirla tutta, non è che mi abbia sorpreso più di tanto: come ormai saprete, ogni volta che ho a che fare con la Spagna o con lo spagnolo, c'è sempre qualcosa o qualcuno che mi ricorda Sarah Jessica Parker, come la ballerina di flamenco di quel ristorantino di Córdoba o la gigantografia della Parker vestita da matador che ho visto a Madrid.
La Perengano mi ha accolto con un radioso sorriso condito dalle parole di incoraggiamento che aspettavo, e a quel punto ho ritenuto di poter congedare con un cenno il mio intimidatorio genitore. Col suo completo tartan, i pantaloni da cavallerizza e quei lucidi stivaletti neri la professoressa sembrava pronta per una battuta di caccia con Juan Carlos. Una tenuta non troppo fuori luogo, dopotutto, considerando la natura selvatica degli studentelli del primo anno, la prima delle quattro classi con cui ho avuto a che fare e di cui tratteggerò qui di seguito i cuadros de costumbres frutto dei miei studi. 
La mia apparizione ha causato non poca confusione e perplessità tra i novellini, che si sono subito rizzati in piedi, in perfetta sincronia, come un branco di suricati, i musetti curiosi tutti puntati verso di me. "Ma chi è? Un supplente?" ho sentito squittire. "No… per me è l'Ispettore. " Cosa dovessi ispezionare, secondo loro, ancora oggi rimane per me un mistero. "Scusi, ma la Perengano non c'è? E' lei il nuovo professore?" si è arrischiato a chiedere qualcuno. Ci è voluto un po’, ma alla fine sono riuscito a far capire loro che sono uno studente universitario e che non avevano nulla da temere.
La diffidenza iniziale si è ben presto dissipata, cosa che mi ha permesso, in attesa dell'inizio delle lezioni, di osservare con interesse primatologico le abitudini di questa piccola, selvaggia comunità, da me subito soprannominata "La Nursery". Da quanto ho potuto appurare, l'attività preferita dai più è sbeffeggiare un ragazzino ancora implume e in tutto e per tutto identico al Justin Bieber degli esordi. In alternativa, le ragazze - che, come ho scoperto al momento dell'appello, portano tutti nomi di principesse Disney: Esmeralda, Aurora, Ariel, Belle... - trovano particolare diletto nel ripetere all'infinito un rumorosissimo gioco da villani che consiste nel battere i palmi, rigirare fra le dita una colla stick e poi percuoterla sul banco, il tutto alla massima velocità: la mia ipotesi è che si tratti di un'evoluzione moderna del vecchio battimani che accompagnava la filastrocca razzista "Quando io sentire/odore di banana/ subito pensare/all'Africa lontana...", unita ai movimenti acrobatici dei barman professionisti.
Non possedendo le capacità ipnotiche del pifferaio magico, inutile dirvi che mi è riuscito di tenerli buoni solo per cinque minuti. Poi un ragazzino sputato Billy Elliot è rientrato in classe tutto eccitato: "Oh, venite, c'è una rissa in 2°C!". Un annuncio come questo, com'è facilmente prevedibile, ha fatto immediatamente ribaltare a gambe all'aria sedie e banchi, mentre un branco di adolescenti imbizzarriti si è riversato nel corridoio sulle note di Children of the Revolution. O, se preferite, la sigla di "Rossana, dai, pensaci un po' tu."
Malgrado la sete di sangue, il costante sottofondo di risatine e la loro noiosa tendenza a ripetersi, i ragazzini della Nursery hanno immediatamente suscitato in me un senso di tenerezza difficile da reprimere. Il loro preoccupato interesse per aspetti insignificanti della realtà che li circonda ha quasi del commovente. Ad esempio, quel giorno la professoressa aveva pianificato una lezione sulla descrizione fisica ("Allora, ragazzi, 'biondo' si dice rubio, 'rosso' si dice pelirrojo, 'castano' castaño e 'bruno' moreno…") e immediatamente la mano di una ragazzina tutta ricci è scattata in aria: "Professoressa e come si dice in spagnolo quando uno ha i capelli castani ma con alcuni ciuffi biondi?"
"E le meches?" non può fare a meno di domandare la compagna di banco.
"E lo shatush?" chiede ancora un'altra, con una certa apprensione, come se temesse di non poter riuscire a descrivere se stessa senza quella che evidentemente ritiene la sua caratteristica distintiva.
La seconda classe che ho avuto occasione di conoscere, qualche metro più in là lungo il corridoio, non potrebbe essere più diversa dalla Nursery, tanto per età quanto per indole e scelte in fatto di hair-style. Il soprannome poco lusinghiero che le ho tosto assegnato, il Cimitero, deriva dalla prima impressione che ne ho avuto: un dormitorio per apatici liceali in fase terminale, un tetro Purgatorio di neo-punk e rastafariani, con delle capigliature che sono praticamente una variazione sul tema del porpora: per ogni testa una nuance diversa, dal lampone al barbabietola.
Durante un'ora scoperta, però, con mia grande sorpresa, i sepolcri si sono improvvisamente scoperchiati e quelle che credevo statue funerarie si sono ridestate dal loro letargo rivelando insospettate vitalità e vis comica. La leader del gruppo, una ragazza dalla fisionomia cubista e dai penetranti occhi verdi che Almodóvar adorerebbe, quel giorno era determinata a vergare un’infuocata lettera di protesta contro le alte sfere. Il principale destinatario di questo cahier de doléance era l’autoritario Preside, che, a quanto mi hanno raccontato, suole trascorrere gran parte dell'anno scolastico in ammollo "alle terme", ma nelle rare occasioni in cui è presente, si sente in dovere di strafare, finendo così col vestire i panni di un'insopportabile suocera in casa. In effetti ricordo di averlo visto davanti all'ingresso della scuola, scuro in volto, insieme al suo fidato bidello claudicante (una specie di Igor), intento a misurare la larghezza del cancello, per chissà quale arcana ragione. Quando non armeggia col metro da falegname, mi hanno raccontato i ragazzi, pare che giri sotto travestimento per tutto il paese in cerca di studenti disertori, per trascinarli in classe per le orecchie. Altre volte, invece, mi hanno assicurato preferisca appostarsi al primo piano per nascondersi dietro le tende e fotografare dalla finestra i ritardatari, per poi subito fingere di schiacciarsi un punto nero quando qualcuno se ne accorge.
"Non ne possiamo più!" ha sospirato una ragazza dai capelli color borgogna.
"Vuole anche installare delle telecamere nel parcheggio..."
"E' arrivato il Grande Fratello!" ha commentato una compagna dalla chioma color prugna.
"... sì, perché è convinto che siamo noi ad avergli graffiato la macchina."
"Vi ricordate quando gli attaccarono un assorbente sul finestrino?"
"Sì, ma non era usato."
"Ah, be', se non era usato...!" ho esclamato, sollevato da quella precisazione.
Alla stesura della lettera è seguita una deliziosa imitazione del Preside e una descrizione dell’outfit sfoggiato dal suddetto durante una gita scolastica nella riarsa Andalusia, talmente particolareggiata che sono riuscito perfettamente a figurarmelo nella mente: allampanato, col cappellino a proteggerlo dal solleone, la crema solare colante sul naso rosso e grifagno, i fazzoletti infilati nella camicia "per non sudare" e gli impietosi bermuda che mettono in bella vista le gambette secche e gli indegni calzini bianchi.
Un fashion crime del genere non sarebbe stato di certo tollerato nel Gineceo, una classe di sole donne, per quanto le quote rosa siano la maggioranza un po' in tutta la scuola. Se nel precedente loculo prevale il punk e un mood foscoliano, in questa ridente isola di Lemno impera lo stile glam-rock e un sistema matriarcale, al cui vertice ci sono loro: le Modelle, diafane fanciulle dai lunghi capelli fluenti e le gambe tendenti all'infinito, ricoperte da cascate di borchie dorate e ammiccanti strass, avvezze a cambiarsi d’abito durante la ricreazione come neanche le vallette di Sanremo. Sempre sedute in prima fila, Bianca Balti, Bar Rafaeli e una ragazza in tutto e per tutto identica a Laura Chiatti (ma infinitamente meno chiatta, anzi, più mazza della Mazza) governano come primae inter pares questo pacifico, solidale, utopistico regno di Amazzoni.
Immaginate la mia sorpresa quando, nel bel mezzo della lezione, le ho viste tirar fuori dalle loro maxi-bag dei bottiglioni d'acqua da due litri. La ritenzione idrica, d’altronde si sa, è nemica della bellezza. Un giorno o l'altro mi sarei aspettato di vederle scolarsi un boccione intero o direttamente una cisterna.
Sebbene all’apparenza irraggiungibili, non ho dovuto faticare poi molto per entrare in confidenza con loro. Ben presto mi hanno permesso di accedere al backstage e, mentre i make-up artist erano all'opera, mi hanno raccontato della loro tragica gita in Irlanda, in cui si sono ritrovate a dividere una stanza d'albergo in dieci. Non c'è da stupirsi se praticamente ognuna di loro abbia avuto una crisi di pianto: chi lacrimava per un'inopportuna congiuntivite, chi si disperava per via della costipazione, chi singhiozzava per l'unico bagno costantemente occupato e chi si era nauseata fino alle lacrime dopo aver rinvenuto un capello nella sua tazza di latte a colazione (la diretta interessata è pronta a giurare che si sia trattato di "un pelo d'ascella.")
Quanto all'ultima classe di cui vi parlerò, credo che l'appellativo di Bronx sia già abbastanza eloquente. Ogni volta che ci mettevo piede mi sentivo un po' come Whoopi Goldberg in Sister Act 2 o come Antonio Banderas in quel film che probabilmente ho visto solo io, quello in cui deve rieducare una classe di bulletti di periferia a passi di valzer, tango e cha cha chaIo a malapena conosco il passo base della salsa, ma in ogni caso dubito che la cosa mi avrebbe fatto guadagnare punti ai loro occhi, visto lo sguardo di delusione che mi hanno rivolto quando ho ammesso di non sapere come si dica "spacciatore" in spagnolo.
"Profe, lo sa che ieri c'è stata una sparatoria a S...?" ha esordito a bruciapelo una ragazza con l'orecchino al naso, durante l'ora di conversazione con Carmen, la calorosa professoressa madrelingua.
"¡Ay, Dios mio! ¿Y que pasó?"
"Ah, bu, niente... la mafia" ha risposto lei, continuando a ruminare la sua chewing-gum.
"Ah, vale, se è solo la mafia no hay que preocuparse! Ma chi era il bersaglio?"
"Un tipo... lo stavano cercando... in paese lo sapevano tutti..."
"Come lo sapevano tutti?!"
"Avviso a tutta la cittadinanza" le fai il verso la compagna di banco, con voce nasale: "Quest'oggi in piazza alle ore 18.30 si terrà una sparatoria pubblica..."
Mai ci fu morte più annunciata, direbbe García Márquez.
In ogni caso Carmen si è ripresa abbastanza in fretta dallo shock culturale: "Va be', chicos, traduciamola in spagnolo questa cosa, venga. 'Sparatoria' si dice tiroteo."
Tipico degli insegnanti: unire l'utile al delittuoso.
Ora che vi ho opportunamente presentato i quattro scenari delle mie avventure liceali, vi starete senz’altro chiedendo quale fosse il mio ruolo in tutto questo. Sulle prime si può dire che non abbia fatto altro che stare seduto accanto alla cattedra e fissare con sguardo vitreo gli ipnotici leggings a fantasia delle modelle del Gineceo (ne hanno di tutti i tipi: a pois, zebrati, pied-de-poule, a testa di giaguaro...) La mia presenza di muto spettatore, naturalmente, non ha potuto che creare buffi fraintendimenti e suscitare le più fantasiose teorie circa la mia identità e la mia funzione nell’ecosistema del Don Gallo. Per esempio, un dì, al trillo della campanella, il professore di educazione fisica ha fatto irruzione nel Gineceo e, dopo una poderosa stretta di mano, ha cominciato a parlarmi fitto in spagnolo, quasi in completa apnea. Perplesso, ho ritenuto di rispondergli nella stessa lingua e ridere cortesemente alle sue battute. Tra un "¿Qué tal estás?" e "¿Te encuentras bien aquí?", si è lasciato scappare anche un pepato commento sulla posa della professoressa Perengano, che, tutta scintillante nel suo maxi-pull di paillette argentate, si era piegata ad angolo retto sul banco per parlare con la sosia di Laura Chiatti: "¡Qué posición maravillosa!"
Quando però il dongiovanni mi ha chiesto di dove fossi, si è subito scoperto il qui pro quo: era convinto fossi uno studente spagnolo in Erasmus. All'apprendere che invece abito a cinque minuti di treno da lì per poco non mi manda bonariamente a quel paese. In fondo mi capita sovente di suscitare dubbi sulla mia nazionalità: parafrasando l'inno delle sciantose napoletane, "Chi mme piglia pe' frangese, chi mme piglia pe' spagnolo, ma so' nato [non troppo lontano d]a Mola e metto 'a coppa a chi vogl'i."
Fortunatamente, col passare dei giorni, mi sono state affidate sempre maggiori responsabilità, come quella di correggere parte dei compiti in classe della Nursery. E' strano, ma non appena ho preso in mano la penna rossa delle correzioni è come se il suo inchiostro scarlatto sia entrato in circolo nel mio sangue, diffondendo in tutto il mio corpo un'inebriante e fino ad allora sconosciuta sensazione: il Potere.
Grazie al cielo l'Unico Anello non è mai finito nelle mie mani, perché temo proprio che mi sarei lasciato soggiogare dalla sua malefica influenza.
Di tutte le mie mansioni, la maggior soddisfazione, però, è stata vedere i ragazzi più grandi sinceramente interessati alla mia primissima lezione di letteratura spagnola. Credo sia stato il momento più appagante, secondo solo a quella volta che ho sorpreso il tecnico del laboratorio di informatica che esaminava con aria scettica le foto "Prima e dopo la cura" di un sito di pillole dimagranti.
Non pretendo di aver lasciato un'impronta indelebile nelle coscienze di questi studenti, come Robin Williams ne L'attimo fuggente. O di aver ficcato il naso nelle loro vite familiari come Julia Roberts in Mona Lisa Smile o un qualunque professore di una qualunque fiction italiana d'ambientazione scolastica. Ma una cosa è certa: mi mancheranno. Così come mi mancheranno le dissertazioni sussurrate con la professoressa Perengano su quale ragazza del Gineceo abbia il fidanzato più bello o sulla Movida spagnola degli anni '80. Mi mancherà avere un posto dove rifugiarmi ogni mattina, che non sia il gelido petto dell'Alma Mater. Mi mancherà persino lo sguardo di civettuola curiosità che mi riservavano le professoresse di francese mentre passeggiavano a braccetto per i corridoi, come dame di corte a spasso nel Salone degli Specchi di Versailles. E sì, incredibile, mi mancherà anche il Preside, che con quel suo vezzo formale di chiamarmi "professore" mi ha fatto sentire importante. Forse anche loro sentiranno la mia mancanza. Almeno un po'. Almeno per un po'.
Ma adesso sarà meglio che ci dia un taglio con queste melensaggini alla Edmondo De Amicis.

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

lunedì 9 dicembre 2013

Una serie di accademici accadimenti VI - C'era una svolta

"Se volete conoscere un cretino, salite su un autobus." (Salvador Dalí)
Il mezzo di trasporto più celebrato dalla letteratura è senza dubbio il treno (prima che ci fosse Trenitalia, ovviamente), ma anche l’autobus, per quanto più prosaico, ha le sue storie da raccontare. Ho voluto presentarvene sei, tra aneddoti, sketch e stralci di conversazione, tutti avvenuti lungo il mio quotidiano pellegrinaggio studentesco verso CanterBari: tre storie per l’andata e tre per il ritorno. Salite a bordo anche voi?
Sono rimasti soltanto i posti in fondo, però... te pareva! Vedrete che tra neanche due fermate si riempirà di ragazzi dell’Industriale: come sempre faranno un chiasso infernale, grideranno le più truci oscenità in dialetto stretto e appesteranno l’aria con le loro secrezioni ormonali.
Vi invito a mettervi comodi, per quanto possibile. Intanto sarà meglio che vada ad obliterare i biglietti: dallo specchietto vedo già il broncio da duro dell'autista, che ha inforcato i suoi occhiali da sole a specchio e si è avvolto al collo la pashmina. Il piede è già lì che freme sull’acceleratore...

I Sanniti

"Maledetti sanniti, garibaldini e comunisti!" è l’imprecazione con cui una bellicosa vecchietta sale sul mezzo e annaspa tra i sedili, stracarica di buste della spesa. Sotto la gonna spuntano due gambette ossute, imballate in un paio di collant rosso vermiglio: due zampe di ibis che fanno pendant col naso a becco. Ai piedi, a sorpresa, porta delle scarpe da ginnastica, innovazione calzaturiera che di recente ha conquistato molti anziani, tra cui anche mio nonno.
La vecchietta, in preda ai suoi borbottii marziali, adocchia il posto libero accanto a me, ma poi ci ripensa e passa avanti, rivolgendo un’occhiata sospettosa alla mia incolta barba da bolscevico.
"Che avrà contro i sanniti?" domanda Anny, che era dietro di lei, dopo essersi seduta al mio fianco.
"Non ne ho idea. Forse si è legata al dito la storia delle Forche Caudine. Certe umiliazioni bruciano anche dopo secoli..."
"Fa tutto un brodo con garibaldini e comunisti."
"Probabilmente capirò meglio quest’associazione di idee dopo l’esame di Storia..."
"Pesantuccio, eh?”
"Il prof è ossessionato dalle date, altrimenti non sarebbe così male. La Storia Contemporanea è affascinante dopotutto..."
"Be', su, le date sono facili... la Seconda Guerra Mondiale lo sanno tutti che va dal 1939..."
"... al 1945, lo so. Il problema è che lui pretende anche che gli si dica il mese e il giorno della più insignificante scaramuccia tra il piccolo Churchill e i bulletti del suo quartiere... tipo, quando inizia esattamente la Guerra? A giugno? A febbraio? Che faccio, tiro a indovinare?"
A queste parole una ragazza appostata sul sedile davanti si sporge in modo plateale dalla suo schienale - i biondi capelli a spaghetto che frustano l'aria - e ci riserva una smorfia scandalizzata, poi, con visibile disprezzo, getta una perla a noi porci incolti: "Il primo settembre millenovecentotrentanoveee!"
“Okay, grazie” ringhio, silurandola con lo sguardo.
Colpita e affondata, la wikipedante mette il broncio e batte in ritirata, rinunciando alla sua crociata contro l’ignoranza
Io e Anny rimaniamo per un po’ in offeso silenzio, mentre la divulgatrice torna a trincerarsi nella sua irritante saccenteria. E che ci creda o no, la parola 'saccenteria' esiste per davvero.
I tragitti in pullman sono lunghi ed estenuanti, in più il biglietto costa sempre di più: bastava dirlo subito che voleva essere mandata al quel paese, gratis.
"Maledetti sabini, sanculotti e sapientoni!"

Pullmansia
Odio quando il pullman è pieno da scoppiare. Posso sentire i pendolari rimasti in piedi che mi alitano sul collo, e, a meno che tu non sia Gesù Bambino al freddo e al gelo in una grotta, non è mai una bella sensazione.
"Eh, e cos’è questo, il pullman degli studenti? Tutti studenti sono..." commenta una signora imbottita di piume d'oca, aggrappandosi al ripiano portabagagli. Mi sforzo di inghiottire tutte le possibili risposte polemiche che mi affiorano in bocca. Sì, siamo studenti, e dopo la laurea rimarremo col sedere a terra, perciò le mie chiappe non si muovono di qui, capito?
Lei e altre quattro o cinque senza sedile se stanno lì, incastrate con tutta la loro ingombrante mole in mezzo al corridoio, a farti sentire in colpa perché non hai intenzione di cedere il posto. L’inefficienza dei mezzi pubblici mi rende scorbutico e rancoroso, lo so. Ma, prima di tutto, se offrissi il mio posto ad una di loro, oltraggerei le altre, e poi se avessi voluto rischiare la vita ad ogni sterzata sarei salito sul Nottetempo.
Intanto però le passeggere in piedi, allineate come antiestetiche cariatidi, continuano a gravare minacciose su di me, che cerco invano di leggere un racconto di Buzzati. Parlano di banalità degne del palinsesto pomeridiano di Canale5, ma io le vedo ergersi a taciti giudici della mia condotta vergognosa.
Il senso di oppressione lievita a poco a poco, fino a farsi insopportabile. Come se non bastasse, alla radio danno i Carmina Burana. Fortuna imperatrix mundi

Non so come possa venire in mente a qualcuno di trasmettere canzoni così ansiogene. Ma chi è il deejay, Dario Argento? In latino, poi! Una canzone in latino!
Il mio respiro si trasforma presto in un rantolo. Dalla radio ribollono con ctonio risentimento le invettive del coro contro la sorte crudele. 
L'Inferno. Questo è sicuramente l’Inferno di Dante.
Sors immani! Et inanis! Rota tu volubilis!
Le voci si innalzano di colpo come un getto di lava.
Istintivamente mi rannicchio in posizione fetale, cercando di non sfiorare il gomito del mio vicino di sedile. Ho... bisogno... di... più... spazio. Potrei mettermi ad urlare.
Status malus! Vana salus! Semper dissolubilis!
La signora accanto a me sta per schiacciarmi. Tra poco i suoi enormi seni mi si riverseranno addosso con la peccaminosa abbondanza di Mammona. Mi contorco come un dannato, mi giro e un volto grifagno da Belzebù incombe dietro di me, gli artigli che affondano nella tappezzeria screziata e polverosa del mio sedile. Un vecchio Asmodeo ansima in preda all'asma e Bafometto bofonchia insensatezze all'orecchio di Mefistofele, mentre da qualche parte, infondo al pullman, risuona la risata gracchiante di Lilith.
Mecum omnes plangite!
Il caldo è una morsa intollerabile. Le tende  rosso sangue mi lambiscono come lingue di fuoco. Corpi sudati e aggrovigliati sussultano e si rimescolano ad ogni buca nell’asfalto. La borsa a tracolla grava sul mio petto come l'Incubo di Füssli. Calore, polvere, sudore… troppa umanità! Invio un SOS al cellulare di Anny. In una scala da zero a Munch la mia ansia schizza a livelli kirkegaardiani. Aria! Fatemi uscire! Ho bisogno d’aria!
Poi le porte automatiche finalmente si schiudono, con uno sbuffo da solfatara. La bolgia scorre via lenta e con immensa fatica risalgo il baratro demoniaco in cui ero precipitato. Il mio cuore torna a battere a velocità regolare, man mano che riemergo dalle tenebre asfissianti di sciarpe, piumini e ombrelli.
Dalla radio ora si leva, leggera come una colomba, la voce di Cher, angelo della salvezza, senza sesso e senza età, spirito benefico dai capelli ultra-lisci che diffonde speranza e invita a credere ancora nella vita.

Strane creature che meriterebbero di essere esposte in un acquario
"Anny, ti ho preso il posto!" la chiamo, facendole cenno con la mano dal fondo del bus. "Che bello che ci sei, Bobo! Quando viaggio da solo mi viene la pullmansia..."
"Ciao Raffy, anche per me è bello vedere una faccia amica” sospira Anny, immobilizzando col laccetto le ali palpitanti dell’ombrello. “Oggi sono andata dal tutor... simpatia portalo via! Ma via proprio..."
"Perché hai un tutor? Anch’io voglio un tutor! Come faccio a procurarmi un tutor?"
"Ad ogni studente di Medicina viene assegnato un professore che gli faccia da mentore" esala lei,  liberandosi dalla stretta assassina della sciarpa. "Qualcuno a cui chiedere consiglio, insomma. Ma il mio non è un granché come nume tutelare."
"Be', sempre meglio di niente, Bobo. Io mi accontenterei anche di un animale guida che mi appaia in sogno e mi suggerisca come ottimizzare i tempi di studio."
"Non immagini che rottura: sono stata lì seduta per ore nella sua sala d’aspetto. Per quanto fossi circondata da gestanti non è stata una così dolce attesa..."
"E che ci facevano lì?"
"Scusa, non ti ho detto che è un ginecologo, il mio tutor. C’era solo una donna a non essere in stato interessante. Però era parecchio interessata a me: non faceva che fissarmi. Poi a un certo punto si è fatta avanti e mi ha chiesto che ci facessi lì. Forse mi ha presa per una futura ragazza-madre..."
"Con quel faccino angelico? Ma dai, a te le visite ginecologiche viene a farle direttamente l’arcangelo Gabriele..."
"Io le ho spiegato che sono una studentessa e che aspettavo il dottore per un colloquio. Lei mi ha sorriso, non senza una punta di malizia, poi si è ravviata i capelli biondi, ha incrociato le gambe e mi ha rassicurata, in tono suadente: ‘Vedrai, lo riconoscerai subito. E’ identico a George Clooney...'"
"E lo era?" domando, piuttosto scettico.
"Forse dopo una decina di Martini, sì."
"E questa signorina così ginecologicamente socievole non era incinta, hai detto, vero?"
"No, mi ha detto di no."
"Mmm… mi sa che si aspettava che il dottore si occupasse anche di quello."
Anny sembra ponderare a fondo su questa possibilità.
"Ti sei accorto che siamo in un acquario mobile, comunque?"
Io la guardo con aria interrogativa, poi butto un occhio al finestrino: piove talmente forte che l’acqua chissà come si è infiltrata nel doppio vetro.
"Fantastico. Sembra di stare in una quelle penne che regalano come gadget... sai, quelle piene d’acqua e con i glitter che fluttuano appena le muovi." Solo che in questo caso a turbinare ci sono solo i granelli di polvere accumulati nei secoli...
Per almeno cinque minuti rimaniamo a fissare come ebeti le increspature dell’acqua attraverso quello che ormai sembra l’oblò di un sottomarino. "Ricordi Disco Stu?" domanda poi Anny, ridestandosi dal torpore ad una brusca svolta del torpedone.
"Quel tizio strambo che si crede Michael Jackson? Che ha fatto, è entrato di nuovo in sala lettura di Medicina a passo di moonwalk?"
"No, ha sfondato la porta con un calcio alla maniglia e ha annunciato: 'Ragazzi, sono tornato! Sono stato un po' in prigione, ma adesso sono di nuovo qui!'"
"Quando dice 'prigione' intende 'reparto psichiatrico'?"
"C’è dell’altro. Si è seduto, ha tirato fuori i suoi libri e poi…"
"... ha tirato fuori qualcos’altro?!” incalzo, temendo il peggio.
"... si è alzato il dolcevita bianco per mostrare gli addominali."
"Oh Dio mio, che cosa orribile! Il dolce vita bianco... come quei maniaci sessuali degli anni '70 che volevano darsi un tono da intellettuali per rimorchiare qualche ingenua liceale di provincia! Che indumento viscido..."
"Ehm... già" mi asseconda Anny. "Comunque non era un bel vedere: i muscoli sono pronunciati, ma per il resto è rachitico..."
"Scommetto che è pallidino, pieno di nei..." tiro a indovinare, rabbrividendo. "E con pochi peli ma scurissimi! Bleah!"
Cerco di reprimere le vivide immagini mentali che sono così bravo a creare. Intanto che l’autista scala le marce l’acqua si arriccia con uno schiocco sul bordo del finestrino, per poi essere respinta indietro dalla risacca. "Ma non fa Medicina, giusto?"
"No, mi ha detto che sta seguendo un corso da magazziniere."
"Ma come? E che ci sta a fare lì da voi, allora?"
"Nessuno l’ha ancora capito. Ha portato un cd house a una mia amica. Dicono che l'anno scorso volesse fare il carabiniere, o il vigile..."
"Sì, l'astronauta... ma poi cos’è che fa esattamente, un magazziniere?" mi domando. "Comunque  per fortuna nella biblioteca della mia facoltà tipi del genere non ne ho visti... a parte forse il Nano."
"Il Nano?"
"Sì, credo che il termine politically correct sia 'persona piccola'. La prima e unica volta che l’ho visto non faceva altro che leggere a bassa voce, cosa che normalmente trovo snervante. La sua però sembrava una specie di litania, come una profezia... a un certo punto ho creduto che stesse per rivelarmi chi ha ucciso Laura Palmer."
"Da noi invece c’è un altro strano tipo che passa tutto il tempo in biblioteca a scribacchiare cifre e calcoli senza senso" rilancia Anny. "Secondo me è uno studente di Medicina mancato che dopo il tracollo nervoso finge solo di studiare. Oppure è una Beautiful mind all'opera."
"Un po' come me, che fingevo di prendere appunti nell’ora di fisica per non dare un dispiacere alla professoressa.”
"Non parlarmi di appunti…" mi prega Anny, alzando gli occhi al cielo. "Tocca a me sbobinare la lezione di oggi."
"Bobo, sai quanto io adori i verbi ridicoli, ma cosa intendi dire esattamente?" inquisisco, grattandomi il mento.
"Ad ogni lezione registriamo tutto ciò che dice il professore e poi lo trascriviamo al computer. Siamo un gruppo, ma piuttosto elitario, perciò anche se facciamo a turno è comunque una faticaccia. Poi ci sono delle norme molto rigide a cui dobbiamo attenerci..."
"Oh!" esclamo, affascinato. "Quindi siete una specie di sorellanza? La Sorellanza delle Sbobinatrici! Wow, che cosa eccitante! Vi immagino già con un filo di perle al collo e un twin-set rosa confetto, che sorseggiate tè corretto su una veranda e organizzate brunch e galà di beneficienza."
"Sì, ma il gruppo originario era molto più nutrito di adesso. Prima dello Scisma, intendo."
"Lo Scisma?"
"Sì, una gravissima rottura che ci ha messo le une contro le altre: amiche contro amiche, compagne di corso contro compagne di corso. E' stato terribile. Alcune sono state espulse dal club perché le loro trascrizioni erano illeggibili, praticamente dei flussi di coscienza alla Joyce, degli ammassi di parole senza né punteggiatura, né divisione in paragrafi. Pensa che non usavano nemmeno il grassetto per le parole chiave!"
"Che barbarie!"
"Così le hanno mandate via, e loro hanno formato un gruppo tutto loro."
"Le Emule di Eco" ribattezzo prontamente, non potendo resistere alla tentazione di dare nomi altisonanti a qualsiasi cosa.
"Dopo un po’ però alcune delle ripudiate hanno insistito per tornare nella Sorellanza, ma hanno dovuto subire pesanti umiliazioni: audizioni, sfide incrociate, sbobinature di prova… solo coloro che hanno dimostrato di possedere l’X-Factor sono state riammesse, cioè un’esigua cerchia di Elette."
"Ma chi ha deciso tutto questo... il regolamento, dico? Qualcuna è scesa da una montagna con delle tavole di pietra?"
"In teoria la nostra sarebbe una democrazia, ma il potere di fatto è detenuto da una lobby piuttosto ristretta. La leader indiscussa è senz’altro una. E' stata Lei a introdurre le pene corporali per chi non si attiene al canone: ogni trascrizione deve essere in Helvetica, grandezza 12, con un’interlinea di 1,15 centimetri. Ah, e il testo deve essere giustificato, naturalmente."
"Naturalmente."
"Lei controlla personalmente tutte le sbobinature."
"Maniacale! Quindi se scrivi in Arial, con grandezza 11 e interlinea di 1,14 centimetri, che succede, le esplode la testa?" ipotizzo, allibito. "Ma come fa di nome questa dittatrice? Paris Geller?"
Anny abbozza un sorriso, ma continua a guardarsi intorno impaurita, come se temesse di vederla spuntare a testa in giù fuori dal finestrino.
"Comunque che schifo di carattere, Helvetica. Non era meglio un semplice Times New Roman? Il mio preferito, a dirla tutta, è Georgia, ma..."
"No, io lo adoro!" replica Anny, con ardore. "Ho votato Helvetica al referendum…"
"Oh, povera bambina, ora ho capito cosa ti hanno fatto: mostri tutti i segni di un lavaggio del cervello!" – cerco di abbracciarla, sentendomi maledettamente in colpa per non essermi reso conto prima di quali atroci abusi abbia dovuto subire. "Lei non è qui adesso: puoi dirlo che Helvetica ti fa schifo come font... Davvero, sei al sicuro con me..."
"Oh, smettila, Raffy, mi piace davvero Helvetica!" protesta Anny, divincolandosi.
"Oh, va bene..." chiudo lì, affrettandomi a dirottare la conversazione su argomenti meno spinosi per non alimentare i suoi già laceranti conflitti interiori. "Questa tiranna ce l'ha un fidanzato? C’è un Re di Cuori al suo fianco, o l'ha già fatto decapitare?"
"Sì, il fidanzato ce l'ha, ma è nell’esercito. Chissà dov’è adesso..."
"Ah, ecco, meglio l'Iraq, in effetti. Questo spiega molte cose. Alla poverina evidentemente il sesso telefonico e i messaggini sconci non bastano per distenderle i nervi..."
Anny preferisce non aggiungere altro. Nei suoi occhi leggo il terrore. E’ stata chiaramente plagiata dalla setta a cui si è incautamente unita. Chissà quali irripetibili minacce avrà ricevuto...
Meglio non insistere oltre. Lascio che lo sciacquio amniotico del finestrino la culli per un po' e aiuti il suo animo turbato a ritrovare la pace.
"Comunque, siamo alle solite!" prorompo, vedendola più serena. "Com’è che una squilibrata non fa alcuna fatica a trovare un fidanzato che se le prenda, e io invece sono ancora single? Non sono forse abbastanza psicopatico?"
"Oh, no, Raffy, sei pazzo da legare e tu lo sai" mi rassicura Anny, dandomi una pacca sulla spalla.
"Lo dici solo per farmi stare meglio" borbotto. "Bobo, io e mia madre pensiamo che tu non ti stia impegnando abbastanza per trovarmi un buon partito a Medicina" aggiungo, in tono serio. "Pensavo fosse questo il motivo per cui ti eri iscritta. I patti erano chiari."
"Farò del mio meglio, Raffy" mi garantisce lei, poco convincente. "Te lo prometto."
La guardo per un po’ con aria diffidente, poi mi volto dalla parte, immalinconito. I miei pensieri mulinano come quell’acqua intrappolata nel doppio vetro. "Mi sembra di essere nel cestello della lavatrice" dichiaro, appannando un po' il finestrino con un sospiro.

Maria Magdalena
 

Un ragazzo dall'aria afflitta avanza a fatica tra i sedili straripanti di giubbotti, le maniche matelassé e gli orli di visone sintetico che si sporgono a impedirgli il passaggio. I suoi occhi umidi vagano in cerca di un posto libero. Quando lo vedo puntare al sedile accanto a me distolgo in fretta lo sguardo. Con mio sommo orrore, mentre gli faccio spazio, lo sento piangere sommessamente. 
L'autobus, come sempre, è strapieno a quest'ora. Infatti la sua amica si è dovuta sedere dall'altro lato del corridoio.
Cerco di restare impassibile, mentre lui si lascia sfuggire un singhiozzo. Mi sorprendo a ritrarmi, fino ad addossarmi al finestrino gelido, quasi per paura che la sua infelicità mi contagi. E' un movimento istintivo. Mi dico che lo faccio per rispetto, per non farlo sentire più a disagio di quanto già non sia, ma quello a cui penso è soprattutto il mio, di disagio.
E' una cosa strana, il pudore del dolore.
Per infelice coincidenza la radio trasmette il pop lamentoso di Maria Magdalena, con la pioggia che tamburella a ritmo sul tetto.


"Hai provato a chiamarlo?" domanda l'amica, in un sussurro. Il finestrino riflette il suo volto solidale, sospeso nel grigiore del paesaggio urbano.
"Sì, ma è sempre spento" balbetta lui, la voce tremula come la goccia di pioggia sul vetro su cui mi costringo a concentrare lo sguardo.
Lo sento frugare nelle tasche, o nello zaino, e con la coda dell'occhio lo vedo tirare fuori un cellulare, ma trema così tanto che gli cade per terra. Tra un sobbalzo e una frenata, le sue mani cercano disperatamente di metterne insieme i pezzi, come se da quello dipendesse la sua vita.
"Allora, squilla?" domanda l'amica, con apprensione.
Il ragazzo rimane in silenzio, forse perché sta pensando a quali parole mettere insieme nel caso, sempre più remoto, che dall'altra parte a rispondergli non sia ancora una volta una voce registrata. Prega mentalmente di non dover riascoltare quel messaggio gratuito dell'operatore, che suona come una porta sbattuta in faccia.
La ragazza allunga la mano per afferrare la sua: una cordicella d’amicizia che dondola in mezzo all’angusto corridoio di un pullman.
"E' spento... ma riprovo finché non mi risponde."
A questo punto mi decido a tornare al mio libro. Torvald sta pregando Nora di restare, ma ecco che inaspettatamente una voce metallica emerge da quell’oggetto miracoloso, il talismano che il mio compagno di viaggio tiene premuto sull’orecchio. 
"Ha risposto!" bisbiglia la ragazza, con un sussulto, senza rivolgersi a nessuno in particolare.
"Ti giuro che non è successo niente..." sta mormorando il ragazzo, facendo un grande sforzo per trattenere le lacrime. "Non lo so… devo aspettare prima di saperlo... Mi dispiace, io… Ma te lo giuro... per favore…"
Non riesco a captare le esatte parole dell'altro, ma le sue risposte sono lapidarie.
"Non lo so... ascolta, ci possiamo vedere per parlarne?... Ah, capisco... ma allora ci sentiamo più tardi…? Mi chiami tu…?"
Lo sento stringere forte quel punto interrogativo come se fosse il suo ultimo appiglio.
L'autista ha cambiato stazione radio e non me ne sono accorto che ora. "E poi l'amore è una cosa semplice e adesso... adesso te lo dimostrerò!" gorgheggia Tiziano Ferro, mancando del tutto di tatto. Sì, Tiziano, dimostralo adesso, che l'amore è una cosa semplice. Sta' un po' zitto, che è meglio...

L'eroe
"Raffy, lo vedi quel tipo là davanti?" mi fa Anny, con voce concitata.
"Ma chi, Testa-di-Luna?"
"No, l’altro pelato."
"Ma chi, mio padre? Senti come russa!"
"Non tuo padre, il terzo pelato!"
"Ah, sì, quello che ha appena chiuso la tendina. Ebbene?"
"Quello è stato il capopopolo della Rivoluzione dell’Anno Scorso" mi ragguaglia, gli occhi luccicanti di ammirazione. "Il pullman era davvero troppo pieno, così lui ha radunato gli altri pendolari insoddisfatti e ha denunciato tutto ai carabinieri. E’ grazie a lui se ora ogni mattina ci sono due pullman delle sette."
"Che benefattore!" considero, vagamente colpito. "Certo, non è al livello di Rosa Parks, ma niente male come sommossa..."
"Io so chi è" afferma Anny, tutta orgogliosa. "Ha fatto conoscere i miei genitori."
"Ah, ma allora è davvero un benefattore!" decreto, a dir poco strabiliato. "Eroe popolare e anche paraninfo!"
No so come, ma la sua pelata ora mi sembra più lucente di prima.

C'era una svolta
"Grazie per aver deciso di sederti accanto a me e non accanto a quel cane laggiù, Bobo"
"Sono allergica al pelo, lo sai" mi ricorda Anny. "Non ho avuto altra scelta."
"Solo io trovo strano che un cane viaggi su un autobus?" domando, voltandomi a osservarlo meglio. Il bestione dal manto color caffellatte ricambia il mio sguardo e accenna un latrato, come a dire 'E beh? Che hai da guardare?'
"C’era anche ieri" mi informa Anny, distrattamente, come se questa fosse una spiegazione esaustiva.
Poi, dato che non sembro soddisfatto, prosegue: "Ha aspettato tranquillamente con noi il pullman alla fermata. Poi all'improvviso, senza alcun motivo, ha aggredito una signora. Hai presente la Signora Chic che di solito prende il pullman delle sette?"
"Tesoro, io mi sveglio ogni mattina alle otto e ogni volta mi sembra di risorgere dalla tomba. Ti pare che sia tipo da prendere il pullman delle sette?"
"Insomma, prima le è saltato addosso, poi è salito sul pullman e si è seduto proprio accanto alla Signora Chic. Lei a momenti sveniva dalla paura - ma sei sicuro di non averla mai vista? E’ una signora davvero chic, è anche molto gentile. Ha dei bellissimi boccoli biondi...  sempre così ben truccata, con tanta cipria... sembra una diva anni ’50."
"Magari avete frainteso tutto, tu e gli altri pendolari delle sette" rifletto, lanciando un’altra occhiata di sbieco al cagnone. "Secondo me si era innamorato di lei. Poverino, non deve essere facile, dichiarare i propri sentimenti quando tutto quello che ti esce fuori dalla bocca è ‘Wof! Wof!’ Per voi la stava aggredendo, ma magari in realtà si stava offrendo galantemente di obliterarle il biglietto. Magari sotto tutto quel pelo si nasconde un gentiluomo in trench."
"Che romantico, Raffy..." commenta Anny, con condiscendenza. 
"Sembra una versione moderna de La Bella e la Bestia."
"In ogni caso è sempre meglio avere un cane per compagno di viaggio che non una narcolettica che ti dorme sulla spalla come mi è successo stamattina. Ogni tanto si svegliava e per l’imbarazzo faceva finta di niente, ma dopo neanche due minuti me la ritrovavo che ronfava senza ritegno sulla mia clavicola, finché il naso non le scivolava sul mio décolleté e allora si svegliava di nuovo!"
"La Bella Addormentata" sospiro, con aria sognante. "Questo è davvero l'autobus delle fiabe!"
"Be', tanto bella non era..." si sente in dovere di precisare Anny. "Non quanto la Signora Chic, almeno."
"Stai rovinando la magia, Bobo."
"Siamo quasi arrivati a casa, Raffy" annuncia lei, per tutta risposta, mentre si stiracchia. "E' il miglior lieto fine che un universitario possa sperare..."

Grazie per aver viaggiato con me! Aspetterò con ansia di sapere quale storia vi sia piaciuta di più e quale invece vi abbia fatto venir voglia di prendere la patente da autista solo per la soddisfazione di investirmi...

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

lunedì 30 settembre 2013

Una serie di accademici accadimenti V - In balìa della balia

"Forse la terra è l'inferno di un altro pianeta." (Aldous Huxley)
Se così fosse l'università sarebbe il girone più profondo.
In questo bestiario a puntate dedicato alla biodiversità universitaria non poteva mancare un capitolo dedicato a loro: gli assistenti dei professori, questi sconosciuti. Si tratta di creature ibride e misteriose, non più studenti ma non ancora insegnanti, intermediari (angelici o demoniaci) che vivono con sofferenza la propria duplice natura, un po' come le sirene, che in alcune leggende sono così gentili da prendersi la briga di salvare i marinai dai naufragi e in altre succhiano via loro l'anima dalla bocca come il mollusco da una cozza pelosa. Un giorno malevole Erinni con un diavolo per capello, l'indomani rassicuranti Eumenidi disposte a mettere una buona parola per te col Grande Capo. Alcuni ti fissano per tutto il tempo dell'interrogazione con l'espressione enigmatica dei moai dell'Isola di Pasqua, altri invece sembrano proprio essere usciti da un uovo di Pasqua. E' su quest'ultima categoria che voglio soffermarmi, in particolare sul caso di Laura Fresca-Di-Laurea, una frizzante neolaureata (con una tesi sulla saga di I love shopping, probabilmente) da poco passata al lato oscuro della Forza, su cui già circolano succulenti aneddoti al limite della leggenda metropolitana.
I' non benedico certo il loco e 'l tempo et l'ora del nostro primo incontro, nel corso di un temuto esame di inglese per cui mi ero presentato in facoltà con largo anticipo e con un gramo presentimento, visto che avevo avuto un terribile incubo in cui nascondevo il cadavere di Sylvia Plath in una specie di acquario di cristallo pieno di lucci (famelici pesci d'acqua dolce, spesso anche cannibali, protagonisti di una poesia di Ted Hughes, marito fedifrago dell'infelice poetessa.)
"Si dice che la professoressa sia una stronza" si sente in dovere di informarmi la mia irrequieta vicina di banco, una specie di roditore dalle enormi tasche guanciali, anche se non gliel'ha chiesto nessuno.
"Ah sì?" mugugno, senza staccare le labbra dalla mia mini-bottiglietta di Schweppes al limone.
"E anche l'assistente maschio è uno stronzo. Quella bionda invece..."
"E' più magnanima?" tiro a indovinare, speranzoso.
"No, è la più stronza di tutti!" squittisce lei, con una risata verde e lievemente isterica che le fa fremere la palpebra sinistra.
"Ma sei proprio sicura? E' vestita come Fragolina Dolcecuore..."
"Non lasciarti ingannare dal suo aspetto fru-fru" s'intromette un giovane namecciano seduto dietro di me. "Ha un'aura potentissima..."
"Ripetete bene James Joyce: la volta scorsa mi ha bocciata perché non sapevo che soffrisse di cinofobia e cheraunofobia" ci ammonisce in un sussurro una ragazza che, dopo l'appello, scopro portare l'ingrato cognome di Pisciareno.
"Dicono che ogni sabato si trasformi in serpente dalla vita in giù..." riporta con voce tremante un'altra sconosciuta, pallida, smunta e con gli occhi incavati, seduta due posti più in là.
Un ragazzo dalla faccia cavallina conferma la diceria con un nitrito, inorridito.
"Vuole fare la simpaticona, ma è senza cuore" riprende la mia vicina, più concitata di un gerbillo. "Mi hanno detto che non si è fatta scrupoli a bocciare una sua ex-compagna fuori corso! La poverina ha avuto una crisi di pianto... l'hanno dovuta trascinare via dall'aula dopo averla sedata... e indovinate un po' cos'ha fatto lei, l'assistente traditrice? Eh?! Eh?! Indovinate?!"
"Cosa?!" chiediamo in coro, sobbalzando sulle sedie.
"L'ha salutata agitando la mano e con voce zuccherosa le ha detto 'Bye bye, cara!'"
"Ma è spaventoso!" è tutto quello che riesco ad esclamare, nauseato.
"Ah, questo è niente! Voi non immaginate neanche cos'ha detto all'appello di novembre!" rincara la dose Pisciareno. "Ha fatto i complimenti ad un mio amico per i suoi bellissimi occhi color nocciola-quasi-oro e quando lui le ha rivelato che porta le lenti a contatto colorate lei ha esclamato, tutta eccitata: 'Ma allora anche tu sei un twilighter!! Come me!!'"
"Mi correggo, questo è spaventoso!" commento, portandomi una mano alla bocca.
Il ragazzo dai lineamenti equini sbuffa, orripilato, e dilata le enormi narici.
Non ho neanche il tempo di chiedermi di che morte morirò, perché, ovviamente, mi tocca lei, l'assistente bionda. Ci salutiamo seguendo il protocollo internazionale delle gatte morte: mostrando i denti. Lei sfoggia un ghigno tutto miele, ma il suo sguardo è quello del luccio che ha appena adocchiato un avannotto indifeso. Io ricambio con un sorriso ancora più caramelloso, ma i miei occhi dicono: "Ti farò mangiare la cipria, Paris Hilton de' noantri". Da vicino posso studiare ogni dettaglio del nemico: il suo taglio à la garçonne, gli occhiali rosa da gatta, le guance abbondantemente spolverizzate di blush color pesca, gli artigli laccati, la romantica camicetta a fiori e l'immancabile paio di ballerine rosa. Manca solo il chihuahua ringhiante nella borsetta.
Mi sforzo di ignorare la sua leziosa aria di sfida e l' irritante mimica facciale, e intanto combatto strenuamente per la sopravvivenza, riuscendo a deviare i numerosi colpi bassi e a conquistarmi con grande fatica la sua melliflua benevolenza, ottenuta anche grazie ad una libagione e al sacrificio di un montone dal vello nero. Alla fine, dopo un'ora di lotta per la vita, la Furia è domata, il luccio molla la presa e io posso fare ritorno incolume al mio nascondiglio tra le alghe. O meglio, quasi incolume, visto che ho schivato solo per miracolo la domanda fuori programma su Huxley (di cui sapevo solo che di nome faceva Aldous e che spesso e volentieri si faceva una pera.)
Pensavo che non avrei mai più avuto il privilegio di rivederla, ma naturalmente mi sbagliavo: me la ritrovo pochi mesi dopo, nel ruolo a lei più congegnale di baby-sitter, in occasione di un esame scritto pomeridiano che, in qualche modo, riesce a trasformare nel suo show personale. Sempre vestita come un sacchetto di pot-pourri provenzale e sempre truccata come Anna di The O.C., Laura Fresca-Di-Laurea non fa altro che ciarlare, ridacchiare, pavoneggiarsi, sfoggiare il suo humour inglese e punzecchiare noi studenti chini sui banchi, senza nemmeno tentare di porre un freno al suo narcisismo. Ormai l'ho inquadrata: è una cabarettista mancata, una simpatica umorista in continua ricerca di attenzioni. Una che ad ogni battuta si aspetta che parta il Ba dum tss! della batteria.
Ce la mette tutta per rimanere seduta alla cattedra e concentrarsi sulle sue letture erudite (un romanzetto Harmony, suppongo), ma non resiste a lungo alla tentazione di scendere in platea a salutare il suo pubblico ostile, sfilare tra i banchi atteggiandosi a sciantosa, dispensare sorrisi canditi e indirizzare pralinate minacce a chi sbircia il compito del vicino.
A un certo punto annuncia di doversi allontanare per qualche minuto e, fraintendendo i gridolini di gioia di alcuni, ci rassicura: "Non disperate, guys. Torno subito, I'll be back in a minute! Fate i bravi!" 
I cinque minuti scarsi senza di lei risultano i più produttivi di tutte le quattro ore di segregazione in balìa della balia. Proprio quando cominciavamo a sperare che non tornasse più, eccola che rientra rigirando con la cannuccia i cubetti di ghiaccio del suo bicchiere di Coca-Cola, guarnito con una sorridente fetta di limone e ombrellino da cocktail. Si direbbe pronta per il party in piscina di Polly Pocket.
"Non c'è alcol, ragazzi, don't worry!" cinguetta lei, con una risatina che suggerirebbe il contrario. "E' solo Coca-Cola!"
E figuriamoci se si scolava un Cuba libre a scuola. 
Per un attimo ho pensato che se ne uscisse anche con un "Hey, what did you expect?" (tanto il maquillage in stile Uma Thurman ce l'aveva già.)
In tal caso so già quale sarebbe stata la mia risposta: "Mi aspettavo fosse solo Coca, senza Cola."
Cerco di concentrarmi sul mio saggio breve, ma una ragazza (forse membro della sua claque) va a chiederle se bisogna scegliere una delle tracce o svilupparle entrambe. Lei, incredula, si strappa le piume e starnazza: "Ragazzi, no! Dovete sceglierne una sola! My gosh! Quando finiremmo poi?! Io ho una vita fuori di qui! Ho un fidanzato che mi aspetta, insomma!"
Il gelo piomba di colpo nella stanza e io nascondo la faccia dietro il foglio, vergognandomi per lei.
Dopo qualche istante di imbarazzato silenzio, resasi conto del fatto che non ce ne importa una mazzancolla che sia fidanzata, sposata, poligama, in coppia aperta, single, suora orsolina o pansessuale, si corregge, con un risolino argentino: "Ragazzi, perdonate questa informazione non richiesta sulla mia... personal life." (Il vezzo di inframmezzare l'italiano con vocaboli inglesi random, in stile Nicole Minetti, è purtroppo ancora largamente diffuso tra certi insegnanti di lingue.)
Non faccio nemmeno in tempo a mettere un punto fermo al periodo che stavo scrivendo, che una studentessa chiede con una certa insistenza di poter correre alla toilette prima che inizi a scorrere dirompente il biondo Tevere. Tengo a sottolineare che la signorina in questione non è la Pisciareno.
"I'm sorry, ma c'è già un'altra ragazza in bagno" miagola Laura.
"Ma io sto morendo!" frigna la fanciulla in ostaggio della sua vescica, mentre si esibisce nella samba dell'incontinente. Ma si sarebbe anche potuto trattare di un boogie-woogie della dissenteria: la differenza è sottilissima.
"Eh, signorina, io non so che dirle" trilla l'assistente, godendo visibilmente della sua sofferenza. "Capisco l'urgenza, ma non posso farla uscire se non rientra la sua collega. So che non si direbbe, ma sono nata prima di voi, e quando ho fatto io questo esame c'era una mia amica che si incontrava in bagno col suo boyfriend e si faceva dare le risposte del test. Per quanto ne so io, lei potrebbe benissimo essere la girlfriend della signorina..."
Ripiomba nuovamente il gelo, e ora non so più dove nascondere la faccia. Miss K. Lorina si arrende e torna al suo posto, perdendo l'occasione per un eventuale coming-out pubblico.
In ogni caso, l'assistente deve essersi fidanzata da poco, perché è chiaramente ossessionata dal love of her life e non vede l'ora di sbandierare ai quattro venti le glorie della propria vita di coppia. Mi ricorda la liceale dei film americani che si presta a fare da tata ai bambini dei vicini con l'unico scopo di far entrare di nascosto il suo ragazzo e arrivare in terza base con lui sul divano.
Okay, sei innamorata, auguri e figli maschi, ma qui staremmo facendo un esame, sai com'è.
Per citare il suo amato Huxley, "c'è qualcosa di estremamente noioso nella felicità di qualcun altro." Specie se questo qualcuno gongola  per la propria vita sentimentale più di quella civetta di Lydia Bennet, che già era oca in partenza, poi è rimasta completamente ipnotizzata dal luccichio della propria fede nuziale.
Rileggo per l'ennesima volta la brutta copia del mio essay sulla "tragedia scozzese", promettendomi di non prestare più la minima attenzione all'amica chips e al mondo esterno.
Il problema è che riesco facilmente a distrarmi anche solo con la mia immaginazione. Per quanto mi sforzi, una parte del mio cervello continua ad ascoltare le ciance di Laura e l'altro emisfero non smette di cantare Unsex me, il mio tentativo di musicare il monologo della sanguinaria Lady Macbeth sulle note del ritornello di Undress me, vecchio successo anni '90 dell'ormai dispersa Anggun.

Versione ispirata a Lady Macbeth
Unsex me!
Unsex me!

And fill me all of cruelty!
Remind me of my mean aims...


Versione originale di Anggun
Undress me!
Undress me!
Unlock this chain and set me free!
Remind me to be myself...



Comincio a credere che non siano solo certi assistenti ad aver bisogno di assistenza psichiatrica.
Intanto suona il gong che annuncia la fine dell'esame. Mentre gioco al tiro alla fune con Laura Fresca-Di-Laurea per non farmi strappare di mano il compito, mi sorprendo ancora piuttosto dubbioso sul mio lavoro. Alla fine cedo, chiedendomi se consegnare il testo musicale scritto a sei mani con Anggun e Shakespeare non mi sarebbe valso un voto più alto. Ma, dopotutto, dice bene Lady Macbeth: what's done is done. Quel che è fatto è fatto. L'importante è che non sia mai più costretto ad assistere ad un altro varietà dell'assistente.
Restituisco a Laura un sorriso mandorlato, esco dall'aula e corro a farmi una vita anch'io, fuori di qui...
"Bye bye, cara!"
Eppure, mentre mi do alla fuga, continua ad inseguirmi il pensiero che, se non fossimo nemici naturali, probabilmente le avrei proposto di fare shopping insieme, passeggiando a braccetto e saltellando come Dorothy e lo Spaventapasseri, di boutique in boutique, lungo i sentieri dorati del centro...

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

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