martedì 14 aprile 2015

Costruisci il tuo castello


E c'è ancora, ai margini della Foresta Nera, un paese dai tetti spioventi dove i narcisi crescono sui cigli delle strade come margherite e regali falchi se ne stanno appollaiati sui segnali stradali come comunissimi piccioni. E' un paese, questo qui, in cui i castelli crescono come funghi, e se perdi portafogli e macchina fotografica in metropolitana la polizia non soltanto te li ritrova, ma te li spedisce a casa. Qual è questo posto di fiaba, chiederanno i miei piccoli lettori? E' una città chiamata Stoccarda, là dove il vostro papà vi dirà hanno scalpitato i cavalli della prima Porsche e vostra mamma ricorderà essere nato Hegel. Le ali tremebonde di un aeroplano mi hanno trasportato proprio lì giusto pochi dì orsono per far visita a tre passerotti che, nell'albero genealogico della mia famiglia, cinguettano allegramente sul ramo parallelo al mio.
Al mio arrivo i cuginetti italo-tedeschi mi salutano con abbracci, baci e sorrisi: quello di Marco, sette anni, con un oblò al posto di un incisivo; quello ancora tutto da latte di Alice, di quattro anni; e quello quadridentato di Bianca, che ha a malapena un anno. L'ultima arrivata è la primissima a venirmi incontro sulle gambette malferme, con la sua testolina tonda come un pomelo (frutto di cui non potrò mai più fare a meno) e gli occhioni cigliuti e disneyani. D'altronde non poteva che esserci lei a capo del comitato di benvenuto, visto quanto adori fare ciao con la mano, di continuo, un gesto che assume a seconda del contesto vari significati: da saluto affettuoso ad augurio pasquale, da richiesta d'attenzione a risposta ironica a domande scomode. Si è guadagnata per questo il soprannome di Buongiorno-a-tutti, marchio già registrato per un parroco del nostro paese, famoso per farsi trovare sull'uscio della chiesa alla fine di ogni messa per contare, con la scusa dei saluti, le pecore del suo gregge. Non appena la isso in braccio, la piccolina non perde l'occasione di allargarmi il colletto della maglietta per sbirciare con curiosità il mio décolletè, che però scopre - con un certo disappunto - essere sprovvisto di mammelle. La piccolina però non si dà per vinta e più volte ha ritenuto di dover dare un'altra occhiata, tanto per esserne sicura.
Più fortunati Marco e Alice, che sono riusciti a spremere fino all'ultima goccia le mie energie e la mia inventiva, coinvolgendomi nei loro giochi e arruolandomi per le loro guerre, per cui ogni omino della Lego, ogni soldatino, cavaliere, pupazzetto e peluche è chiamato a leva obbligatoria. Per dovere di cronaca, devo riportarvi un breve resoconto dalla trincea.

Il castello di Lichtenstein, non troppo lontano da Stoccarda.
Il primo giorno c'è stato uno scontro di proporzioni omeriche tra lo schieramento dei draghi e quello dei dinosauri (Marco ha accettato con divertita rassegnazione le mie infiocchettature narrative, come la mia decisione di porre fine al conflitto col matrimonio tra l'ultima draghessa superstite e l'ultimo dinosauro ancora in vita.) Poi è stata la volta dell'assedio del castello di Marcondirondello da parte dello sparuto esercito del sultano Al Raffi (non avendo una corona, ho dovuto improvvisare un turbante con la sciarpa), con tanto di epico corpo a corpo tra il re Marco, a cavallo del temibile drago Furore, e il sovrano orientale, in groppa alla sua tigre albina gigante Neve-Nel-Deserto. Ogni tanto lo scontro è sospeso da qualche piccola intromissione di Bianca, che gattona sorridente nella stanza ("Ciao!"), con conseguenti proteste di Marco, che teme di veder distrutto il castello da lui così meticolosamente edificato. Qualche volta tuonano dall'alto anche gli avvertimenti dell'inquilino del piano di sopra, detto Tamburino per l'antipatica abitudine di battere il piede sul pavimento quando i peana e gli urli di guerra volano un po' troppo in alto.




Il bellissimo giardino zoologico e botanico Wilhelma di Stoccarda,
costruito nel 1919 in stile moresco. Oltre alle specie che vedete,
è famoso per le famiglie di primati e le impressionanti sequoie americane.
Per il terzo combattimento ci siamo affrontati in una battaglia navale: l'enorme galeone di Marco contro il mio misero vascello dall'equipaggio improvvisato (un'istruttrice di fitness di Playmobil, un paio di omini acefali, un sub e una Polly Pocket in costume da bagno.) Ben presto, però, il gioco - soprattutto per causa mia - ha lasciato spazio alla comica odissea individuale di Shirley, la bambola in bikini che si ritrova suo malgrado coinvolta nel conflitto quando il suo fidanzato (il sub) viene rapito dai pirati durante la loro vacanza romantica in yatch. Ci tengo ad assicurarvi che alla fine Shirley, anche grazie all'aiuto della fedele otaria Cotoletta, è riuscita a ricongiungersi al suo amato Sean, sfuggendo a squali e filibustieri.
Al quarto scontro bellico, rimasto a corto di idee, ho dovuto costringere un altrimenti pacioso cuscino a forma di principe ranocchio ad interpretare il ruolo del perfido, folle re Frog Magog, sovrano di tutti i rettili e gli anfibi, per dare al coccodrillo e al rinoceronte di peluche acquistati dallo zoo un nemico da sconfiggere a suon di cornate e morsi. Un personaggio, questo, che è stato accolto con un buon successo di pubblico.
Una volta messo a posto il castello-giocattolo, per migliorare le mie tecniche di fortificazione, i bambini mi hanno permesso di visitare con loro il castello di Lichtenstein, arroccato su uno strapiombo. Nei nostri pomeriggi, però, hanno svettato anche le guglie del castello della Disney e il luccicante palazzo sottomarino di Ariel, senza contare poi le scorribande per il castello di Hogwarts: nei momenti di riposo Marco entra nella mia stanza, dove mi trova arenato sul letto, e occhieggia con un sorriso eloquente al libro sul comodino, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, che mi ascolterà leggere con gli occhi sgranati.

Oltre all'amore per il disegno e la scrittura, ho scoperto di condividere
con mia zia anche la passione per le chincaglierie a tema suino, visto che
siamo stati i visitatori più entusiasti del Museo del Maiale di Stoccarda.
Ci sono teiere, quadri, salvadanai e tante altre divertenti "porcherie" di 

porcellana. Vi risparmio le immagini del diorama di Jurassic Pork
con i dinosauri dal grugno di porco, ma io un termosifone a forma di Babe
 a casa mia lo terrei ben volentieri.
"Rhafaele... ma quanto tempo rhimani con noi?" mi chiedono i bambini di tanto in tanto, a turno. "Perhché solo una settimana?" protesta ogni volta Alice. "Perché se non torno a casa la mia mamma e il mio papà piangono" mento spudoratamente ogni volta. Alice ogni volta piega di lato la testa, fa un sorrisetto compassionevole ed emette un triste "Oh". La questione della durata della mia permanenza ha continuato a rappresentare per loro un interrogativo angoscioso, insieme a dilemmi quali "Ma chi vincerebbe in una lotta tra un coccodrillo e un rinoceronte?" Sono rimasti sul chi vive per un bel po', come temendo di vedermi sparire in una nuvola di fumo. Quando, dopo la cena del secondo giorno, il papà dice loro di salutarmi ed andare a dormire, Marco posa l'arricciaspiccia, solleva dal piatto gli occhi da cerbiatto ed esclama: "Perhché?! Domani deve parhtire Rhafaele?", la voce incrinata da una nota di panico. "No, dovete solo darmi la buonanotte" lo rassicuro, sbocconcellando il mio spicchio di pomelo. Alice, in ogni caso, non ne vuole sapere di andare a dormire, non senza di me. E così mi arrampico sul loro letto a castello per un'ultima storia, come faceva il loro papà con me, intrattenendomi con buffi racconti, quasi tutti incentrati sul meteorismo. Una sera me la sono vista brutta, con Alice che versava un mare di lacrime perché voleva giocare agli indovinelli e Marco che singhiozzava di voler ascoltare un mito greco dal libro che gli ho regalato. Stavo per arrendermi e cominciare a piangere anch'io, quando la soluzione mi ha illuminato a giorno la mente come un fulmine di Zeus: "Bambiniiii, volete sentire un mito greco con un indovinello dentro?!" Nel vederli asciugarsi in fretta le lacrime e lasciarsi andare in gridolini entusiasti, ho sentito dentro di me un ruggito di vittoria. Mi sono guardato intorno come in cerca di qualcuno che mi porgesse una laurea ad honorem in pedagogia. Perdonatemi la scarsa modestia, ma non credo di essermi mai sentito così soddisfatto in vita mia. I bambini, col loro multiforme ingegno, hanno risolto in un "soffio di Eolo" l'enigma della Sfinge. Io naturalmente ho dovuto glissare sulle dinamiche familiari più scabrose della storia: "... e così la Sfinge si gettò dalla rupe ed Edipo riuscì ad entrare nella città di Tebe, dove... ehm... ritrovò i suoi veri genitori... ehm... e vissero per sempre felici e contenti."
Una volta sotto le coperte, Marco dorme il sonno del condottiero vittorioso. Alice invece è più inquieta. Durante uno dei nostri primi pigiama party rotola verso di me, nel dormiveglia. "Io c'ho una lingua" sente l'esigenza di informarmi. Al che le rispondo: "Anch'io c'ho una lingua, Ali." Rassicurata, si gira di nuovo. La notte seguente mi sussurra all'orecchio un segreto: "Sei bello." "Grazie. Tu sei bellissima." Soddisfatta, si riavvolge nella coperta frusciante. La sera successiva l'affligge il pensiero della scarsa solidarietà tra donne: "Ma... ma... perhché la Rhegina voleva essere perh forhza la più bella?" si chiede, accorata. "Non poteva esserhe la più brhava? Biancaneve la più bella e lei la più brhava?" Il ragionamento non fa una piega e faccio fatica a placare i suoi dubbi. Mia zia era decisamente più brava quando si trattava di aiutarmi a risolvere le mie "crisi esistenziali" (quando ancora indossavo il grembiulino delle elementari. Ma anche ora...)
"Rhafaele?" mi chiama Alice, dopo un po'.
"Sì, amore?"
"Io devo andarhe all'asilo domani?"
"No."
"E tu devi parhtirhe domani?"
"No."
A questo punto prorompe in un pianto disperato.
"Che succede, Ali?"
"Io-io volevo andare all'asilo per far vedere... per far vedere alla mia... alla mia amica... la... la ferita che mi sono fatta... sul... sul ginocchio!"
Un paio di baci e carezze, però, le fanno dimenticare ben presto queste preoccupazioni e si riaddormenta. Solo che lei e suo fratello vanno a letto alle nove, così che ogni notte aspetto che l'Omino del Sonno sparga sui loro occhietti la sua sabbia magica per sgusciare fuori dal letto, sentendomi decisamente in colpa. Una volta fatto giorno, però, Alice non dà mai segno di prendersela. In fondo a loro basta una sentinella che vegli sulle merlature del castello, almeno finché il buio non fa più paura. Mentre l'abbraccio e ascolto il suo respiro lieve, penso allo straordinario potere di questi piccoli elfi, per cui anche il più gracile degli scudieri è disposto a indossare l'armatura ed andare incontro ai draghi (o, come nel mio caso, semplicemente salire su una bicicletta, una cosa che non mi sognavo minimamente di fare). Occuparsi di loro, giurare a Marco che il suo nuovo taglio di capelli non lo fa assomigliare a Draco Malfoy, accompagnare Alice a lavarsi i denti, aiutarli a fortificare i confini del loro regno, combattere con loro ogni esercito invasore, farli divertire, coccolarli, confortarli, dare loro un lieto fine: non c'è migliore distrazione dalla nostra affannosa, personale ricerca di un "e vissero felici e contenti."
Prima di ripartire infilo i loro disegni (l'uovo di Pasqua di Alice e il drago sputa-"plasma" di Marco - ma cos'è poi 'sto plasma? Quello dello schermo tv?) vicino alla carta d'imbarco e i documenti, nella tasca delle cose importanti. E per il viaggio mi porto dietro anche una gran bella scorta di ricordi felici. Non si sa mai, nel caso là fuori dovessi incrociare un Dissennatore...

Illustrazione di Lesley Barnes

giovedì 26 marzo 2015

Una serie di accademici accadimenti IX - Chiamatemi (un) dottore


Giocare d'anticipo non è mai stato il mio forte. Anzi, di solito avere i minuti i contati è l'unica cosa che mi spinga all'azione. Stranamente, però, i dettagli della mia laurea erano ben chiari nella mia mente sin dall'immatricolazione. Prima di tutto avevo già progettato, sfornato e guarnito la torta con la sac-à-poche della mia immaginazione. Citando me stesso in un post di ben tre anni fa, al "primo piano, color giallo grano, con delicati papaveri rossi e uno zuccheroso Don Chisciotte con la lancia di cioccolato fondente puntata contro giganteschi mulini a vento di marzapane" ho pensato di aggiungere, a rappresentanza della cultura anglofona, un altro complessato letterario, Amleto, con l'immancabile teschio in mano, seduto in malinconica meditazione sulle merlature del secondo piano, modellato a forma di torre. Sin dalle prime bozze il principe shakespeariano indossa una casacca blu, una calzamaglia rosso scuro e un cappello con piuma in tinta, esattamente gli stessi colori che avrei indossato io. Perché blu e rosso scuro è stato il fortunato accostamento che ho scelto per il mio primo esame e che è diventato poi, insieme all'immancabile spilletta porta-fortuna di Topolino, la bicromatica uniforme di tutti quelli a seguire, fino all'ultimo. Non so perché l'università, che dovrebbe aprire e illuminare le menti, in realtà tiri fuori sempre il lato più superstizioso delle persone. Di tutti i rituali magico-sciamanici per ingraziarsi gli astri, però, il migliore resta quello di mia sorella, che ad ogni esame pretendeva di indossare - pena una terribile sciagura - un outfit fresco d'acquisto. Mica scema.
 Avendo selezionato anni prima l'argomento della tesi (i racconti fantastici di Dino Buzzati), ho cominciato al più presto ad avventurarmi nel dedalo delle biblioteche universitarie. Ad un bibliotecario ho dovuto fare lo spelling di "Einaudi", cognome che, se non per il presidente, avrebbe dovuto conoscere anche solo per la casa editrice. Riuscito per miracolo ad ottenere i libri, mi sono appassionato agli studi dei teorici che si sono interessati al tema del fantastico in letteratura, soprattutto Tzvetan Todorov, critico le cui pagine ho compulsato così di frequente da valutare attentamente se era o no il caso di invitarlo ai festeggiamenti. In momenti di delirio ho persino rimodellato la canzoncina de Il mio vicino Totoro col suo nome:
♪ ♫ Todorov, To-do-rov! Todorov, To-do-rov! ♫ 
Ovviamente prima ancora di portare a termine il mio lavoro mi ero già premurato di scegliere la giusta tonalità di rosso per la copertina in pelle, in modo da abbinarla alla mise del gran giorno. Grazie all'aiuto della commessa Marcella ho scelto un bel completo a quadri, naturalmente blu notte e bordeaux, che credo di aver visto indosso anche a quell'icona di stile che è Fabio Fazio (in effetti davanti alla commissione ero teso come se avessi dovuto intervistare Madonna.) "Sembri Battiato! E anche un po' Benigni! Ah, ed Enzo Miccio... e un po' Marco Mengoni!" ha esclamato entusiasticamente mia madre, decisamente maldestra quando si tratta di fare complimenti.
Nel frattempo, nella mia frenesia da sposina maniaca, avevo fatto presente ad amici e parenti che un bel mazzo di fiori non è un omaggio gradito solo alle donne, e ho colto l'occasione di party, ricevimenti e aperitivi per buttare lì con non chalance informazioni di vitale importanza, tipo il mio odio per i girasoli. Immaginando la vostra apprensione al riguardo, vi rassicuro anticipandovi che infatti ho ricevuto solo bellissimi anemoni e amarillidi scarlatte, senza alcuna traccia di quelle ingombranti eclissi floreali che proprio non sopporto!
Avevo opportunamente preventivato anche eventuali indisposizioni o spiacevoli imprevisti estetici come quel maledetto herpes che spunta fuori nottetempo e ti sorprende al risveglio quando ormai non c'è più niente da fare. Così avevo già stabilito tempo addietro di imburrarmi la bocca con una noce di Aciclovir, cosa che ho fatto e che ha spaventato a morte mia sorella al suo rientro a casa alla vigilia dell'evento.
Quello che non avevo previsto, però, è che qualcosa di ben più odioso di un herpes stesse ticchettando nel mio corpo come una bomba ad orologeria. Un destino maligno infatti ha pensato mussolinianamente di "spezzarmi le reni" a poche settimane dalla tanto attesa laurea. Mentre ripetevo in automatico il mio discorsetto in italiano, inglese e spagnolo (sentendomi un capitano di crociera al cocktail di benvenuto), un misterioso doloretto ha cominciato a pulsare all'altezza della vita, come se qualcuno mi avesse spillato il fianco destro con una minuscola, invisibile graffettatrice. In breve tempo quella piccola fitta si è fatta via via più acuta, finché, gettati all'aria gli appunti, ho iniziato a galoppare furiosamente per casa emettendo il bramito del cervo trafitto da una freccia. Nonostante avesse la mia piena autorizzazione, mia madre si è rifiutata di uccidermi e porre fine alla mia sofferenza, e ha continuato a lavare i piatti, sfregandoli con più vigore per via della preoccupazione. Alla fine abbiamo chiamato l'ambulanza, ma anche dopo due flebo di antidolorifici continuavo a rovesciare gli occhi al cielo come un novello San Sebastiano. Dato che normalmente vivo in pigiama e giacca da camera, ero già pronto per il ricovero. Così mi hanno portato in ospedale, dove finalmente i medicinali hanno cominciato a fare effetto, al punto che ero abbastanza lucido da rimpiangere di non aver messo il pigiama blu anziché quello scozzese, che non era affatto abbinato alla giacca. Dopo due o tre diagnosi sbagliate, ho scoperto di avere un minuscolo granello di sabbia incastrato in quella clessidra naturale che è l'apparato urinario umano. Il dottore mi ha spiegato che non bevo abbastanza, che ho avuto una colica renale e che finché il calcolo non sarà espulso potrebbero seguirne altre, senza alcun preavviso. Magari - ho pensato con mio sommo orrore - anche il Giorno della Laurea.
Vi lascio immaginare quale profonda angoscia mi abbia procurato il pensiero di dover giocare una partita a flipper col mio corpo, con una biglia che sbatacchia da una parte all'altra tra i miei organi interni, quando invece avrei dovuto concentrarmi solo sulla tanto sospirata conclusione dei miei accademici affanni.
"E' un dolore terribile, lo so" mi ha confortato il medico, alla mia terza colica in due mesi, a una sola settimana dal giorno X. "Pensa che è paragonato a quello del parto..."
"Ah sì?"
"Almeno potrai dire di aver fatto anche questa esperienza!" ha aggiunto, con una risata. Non l'ho mandato al diavolo solo perché aveva una siringa di antidolorifico in mano. E comunque gli stavo già mostrando il mio sedere.
Non oso immaginare le conclusioni che avranno tratto i nostri vicini quando, all'alba del grande evento, mi hanno udito sbraitare dal bagno, mentre mi sistemavo la cravatta, "Ma', hai messo le siringhe nella borsa?", e lei ha urlato di rimando dal salotto, "Sì! L'ho messa nella busta con la tesi!"
"E l'ovatta e l'alcool?"
"Anche! Ho preso tutto!"
Kit pronto soccorso alla mano, ho raggiunto sano e salvo la facoltà (malgrado, come abbiamo scoperto durante il tragitto, la macchina del capo avesse un buco nella gomma.) Avevo fatto richiesta di un'ambulanza parcheggiata in zona ateneo, per sicurezza, nel caso che un'ennesima colica mi attanagliasse il fianco nel momento meno opportuno, ma non è stato possibile. Così mi sono assicurato di inserire nella lista degli invitati almeno due infermieri e un paramedico di mia conoscenza, pronti a trasportarmi in barella nello studio del mio relatore e rimettermi in sesto con un'iniezione di coraggio e Toradol...
♪ ♫ Toradol, To-ra-dol! Toradol, To-ra-dol! ♫  
Per fortuna, non c'è stato bisogno di interventi d'urgenza: i gemelli, René e Renée, si sono comportati più che bene. Tutto secondo i miei più rosei calcoli.


Tre giorni dopo torno sul luogo del delitto per dare un ultimo addio alla mia tanto vituperata facoltà. Prima di raggiungerla passo davanti alla copisteria universitaria e, attraverso la vetrina, oltre il bancone, Scazia mi rivolge quel suo sguardo scocciato a cui deve il suo nomignolo. In tre anni l'ho vista sorridere solo una volta, quando a darle una mano con le dispense c'era un tizio con i capelli lunghi alla Piero Pelù e un gilet di pelle nera che lasciava scoperti i lombi pallidi. Per poco non copulavano sulla fotocopiatrice. Sembrava uno di quei film americani in cui una giovane barista bionda, bella ma con neanche una briciola di autostima, si mette a flirtare col camionista di passaggio, nella speranza che possa essere un padre migliore per suo figlio di quanto non sia stato il suo ex, il motociclista manesco finito dentro per guida in stato d'ebbrezza.
Pochi passi e scendo la scalinata immersa nella penombra dell'ingresso di Lingue. Appena un triennio fa ero seduto solo soletto su una di quelle sedie da sala d'aspetto ed esorcizzavo la paura scarabocchiando sul mio taccuino caricature di compagni di corso di cui non conoscevo nemmeno il nome. Guardandomi intorno scopro che non è cambiato poi molto, solo che ora la facoltà di Lingue e Letterature Straniere è diventata il Dipartimento di Lettere Lingue Arti Italianistica e Culture Comparate (io ci avrei aggiunto anche qualcos'altro, già che c'erano: che so, Bricolage e Giardinaggio) e le sedie sono quasi tutte divelte (per sedersi bisogna fare il gioco della sedia. Più facile conquistare il Trono di Spade che trovare una superficie integra su cui poggiare le terga a lezione.) Gli altri studenti (ormai ex-colleghi, come li ridefinisco mentalmente, non senza un certo compiacimento) sono però ancora gli stessi volti senza nome. Questo posto rimane un corridoio di anime perdute, un luogo di amicizie occasionali che durano il tempo di un esame (salvo rare eccezioni.) Accanto mi sfreccia una ragazza sempre troppo truccata con cui non sono mai riuscito a prendermi abbastanza confidenza da suggerirle di smetterla di conciarsi come un quadro manierista. Da lontano, vicino al distributore del caffè, riconosco un altro volto familiare, una dal risolino facile con cui ho dato l'ultimo esame, quella lunga ma magica giornata di novembre. Era terrorizzata all'idea di essere "trombata" dalla professoressa (espressione colorita con cui credo intendesse dire "bocciata".) Provo a salutarla, ma guarda altrove. Quel giorno, quello dell'ultimo esame, c'era anche un piccolo James Franco e un altro ragazzo che mostrava una ben meno lusinghiera somiglianza con Alberto Stasi, senza contare la strana tipa bassina dalla pelle diafana, due sottili occhietti da Maneki Neko e un'ostentata ritrosia a parlare dei rapporti amorosi tra docenti, di cui però si vantava di essere ben informata. Poi c'era anche Toro Sedato, una ragazza con un anello al naso, che indossava un chiodo con sopra la sagoma borchiata di un teschio, aveva palpebre pesanti e una voce morbida e rassicurante. Mentre aspettavamo i comodi della professoressa (che sarebbe arrivata con ore di ritardo e i capelli sapientemente acconciati dal coiffeur), avevamo fatto gruppo, pranzato insieme e, rinunciando a un inutile tentativo di ripasso, ammazzato il tempo facendo l'elenco dei nostri hobby e dei segni zodiacali. Lolita - occhi verdi, i capelli e le labbra rosso carminio e la voce roca che risaliva bollente dalla gola come l'acqua dal fondo di una caffettiera - anche lei dei Gemelli, si è subito mostrata un'esperta astrologa. Chissà se alla fine è riuscita a conquistare, ancheggiando nei jeans a vita alta, il suo amato, pallido professore di portoghese, che ha una folta barba ottocentesca e un'aria malinconica: i nuovi Abelardo ed Eloisa, possibilmente senza castrazione e monacazione finale.
Malgrado l'attesa angosciante, serbo il ricordo di quella giornata come una delle più piacevoli trascorse tra quelle quattro mura. Ci siamo lasciati con la promessa di invitarci tutti alle rispettive lauree, cosa che nessuno ha poi fatto. E forse è stato meglio così.


Il cellulare e il bagliore di un celeste polveroso che proviene dalla finestra mi dicono che sono ancora le sei e mezza. So che non riuscirò a riaddormentarmi, così spiego il piumone come un'enorme ala bianca e lascio che i miei piedi nudi atterrino sulla moquette. Mi sento gli occhi doloranti e caldi, come se durante la notte qualcuno abbia usato le mie orbite per poggiarci due tazze di tè bollente. La doccia non lava via quella sgradevole sensazione e mi rivesto con più concentrazione di quanto l'attività richiederebbe di solito: prima i pantaloni rosso scuro, poi la camicia, e sopra il cardigan blu dai bordi rosso scuro. Troppo stanco per cercare il calzante, mi infilo a fatica un paio di Oxford blu e mi strozzo il collo del piede coi lacci rosso scuro. Come ultima cosa prima di lasciare la stanza, guardo il mio riflesso sullo specchio che mi appunta al petto la spilletta di Topolino,
I tavoli della colazione sono tutti vuoti, eccetto che per un trio di senegalesi. Uno è vestito con una lunga, stereotipica tunica a fantasia giraffa e ascolta da una radiolina una musica tutta percussioni. Accanto a lui, un ragazzo alto mi osserva mentre torno dal buffet col piatto pieno di toast al prosciutto. "Monsieur" attrae poco dopo la mia attenzione, avvicinandosi. Non parla italiano, ma capisco che vuole farmi i complimenti per il look. "Ah, grazie! Merci..." rispondo timidamente, facendomi quasi andare di traverso il caffè. Lo ritrovo poi davanti alla reception e, senza dirmi una parola, mi lascia sorridente il suo biglietto da visita, da cui leggo che si chiama Ahmeth e che è un cantante specializzato in cover di Michael Jackson tradotte in senegalese.
Rassicurato sull'abbigliamento, mi avventuro all'esterno e attraverso il Ponte Mosca, magicamente avvolto da una nebbiolina argentea. E' così che mi figuro le mie sinapsi arrugginite. La Scuola appare prima di quanto mi aspettassi: coi suoi mattoni rossi e l'orologio sembra una vecchia stazione, larga, ben assisa al capezzale della Dora. Davanti, la mongolfiera bianca mi ricorda quella che sorvola il mio paesello la notte del santo patrono. Nella borsa sbatacchiano dei grissini che hanno il sapore e la consistenza di taralli (o dei taralli a forma di grissino), uno snack che, sintetizzando la tradizione piemontese e quella pugliese, spero mi sia di buon auspicio. Nella stessa tasca ci sono anche le gocce di antidolorifico, nel caso un'altra freccia dovesse trapassarmi il fianco.
Passo oltre la Scuola, che malgrado il cancello aperto mi sembra inaccessibile, e ciondolo un po' per la strada incurvata, un ritaglio di provincia in quella grande città. Stamattina è ingombra di bancarelle di antiquariato. Nel giro di pochi minuti, mi travolgono almeno due cagnoni bianchi, due giganteschi licantropi albini, trascinandosi dietro i poveri padroni. Sbriciolo ancora qualche minuto inseguendo il Topolino ricamato sull'enorme zaino di un turista dall'aria teutonica, con la barba candida del nonno di Heidi. Sugli usci di bar e negozi di cimeli chiacchierano energicamente capannelli di anziani, tra cui uno con un impermeabile-mantello e una ragnatela di lana adagiata sulla pelata. Sembra Diagon Alley.
Con mezz'ora d'anticipo ritorno davanti alla Scuola, e mi metto a fissare col naso all'insù il drago di bronzo sopra l'arco dell'ingresso. Non è Hogwarts, ma l'ispirazione sembra quella.
Emetto un sospiro, il primo di una lunga serie, quel giorno, e mi decido ad entrare.
Una gentile Bianca Balti in versione intellettuale fa accomodare me e altre giovani facce portatrici di sorrisetti nervosi in una stanza foderata di legno chiaro. L'ambiente ricorda una sauna finlandese, e in effetti si suda, ma per la difficoltà dei test a cui siamo sottoposti, tra scrittura creativa, cinema, televisione, giornalismo, serie tv e comunicazioni web.
Sei, estenuanti ore dopo seguiamo Bianca nel tour dell'istituto, lungo corridoi tinti a colori vivaci in cui mi chiedo se potrò tornare. Gli studenti ci guardano con divertita curiosità, totalmente a loro agio, e mi chiedo se potrò sentirmi così anch'io. In biblioteca noto con entusiasmo infantile uno splendido samovar a fiori, e mi chiedo se potrò spillarci una tazza di tè.
"In bocca al lupo a tutti, allora" ci saluta la nostra guida. "Spero di ritrovarvi presto qui alla Holden!"
Contro ogni mia previsione, ci tornerò da studente.

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

domenica 15 febbraio 2015

Grandi amori a Sanremo 2015

Vestirsi alla cieca.
Ero arrivato allo stremo. Non ne potevo più della sigletta truzza di questo Sanremo, e anche di tutto quello che viene dopo. Ero quasi tentato di andarmene al cinema, magari a farmi due risate davanti a 50 sfumature di grigio, e invece sono rimasto a guardare Marco Sado-Masini, che con la sua vocetta stridula sembra effettivamente sotto tortura. Credo che la frase "Smettila di smettere" sia la parola di sicurezza che usa con la sua dominatrix.
Il principio della fine di questo Festival è stato ungarettiano: si sta come a inizio serata Emma e Arisa in poltrona. Cioè stravaccati e mezzi morti di sonno, mentre Carlo, sempre più compiaciuto per gli ascolti record, viene sbugiardato su Twitter da Vladimir Luxuria, che a TvTalk gli aveva chiesto perché si era rivolto a Conchita Wurst chiamandola "Tom." Il tronfio conduttore aveva risposto di averlo concordato precedentemente con la drag-queen, cosa che la diretta interessata ha smentito.


Il bronzeo conduttore, intanto, dato che ricorre la festa degli innamorati, come se i cuoricini sulla t-shirt di Allevi non fossero bastati, ritaglia nel Festival uno spazio "C'è posta per te", ricongiungendo due poveri fidanzatini separati dalla geografia che erano rimasti delusi dalla cancellazione della data di "Romeo e Giulietta - Il Musical" per cui avevano acquistato il biglietto. In compenso sono stati invitati all'Ariston (e non so cosa sia peggio), dove hanno potuto assistere a un assaggio dello spettacolo, l'unica versione della tragedia shakespeariana che ti fa tifare per i parenti serpenti. Mentre i due sfortunati amanti cantano "Ama e cambia il mondo" io cambio canale.
Contrastata dalle stelle anche una possibile storia d'amore per Arisa, che due sere fa, nonostante il completo da assistente di poltrona del dentista e la coda da pavoncella in cerca di becchime, aveva ricevuto un mazzo di fiori da Nesli, il rapper più dolce che c'è, verosimilmente nato in una fabbrica Nestlé. Pensando di aver fatto colpo, Arisa ha dichiarato di essersi introdotta nottetempo nella sua stanza di albergo, probabilmente per dargli "l'amore in faccia", ma lui pare la stimi soltanto come artista. Eppure la Pippa ieri era avvolta in un lenzuolo insanguinato tipo quelli che un tempo si esibivano per provare pubblicamente l'avvenuta consumazione del matrimonio. Considerando però il volo dalle scale che s'è fatta qualche sera fa, è intrigante anche l'ipotesi che qualcuno stia cercando maldestramente di farla fuori e l'abbia pugnalata al ventre. A un certo punto la poverina sbaglia a leggere dal gobbo e ammette "Mi sono emozionata, non capisco un cavolo", confusione comprensibile vista la copiosa emorragia che le sgorga dal rene, ammesso che non glielo abbiano asportato poco prima della diretta.
Questa roba si è sposata e si è
riprodotta. Non c'è limite al potere
della Provvidenza. 
Per rimanere in tema medico-ospedaliero, a un certo punto fanno la loro comparsa in questo reparto geriatrico i giovani protagonisti della fiction Braccialetti Rossi. Quando il primario chiede al più piccolo il motivo del successo della serie (per me inspiegabile visto l'irritante faccia della ragazza bionda nel cast), il bambino illustra il concetto di cliffhanger, quel colpo di scena finale che lascia il telespettatore sulle spine. Per esempio, riuscirà il sottoscritto a rimanere sveglio fino alla fine di questo Festival? O stramazzerà al suolo prima della mezzanotte? Lo scopriremo solo nella prossima puntata...
No, vi dico subito che sono rimasto sveglio ancora per un bel po', purtroppo. Ho avuto modo, ahimè, di assistere alla claudicante discesa sul palco della coppia sposata da sessantacinque anni. Con questa ospitata Carlo Conti chiude il ciclo "Family Day" inaugurato nella prima serata con la famiglia Anania, ma mentre il sacro vincolo del matrimonio viene celebrato il vecchietto si lascia sfuggire che le loro nozze sono state praticamente combinate da suo zio. Il conduttore, che si trova a suo agio nei panni di San Valentino (che poi lo hanno decapitato, giusto?), insiste perché i due ottuagenari si bacino, come aveva già fatto con Al Bano e Romina. Evidentemente, per qualche strana perversione, si eccita spiando i vecchietti nella loro intimità.
A proposito di intimo, la soporifera Bianca "Mosca tze-tze" Atzei si esibisce ancora una volta in mutande, a quanto pare le stesse da cinque giorni. Nonostante la sua cantilena, tengo duro, sopporto anche Panariello, di cui l'Ariston non sentiva la mancanza, desisto dalla nanna e mi guardo la Nannini, che finalmente tratta Carlo Conti come merita: da cameriere, visto che gli molla in mano la sua bottiglietta d'acqua. Solo per questo, Gianna, sei una "meravigliosa creatura".
L'unica vera salvezza di questo Festival, però, sono stati gli ospiti stranieri, come il principe Will Smith, lo svitato di Bel Air, che diverte nonostante sia intervistato dal suo petulante cugino Carlton (Conti.)
A questo punto però il sipario delle palpebre va calando, e il richiamo del letto è sempre più irresistibile. Arrivo a malapena all'annuncio dei tre finalisti. Mi perdo le letterine strappalacrime delle vallette. E mi perdo la premiazione. In ogni caso, svegliandomi stamattina, già sapevo che la vittoria è andata a quegli anacronistici tre moschettieri de Il Volo e alla loro Grande amore. Insieme ai tenorini trionfa l'Italia provinciale e mediocre, l'Italia decrepita e reazionaria, un'ostinata verruca attaccata all'Europa.
Ciò che ricorderò di questo Festival, ciò che più di ogni altra cosa lo ha rappresentato sono le originalissime scarpe che Arisa ha calzato due sere fa, i tacchi a spillo con due sfere rosa attaccate ai talloni: due palle.

P.S. Per me la vincitrice morale è lei:


venerdì 13 febbraio 2015

Galleggiare a Sanremo 2015

Ma cos'è successo alle vallette ieri sera? Arisa ha avuto un piccolo incidente e si trascina coraggiosamente sul palco con passo da pecorella zoppa, mentre Emma invece è gonfia, demotivata, sbuffa, frigna che nessuno le fa mai i complimenti, si lamenta con Carlo di non poter cantare come concorrente in gara... Si vede che sta soffrendo internamente, che si sente trascurata e il padrone di casa non fa nulla per tirarla un su. Eppure viene voglia di adorarla: con quel vestito sembra il Vitello d'Oro idolatrato dagli ebrei in assenza di Mosè.
Le parti si sono invertite, visto che fino a ieri era stata Arisa ad essere di umore ballerino, colpa - l'ha dichiarato lei - della sindrome premestruale. Eppure da quando è stata spint... ehm... è caduta dalle scale, la Rosalba Pippa si è decisamente ringalluzzita, scherza e sorride allegra come non mai. Poi la verità sale a galla, ed è la stessa Arisa a dirlo con la sua proverbiale sincerità: è strafatta di anestetici, o di analgesici ("Ah, perché non sono la stessa cosa?"). Di qualunque cosa si tratti, lei dice: "lo consiglio a tutti!" Come se questo Festival non fosse abbastanza anestetico.
Un mistero non chiarito, invece, è come mai Chiara Galiazzo avesse le dita tutte sporche d'oro. Era un riferimento a Gold degli Spandau Ballet, super-ospiti della puntatona nostalgica, o ha cercato di consolare la depressa Emma?
E' un aereo? E' un uccello?
No! E' Super-Nina Zilli. 
La giovane cantante sconfitta, la barese Serena Brancale, canta opportunamente una canzone dal titolo "Galleggiare": in effetti anche questa serata de "I migliori anni" si è consumata in un clima di placida sospensione, con ospiti ed eventi che fluttuano stancamente in una boule de neige nelle mani di Conti. Samanta Cristoforetti galleggia nello spazio come un carciofino sottolio, con l'assenza di gravità che fa da push-up ai suoi due satelliti naturali, Deimos e Phobos, da cui stanno per staccarsi capezzoli-razzo, poi una medusa gigante si materializza durante l'esibizione di Grignani e sfortunatamente non riesce a ghermirlo e paralizzarlo col suo veleno. In questo acquario non manca Malika Ayane vestita di grigio manta e Nina Zilli, con una mantella da razza, mentre Arisa spazza via il fondale sabbioso con una gonna che più che da sirena è da Ursula, la donna-polpo. Sembra di guardare quel vecchio screen-saver con i pesci degli abissi. In superficie, invece, sulla litoranea che porta ad Alghero, viaggiano a tutta velocità Platinette e Grazia Di Michele, coloratissime Thelma e Louise in tenuta da spiaggia. Dagli stessi lidi veleggia anche la sarda Bianca Atzei, che sfoggia un'altra gonna-zanzariera.
Capirete perché a fine serata Lara Fabian agonizza cantando "Sto male."  E sapessi io a guardare te, con quella faccia da Floradora, la cagnolina di Paolo Limiti. Non sta tanto bene nemmeno il povero, dolce Raf, che è rimasto totalmente senza voce, ma anche senza buongusto, considerato il roseto che si è fatto crescere addosso. In ottima forma, al contrario, la tatangelica Anna, con un ondeggiante abito bianco e nero, uno ying e yang di perfetta eleganza, peccato per la maschera di trucco da teatro kabuki. Accanto a lei Emma pare ancora più abbattuta e tracagnotta, con l'abito color oro che le marcisce addosso come una verza stracotta.
Visto che si fa il mazzo per cantare
ma nessuno glielo dà un mazzo di fiori...
Pur imbronciata, la Marrone non sbaglia quando dice di voler mandar giù anche lei gli analgesici di Arisa, così da risparmiare sui comici, perché fino ad ora a Sanremo di comici non ne ho visti nemmeno io. Luca e Paolo partono bene con una raffica di puro cinismo, ironizzando sugli elogi funebri agli artisti scomparsi che intasano la televisione e i social network. Poi però non ho capito il loro finto matrimonio, con Paolo sempre più preoccupato mentre Luca gli elenca le gioie, ma soprattutto i dolori della vita di coppia, come la suocera, la comunione dei beni o l'assistenza in salute e in malattia. Non ho ben capito dove volessero arrivare, perché di ridere non faceva ridere. Cosa avranno voluto dire? Che il matrimonio è la tomba dell'amore, perciò non vale la pena lottare per averne diritto? Che infondo i gay sono fortunati a poter volare di fiore in fiore e devono solo ringraziare, invece che avanzare assurde pretese? Mah. In ogni caso, non mi interessa l'opinione di un duo comico che ha il coraggio di rispolverare battute come: "E cosa vuoi di più?", "Un Lucano non mi dispiacerebbe." Ho detto tutto. Uno sketch che probabilmente avranno scritto in aereo.
Ancora una volta questo Festival si rivela un'edizione passivo-aggressiva, in cui tutto va bene, ci vogliamo tutti bene (come quando si fa cantare la sigla a Federico Paciotti, un tenore con la chitarra elettrica, che unisce opera lirica e rock, per accontentare tutti), eppure, orwellianamente, non si riesce a fare  a meno di ricordare, con piccoli gesti o battute sottovoce, che, per quanto siamo tutti uguali e normali, qualcuno è più uguale e più normale di altri.

giovedì 12 febbraio 2015

Oggi ti parlo così di Sanremo 2015


La noia è la quarta valletta che accompagna Conti nella conduzione di questo Festival. Per me bastava Rocío: almeno la chica sa ballare, tira su il morales, è spigliata, ci sta insegnando un sacco di proverbi spagnoli che potranno essermi utili in seduta di laurea. Le altre due fanno il minimo sindacale: anch'io so leggere il gobbo e cambiarmi il pigiama più volte nel corso della serata. Arisa ieri sera si è messa comoda in un bel paio di pantaloni neri foderati di prosciutto, per poi drappeggiarsi con un ampio vestito rosa pallido e bianco che la fanno sembrare un enorme marshmallow (lo stile Big Hero 6 non dona a nessuno.) Emma invece punta su un completo da torero che farebbe vedere rosso a chiunque, con un'acconciatura da nobildonna spagnola che la fa assomigliare appunto alla Marchesa del Secco d'Aragona. Probabilmente aveva i capelli sporchi (comunque ho letto da qualche parte che lo stile unto è il trend tricologico di quest'anno, ma mi sa che l'ho letto su Lercio.)
Una serata, quella di ieri, dicevo, anche più spenta del solito. Le pepite sfavillanti della giacca di Raf sono valse a nulla, come pure la camicia da taglialegna con filigrana in lurex luccicante di Biagio Antonacci, presente come "super-ospite" (che poi è un po' come organizzare il cenone di Natale e invitare il nonno come star d'eccezione.) Non poteva mancare il cameo del prezzemolo Bastianich (basta!) che si sbrodola addosso le parole di Quando quando quando. Io vorrei sapere quando quando te ne andrai? Spero presto, presto, presto.
Dopo queste minestre riscaldate, vista l'atmosfera tiepida, c'ha pensato il comico Pintus a surgelare definitivamente l'Ariston con le sue freddure, come neanche capitan Findus. Unica fonte di luce e calore in questo gelo, introdotta vergognosamente dalla Standing ovation di Vasco, è stata naturalmente lei, Charlize Theron. Je t'adore! Per tutta l'intervista mi sorprendo a fissare il televisore con un sorriso ebete, e anche Carlo Senzalodi la guarda come se fosse la Fata Turchina, venuta a trasformare in donne vere quei ceppi di legno delle sue co-presentatrici. Anche la buona Charlize, però, ne spara peggio di Pinocchio quando dice di aver ascoltato i cantanti in gara e giura di trovarli tutti "grandi."
Di sicuro non è stata grande la Grandi, con la sua Un vento senza nome. Dai una come lei mi aspettavo un uragano, o una tramontana da lasciare i brividi, non certo un peto in ascensore. E rimanendo in ambito atmosferico, Anna Tatangelo (la nostra "muchacha troppo sexy", sempre più simile a Belén) si sente "libera come una nuvola che dondola nel vento." Chi si dà tante arie - dicono - è Nina Zilli, che ieri ha tirato fuori dalla scatola delle decorazioni natalizie un centrino dorato, insieme a un pezzo sessanteggiante con qualche parola di troppo: quando canta "io vorrei dare a te quello spazio che ti serve" per me si sta rivolgendo direttamente al testo della canzone, che non sa bene come incastrare sul pentagramma.
I tre tenori sbarbatelli de Il Volo si presentano in scena con delle giacchette di pelle che mi hanno fatto temere volessero cantare la sigla di Happy Days. Uno guarda il mondo attraverso occhiali rosso fuoco, il suo compagno, forse affetto da una strana forma di acne, ha la fronte tutta bitorzoluta che sembra la spalliera di un vecchio divano, e poi c'è il belloccio del gruppo, con indosso dei pantaloni della tuta con tanto di righini bianchi laterali. Sentita l'orrenda aria da operetta pop, la sigla di Happy Days viene da rimpiangerla. A fine esibizione quello in tenuta da jogging scoppia in lacrime (io ho pianto durante l'esibizione, invece). La versione ufficiale è che si è commosso perché è il suo compleanno, per me frigna perché si è accorto solo in quel momento di non essersi cambiato i pantaloni della tuta.
Ma non siamo ancora arrivati alla frutta: Fragola, con quella boccuccia color lampone, sembra appena uscito dal Fantabosco.
WTF?
Quando poi arriva il turno dell'attesissima Bianca Atzei dalla platea si solleva un "'azzo sei?" La ragazza ha la faccia di Nancy Brilli (probabilmente è lo stesso chirurgo), mentre la voce l'ha rubata a Giusy Ferreri. Un programma a parte merita la sua mise: una specie di bustino bianco e nero che sembra composto da varie specie di muffa e una gonna trasparente con una stampa che sembra la schermata che annuncia l'interruzione delle trasmissioni per problemi tecnici... e quanto ho pregato che succedesse!
I Solidi Idioti si reinventano cantanti e, imitando Cochi e Renato (ma forse supplendo anche alla mancanza degli Elii), mettono in musica l'ipotesi di essere nati per colpa di un preservativo bucato e si lasciano scappare che la vita è un giramento di coglioni, e la mia incondizionata approvazione va a chiunque riesca a far diventare ancora più nero Carlo, che liquida in due minuti la seconda vera guest-star della serata, la barbuta drag-queen Conchita Wurst. Conti la chiama "Tom", neanche fosse Silente che rimprovera Voldemort per le sue riprovevoli scelte di vita, e insiste a rivolgersi a lei col maschile. Per citare quella scimmietta in smoking Prenatal che a un certo punto è apparsa sul palco (credo si chiami Moreno), sarò "crudo, spietato, diretto, ma fin troppo sincero": questo Sanremo è nato democristiano e morirà democristiano.

mercoledì 11 febbraio 2015

Come va a Sanremo 2015? Tutto ok? Tutto ok?


Ariston in greco significa "il meglio." E dopo quello che abbiamo visto ieri, figuriamoci se fosse stato il peggio...
Iniziamo dal conduttore né carne né pesce, la cui carnagione gianduia è praticamente l'unica nota di colore che sia in grado di apportare ad una qualsivoglia trasmissione televisiva. Poi avete notato che Conti non ha il bianco degli occhi? O forse è un difetto del mio televisore? Io vedo solo le pupille nere, ma non la sclerotica. Sembra Brock, quello che allena Pokémon di tipo pietra. Neanche a farlo apposta, al suo fianco ha delle vallette rigide come statue (la più sciolta e rilassata è la fidanzata di Bova.) Emma Bovara è costretta a strizzare gli occhi per "vedere meglio" il gobbo, mentre Arisa fa la sua comparsa con un bellissimo vestito da Cappuccetto Rosso (le tette cascanti, però, sono della nonna.) Rocío Muñoz Morales, trasformata per l'occasione nel perfetto stereotipo della muchacha spagnola, è imballata nella plastica rossa come una bambola non approvata dall'UE e confiscata dalle fiamme gialle.
Se dovessi scegliere "il peggio" della serata, non ho dubbi: il mini-Family Day con la famiglia Anania, che forse sarebbe più preciso chiamare colonia, visto che è composta da ben diciannove membri (sedici figli, una mamma esausta, un papà e il suo fecondo membro.) Se Fazio aveva portato a Sanremo un po' di modernità, ieri siamo tornati indietro nel tempo alla celebrazione catto-fascista dell'italica prolificità, con la beatificazione di questa famiglia che ha deciso con grande coraggio di iniziare un solitario boicottaggio della Durex. Come se figliare fosse un merito particolare. Portavoce della comitiva di consanguinei è ovviamente il padre di famiglia, l'unico microfonato, che parla come un vangelo stampato, nomina una decina di volte lo Spirito Santo e la Provvidenza (senza menzionare invece la previdenza sociale) e ci tiene a far sapere che loro sono una "Famiglia normale. Ciò che è straordinario è la presenza di Cristo tra noi." Il pubblico impellicciato applaude estasiato al sentir nominare il nome di Dio, mentre la telecamera riprende uno dei figli, probabilmente Quattordicesimo, che sbadiglia senza ritegno. Immagino che questo intervento sia un contentino offerto al Vaticano per compensare la presenza di Platinette, l'ospitata preannunciata di Conchita Wurst e il medley di Tiziano Ferro, con quella sua peccaminosissima giacca troppo aderente sugli avambracci.
Per quanto lo preferisca di gran lunga quando tace, sono bastate due note di Sere nere per riportarmi con la mente alle Medie e ai miei primi, timidi balli lenti, o ai compiti in classe di matematica del liceo, quando il Siani della IIIB si vedeva recapitare minuscoli bigliettini che lo supplicavano di scrivere in fretta l'espressione, a pochi minuti dal suono della campanella, e lui, disperato, cantava: "Eeeeh non c'è tempo, non c'è spazio, mai nessuno capirà!"
Le canzoni del Tiziano nazionale, d'altronde, come quelle della Pausini, si conoscono a memoria, anche e soprattutto quando le si odia. I suoi testi si sono infiltrati subdolamente nel mio parlare quotidiano. Non c'è sabato sera che non dia voce ai miei languorini ricalcando le sue parole:  "Andiamo in un bar, che dite? Io ho voglia di qualcosa di dolce... o qualcosa di raro... o magari un eheheheh." L'incanto della nostalgia però s'infrange presto con il nuovo - rigorosamente asessuato - inedito. Avrà fatto coming out, ma Ferro continua a scansare a tutti costi pronomi o aggettivi rivelatori.
Rocío Relativo
Sempre sulla scia dei sani valori della Famiglia Cristiana, viene inscenato un fallimentare remake di Genitori in trappola, con Carlo Conti che cerca in ogni modo di far riaccendere l'amore tra Al Bano e Romina. I due cantano a denti stretti Felicità, ma a giudicare dei colpi bassi che si danno in euorovisione, direi piuttosto Passivo-Aggressività.
Alessandro Siani, col suo taglio di capelli mesSianico, contribuisce a questa fiera dell'ipocrisia sparando una battutaccia su un bambino in sovrappeso seduto in prima fila come non avrebbe fatto nemmeno Mike Buongiorno a Genius, salvo poi fare ammenda pubblicando una foto con la sua giovane vittima su Twitter.
Sotto lo sguardo sempre più scocciato di Arisa, ora in un originalissimo outfit a metà tra Olivia e Suor Gertrude, prosegue stancamente, canzone dopo canzone, la messa cantata che continuiamo volenterosamente a chiamare "Festival". Lara Fabian, la Celine Dior dei poveri, dice di sentire delle voci celesti come Giovanna d'Arco e si propone di "dar voce a chi voce non ne ha." Persino la mia pur adorata Malika Ayane ammonisce cantilenando "Non desiderare, non desiderare..." Cosa, la roba d'altri? Be', può stare tranquilla, non credo che qualcuno potrebbe mai invidiarle quello straccio rosso che si è messa addosso: tra l'abito pre-maman e l'apparecchio ai denti sembrava di guardare 16 anni incinta su MTV.
Quanto agli altri intermezzi musicali, mi hanno colpito come un sottofondo lounge in ascensore. Di Nek ricordo solo i favoriti da Wolverine, mentre degli altri relitti, a partire da Britti, non conservo memoria alcuna. L'unico motivo orecchiabile è quello di Chiara Galiazzo, per una volta vestita decentemente, da signora in giallo dei Ferrero Rocher. Peccato per il testo che propone un altro viaggio interstellare: ora vaneggia di voler salire sempre più su, fino al paradiso, mentre due anni fa pretendeva che qualcuno la portasse a "bere oltre le stelle". Si vede che è della generazione di quelli che, come me, sono cresciuti a pane e Sailor Moon. E neanche Annalisa scherza con Una finestra tra le stelle, che poi, a proposito di stelle e cartoni, con quella coda di frange e gli uccelli d'oro sulla giacca pare il Cosmopavone.
Ancora, i Dear Jack stonano banalità illuminate da "stelle" e "tramonti" nella loro Il mondo esplode tranne noi (e viene da rispondere "peccato!") Io proporrei una nuova versione del Festival, che unisca la gara canora al mio gioco da tavola preferito, Sanremo Tabù: una botola si apre sotto i piedi dell'incauto cantante che si azzardi a pronunciare parole come "stelle", "sole", "cuore" o "amore." A questo gioco riuscirebbero benissimo Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi, che ci stupiscono con paroloni come "corrivo", "guado", "crisalide" e "iconoclasta":

"...Ma questo qui è il mio corpo benché cangiante e strano
Di donna dentro un uomo eppure essere...umano
Sfogliando le parole di questa età corriva
Divento moralismo e fantasia lasciva
Crisalide perenne costretta in mezzo al guado
Mi specchio alla finestra e sono mio malgrado
Io non so mai chi sono io per la gente
Coscienza iconoclasta volgare e irriverente
Ma questo è solo un corpo il riflesso grossolano
Di donna o forse uomo comunque essere umano..."

Platinette riprende il disgraziato filone della canzone autobiografica, tristemente inaugurato da Emanuele Filiberto. Per quanto possa essere sentito e sofferto, però, il messaggio è troppo esplicito perché il brano possa essere poetico.
A fine di questa allegra serata, sempre seguendo la scaletta approvata del parroco, non manca il ricordo dei cari defunti, con il karaoke da harakiri di Emma e Arisa che cantano Il carrozzone in memoria dei musicisti che ci hanno lasciato.
Cosa trarre da questa prima puntata? Io penso di aver dedotto la seguente morale, divisa in tre punti:
1. E' dovere di ogni buon italiano metter su famiglia, quanto più numerosa possibile (famiglia Anania);
2. L'uomo non può separare ciò che Dio ha unito (Al Bano e Romina);
3. Chi è sessualmente confuso o soffre per la propria diversità deve sopportare stoicamente le prove a cui la Divina Provvidenza lo sottopone e va compatito, perché dopo tutto è pur sempre un essere umano (Platinette.)
Almeno questo è quello che ho capito io.
Anche Carletto e le sue vallette, comunque, hanno sentito il bisogno di tirare le somme prima dei saluti, elencando, tra battute pietose e risate forzate, i motivi per cui fanno Sanremo. Il motivo per cui io faccio un post su Sanremo? Perché tra uno sbadiglio e l'altro almeno ho qualcosa a cui pensare per ammazzare il tempo.

lunedì 2 febbraio 2015

La posizione del kaki

"Se tu desideri la grande quiete, preparati a sudare bianche perle" (Hakuin Ekaku)
Avete presente quei cartoni della Disney con protagonista Pippo che si cimenta in strampalate imprese sportive? Con quella voce fuori campo che commenta in stile documentaristico le sue avventure? Sì, quelli tipo "Pippo e lo sci", "Pippo e il football" o "Pippo e la pesca?" L'episodio di oggi è "Pippo e lo yoga", con un singolare re-casting che vuole il sottoscritto al posto del dinoccolato cane antropomorfo che tutti conosciamo. 
Qualche settimana fa la mia atletica amica Angy, che sembra sempre uscita da una pubblicità dei cereali Special K, mi ha proposto di accompagnarla ad una lezione di prova per essere introdotti all'antica pratica dello yoga, e ovviamente non mi sono lasciato sfuggire l'occasione. Oltretutto, con gli attacchi d'ansia che precedono la mia laurea al pari delle doglie che preannunciano il parto, la proposta è giunta con un tempismo che oserei definire karmico. Diciamo che ho visto in Angy uno strumento attraverso cui l'universo ha voluto dirmi qualcosa. In più per Natale, sorprendendo anche me stesso, mi sono fatto regalare una felpa della Champion, che è un po' come come se a Gandhi venisse un'improvvisa voglia di BigMac. Insomma, non ho voluto mettermi contro l'universo.
Così eccoci davanti al centro olistico di cui non conoscevamo nemmeno l'esistenza. Prima ancora di suonare il campanello la receptionist prevede la nostra mossa e ci apre la porta (deve avere il terzo occhio ben allenato), accogliendoci tra arazzi orientaleggianti e cuscini con ricami d'oro a riprodurre il firmamento. La ragazza si presenta appropriatamente come Luna e ci indica gentilmente la via che conduce all'Illuminazione, che naturalmente passa prima dagli spogliatoi. L'illuminazione della stanza adibita allo yoga, a dirla tutta, è scarsa: immerse in una penombra mistica, una decina di ragazze galleggiano nel mare serenitatis, come ninfee in uno stagno, sedute immobili sui loro tappetini nella posizione del loto. Scopro ovviamente di essere l'unico maschio, se si eccettua l'uomo sulla quarantina, dalla testa rasata, la barbetta caprina e il kimono blu notte, che dal fondo della sala osserva vigile ogni mossa delle sue allieve. "Benvenuti" ci accoglie il Maestro. "Prendete i tappetini dietro di voi" ci ordina subito dopo, parlando un po' a scatti, con un tono morbido ma deciso, il che ci porta a pensare, complice il buio, che sia giapponese. Poco dopo scopriremo che è italiano, ma ha preso i voti a *inserire nome di un paese asiatico che non ho capito* ed è diventato monaco zen. Visto com'è vestito, è il caso di dire che l'abito fa davvero il monaco (anche quello zen.)
Un po' impacciati, ci sediamo e proviamo a metterci in posizione. In realtà i piedi non riesco proprio a poggiarli sull'interno-coscia come fanno tutti gli altri, perciò più che posizione del loto mi è venuta la posizione del... non so, direi una posizione del kaki.
Io ed Angy intanto ci scambiamo occhiate in tralice nella semioscurità, cercando con enorme sforzo di trattenere la parte più  immatura di noi, perché temo proprio che il Maestro sarebbe perfettamente capace di spaccarmi una canna di bambù sulla schiena al minimo accenno di risata. Poi però si rivela anche troppo amichevole quando ci dice di alzarci, girare per la stanza e abbracciare gente a casaccio, e poi di stringerci la mano guardandoci negli occhi l'un l'altro. Le estranee che abbraccio sono tutte molto affabili e non sembrano avere troppa fretta di lasciarmi andare, a differenza mia che temo di risultare troppo appiccicoso anche solo trattenendomi un secondo di più. Il Maestro finisco con l'abbracciarlo almeno due volte e lui praticamente mi rimesta gli organi con due sonore pacche sulla schiena: "Non dovete essere timidi. Guardami negli occhi, Raffaele!" La sua voce pacata a questo punto si fa un ruggito che, per quanto gioviale, mi fa trasalire, e mi affretto a ricambiare il suo sguardo intenso e leggermente mandorlato. "Passiamo la vita intera a vergognarci di esistere, ma che cosa abbiamo fatto di male per non poter guardare qualcuno negli occhi?"
Dopo questi imbarazzanti momenti di team-building, facciamo ritorno ai nostri tappetini e il Guru riprende a darci i suoi pacati ordini, che diventano via via più ineseguibili. I corpi flessuosi delle mie compagne mi fanno sentire come Mulan al primo giorno di addestramento, e mi ritrovo a sbirciare di continuo la schiena ampia e muscolosa della ragazza più vicina, che mi sembra la più sciolta del gruppo. Tra l'altro assomiglia maledettamente alla protagonista di Revenge: capelli biondi, sorriso mite e nervi d'acciaio. Non mi stupirei sei fosse esperta anche di arti marziali.
Comunque, la sensazione di inadeguatezza cresce sempre più quando il Maestro se ne esce con istruzioni fumose del tipo: "Adesso sollevatevi sulle punte dei piedi e contemporaneamente portate il terzo chakra alla terra." E vai a capire dov'è! Grazie a Krishna, precisa poco dopo che si tratta dello stomaco.
Non so come, ma mi ritrovo a fare movimenti che credevo possibili solo per la bambina invasata del videoclip di Chandelier, e nel giro di pochi asana ho le gambe e le braccia aggrovigliate in un modo che neanche un navigato lupo di mare saprebbe sbrogliare. Ma c'è dell'altro: mentre te ne stai così, in equilibrio precario, con ogni fibra del tuo corpo che pulsa di dolore e gli arti più intricati delle cuffie di un iPod, il Guru è capace di chiederti, con aria serafica, di rimanere inginocchiato "poggiando tutto il peso del corpo sulla punta del piede destro", mantenendo il "piede sinistro sulla coscia destra", e come se non bastasse, di massaggiare "col pollice destro la pianta del piede sinistro." I miei pensieri sono, prima di tutto, "eh?", secondo di tutto, "ma come faccio ad auto-massaggiarmi anche la pianta del piede quando non ci vedo più dal dolore e per di più sto per rotolare via come un pangolino appallottolato?!" 
"Non smettete di respirare" ricorda ancora il monaco, soavemente. "Dovete ritrovare il piacere di respirare. Non datelo per scontato."
Il multi-tasking non è mai stato il mio forte: rimanere immobile in una posizione disumana, massaggiarsi il piede e doversi anche ricordare di continuare a vivere mi sembra chiedere davvero troppo. Improvvisamente fa un caldo bestiale, mi scopro sudato come un maiale al curry e inoltre dallo specchio noto che la mia faccia ha raggiunto una tonalità di blu elettrico da far invidia a Vishnu. "Pensavi che qui dicessimo solo 'ohm', vero?" domanda ironico il Maestro, con una ristata tonante: "Ahaha!" Poi il suo viso torna immediatamente imperturbabile come un lago di montagna.
La seconda parte della lezione per fortuna è stata meno simile a una tortura: le posizioni da supino o da sdraiato mi riescono meglio (e non fate battute, che tanto so a cosa state pensando.) Anche il Guru se ne accorge, perché viene a darmi una carezza sulla testa mentre me ne sto a gattoni sul pavimento con una gamba sollevata: "Hai visto che questo lo sai fare? Sembri la Cuccarini!"
Puntavo al modello Heather Parisi, ma non c'è male, per uno che non ha nemmeno mai giocato a Twister. 
L'ultima posizione - inginocchiarsi, incrociare i piedi e poggiare il sedere sui talloni - è in apparenza la più semplice, ma in realtà più che un esercizio è un supplizio. Eppure, alla fine della lezione, non mi sento stanco, né dolorante. Provo anzi una sensazione di benessere. Tutti i miei sette chakra sono ben oliati, allineati e girano che è una meraviglia. Mi sento come se il mio spirito avesse lasciato temporaneamente la sua prigione fisica e avesse vagato in un limbo dove il cellulare non prende e non esistono preoccupazioni, per poi rinfilarsi nel mio corpo ritrovandolo più comodo ed energico di quanto ricordasse. Ho pensato che forse è così che si sentono i credenti quando tornano dalla messa. Per un'ora sono stato concentrato su me stesso, sul mio corpo, sul mio respiro, ma allo stesso tempo ero in comunione con altre persone intente nella stesse attività. Ho sentito, per la prima volta da non so quanto tempo, di far parte di un gruppo. Non come quando la catechista col rossetto ben oltre il contorno delle labbra mi veniva a prendere dalle ultime panche per portarmi in prima fila con gli altri bambini: "Ma io voglio stare seduto con mia sorella" protestavo, e lei: "Ma no, vieni davanti con gli altri bambini", "Ma io voglio stare con mia sorella!", "Ma qui siamo tutti fratelli e sorelle!" Col cacchio, catechista! Di sorella ne ho una e mi basta...
Mentre le altre allieve arrotolano i loro tappetini il Maestro si materializza davanti a me. "Mi ricordi un po' me quando ho iniziato" confessa.
"Ah, davvero? Be', grazie, è un bel complimen..."
"Nel senso che anch'io ero rigido come un tronco di teak."
"Oh."
"Ma tu hai resistito più di me nell'ultimo esercizio" aggiunge. "Continua ad applicarti e vedrai che non sentirai più dolore. Anche il viaggio più lungo comincia con un passo." Poi mi saluta con un piccolo inchino e sparisce lasciando nell'aria una scia di incenso e patchouli
Dopo questo incoraggiamento, torno insieme ad Angy nello spogliatoio, dove ci scambiamo un sorriso di appagamento, scoprendoci entrambi rigenerati e finalmente liberi dalle solite preoccupazioni terrene e dalle basse esigenze della carne.
Poi, appena usciti in strada, ci chiediamo, quasi all'unisono: "Ma i monaci zen... possono fare sesso?"

Illustrazione di Charlotte Trounce.

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