venerdì 21 febbraio 2014

Ti porto a Sanremo 2014 con me

Non capisco proprio chi critica Lucianina per il cachet esorbitante. Provassero loro a fare
le badanti per cinque serate di seguito e mantenere per tutto il tempo il suo senso dell'humour.
Sono stato rallentato dalla febbre (quella vera, non la febbre da Sanremania) e quando Fabio Fazio è comparso in scena in giacca da camera, ahimè, mi è quasi parso di guardarmi allo specchio. Ciononostante, indefesso, continuo a commentare per voi questo Festival, ancora una volta diretto dal duumvirato Fazio-Littizzetto. Ma passiamo subito al riepilogo degli artisti che nelle ultime due serate hanno cavalcato la scacchiera dell'Ariston.
Al suo esordio Noemi ha sfoggiato un abito da sposa spaziale, preferendo al classico filo di perle un fil di ferro attorcigliato al collo: l'effetto è un po' quello del delfino rimasto incastrato negli imballaggi gettati in mare. Un'immagine ecologica, quest'ultima, che si ricollega all'atmosfera quasi animistica evocata dalle sue canzoni, in particolare Bagnati dal sole: la voce di Noemi emana raggi, un fascio continuo che avvolge e riscalda gli spettatori molto più delle coperte termiche a cui sono abituati. Anche ieri, forse in omaggio all'astro-giornalista Tito Stagno e all'astronauta Luca Parmitano, ha proseguito sulla strada delle mise cosmicomiche vestendo i panni di una sirena siderale.
Imperdonabili i coretti sospiranti e i violini miagolanti di Ora, il pezzo presentato da Renzo Rubino, quest'anno promosso a Big. Al pianoforte si agita e si contorce al pari di un muppet impazzito. Corre voce che questa sera duetterà con Miss Piggy. Più che "fermati e datti un voto", Renzo, fermati e datti una calmata.


Francesco Sàrcina, Nel tuo sorriso, si definisce "un guerriero che difende il mondo intero." In effetti, scimmiesco com'è, sembra sempre a un passo dal trasformarsi in Super Sayan di quarto livello. Lui e Clemente Russo (in veste di annunciatore) hanno lottato fino allo strenuo delle forze per accaparrarsi la cintura di "Più Egocentrico", tra la logorrea del pugile e le selfie dal palco del cantante, rimbeccato dalla Littizzetto: "Invece di fare il pirla, ci dici se la canzone che ha vinto è la prima o la seconda che hai cantato?! Quelli di Twitter vogliono saperlo!"
Facendo indagini sull'ex-frontman de Le Vibrazioni, ho scoperto che sarcina è il nome di un batterio che frequenta abitualmente l'intestino umano, e in latino significa "fardello". Coincidenze? Sono venuto a sapere anche che quei perversi di Vanity Fair lo hanno scelto come protagonista di una serie di interviste in veste di sessuologo, richiedendogli di elargire, dall'alto della sua esperienza, preziosi consigli su sesso di gruppo e tradimento. Altro che vibrazioni, a me vengono i brividi.
Chi comincia proprio a piacermi è invece Giusy Ferreri con la sua Ti porto a cena con me, un invito che potrei accettare, a patto che si cambi d'abito. A quanto pare non è solo la "felicità" che è "fuori moda", ma anche lei, con quel vestito verde da tigre della Malesia e i tacchi vertiginosi, che sono praticamente degli altipiani non ancora riportati sulle mappe.
Renga, più inanellato di un rapper, si aggiudica un primo posto provvisorio che non riesco proprio a spiegarmi. Su Sinigallia ho poco da dire: avantieri sotto la giacca indossava una maglietta con una mandria di elefantini, ieri soltanto uno. Oggi quanti se ne porterà addosso?
Ron, che non riesco a non immaginare come il gatto Romeo ("er mejo der Colosseo"), fischietta un ritornello country perfetto per la vendemmia, mentre la virtuosa Antonella Ruggiero (il suo stilista veste anche il dittatore coreano Kim Jong-Un) gorgheggia una litania che è senz'altro molto sofisticata, anche troppo. Come sia riuscita a scavalcare Noemi nella classifica parziale di ieri è un mistero: sarà stato il potere dell'ipnosi?
Quanto agli ospiti di queste due serate, per la serie "una partita a briscola e un passeggiatina ai giardinetti pubblici", sono state scongelate le Kessler, vestite interamente di squame e sguscianti come anguille sul palco a ritmo di Quelli belli come noi. Naturalmente, tra questi due alti papaveri, non poteva mancare quella paperina di Luciana, finalmente con un abbigliamento un po' più estroso: la sopravveste mobile a nido d'ape con all'estremità uno sciame di chiffon che fa su e giù quando alza le braccia. A pensarci bene ricordava anche un ombrellino da cocktail.
La Litty non ha mancato "l'incontro a Teano" con la Valeri, entrambe a telefono con le loro mamme. Peccato che non siano riusciti a spiegare al pubblico post-diluviano quale grande attrice sia Franca Valeri. I ragazzini che per sbaglio avranno buttato un occhio su Sanremo avranno visto solo una vecchia signora che a malapena riesce a farsi capire quando parla, vestita da poltrona dell'Ariston e con ai piedi le galosce di Peppa Pig.

Mio nonno ha riconosciuto il telefono che usa Insinna per chiamare "La Dottoressa"
e gli è venuto il magone. Sono giorni che è in astinenza da Affari tuoi.
Il medley di Baglioni l'ho volutamente evitato. Dopo Piccolo grande amore, mancava solo che tornasse Ligabue e attaccasse con Certe notti, e a quel punto si sarebbe potuto improvvisare un perfetto falò sulla spiaggia.
Ieri, poi, è stato il turno di Renzo Arbore, con un plaid rosso legato al collo e un cinturone alla texana, l'unico "ospite da ospizio" consapevole di essere vecchio, se pur capace di affrontare con grande autoironia l'argomento della propria veneranda età. Interminabile l'omaggio alla canzone napoletana, a discapito dei giovani, per quanto su di loro, almeno per il momento, preferisca non esprimermi. Delle nuove proposte è doveroso tramandare ai posteri, a mo' di monito, solo gli osceni outfit delle ragazze escluse, in primis Bianca, la vamp più candida di Dita Von Teese, le cui ciglia finte e le labbrone scarlatte hanno preso il sopravvento su tutto. Impareggiabile il vestito goule-de-pigeon: non c'è Sanremo senza che qualcuno si auto-confezioni come un uovo di Pasqua. La citazione ungarettiana, "si sta come foglie sui rami a novembre"? Un tocco di classe: terza media, per la precisione.
Veronica De Simone, appena coperta da un centrino di pizzo, con un capigliatura che gareggia con Noemi per autolesionismo, ieri si è sbilanciata dichiarando a pieni polmoni di volere cento figli. Una giovane, novella Ecuba, la prolifica regina troiana.
Parlando di convitati esteri, ieri sera il cantautore irlandese Damian Rice si è presentato in cenci da clochard, con la chitarra in piena marcescenza. L'ha preceduto la sera prima Rufus Wainwright, sublime in Cigarettes and chocolate milk e Across the universe. Ancora prima della sua esibizione il canadese è stato duramente contestato e accusato di blasfemia dai Papaboys per la canzone Gay Messiah (in cui si parla, per l'appunto, di un messia gay "risorto da un porno anni settanta" e si allude anche a un "battesimo di sperma.") Mi sono premurato di ascoltare la canzone incriminata, tra l'altro di dieci anni fa, ed è una geremiade piuttosto lagnosa. Io, in ogni caso, sono fan di chiunque scateni e maledizioni bibliche dei Papaboys. Non so in quale girone dantesco finirò, ma l'inferno me lo immagino così: un'enorme valle infuocata, con schiere di Papaboys che mi frustano a ritmo delle canzoni dell'ACR.
E a proposito di fuoco e fiamme, signoreggia in quanto a cattivo gusto sanremese l'abito rosso come il peccato della pallavolista Veronica Angeloni. Le tre lacerazioni sul ventre sono variamente interpretabili: sarà stata attaccata da un orso, o forse si è dimenticata per tre volte il ferro da stiro acceso sul vestito? Quei tre buchi rappresentano un richiamo alla decadente scenografia? O forse sono un'allusione alla Trinità e al triskell celtico? Qualunque sia il significato, il modello ha messo in risalto impietosamente i fianchi perpendicolari della sportiva.

La pallavolista Veronica Angeloni e due nuove proposte (indecenti): Bianca e Veronica
De Simone, entrambe vestite da bambole assassine.
Probabilmente queste due serate sono state più animate della comatosa première. Trito, ma pur sempre divertente il monologo della Lucy dei nostri occhi sul tema della bellezza, in tutte le sue manifestazioni, anche meno convenzionali: "un mondo di persone tutte uguali è un incubo totalitarista." Al momento di scagliarsi contro la chirurgia estetica selvaggia e la plastificazione umana, ha scoccato velenose frecciatine che avranno fatto rodere il fois-gras alla Santanché, "amica del gioco dell'oca."
Eppure credo che tutto questo ancora non basti per bissare i fasti dell'anno scorso. La trovata del flash mob musicale? Roba che avrebbe potuto stupire il pubblico di dieci anni fa.

mercoledì 19 febbraio 2014

Sanremo 2014, sei acceso o sei spento?


I costumi sono da Carnevale, ma il clima è quaresimale.
"Raffy, ma lo sapevi che anche Umberto Saba e Dino Buzzati hanno iniziato con le recensioni di Sanremo?" ci ha tenuto a informarmi mia madre, che evidentemente non nutre grandi aspettative su di me e non intende in alcun modo mettermi sotto pressione. Come se questa edizione del Festival non mi desse già abbastanza pensieri. Non so a voi, ma a me il fatto che ci fosse Beppe Grillo in platea metteva addosso un'ansia terribile. Mi aspettavo che esplodesse da un momento all'altro come una bomba ad orologeria, iniziando a inveire e farsi venire un embolo come il Baffo delle televendite.
Scoprire grazie alla "testimonianza" di Pif, che il piatto tipico di Sanremo è il brandacujùn (nome oltremodo evocativo) e che in realtà "Sanremo" è una contrazione di "Sanromolo" è stato già abbastanza sconvolgente, ma a tutto questo è seguita un'escalation di angoscia: il sipario sospeso a metà, i due lavoratori che minacciano di buttarsi giù dalla balconata (non si capisce bene come siano riusciti ad arrivare fin lassù né come si siano potuti permettere un biglietto all'Ariston, perciò molti gridano alla farsa) e infine, una volta scampato il pericolo, si è aggiunto lo spavento di scorgere la Marchesa Del Secco d'Aragona che fa capolino tra Fazio e la moglie di De Andrè.
A portare sollievo comico, giunge in soccorso come sempre Lucianina Littizzetto, con i suoi passetti da geisha, conciata come un fenicottero e accessoriata con un fiorito balconcino in muratura e un cappellino per cui non oso immaginare quanti Fimbles siano stati spennati vivi.
Rompe il ghiaccio Arisa, con Lentamente: "cade una mela da un ramo" canta lei, ma intanto il suo décolletè, in continuo movimento tettonico, sfida ogni legge di gravità. Calimero ha scoperto le gioie del push-up. Poi, al momento di Controvento, che credo sia il flautato canto delle sue manie di persecuzione, si toglie anche le scarpe: prego, fa come a casa tua.
Almeno però Arisa sa cantare. Frankie Hi-NRG, atono, ripetitivo, noioso, annaspa con Pedala, che ha proprio il ritmo e la vitalità di una pedalata. In pianura, però.
Intanto mi immaginavo che Grillo si alzasse e cominciasse ad abbaiare furiosamente, ma è rimasto silenzioso anche di fronte al dolce vita nero alla Jean-Paul Sartre sfoggiato da Fazio al momento del siparietto con Laetitia Casta. "E' un'invitazione bellissima" dichiara quella che in conferenza stampa non ha fatto altro che vantarsi di aver imparato l'italiano alla perfezione. Poi Fazio inizia a cantare in qualcosa che somiglia vagamente al francese, e Grillo ancora tace. Solo friniscono i grilli.
La Casta, indecisa tra anni '30 e '50 si cosparge di colla e si rotola tra charleston e piume off white, di seguito si esibisce nel suo numero da cafè chantant con Ma 'ndo va se la banana non ce l'hai, per poi accompagnare Fabio nell'omaggio a Jannacci. Peccato che non si capisca una parola.
Anche questa volta il Grillo Urlante perde un'occasione perfetta per insorgere e far volare qua e là qualche vaffa alla casta e alla Casta.
Quanto al resto delle canzoni in gara: nessuna frase memorabile, nessuna vetta di poesia, nessun motivetto che riesca a tenerti sveglio. Raphael Gualazzi si presenta con The Bloody Betroots, un deejay che pare non esca mai di casa senza la maschera di Venom (ieri ha sfoggiato la versione glitterata delle grandi occasioni). Gualazzi, invece, non so proprio di quale supercattivo potrebbe vestire i panni. Nemmeno Joker, visto che quel suo sorrisetto perenne è più irritante che inquietante. Quando si lascia trasportare dalle suggestioni jazz e soul delle sue canzoni, chiude gli occhi e inclina leggermente la testa da un lato, come se limonasse col suo ego. Non credo abbia affatto bisogno di un alter.
E' dall'anno scorso che mi sforzo di capire a chi somigli, e finalmente ci sono riuscito. Non è un supercattivo, ma parliamo sempre di cartoni:

Mikey del cartone Disney Ricreazione e Raphael Gualazzi.
Il peggior sorriso di questo Sanremo non è quello della Casta.
Dei due pezzi di Cristiano De André ricordo solo l'ultimo verso (mi sono svegliato solo ad esibizione conclusa): "io mi aspetto molto da te", parole che suonano tristemente ironiche. Non capisco perché costringere i cantanti a proporre due brani se poi vince sempre il secondo. Nel caso di De André Junior, poi, la doppia performance è un supplizio bello e buono per chi ascolta.
A quel punto ero sicuro che Grillo si sarebbe deciso a saltare dalla poltrona e inneggiare alla rivoluzione, ma ancora niente.
Qualche brivido ce l'hanno regalato solo i Perturbazione, che sembravano un quartetto d'archi, prima che una specie di Vincent Cassel in tuxedo (e più simpatico) iniziasse ad  elencare il catalogo delle sue donne. Il gruppo dovrebbe chiamarsi Fornicazione.
Oltre alla Litty (per quanto anche lei un po' prevedibile), l'unica capace di dare una botta di vita a questo noiosissimo esordio era Raffaella Carrà, la Popstar dei Due Mondi, praticamente "Garibaldi col carré". Vestita da gladiatrice post-apocalittica, fa la sua apparizione insieme a uno stuolo di boys su tacchi a spillo, scopiazzando non so quanto consapevolmente Madonna. Il Carràrmato sfonda l'Ariston prima con una vera e propria Gaga-ta, poi con quello che è già il nuovo inno del geriatrash, con l'indimenticabile ritornello "Cha, cha, ciao, muchacho, ciao!", senza contare quel retorico "Sei acceso o sei spento? Sei acceso o sei spento?", che è un po' quello che ripetevo io al televisore mentre guardavo questa prima, fiacca puntata.

Meno male che c'erano loro...
Quanto agli altri ospiti e alle comparsate, per il Sanremo low cost sono stati riciclati volti già noti della Rai, rubacchiati a Che tempo che fa e Ballando con le stelle. Guest-star, direttamente dal dimenticatoio, Cat Stevens, che per fortuna ha cantato la splendida Father and son. Fazio gli ha persino chiesto di rimanere ancora un giorno a Sanremo, ma neanche allora Grillo ha reclamato a gran voce l'impeachment del presentatore.
Insomma, tanta ansia per nulla. Piuttosto delusione e sonnolenza.

giovedì 13 febbraio 2014

Ciccio mi graffia, graffiami Ciccio

Un post degno di Studio Aperto. Foto di Anny.
Oggi sento l'incombenza di affrontare temi di scottante attualità. Per esempio quanto siano teneri e carini i gattini.
Con San Valentino alle porte, ho deciso di gettare la maschera, darci un taglio con frasi trite e poco credibili come "è una festa commerciale", "single è meglio" o "per me è un giorno come tutti gli altri." Ammetto di essere verde d'invidia, e non mi sento minimamente in colpa ad augurare a tutte le coppiette innamorate di brindare con champagne tiepido.
Dopo aver festeggiato per anni San Faustino, riguardando su YouTube il lieto fine di ogni fiaba Disney, rileggendo i miei vecchi diari e trincando San Crispino direttamente dal tetrapak, ho capito che se noi gattari siamo single è perché cerchiamo partner che in qualche modo assomiglino ai nostri beniamini a quattro zampe: affascinanti, misteriosi, dal manto vellutato e cangiante, sfuggenti, opportunisti e sostanzialmente dei gran farabutti. Insomma, il/la classico/a tipo/a che su Facebook non ti degna di risposta anche se ha visualizzato il messaggio.
Ci struggiamo per uno sguardo di sufficienza e un minuto di coccole concesse come se fossero un enorme favore. Godiamo nell'essere sedotti e abbondonati. E' per questo che dalla notte dei tempi il gatto è il famiglio preferito di noi zitelli e zitelle, una specie di compagno/a in formato ridotto e più facilmente corruttibile.
C'è stato un tempo in cui avevo una dignità. Ma poi ho incontrato Ciccio, il gatto della mia amica Anny. O meglio, sarebbe più corretto dire che Anny è l'umana di Ciccio, visto che un bel giorno è sgattaiolato nella sua villetta e non si è mosso più di lì, divenendone praticamente proprietario per usucapione. Da allora si può dire che viviamo per lui.

Un ritratto di Ciccio in pieno stile Francis Bacon. O forse è solo una delle sue solite
scenate alla Naomi Campbell.
Anny, in particolare, ha preso sul serio il suo ruolo di gran sacerdotessa di Bastet, e si sta appassionando alla lettura di articoli e studi di dubbia attendibilità sul comportamento dei gatti, di quelli che realizzano sempre quei team di sfaccendati di qualche istituto americano mai sentito nominare (tipo l'Università di Wichita o Cincinnati), quelle ricerche scientifiche strampalate da cui la Littizzetto ricava le sue "notizie balenghe" ogni domenica sera e su cui si basano gran parte delle domande di Carlo Conti a L'eredità: "Raffy, ho letto uno studio secondo cui i gatti in realtà vedono noi padroni come gatti più grossi... ah, e lo sapevi che quando Ciccio rizza la coda in alto è perché è felice di vederti?" L'equivalente felino del nostro "alzabandiera."

In alto a sinistra, una selfie di Ciccio col suo "sguardo guercio" ispirato
a Il gatto nero di Edgar Allan Poe. A destra, Ciccio in agguato sull'armadio
di Anny con un sorriso inquietante da Stregatto. Più in basso,
Ciccio studia
interessato i pettirossi della carta da parati, poi contempla il mondo
dalla finestra. In basso a sinistra, un'espressione serafica da Prima Comunione. 

Qualche giorno fa sono andato a trovarlo ed era meravigliosamente acciambellato sul suo letto, un morbido cuscino naturale avviluppato nella sua stessa soffice coda da procione. Era di umore stranamente oblomoviano: se ne stava lì, immobile, gli occhi dorati in contemplazione del nulla. "E' un po' abulico oggi... non ha neanche mangiato molto" mi ha subito ragguagliato Anny, già all'apice dell'apprensione.
"Come si chiama?"
"Chi?"
"La bagatta che lo sta facendo soffrire! Chi è la sgualdrina?"
"Non lo so, Raffy, secondo me i suoi amici-mici randagi gli hanno voltato le spalle."
"Chi? Plutone e i gemelli?"
"Sì. Saranno invidiosi perché lui è amato, nutrito e coccolato..."
"Ma chi ha bisogno di loro, Ciccio? Adesso tu sei un Lord, non puoi mischiarti con i bassi fondi. Le differenze di classe non contano solo in quei film tutti uguali in cui la musica classica incontra l'hip-hop."
Intanto gli accarezzo il pelo vaporoso. Sento quasi il grasso invernale spalmarglisi sotto la pelle, ed è una sensazione b-e-l-l-i-s-s-i-m-a. E' praticamente una foca.
"Uh, Raffy, guarda, ti sta mostrando la pancia! Vuol dire che gli piaci! Ti fidi di zio Raffy, vero Ciccio?"
"Uh ciccioammoremeobellissimooo, mi stai mostrando la tua parte vulnerabile, eh, vero, amore? Vuol dire che ti fidi di me? Uh, cicciottinomiobelloquantotivogliobene!"
Basta che faccia le fusa, sgrani quegli aurei occhioni e inclini leggermente la testolina, che il mio cervello si riduce in gelatina, e comincio a tatineggiare come una vecchia zia. Prima o poi scriverò un post sui personaggi storici che si sono lasciati stregare dai gatti. Pensare che Peggy Guggenheim andava in brodo di giuggiole per i micetti, che Hemingway ne era talmente sedotto da non prenderli a colpi di fucile e che Dickens scriveva con un batuffolo di pelo a scaldargli i piedi, mi fa sentire un po' meno solo e stupido.
Ciccio intanto si lascia docilmente accarezzare là dove non batte il sole (il ventre candido, che andate a pensare?), ma dopo una mezz'oretta buona di pelo e contropelo, mi posa delicatamente la zampina sulla mano, come a dire: "Basta così. Adesso non ti sbilanciare."



"Odio i lunedì" (Garfield)
"Forse è meglio che rimandiamo l'intervista, Raffy. Non mi sembra molto in vena."
"Già, è in piena fase 'Bartleby il soriano'. Chiamami quando sarà meno apatico."
Così l'ho lasciato al suo spleen beaudelairiano e sono andato via, con la coda tra le gambe.
Ma non c'è voluto molto perché Anny mi telefonasse dicendomi che è proprio nel mood giusto per rilasciare delle scottanti dichiarazioni. Così ci siamo subito incontrati davanti a una tazza di tè e una ciotola di latte caldo.
Scusate l'emozione, ragazzi, ma non riesco ancora a credere di essere stato così fortunato da ottenere un'esclusiva. Non mi sentivo così nervoso da quella volta che Mara Venier venne come super-ospite alla Sagra della Cipolla Rossa e io, che facevo solo le elementari, ero stato incaricato di spiegarne le proprietà nutritive. Ricordo ancora il suo sguardo di bovina indifferenza...
Ma iniziamo subito con la prima domanda: come vi siete conosciuti?
A. Ciccio e io? Semplicemente si è intrufolato in casa mia e non ha voluto saperne di andarsene, del tutto indifferente alla mia allergia al pelo di gatto.
Anch'io avevo adocchiato già da un po' casa tua, Anny, e ho più volte lasciato intendere che avrei molto apprezzato la concessone di una stanzetta tutto per me, ma non avevo mai pensato di piazzarmici e basta.
C. Provaci: devi semplicemente rifiutare l'idea di non essere venerato.

Tre scatti che sintetizzano l'infanzia di Ciccio e il suo graduale
insediamento a casa di Anny: si passa dalla timidezza iniziale

alla subdola occupazione, fino all'aria spavalda dell'ultima foto:
"Ti sfido a non adorarmi!"
Grazie del suggerimento, Ciccio. Ancora più che una stanza a casa tua, Anny, ho sempre desiderato avere un gatto. Ho avuto solo una cricetina, Puka. Era un po' isterica, ma le volevo bene. Anche se onestamente ora non so se prenderei un animale. E' strano, ho sempre paura che mi muoiano in mano. Questo fatto che gli animali debbano morire mi fa un po' impressione. Nel bagno ho una spugna naturale ma non ce la faccio mica ad usarla: non riesco a smettere di pensare che un tempo era viva.
Ma veniamo a noi, come trascorre le sue giornate un gatto?
A. Oltre a dormire, rubare il baccalà lasciato a scongelare, mangiare e miagolare perché vuole mangiare, intendi? Be', si diverte a fare "il pane con le zampine", ma soprattutto adora rotolarsi. Si rotola continuamente avanti e indietro, da solo e in compagnia. L'ho sorpreso molte volte insieme ai suoi amici randagi, Plutone (un tenebroso gatto nero) e i Ramones (due gemelli non siamesi): tutti e quattro che si rotolavano come adorabili imbecilli nel bel mezzo della strada. E' un aspetto del comportamento animale cui non sono ancora riuscita a dare una spiegazione.
Immagino sia uno di quei misteri che da secoli eludono gli etologi. Un po' come quando mio padre muove convulsamente la gamba. Sembra il coniglietto spastico di Bambi.
A. Già, i padri e i gatti sono creature bizzarre. Ciccio ama così tanto rotolarsi che inizialmente avevo pensato di chiamarlo Rolly, ma per un bel po' è rimasto senza nome come il Gatto di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany. Poi mio fratello ha deciso arbitrariamente per Ciccio.
Ti confesso che ho fatto fatica a farmelo piacere, come nome. Ma più lo guardo e più rendo conto che è un Ciccio. Non avevate considerato anche Botticelli, all'inizio, o sbaglio?
A. Sì, perché ha gli occhi dorati come i personaggi dei quadri di Botticelli.
Se è per questo anche i vampiri di Twilight.
A. ...
Uno degli aspetti più belli dell'avere un gatto, per me, è dargli dei nomi imbarazzanti che non potresti appioppare a un figlio. Da bambino battezzavo tutti i randagi del vicinato: c'era Veleno, Incubo, Cherubino, Pirra, Zefiro, Richmond (ero così fiero dei miei jeans a vita bassa con la scritta "RICH" a caratteri cubitali sul retrobottega!) Ma non ho smesso neanche da grande. E' da un po' che non vedo Ippopotamo, Porco e Latte-e-Cereali. Ah, e poi c'è Seduto. La prima volta che lo vidi era letteralmente spaparanzato "a gambe aperte", con la schiena poggiata al bordo dell'aiuola. Gli mancava solo una birra e il telecomando. Non so voi, ma io vado matto per i gatti che si siedono "a gambe aperte" come un grassone in canottiera che fa un tutt'uno con la poltrona davanti al Superball.
Scusate, sono un pessimo intervistatore: mi lascio prendere continuamente da digressioni nostalgiche. Adesso torniamo a te, Ciccio, che mi fissi vagamente disgustato. Ho un'ultima domanda: quali sono i tuoi progetti futuri? Non credi ci sia troppa concorrenza nello star-system dei gattini di Youtube?
C. La concorrenza non mi intimorisce. Internet è una grande lettiera: c'è spazio per tutti. E poi c'è un continuo ricambio generazionale di gattofili e gattari. Grumpy Cat, per esempio, è apprezzato dal pubblico più cinico, io invece mi ispiro all'eleganza e al portamento di un'altra grande star felina recentemente scomparsa, Colonel Meow. Però preferisco portare il pelo corto.
Grazie Ciccio per esserti aperto con noi. Sono certo che risentiremo parlare di te.

Okay, dopo un post del genere potete aspettarvi anche un articolo sulla gravidanza di Melissa Satta.

martedì 4 febbraio 2014

Terrore Poe-meridiano

Tutti i fatti di seguito narrati
sono realmente accaduti.

Ero solo in casa, posseduto dalla lettura di Poe
e dal libro non staccavo gli occhi nemmeno per un po',
quando d'improvviso il campanello mi fece sobbalzare,
brancolai nel buio corridoio ed inquieto "Chi è?" dovetti domandare.
Sentii il cuore martellarmi in petto dalla paura
quando la risposta giunse squillante eppure oscura:
attraverso la porta udii solo qualcosa come "folletto"
e pensai subito a uno spirito degli Inferi in vena di un dispetto,
o un demone venuto a tormentare il mio solitario meriggio di studio
e del mio terrore folle trovar motivo di perverso tripudio.

Tremante aprii la porta, nascondendomici dietro,
e un alito gelido di cripta si insinuò nel salotto tetro.
Al principio non osai scrutare 'sì profonda oscurità,
ma poi mi feci forza, scacciai ogni residuo di viltà,
e mi risolsi a scoprire quali ectoplasmatiche visioni
volessero interrompere le mie ermeneutiche riflessioni:
in verità era solo un rappresentante della Folletto,
lo ammetto, di piacevole aspetto e vestito da fighetto.
Sul viso avea stampato un sorriso da furbetto,
e il suo taglio di capelli, direi, era perfetto.

Ancor nascosto dietro la porta, col naso appena sporto,
"Non son io il padron di casa" dissi, "se non se n'era già accorto.
Qui il mio unico e solo compito è di guardiano del castello,
e comunque di recente comprammo un aspirapolvere novello."
Il venditore insistette ancora e, non so proprio perché,
ci tenne a farmi sapere di avere anni ventitré.
"Ah, okay" risposi all'allegro commesso,
"Un anno più di me" aggiunsi, alquanto perplesso.
Poi, indovinando il mio disagio, pose fine alle sue ciance e si arrese
non prima di lasciare il biglietto da visita nelle mie mani timidamente tese.

Riattraversando mesto il corridoio, mi soffermai a guardarmi allo specchio,
e non potei non pensare a quanto dei miei anni sembrassi più vecchio.
La cornice ovale formava un cammeo con la mia immagine grama:
una specie di larva in giacca da camera e triste pigiama,
il viso pallido, ombre violacee sotto i miei occhi,
i capelli corvini che parean scarabocchi
e mossi da chissà quale brezza sovrannaturale,
che al vederli per poco non mi misi ad urlare.
Dinanzi a un siffatto ritratto da far raccapriccio,
compresi che di Natura ero un crudele capriccio.

Con tutta l'anima in fiamme per tali angosce ed orrori,
riflettevo sul destino che spinge a bussar alla mia porta ignari visitatori
col solo scopo di ricordarmi quanto io sia impresentabile...
Senz'altro il diabolico corvo di Poe sarebbe stato ospite più desiderabile.
Mai più farsi sorprendere in deshabillé o in una lisa vestaglia blu.
Solennemente giurai: "Che non avvenga mai più."

martedì 28 gennaio 2014

Ma che c'è Surreal Time? #9 - Il boss delle cerimonie

Un invito a nozze per tutti gli estimatori del trash.
"Nel mezzo di una valle incantata ai piedi di un vulcano sorge un luogo da favola" a metà tra Disneyland e Las Vegas: è il Grand'Hotel La Sonrisa, il castello di don Antonio, dove gli incubi di Enzo Miccio diventano realtà e matrimoni oltre il limite del buon costume vengono spacciati per "tipicamente napoletani."
Real Time sembra decisa a seguire la nobile vocazione del documentarismo pseudo-antropologico, con una nuova, seguitissima serie, al cui confronto i grossi grassi matrimoni gypsy sembrano eleganti soirée patrocinate dal Rotary. Il boss delle cerimonie, riunendo tanto le avventure dei serviti quanto quelle dei servitori, non è che il chiassoso contraltare di Downton Abbey. Don Tony Abbey.
Carillon umani all'ingresso, carrozze principesche, stormi di candide colombe... non c'è fine alle richieste degli sposi, e soprattutto alle pretese dei loro genitori, pronti a tutto pur di assicurare ai loro figli delle nozze in "magna pompa." Il genero di don Antonio, Matteo (che si presume prima o poi diventerà don Matteo) racconta a Vanity Fair di clienti che hanno perfino chiesto la luna. Letteralmente: in una notte troppo buia un pallone aerostatico ha preso il posto della pallida dea, che, sebbene formalmente invitata, evidentemente non sapeva con che faccia presenziare a un ricevimento tanto chic.
A questo punto c'è quasi da pensare che chi non possa permettersi i costi astronomici di una festa di nozze al castello, conceda al castellano lo ius primae noctis.
Dopo due episodi e quattro matrimoni memorabili, è già possibile delineare punto per punto la rigorosa liturgia di ogni sposalizio kitsch che si rispetti.
Si parte con il colloquio con i ristoratori per concordare il menù del banchetto, una dura prova per il povero Matteo, che fa quasi tenerezza, con quella sua testa perfettamente ovale, il sorriso mite e lo sguardo miope di una talpa, mentre cerca di rabbonire gli inamovibili e vagamente intimidatori genitori della sposa. "Voyo vedere lo shpreco del cibbo" ha veementemente preteso Luca, uno degli sposi protagonisti, dando un ottimo spunto alla FAO per il suo nuovo motto ufficiale.

Mamma Vincenza si accontenta anche di un matrimonio in stile "William & Kate".
Dopo quella tra carne e pesce, la scelta più importante che una nubenda deve affrontare è certamente quella del vestito: must irrinunciabile è il bustier trasparente, per lasciare poco o niente all'immaginazione del parroco. L'obiettivo è strizzarsi il più possibile finché i rotoli di ciccia esondanti non ti fanno sembrare una deliziosa torta nuziale a dieci strati.
In un giorno così importante, anche suoceri e genitori si preoccupano di non sfigurare. Gennaro, per esempio, alla vigilia delle nozze di sua figlia Giusy, infilati i suoi calzoncini color bella-di-notte, non ha esitato a sottoporsi a un trattamento intensivo di lampade abbronzanti, cui le telecamere ci hanno permesso fin troppo generosamente di assistere. Non si può certo accompagnare la propria figlia all'altare quando si è bianchi come una bufalina, dopotutto: è bene pazientare finché il volto di Padre Pio tatuato sul braccio non cominci a somigliare a Morgan Freeman.
Gli sposi up to date come Luigi (che ha già dei peli sul petto rampicanti a fargli da maglioncino naturale) prima di indossare il completo total black della cerimonia (che personalmente non metterei nemmeno alle esequie di un becchino), vestono gli sgargianti panni del Principe Azzurro per la tradizionale serenata neomelodica. Durante questa pittoresca festa di quartiere, il Romeo di turno può dedicare alla sua Giulietta una canzone d'amore, senza tralasciare pezzi che vertano su temi impegnati come la parità dei sessi: "... sei moderna e vuoi la tua libbbertà [...] oggi c'è la parità, te sì organizzata, con le tue amiche vai a ballà e io u' geluso nunn'o pozzo fa." D'altronde si sa che una delle prime rivendicazioni del movimento femminista è stato il diritto ad andare a ballare con le amiche: scommetto che anche Simone de Beauvoir ogni anno aspettasse con ansia l'otto marzo per la consueta serata al femminile in pizzeria.
Affinché nessuna nota stonata incrini l'armonia delle nozze, ogni party-planner diligente sa che deve rivolgersi ad un impresario musicale di successo come Annalucia, una vera e propria autorità in fatto di "mannaggiament" di cantanti neomelodici.
All'alba del grande giorno, quando è ancora buio pesto, l'estetista e il parrucchiere si alzano col canto del gallo per trasformare la sposina in una regina, "uguale uguale alla Maria Antonietta di Lady Oscar."

Che rientrino o meno nell'album dei ricordi degli sposi, queste sono
immagini che rimarranno per sempre tatuate sulle nostre rétine
.
Dopo il rito e il riso, i cancelli del Grand'Hotel si spalancano, il red carpet si dipana ai piedi degli sposi e il salone reale apre i battenti per accogliere gli invitati con la sua sovrabbondanza decorativa (che se non definisco 'barocca' è solo per non offendere il barocco.) Le bocche contornate a matita di zie e cugine si spalancano dalla meraviglia di fronte alle statue d'oro, i pavimenti scintillanti, le vetrate blu elettrico e gli affreschi che vanno al di là di ogni esperimento manierista. Sotto lo sguardo fortunatamente cieco di innumerevoli busti di Apollo, ha inizio la grande abbuffata (con tanto di "bis e contrabbis!"), intervallata da ogni genere di spettacolo, con protagonisti drag-queen, nani, saltimbanchi e ballerine in mutande paillettate che si contorcono al ritmo di Disco Napoli ("Le conoscevo già" ci tiene a farci sapere Mariapia, la festeggiata. "Sono le stesse che si sono esibite alla cresima di mia sorella.") A un certo punto, molto prima dell'apertura dei regali, potrebbe capitarvi di vedere la sposa rovistare affannosamente da qualche parte vicino alla patta dei pantaloni color "gru" (écru) del coniuge. Non temete, è solo un gioco erotico per intrattenere gli invitati: la sposa infila un tappo nei calzoni del maritino e poi deve farlo passare da una gamba all'altra. L'emozione dello sposo, come è accaduto, può alle volte rendere più difficoltosa l'impresa, in cui non disdegnano di cimentarsi anche i consuoceri.
Per smaltire l'astice al burro e lo struzzo ripieno, il parentado al completo si scatena in pista, ed allora è tutto un vorticare di abiti sgargianti e stole animalier, un baluginio di brillantini al naso e unghie istoriate. Quando le zie si tolgono gli zatteroni, poi, sembra quasi di sentire l'inconfondibile l'aroma del prosciutto stagionato nel nylon.
Alla fine, quando ormai è sera inoltrata, la torta è tagliata, l'intossicazione da frutti di mare crudi è scongiurata e i fuochi d'artificio danno un tocco di colore all'altrimenti deprimente sobrietà del firmamento, la sposa può finalmente rilassarsi e spipparsi un sigaro.
Ogni fiaba di questo pacchiano Pentamerone si conclude con lo stesso, commovente lieto fine: don Antonio - elegantissimo con i suoi occhiali dorati, la croce gemmata sul cuore e la maglietta della salute nera in bella vista sotto la camicia fluo -  saluta gli sposi con un sorriso vescovile e un cenno ieratico delle dita ingioiellate, per poi ritirarsi pensoso nel suo studio e redigere un altro emozionante capitolo delle sue memorie di boss delle cerimonie.
Le generalizzazioni e gli stereotipi di cui una trasmissione del genere è infarcita hanno suscitato l'indignazione (comprensibile) di napoletani e non (a partire dal titolo, che è tutto un programma), ma che "i napoletani non siano tutti così" credo sia chiaro a tutti gli spettatori con un minimo di senno. Che vogliate chiamarli tamarri, coatti, truzzi, zaguari, zarrosauri, cozzali, buzzurri, zampi o ricottari, il cattivo gusto è diffuso a macchia di leopardo in tutta Italia e all over the world.
Polemiche a parte, so che non potrò più fare a meno di questo ricco buffet di unto, dorato, croccante, nauseante trash. Tutti noi almeno una volta nella vita siamo stati costretti a sorbirci un interminabile filmino di nozze, una delle più sadiche torture che un essere umano possa infliggere a un suo simile. Ma quando ci ricapita di vederne uno e poter sghignazzare senza ritegno, liberi dal timore di offendere la zia che ha aspettato per una vita intera di vedere la sua bambina conciata come la principessa del porno ungherese?
Il risvolto inquietante di questo gran divertimento è l'idea che le coppie che abbiamo visto convolare a nozze siano seriamente intenzionate a riprodursi. Anzi, alcune si sono già portate avanti col lavoro e aspettano figli che in un futuro non troppo lontano intaseranno YouTube coi loro video dei pre-diciottesimi...

lunedì 20 gennaio 2014

Una serie di accademici accadimenti VII - Volver

"La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda
e come la si ricorda per raccontarla." (Gabriel García Márquez)
Dopo essere stato mandato da Erode a Pilato e da Pilato a Erode, dopo essere stato scaricato come un barile, dopo essere stato sballottato come una palla da ping pong tra università e liceo, dopo aver esaurito le metafore messe a disposizione dalla cultura popolare, dalla lingua italiana e dalla mia immaginazione per rendere l'idea di tutto lo stress causato dalla burocrazia... qualche mese fa sono finalmente riuscito ad iniziare il mio tanto atteso tirocinio, sebbene a quel punto il mio raziocinio fosse già altamente compromesso.
Lo so, è un luogo comune, ma mi convinco sempre più che gli anni del liceo siano stati i migliori della mia vita (un vero e proprio Rinascimento, dopo quell'oscuro Medioevo ormonale chiamato scuola media) e la nostalgia, che edulcora ogni ricordo, mi porta a ripensare a quel solenne edificio di penitente architettura fascista, con polverose librerie, busti di oratori romani finalmente muti e sgabuzzini zeppi di animali impagliati, come ad uno dei pochi luoghi in cui mi sia sentito veramente a casa. Perciò l'idea di un grande ritorno al Liceo, se pure in un'altra scuola (col vantaggio di non dovermi mortificare in un'odiosa tuta slabbrata due volte a settimana) non poteva che elettrizzarmi. Sul serio, non vedevo l’ora di comprarmi una bella giacchetta di un colore deprimente e con le toppe sui gomiti, una di quelle che fanno tanto maestrino.
Trovare un professore del liceo linguistico Don Gallo che mi adottasse come tirocinante, però, è stato più penoso di quanto avessi preventivato, per quanto la scuola fosse convenzionata con la facoltà. Molti non ne hanno voluto sapere, il che per me non ha alcun senso, visto che personalmente non avrei mai rinunciato alla possibilità di avere un aitante giovanotto a mia completa disposizione, un servizievole galoppino che mi regga la borsa e corra ovunque gli si comandi. Inizialmente la professoressa Cuordipietra, l'insegnante di inglese, mi ha lasciato intendere di non avere nulla in contrario ad assumermi come valletto, ma sul più bello si è tirata indietro, mostrandosi del tutto insensibile di fronte al mio labbro tremante alla Oliver Twist. Rifiutato e scoraggiato, umiliato e offeso, dopo una lunga quaresima di circolari ristagnanti e telefonate stizzite, stavo quasi per gettare la spugna. Poi però mi sono convinto a sferrare un ultimo attacco, tirar fuori i cojones e sfondare a colpi d'ariete i cancelli del Don Gallo, accompagnato dal più fido dei miei scagnozzi: "Papi, lascia parlare me. Tu gonfia il petto e sforzati di avere un aspetto minaccioso".
Fortunatamente non c'è stato bisogno di ricorrere alle maniere forti, perché, contro ogni mia bellicosa previsione, la Cuordipietra ci è venuta subito in contro per presentarci l'unica anima pia disposta a prendermi sotto la sua ala protettrice: la professoressa Perengano, docente di spagnolo, che ho capito ben presto essere la più giovane e fashion del corpo insegnanti. Potrei descriverla come un incrocio tra Carrie Bradshaw e la dottoressa Altman, con le quali certamente condivide rispettivamente il senso dello stile e la generosità pedagogica.


Se gli Accademici accadimenti fossero un serie tv, il ruolo della professoressa
Perengano sarebbe interpretato alternativamente da Sarah Jessica Paker e Kim Raver.
La somiglianza con la protagonista di Sex and the City, a dirla tutta, non è che mi abbia sorpreso più di tanto: come ormai saprete, ogni volta che ho a che fare con la Spagna o con lo spagnolo, c'è sempre qualcosa o qualcuno che mi ricorda Sarah Jessica Parker, come la ballerina di flamenco di quel ristorantino di Córdoba o la gigantografia della Parker vestita da matador che ho visto a Madrid.
La Perengano mi ha accolto con un radioso sorriso condito dalle parole di incoraggiamento che aspettavo, e a quel punto ho ritenuto di poter congedare con un cenno il mio intimidatorio genitore. Col suo completo tartan, i pantaloni da cavallerizza e quei lucidi stivaletti neri la professoressa sembrava pronta per una battuta di caccia con Juan Carlos. Una tenuta non troppo fuori luogo, dopotutto, considerando la natura selvatica degli studentelli del primo anno, la prima delle quattro classi con cui ho avuto a che fare e di cui tratteggerò qui di seguito i cuadros de costumbres frutto dei miei studi. 
La mia apparizione ha causato non poca confusione e perplessità tra i novellini, che si sono subito rizzati in piedi, in perfetta sincronia, come un branco di suricati, i musetti curiosi tutti puntati verso di me. "Ma chi è? Un supplente?" ho sentito squittire. "No… per me è l'Ispettore. " Cosa dovessi ispezionare, secondo loro, ancora oggi rimane per me un mistero. "Scusi, ma la Perengano non c'è? E' lei il nuovo professore?" si è arrischiato a chiedere qualcuno. Ci è voluto un po’, ma alla fine sono riuscito a far capire loro che sono uno studente universitario e che non avevano nulla da temere.
La diffidenza iniziale si è ben presto dissipata, cosa che mi ha permesso, in attesa dell'inizio delle lezioni, di osservare con interesse primatologico le abitudini di questa piccola, selvaggia comunità, da me subito soprannominata "La Nursery". Da quanto ho potuto appurare, l'attività preferita dai più è sbeffeggiare un ragazzino ancora implume e in tutto e per tutto identico al Justin Bieber degli esordi. In alternativa, le ragazze - che, come ho scoperto al momento dell'appello, portano tutti nomi di principesse Disney: Esmeralda, Aurora, Ariel, Belle... - trovano particolare diletto nel ripetere all'infinito un rumorosissimo gioco da villani che consiste nel battere i palmi, rigirare fra le dita una colla stick e poi percuoterla sul banco, il tutto alla massima velocità: la mia ipotesi è che si tratti di un'evoluzione moderna del vecchio battimani che accompagnava la filastrocca razzista "Quando io sentire/odore di banana/ subito pensare/all'Africa lontana...", unita ai movimenti acrobatici dei barman professionisti.
Non possedendo le capacità ipnotiche del pifferaio magico, inutile dirvi che mi è riuscito di tenerli buoni solo per cinque minuti. Poi un ragazzino sputato Billy Elliot è rientrato in classe tutto eccitato: "Oh, venite, c'è una rissa in 2°C!". Un annuncio come questo, com'è facilmente prevedibile, ha fatto immediatamente ribaltare a gambe all'aria sedie e banchi, mentre un branco di adolescenti imbizzarriti si è riversato nel corridoio sulle note di Children of the Revolution. O, se preferite, la sigla di "Rossana, dai, pensaci un po' tu."
Malgrado la sete di sangue, il costante sottofondo di risatine e la loro noiosa tendenza a ripetersi, i ragazzini della Nursery hanno immediatamente suscitato in me un senso di tenerezza difficile da reprimere. Il loro preoccupato interesse per aspetti insignificanti della realtà che li circonda ha quasi del commovente. Ad esempio, quel giorno la professoressa aveva pianificato una lezione sulla descrizione fisica ("Allora, ragazzi, 'biondo' si dice rubio, 'rosso' si dice pelirrojo, 'castano' castaño e 'bruno' moreno…") e immediatamente la mano di una ragazzina tutta ricci è scattata in aria: "Professoressa e come si dice in spagnolo quando uno ha i capelli castani ma con alcuni ciuffi biondi?"
"E le meches?" non può fare a meno di domandare la compagna di banco.
"E lo shatush?" chiede ancora un'altra, con una certa apprensione, come se temesse di non poter riuscire a descrivere se stessa senza quella che evidentemente ritiene la sua caratteristica distintiva.
La seconda classe che ho avuto occasione di conoscere, qualche metro più in là lungo il corridoio, non potrebbe essere più diversa dalla Nursery, tanto per età quanto per indole e scelte in fatto di hair-style. Il soprannome poco lusinghiero che le ho tosto assegnato, il Cimitero, deriva dalla prima impressione che ne ho avuto: un dormitorio per apatici liceali in fase terminale, un tetro Purgatorio di neo-punk e rastafariani, con delle capigliature che sono praticamente una variazione sul tema del porpora: per ogni testa una nuance diversa, dal lampone al barbabietola.
Durante un'ora scoperta, però, con mia grande sorpresa, i sepolcri si sono improvvisamente scoperchiati e quelle che credevo statue funerarie si sono ridestate dal loro letargo rivelando insospettate vitalità e vis comica. La leader del gruppo, una ragazza dalla fisionomia cubista e dai penetranti occhi verdi che Almodóvar adorerebbe, quel giorno era determinata a vergare un’infuocata lettera di protesta contro le alte sfere. Il principale destinatario di questo cahier de doléance era l’autoritario Preside, che, a quanto mi hanno raccontato, suole trascorrere gran parte dell'anno scolastico in ammollo "alle terme", ma nelle rare occasioni in cui è presente, si sente in dovere di strafare, finendo così col vestire i panni di un'insopportabile suocera in casa. In effetti ricordo di averlo visto davanti all'ingresso della scuola, scuro in volto, insieme al suo fidato bidello claudicante (una specie di Igor), intento a misurare la larghezza del cancello, per chissà quale arcana ragione. Quando non armeggia col metro da falegname, mi hanno raccontato i ragazzi, pare che giri sotto travestimento per tutto il paese in cerca di studenti disertori, per trascinarli in classe per le orecchie. Altre volte, invece, mi hanno assicurato preferisca appostarsi al primo piano per nascondersi dietro le tende e fotografare dalla finestra i ritardatari, per poi subito fingere di schiacciarsi un punto nero quando qualcuno se ne accorge.
"Non ne possiamo più!" ha sospirato una ragazza dai capelli color borgogna.
"Vuole anche installare delle telecamere nel parcheggio..."
"E' arrivato il Grande Fratello!" ha commentato una compagna dalla chioma color prugna.
"... sì, perché è convinto che siamo noi ad avergli graffiato la macchina."
"Vi ricordate quando gli attaccarono un assorbente sul finestrino?"
"Sì, ma non era usato."
"Ah, be', se non era usato...!" ho esclamato, sollevato da quella precisazione.
Alla stesura della lettera è seguita una deliziosa imitazione del Preside e una descrizione dell’outfit sfoggiato dal suddetto durante una gita scolastica nella riarsa Andalusia, talmente particolareggiata che sono riuscito perfettamente a figurarmelo nella mente: allampanato, col cappellino a proteggerlo dal solleone, la crema solare colante sul naso rosso e grifagno, i fazzoletti infilati nella camicia "per non sudare" e gli impietosi bermuda che mettono in bella vista le gambette secche e gli indegni calzini bianchi.
Un fashion crime del genere non sarebbe stato di certo tollerato nel Gineceo, una classe di sole donne, per quanto le quote rosa siano la maggioranza un po' in tutta la scuola. Se nel precedente loculo prevale il punk e un mood foscoliano, in questa ridente isola di Lemno impera lo stile glam-rock e un sistema matriarcale, al cui vertice ci sono loro: le Modelle, diafane fanciulle dai lunghi capelli fluenti e le gambe tendenti all'infinito, ricoperte da cascate di borchie dorate e ammiccanti strass, avvezze a cambiarsi d’abito durante la ricreazione come neanche le vallette di Sanremo. Sempre sedute in prima fila, Bianca Balti, Bar Rafaeli e una ragazza in tutto e per tutto identica a Laura Chiatti (ma infinitamente meno chiatta, anzi, più mazza della Mazza) governano come primae inter pares questo pacifico, solidale, utopistico regno di Amazzoni.
Immaginate la mia sorpresa quando, nel bel mezzo della lezione, le ho viste tirar fuori dalle loro maxi-bag dei bottiglioni d'acqua da due litri. La ritenzione idrica, d’altronde si sa, è nemica della bellezza. Un giorno o l'altro mi sarei aspettato di vederle scolarsi un boccione intero o direttamente una cisterna.
Sebbene all’apparenza irraggiungibili, non ho dovuto faticare poi molto per entrare in confidenza con loro. Ben presto mi hanno permesso di accedere al backstage e, mentre i make-up artist erano all'opera, mi hanno raccontato della loro tragica gita in Irlanda, in cui si sono ritrovate a dividere una stanza d'albergo in dieci. Non c'è da stupirsi se praticamente ognuna di loro abbia avuto una crisi di pianto: chi lacrimava per un'inopportuna congiuntivite, chi si disperava per via della costipazione, chi singhiozzava per l'unico bagno costantemente occupato e chi si era nauseata fino alle lacrime dopo aver rinvenuto un capello nella sua tazza di latte a colazione (la diretta interessata è pronta a giurare che si sia trattato di "un pelo d'ascella.")
Quanto all'ultima classe di cui vi parlerò, credo che l'appellativo di Bronx sia già abbastanza eloquente. Ogni volta che ci mettevo piede mi sentivo un po' come Whoopi Goldberg in Sister Act 2 o come Antonio Banderas in quel film che probabilmente ho visto solo io, quello in cui deve rieducare una classe di bulletti di periferia a passi di valzer, tango e cha cha cha. Io a malapena conosco il passo base della salsa, ma in ogni caso dubito che la cosa mi avrebbe fatto guadagnare punti ai loro occhi, visto lo sguardo di delusione che mi hanno rivolto quando ho ammesso di non sapere come si dica "spacciatore" in spagnolo.
"Profe, lo sa che ieri c'è stata una sparatoria a S...?" ha esordito a bruciapelo una ragazza con l'orecchino al naso, durante l'ora di conversazione con Carmen, la calorosa professoressa madrelingua.
"¡Ay, Dios mio! ¿Y que pasó?"
"Ah, bu, niente... la mafia" ha risposto lei, continuando a ruminare la sua chewing-gum.
"Ah, vale, se è solo la mafia no hay que preocuparse! Ma chi era il bersaglio?"
"Un tipo... lo stavano cercando... in paese lo sapevano tutti..."
"Come lo sapevano tutti?!"
"Avviso a tutta la cittadinanza" le fai il verso la compagna di banco, con voce nasale: "Quest'oggi in piazza alle ore 18.30 si terrà una sparatoria pubblica..."
Mai ci fu morte più annunciata, direbbe García Márquez.
In ogni caso Carmen si è ripresa abbastanza in fretta dallo shock culturale: "Va be', chicos, traduciamola in spagnolo questa cosa, venga. 'Sparatoria' si dice tiroteo."
Tipico degli insegnanti: unire l'utile al delittuoso.
Ora che vi ho opportunamente presentato i quattro scenari delle mie avventure liceali, vi starete senz’altro chiedendo quale fosse il mio ruolo in tutto questo. Sulle prime si può dire che non abbia fatto altro che stare seduto accanto alla cattedra e fissare con sguardo vitreo gli ipnotici leggings a fantasia delle modelle del Gineceo (ne hanno di tutti i tipi: a pois, zebrati, pied-de-poule, a testa di giaguaro...) La mia presenza di muto spettatore, naturalmente, non ha potuto che creare buffi fraintendimenti e suscitare le più fantasiose teorie circa la mia identità e la mia funzione nell’ecosistema del Don Gallo. Per esempio, un dì, al trillo della campanella, il professore di educazione fisica ha fatto irruzione nel Gineceo e, dopo una poderosa stretta di mano, ha cominciato a parlarmi fitto in spagnolo, quasi in completa apnea. Perplesso, ho ritenuto di rispondergli nella stessa lingua e ridere cortesemente alle sue battute. Tra un "¿Qué tal estás?" e "¿Te encuentras bien aquí?", si è lasciato scappare anche un pepato commento sulla posa della professoressa Perengano, che, tutta scintillante nel suo maxi-pull di paillette argentate, si era piegata ad angolo retto sul banco per parlare con la sosia di Laura Chiatti: "¡Qué posición maravillosa!"
Quando però il dongiovanni mi ha chiesto di dove fossi, si è subito scoperto il qui pro quo: era convinto fossi uno studente spagnolo in Erasmus. All'apprendere che invece abito a cinque minuti di treno da lì per poco non mi manda bonariamente a quel paese. In fondo mi capita sovente di suscitare dubbi sulla mia nazionalità: parafrasando l'inno delle sciantose napoletane, "Chi mme piglia pe' frangese, chi mme piglia pe' spagnolo, ma so' nato [non troppo lontano d]a Mola e metto 'a coppa a chi vogl'i."
Fortunatamente, col passare dei giorni, mi sono state affidate sempre maggiori responsabilità, come quella di correggere parte dei compiti in classe della Nursery. E' strano, ma non appena ho preso in mano la penna rossa delle correzioni è come se il suo inchiostro scarlatto sia entrato in circolo nel mio sangue, diffondendo in tutto il mio corpo un'inebriante e fino ad allora sconosciuta sensazione: il Potere.
Grazie al cielo l'Unico Anello non è mai finito nelle mie mani, perché temo proprio che mi sarei lasciato soggiogare dalla sua malefica influenza.
Di tutte le mie mansioni, la maggior soddisfazione, però, è stata vedere i ragazzi più grandi sinceramente interessati alla mia primissima lezione di letteratura spagnola. Credo sia stato il momento più appagante, secondo solo a quella volta che ho sorpreso il tecnico del laboratorio di informatica che esaminava con aria scettica le foto "Prima e dopo la cura" di un sito di pillole dimagranti.
Non pretendo di aver lasciato un'impronta indelebile nelle coscienze di questi studenti, come Robin Williams ne L'attimo fuggente. O di aver ficcato il naso nelle loro vite familiari come Julia Roberts in Mona Lisa Smile o un qualunque professore di una qualunque fiction italiana d'ambientazione scolastica. Ma una cosa è certa: mi mancheranno. Così come mi mancheranno le dissertazioni sussurrate con la professoressa Perengano su quale ragazza del Gineceo abbia il fidanzato più bello o sulla Movida spagnola degli anni '80. Mi mancherà avere un posto dove rifugiarmi ogni mattina, che non sia il gelido petto dell'Alma Mater. Mi mancherà persino lo sguardo di civettuola curiosità che mi riservavano le professoresse di francese mentre passeggiavano a braccetto per i corridoi, come dame di corte a spasso nel Salone degli Specchi di Versailles. E sì, incredibile, mi mancherà anche il Preside, che con quel suo vezzo formale di chiamarmi "professore" mi ha fatto sentire importante. Forse anche loro sentiranno la mia mancanza. Almeno un po'. Almeno per un po'.
Ma adesso sarà meglio che ci dia un taglio con queste melensaggini alla Edmondo De Amicis.

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

domenica 12 gennaio 2014

Premio Giovanna 2013: Il Galà delle Pubblicità Insopportabili (la premiazione)

La seconda edizione del Premio Giovanna, il concorso che si propone di smaltire il pattume pubblicitario, è giunta al termine. E chi si aspettava tutto questo parapiglia? Non ricordo un'edizione così movimentata da... l'anno scorso. Ci sono stati voti disgiunti, contestazioni, astensioni, voti anonimi, chiose, proposte di legge alternative e proposte oscene per Giovanna, rivoluzioni, lancio libero del mocassino: una vera e propria seduta in parlamento. Fortunatamente tutto si è risolto per il meglio. L'amore per la democrazia ha prevalso su certi miei latenti impulsi autarchici... e alla fine, abbiamo un vincitore! Anzi, dieci vincitori!
Ma le categorie non erano sette?, mi domanderete. Sì, ma ho deciso arbitrariamente di assegnare tre premi speciali! Pappero.


1. Testimonial Più Insopportabile
Consegna il premio, off course, la nostra Giovanna ("Brava Giovanna, brava!") The winner is...

Chiara Galiazzo per Tim (rileggi l'articolo)
Se la scorsa edizione aveva visto brillare la buona stella di Belén, il 2013 è senza dubbio l'anno di Chiara. Di conseguenza un annus horribilis per noi.
2. Mentecatto Più Insopportabile
Consegna il premio... l'orso Bruno di Vodafone, il Personaggio Non Umano più Insopportabile della scorsa edizione. The winner is...

Il commesso stakanovista di Conad (rileggi l'articolo)
Minacciato solo dagli arrembaggi di Angelo Parodi, l'indefesso commesso col cervello compromesso porta a casa una vittoria schiacciante. Dedica il premio all'amore della sua vita. Sua moglie? Macché! La Conad.
3. Coppia o Gruppo più Insopportabile
Consegna il premio... Antonio Banderas, Personaggio Maschile più Insopportabile della scorsa edizione. The winners are...


Chiara e le sue coinquiline per Tim (rileggi l'articolo)
Un trionfo dopo l'altro per Chiara Galiazzo e le sue amiche Eleonora, Maya, Martina, Stella, Flora, Tecna, Musa, Aisha...


4. Peggior Trucco e Parrucco
Consegna il premio... la truccatrice di Uma Thurman per lo spot della Schweppes. The winner is...


Isabeli Fontana per Stroili Oro (rileggi l'articolo)
Quando una donna cambia taglio di capelli è perché vuole cambiare vita. Intanto che lei sceglie, noi cambiamo canale.

5. Peggior Doppio Senso
Consegnano il premio... i viticoltori di Ronco Sancrispino, vincitori della categoria Peggior Cliché della scorsa edizione. The winner is...

Emanuele Filiberto per FumOk (rileggi l'articolo)
Cosa c'è di più sexy di un principe decaduto che succhia una penna? No, non occorre che rispondiate.
Per questo spot il nostro Fumiberto meriterebbe l'esilio, e questa volta perpetuo. Se non dall'Italia, quantomeno dalla tv.
6. Peggior Slogan
Consegna il premio... Sabbbrina Ferilli, che l'anno scorso ha trionfato nella medesima categoria. The winner is...


"E' tempo di limonare!", Dreher Lemon Radler
Un gioco di parole velato quanto un pareo. Fa quasi rimpiangere "Voulez-vous paté avec moi?"

Premio Speciale Molestatore dell'Anno




L'infida caffeinomane di Nespresso
Una donna controcorrente, una machiavellica manipolatrice delle masse, una figura controversa che ha diviso l'opinione pubblica, infinocchiato George Clooney e, non contenta, ha gabbato anche Matt Damon. Tutto questo solo per sorseggiare voluttuosamente una tazza di Volluto.
Ignobile traditrice, caffeinomane irrecuperabile, contestatrice dello star-system o affascinante genio del male? Checché possiate pensarne, sconsiglio a chiunque di strillare in pubblico "George Clooney is inside!" perché non si può mai prevedere quanta gente maliziosa sia lì a portata d'orecchio, pronta a decontestualizzare la frase.

Premio Speciale "Querule Rivendicazioni"






Mediaset: tutto* senza chiederti nulla
*Tutto il trash minuto per minuto, dalla D'Urso ai b-movie tedeschi. E figuriamoci se ci chiedevano dei soldi.
Così, giusto per ricordarlo.
Premio Speciale "Sproloquio Ergo Sum"


La pensatrice di ING DIRECT
Ogni volta che questo spot viene mandato in onda, un filosofo perde le ali.
Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?
Da dove veniamo non lo so, chi siamo neanche, quanto a dove andare, io propongo di rifugiarci nella caverna di Platone e non uscirne mai più. Fortunatamente il palinsesto televisivo è un flusso continuo e "tutto scorre", anche roba come questa...

7. Pubblicità più Insopportabile
Consegna il premio... Federica Pellegrini, vincitrice della scorsa edizione con il Gioca Jouer di Enel. The winner is...

Chiara Galiazzo per Tim (rileggi l'articolo)
Ma che per caso vi sta antipatica? No, ve lo chiedo solo perché ha vinto praticamente qualunque cosa. Di questo passo cambio nome al concorso: da Premio Giovanna a Premio Chiara, che ne dite?
Meglio di no, Giovanna mi sta già guardando in cagnesco. O ci sta provando?

"Ma la vera domanda è..." quali nuove Pubblicità Insopportabili ci riserverà il 2014?!
In attesa di scoprirlo, vi ringrazio tutti per la vostra partecipazione!

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