martedì 19 novembre 2013

Bruxelles, ma belle (capitolo secondo)

Dopo avervi lasciato col fiato sospeso per molto più tempo di quanto non sia sadico fare, torno a tessere per voi, con fiamminga dovizia di particolari, l'arazzo istoriato della mia permanenza in Belgio. Se l'aggirarsi di brutti ceffi per le vie di Bruxelles o i movimenti notturni degli insospettabili ospiti di un hotel a quattro stelle non vi hanno ancora sconvolto, aspettate di leggere della nostra spericolata incursione nelle Fiandre, brumoso scenario di quella che è senza dubbio la avventura più densa di mistero che abbia mai vissuto. E dove avrei potuto viverla, se non nella terra natia di George Simenon?
Lo scorso Ognissanti, io e i miei compagni di viaggio abbiamo salutato momentaneamente Bruxelles per dirigerci a Bruges, non immaginando che lo scrittore belga avesse dato alle stampe, tra i suoi innumerevoli romanzi, un giallo intitolato Il viaggiatore di Ognissanti.
"Il tipo della biglietteria mi ha detto che devo riportare il giorno e la data sul biglietto... ma come si scriverà 'giovedì' in francese?" parlottavo tra me e me, in attesa del treno, usando la schiena della mia amica Anny come secretaire. "Jeudi? J-E-U-D-I? Meglio scriverlo in inglese... se non altro perché jeu significa anche 'gioco' e se dovessi sbagliare non vorrei che il controllore mi sghignazzi in faccia: 'ahahahah ha scritto giocodì!'"
Per fortuna il mio francese (appena sauté) non è servito nella fiamminga Bruges (o Brugge), dove non è raro sentire qualcuno cambiare lingua nella stessa frase ("Ja... merci!") mentre si passeggia lungo le morbide curve dei canali, su cui si affacciano i frontoni a gradoni delle antiche dimore mercantili (più gradoni ci sono, più facoltoso era il padrone di casa.) Avrei voluto mostrarvi qualche scorcio in più del centro storico di quest'incantevole piccola Amsterdam, ma, come dice sempre mia madre in tono lamentoso, cotanta bellezza dalle foto "non reeendeee!"

La mia macchina fotografica, però, non ha fallito nell'impresa di immortalare il sinistro protagonista di un giallo fino ad allora rimasto irrisolto. L'occasione mi si è presentata inaspettata mentre stavo misurando a grandi passi l'immenso deambulatorio della Sint-Salvatorskathedraal, allegramente ignaro del fatto che di lì a poco, a distanza di una colonna, mi sarei imbattuto in una vecchia conoscenza, qualcuno che avevo già incontrato a Bruxelles ma che non avrei mai creduto di ritrovare lungo il mio cammino: il tizio con l'impermeabile. L'avrei riconosciuto tra mille, con quell'andatura lievemente lordotica e quel cappotto lungo fino alle caviglie che fa tanto pervertito o venditore di Rolex contraffatti. Era proprio lui, il sinistro figuro che avevo incrociato al Museo di Magritte e in cui ero incappato ancora una volta al Centro Belga dei Fumetti, lo sconosciuto che avevo sognato quella stessa notte e di cui avevo abbozzato persino un ritratto, il Mister X a cui Anny aveva affibbiato il suggestivo nome di Jerôme (quel circonflesso sulla "o" riproduce esattamente l'arco delle sue sopracciglia tratteggiate a china.) Quello era il terzo incontro in due giorni, o forse il quarto: appena qualche ora prima, in effetti, mi era parso di riconoscere la sua pelata lucente tra i turisti appena salpati per un giro in barca, ed ero stato tentato di saltare sulla prima bagnarola e gridare al traghettatore: "Presto, insegua quella barca!", come in un film d'azione. Poi mi sono convinto che si era trattato solo di un abbaglio, e non l'ho fatto, limitandomi a godermi il giretto sulle placide acque dello Zwin, con i cigni che, un po' seccati, ci facevano largo nel canale, mostrandoci in segno di disprezzo i loro vaporosi e candidi sederini.
Ed eccomi lì, poco dopo, nella cattedrale di Bruges, ancora una volta faccia a faccia con l'ignoto. Ero vicino tanto così dallo scoprire finalmente il segreto del tizio con l'impermeabile, i riccioli del gotico brabantino sospesi sulla mia testa come punti interrogativi. La soluzione dell'arcano era a portata di mano: aspettava solo me, dall'altro lato dell'abside. Mi sono avvicinato con non-chalance e ho capito che anche Jerôme doveva avermi riconosciuto, visto il suo sorrisetto da Gioconda. Poi è tornato a fissare la volta a crociera, la braccia incrociate dietro la schiena. L'ho inseguito con andatura da via crucis, fingendomi in preda al rapimento mistico ai piedi di una statua ogni volta che si voltava verso di me, finché non siamo usciti sul sagrato, sotto la volta cupa del cielo novembrino.

"Hai visto chi c'è? Il tipo con l'impermeabile" me lo indica mia madre, quando mi ricongiungo a lei ed Anny, ma senza perdere d'occhio Jerôme. Lo vedo avvicinarsi ad un altro uomo, occhialuto e brizzolato, che studia una mappa della città. Accanto a loro una ragazzina e un bambino, intenti ad addentare, con non poca difficoltà, un waffle straripante di panna.
"Sono una famiglia gay" è stato il verdetto di Mary, dopo aver fatto due più due.
L'aria annoiata dei due bambini, in effetti, era inequivocabile: si trattava di una famiglia. Sotto l'impermeabile, nessun sordido segreto.
Jerôme ha sussurrato qualcosa al suo compagno, ridendo, mentre il suo sguardo saettava di tanto in tanto verso di noi. Quella sfacciata di mia madre l'ha salutato con la mano, per poi puntualizzare: "Quello è un cappotto di fustagno, comunque, non un impermeabile."
In quel momento mi è crollato un mito, come quando il nostro professore di storia dell'arte ci svelò che la scarpetta di cristallo di Cenerentola, nella versione originale della fiaba, era in realtà fatta di vaio (il francese vair, "vaio", fu tradotta erroneamente come verre, "vetro.")
"Sembra un soprabito alla Charles Dickens" ho commentato, una volta ripresomi dalla delusione. "Ed è anche tutto consunto... forse l'ha rubato da piccolo, quando faceva il ladruncolo per conto di Faggin. Sono contento che abbia una famiglia ora, però."
"Mai fatto così tanto gay-watching come in questa vacanza..." ha osservato Anny, stringendosi nella sua sciarpa, mentre Jerôme e i suoi si avviavano lungo la strada che porta al Markt.
"Già... hai notato che tutti i personaggi strambi che incontriamo sono maschi? Neanche fossimo in un fumetto di Tintin..."
Il giorno seguente, svegliati dal vomitare copioso del giapponese della camera accanto (il nostro vicino Totoro doveva aver esagerato con la birra trappista), io e Anny siamo saltati dal letto pieni di entusiasmo e ansiosi di vivere nuove avventure a Gand (Ghent), ma forse saremmo dovuti essere più cauti nell'esprimere desideri, perché già il viaggio di andata si è rivelato un'odissea. Abbiamo trascorso l'intero tragitto in piedi, in un vagone strapieno, spalmati su una famiglia torinese come la salsa tonnata sul vitello. Insieme (noi e la famiglia Ferrero) abbiamo patito il caldo, la fame, la sete e infine una terribile flatulenza (PRRROT!) che si è diffusa nel vagone come una nube tossica. A rendere il tragitto più angosciante ci ha pensato il passeggero accanto a me, un ometto dai capelli sale e pepe, ma con poco sale in zucca, che sussurrava qualcosa in francese all'orecchio di un immaginario interlocutore. A  un certo punto mi ha indicato tre scozzesi in kilt, ridacchiando di gusto. "Almeno stanno più freschi" ho commentato (più che in francese, nell'argot degli zingari di Victor Hugo), provocando un altro scampanellio di risate e un grugnito di piacere al mio nuovo amico, la cui lucidità mentale oscillava quasi quanto il treno. Una volta giunti a destinazione, chissà com'è, l'etimologia della parola fiamminga bestemming ("capolinea") ci è parsa subito chiara.
La sofferenza del viaggio, però, è stata pienamente ricompensata dall'austera bellezza di Gand: le vetrate fiorite dei palazzi art nouveau, quelle gemmate delle chiese gotiche, gli altari barocchi in bianco e nero (che fanno tanto Chanel), gli intonaci delle case (rosso granato, blu oltremare, terracotta, prugna, uovo di pettirosso...), e ancora  i festoni in bassorilievo che incorniciano finestre-cammeo e le mura di mattoni, non a spina di pesce, ma guarniti da stucchi a tema marinaresco. Dalle merlature del castello o dalla cima del campanile, il Belfort, le case sembrano scatole di biscotti, tra cui i tram si snodano come trenini giocattolo in un paese da presepe. Non c'è niente di meglio di seguire il corso del Lei con in mano un cono di patatine fritte bollenti, cullati dallo sciabordio dell'acqua color ferro, mentre nel cielo livido e gonfio i gabbiani gridano notizie dal Mare del Nord...

Meno scomodi del sopraccitato viaggio della speranza, ma altrettanto proliferanti di sottobosco umano, i tragitti in metro a Bruxelles. Sulla linea che porta all'Atomium, io ed Anny abbiamo dovuto prendere posto di fronte a quella che era chiaramente una coppietta di sposi novelli, anche se non proprio giovincelli: lui, barbuto e canuto, non ha fatto altro che tubare per tutto il viaggio in tube con la sua giovane compagna, una Yoko Ono dalla risatina facile, senza trattenersi dal darle una palpatina al didietro.
Qualche stazione più in là, invece, aggrappati ai poggiamano come scimmioni alle liane, un branco di buzzurri italiani, in tuta acetata, marsupio a tracolla e scarpe di Gucci, facevano incauti commenti su una ragazza dalla chioma vermiglia, seduta davanti a loro e immersa nella sussultoria lettura di un romanzo in francese.
"Bona la Rossa" abbiamo sentito mugghiare uno di loro, malgrado lo sferragliare del convoglio.
"Guarda che l'ho vista prima io, la Rossa" ha protestato il ramapiteco accanto, reggendosi con una mano e battendosi il petto col pugno libero.
"Zitto, la Rossa è mia" ha bramito il primo, mostrando i denti al rivale.
"Non credo proprio" ha chiuso la questione la Rossa, chiudendo di scatto il suo libro.
Non so cosa ne sia stato di quei due, i tombeur de femmes, perché a quel punto le porte si sono schiuse per farci scendere: probabilmente i cascamorti saranno cascati come birilli, troppo imbarazzati per badare alla frenata. Sicuramente non sono scesi con noi. Immagino che la casa-museo di Victor Horta, il padre dell'art nouveau, non rientrasse nella lista delle loro priorità.
Non avendone più di integre, ho pensato di prendere in prestito qualche palla dall'
Atomium come supporto grafico per questa classifica dei principali motivi d'ansia
che hanno angustiato l'adorabile Anny durante questo viaggio:
1. Anny dai capelli rossi: "Oddio, ma perché con questa macchina fotografica
 i miei capelli vengono rossi?! Ma sono rossi?! Perché sembro Bree Van De Kamp?!
Ma sono veramente così rossi?!";
2. Scarpe diem: "Iiih, Raffy, guarda, quella tizia ha le Dr. Martens! Hey, basta,
me le devo comprare assolutamente! Appena torno in Italia!" (non le ha ancora
comprate.);
3. Un buon partito: "Uffa, le ragazze di qui sono molto più avvantaggiate nella scelta
del partner! Hanno statisticamente più chance di accalappiare un ragazzo carino!";
4. Fiumi di porpora: "Sento che sta per arrivarmi il ciclo...":
5. Uno sguardo dal ponte: "Madonna, che paura questi ponti! Non perché soffra di
vertigini... ma metti che mi cade giù qualcosa?"
Il momento di tornare a casa, come sempre, è arrivato troppo presto: proprio quando avevo cominciato a sentirmi a mio agio a chiedere informazioni ai passanti brussellesi. Sì, perché i miei primi approcci con gli abitanti del posto non erano stati dei più incoraggianti, come nel caso del mio incontro-scontro con lo scorbutico bigliettaio del Palais Royal. Dopo avergli chiesto se era possibile visitarlo, l'arcigno Gargamella mi ha riposto con uno stizzito: "Mais no! Il Palais Royal è aperto solo ad agosto! Août, A-G-O-S-T-O" Fossi in lui, non ci conterei molto, sul mio ritorno ad agosto. Si meritava proprio un assortimento delle migliori invettive del capitano Haddock, poeta dell'insulto: "Visigoto! Sottospecie di pitecantropo! Broccolo! Canaglia di un bashi-bazouk!", ma ci avrei aggiunto anche qualche francesismo di mia invenzione. Al momento ero così infastidito che proprio non c'ho pensato: il solito esprit de l’escalier! Neanche se gli avessi chiesto di visitare il bagno di casa sua...
A proposito di scortesia e viaggi scomodi, viaggiare con Ryanair è un'esperienza che regala sempre un certo frisson: l'impagabile brivido della deportazione. Senza contare il martellamento delle hostess-vucumprà: "Vuole acquistare un biglietto della lotteria? Le interessa una sigaretta elettronica? Oggi in offerta speciale vendiamo anche nostra madre! Esatto, la mamma di Ryan in persona!"
Non so poi chi li abbia autorizzati a scaraventare nella stiva il mio bagaglio a mano: al posto della mia tazza di Tintin, una volta disfatte le valige, mi aspettavo di trovare solo tanti tin tin tin tin tin...
 
Fin

venerdì 8 novembre 2013

Bruxelles, ma belle (capitolo primo)

Ceci n'est pas un post.

Oramai perfettamente calato nel ruolo di Tintin, reporter giramondo, vi presento qui di seguito uno scottante dossier sul mio soggiorno a Bruxelles, l'Olimpo degli eurocrati, la Capitale del Fumetto o, se preferite, la Pescheria d'Europa. Mi ci sono precipitato per portare a termine una missione diplomatica di vitale importanza: convincere Angela Merkel a lincenziare il suo personal shopper. A parte questo ingrato compito, non potevo perdermi l'occasione di fare una capatina nell'unico paese al mondo in cui puoi abbuffarti di patatine fritte (frites) con la scusa che siano un prodotto tipico. E lo stesso vale per i waffle (o meglio, gaufre), cancelletti ipercalorici sommersi da montagne di panna e torrenti di cioccolato fuso (GNAM!)I copaines de voyage che mi hanno affiancato in questa delicata impresa non erano un cagnolino bianco come la neve e un capitano ubriaco fradicio, ma tutto sommato ci vanno vicino: Anny, mia migliore amica, confidente e compagna di merende, e poi loro, l'iperattiva Mary e l'apprensivo Nick, ovvero i miei genitori. Uno degli aspetti più complessi di questa avventura è stato quello linguistico, non tanto per via del mio francese délavé o del plurilinguismo brussellese, quanto perché io e mio padre, proprio come i fiamminghi e i valloni, parliamo lingue diverse. E qui colgo l'occasione per omaggiare (indegnamente) l'arte del fumetto belga con un esempio di quelli che Anny chiama eufemisticamente "sketch di vita familiare", mentre io sono solito definirli "semi-serie lotte generazionali che si concludono quasi sempre con la parola 'ospizio' preceduta da un verbo al futuro."
* "Pisciatello" è il soprannome che Nick ha affibbiato al Manneken Pis, la statua di un putto
che fa pipì,
tra i simboli più famosi di Bruxelles. Per tradizione, i politici stranieri in visita
donano al fanciullino 
il rispettivo costume nazionale in miniatura. 
Malgrado le numerose scaramucce di questa sorta, condite di SGRUNT! e TSK! di sdegno, siamo riusciti ugualmente a visitare la città, e senza alcun patricidio o diseredazione a rovinare l'atmosfera.
Sin dalle mie prime ore a Bruxelles mi è parso di trovarmi con un piede a Parigi e con l'altro ad Amsterdam, circondati com'eravamo dal rigoglio sinuoso dell'art-nouveau e la biscottata architettura fiamminga. Il tour è cominciato, ça va sans dire, con un GULP! di meraviglia davanti alla magnifica Grand Place, quella che Cocteau definì "il più bel teatro del mondo", là dove Victor Hugo scelse la sua dimora da esule (le Pigeon), Karl Marx scrisse il suo manifesto comunista, sorseggiando un tè alla Maison du Cygne, e dove io ho intasato la memoria della macchina fotografica in neanche cinque minuti. Dal gotico dell'imponente Hôtel de Ville e della Maison du Roi, al rinascimento e al barocco, la piazza non si fa mancare davvero nulla: quando non c'è il sole, ad illuminarla e a dar vita al grigio della pietra ci pensa l'oro spruzzato qua e là su ogni palazzo.
Sia io che Anny abbiamo ammirato con particolare entusiasmo le bellezze del posto, e non solo quelle artistiche: per ogni belga particolarmente avvenente partiva in automatico un sentito "chapeau!", accompagnato dal gesto di toglierci il cappello. Per quanto ne abbia calpestata già abbastanza di terra europea sotto i piedi, mai come in questi cinque giorni in Belgio ho visto così tanta bella carne al fuoco!
Tra apparizioni divine e coup-de-foudre, camminando per la città ci si può imbattere anche in Tintin, i Puffi e tutti gli altri personaggi delle bandes dessinées, che fanno capolino dalle finestre e ciondolano per le strade solo dipinte di una seconda Bruxelles, bidimensionale e coloratissima, sovrapposta a quella vera.


Alcuni edifici storici che si affacciano sulla Grand Place, tra cui la Maison du Roi
(in alto a sinistra) e due esempi di street-art dedicati al fumetto belga.
Dopo un primo après-midi a zonzo per il centro, stuzzicati dalle vetrine delle Galeries St-Hubert (con esposti, a mo' opere d'arte, capolavori di haute pâtisserie e macarons di tutte le nuances pastello), ci siamo rintanati in un ristorantino di Rue de Bouchers per un tête-à-tête a lume di candela con un intero secchio di cozze, delizie del Mare del Nord che a Bruxelles mangiano a pranzo, petit-déjeneur e cena. La luce soffusa delle lampade di vetro colorato, le curve serpentine dei grandi specchi Liberty, il crepitare del fuoco nel camino come baci con lo schiocco (SMUAK!): in uno scenario così romantico, io ed Anny, più pettegoli di Obama, abbiamo trascorso l'intera serata ad intercettare la conversazione in corso al tavolo vicino, quella (in inglese) tra un ciarliero danese, sulla cinquantina, stempiato, ma ancora piacente, e il suo amico, un atletico belga di cui siamo riusciti a vedere solo l'ampia schiena. Sembrava si fossero conosciuti da poco, perché quella del danese era sicuramente una parlantina nervosa, in più era paonazzo e faceva uno sforzo evidente per mantenere il contatto visivo col suo giovane interlocutore.
"Raffy, ma secondo te...?" comincia Anny, dopo qualche minuto di attenta osservazione.
"Sì, anche secondo me..." rispondo, mandando giù un sorso di birra lambic alla ciliegia.
"Sarà il loro primo appuntamento..."
"Sì, il danese ha ordinato le ostriche, e si sa che sono afrodisiache..."
"Ma che c'entra?!" protesta Anny, ridendo. Poi, dopo aver spezzettato un po' della sua baguette nel potage des légumes, aggiunge: "Il danese comunque è sicuramente..."
Ci scambiamo uno sguardo sornione, la fiamma della bugie si riflette negli occhioni verdi di Anny, e subito dopo le nostre voci si accavallano: nello stesso istante lei sussurra "serratura" e io "chiave."
E con "chiave" e "serratura" alludiamo non troppo velatamente ai ruoli che quei due potrebbero interpretare una volta calato il sipario delle braghe.
"Non so..." pondera Anny, dubbiosa. "E' che il belga è così muscoloso..."
"Credo dovremmo trovare un double-entendre un po' più elegante di 'chiave' e 'serratura', comunque..."
"Che confabulate voi due?" si intromette mia madre, riemergendo dal suo piatto di waterzooi (sembra il nome di un batterio o di un parco acquatico, ma è solo pollo in salsa alla panna.) "Chiavi e serrature? Cercate un ferramenta?"
E qui si vede da chi ho preso l'abitudine di ficcanasare...
"Certo che no, delfina curiosa, parlavamo di un quadro di Magritte che probabilmente vedremo domani al museo" improvviso. "Sono simboli ricorrenti nella sua pittura, non lo sapevi?"
Mary manda giù un sorso d'acqua, ma, a giudicare dal suo sguardo di divertito rimprovero, non se l'è bevuta.
Segue un momento di meditabondo silenzio (MUMBLE MUBLE), in cui le voci della coppia novella sono coperte dal CLANG! delle posate, il CRUNCH! delle bocche masticanti, lo SLURP! delle vongole risucchiate, gli HIC! di chi ha bevuto troppo e il BLA BLA generale.
"Comunque anche tra Tintin e il capitano Haddock c'è del tenero, per me" sentenzio in un sussurro all'orecchio di Anny, dopo essermi tamponato la bocca col fazzoletto. "E' la classica accoppiata erastès/eròmenos, un po' come Batman e Robin..."
Immemori della tragica fine delle "ostrichette curiose" (per quanto fossimo circondati dai frutti di mare), abbiamo continuato a studiare, con interesse puramente etologico, i rituali d'accoppiamento dei due piccioncini. Vorrei potervi dire che la nostra attività di flâneur vacanzieri si sia conclusa qui, ma sono stati molti altri, invece, i tipi umani che sono passati sotto la nostra lente d'ingrandimento.
Il giorno dopo, per esempio, nell'ala dei Musées Royaux des Beaux-Arts dedicata a Magritte, ovunque mi girassi mi ritrovavo sempre vis à vis con uno strano individuo che sembrava essere uscito da un albo a fumetti, se non dal pennello di un pittore surrealista: calvo, con gli occhietti spioventi, gli occhiali tondi e un sorrisetto lievemente beffardo, attirava l'attenzione soprattutto per il suo impermeabile écru, lunghissimo, praticamente raso terra, con una mantellina cucita sulle spalle, che frusciava a ritmo lento del suo incedere per le stanze dipinte di nero...

René Magritte (1898-1967), tra i maggiori esponenti del Surrealismo, è
definito un saboteur tranquille: insinua dubbi sul reale mostrando realtà plausibili
solo per l'osservatore distratto. La sua è una razionalità talmente ingenua da risultare
disarmante: dipinge una pipa, nega che lo sia e, a fronte delle obbiezioni
, risponde così,
 in tono quasi scocciato: "Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro?
Quella lì non è una pipa." In copertina, la silenziosa rivoluzione de L'impero delle luci,
in alto a sinistra I compagni della paura, in alto a destra Il ritorno (quello al nido materno
o quello della biblica colomba della pace?), a sinistra Sherazade, in basso a sinistra
Il donatore felice e in basso a destra La corda sensibile, un'opinabile lezione di fisica. 
 
Qualche ora più tardi, quello stesso pomeriggio, sotto il tetto di vetro del Centro Belga del Fumetto, mi ero già quasi dimenticato di lui e davo per certo che non l'avrei mai più rivisto, quando mio padre richiama delicatamente la mia attenzione, con una gomitata: "Guarda, c'è il tipo con l'impermeabile che abbiamo visto al museo di Marmitte..."
GASP! Riecco il pittoresco figuro, che mi passa davanti, con le braccia perennemente conserte, la pancia prominente e sempre avviluppato nel suo soprabito da maniaco sessuale, mentre mi sorride come a voler dire: "Ou la la, quant'è piccolo il mondo!" Poi, prima che possa chiedermi se sia il caso di fargli un cenno di saluto o no, si ricongiunge, mormorando qualcosa in francese, ad un gruppetto di persone nascoste alla mia vista da un cartonato di Lucky Luke in groppa al suo destriero.
Mi ci imbatto ancora una volta poco dopo, tra gli scaffali del book-shop, e ne approfitto per lanciargli qualche altra occhiata sospettosa, ma poi, quando se ne accorge e mi sorride, mi affretto ad affondare la faccia in una copia tenuta al contrario di Tintin in Tibet.
Non so perché queste coincidenze mi abbiano tanto turbato, né perché mi sia arrovellato per ore chiedendomi quale fosse la sua storia. A quest'ora sarei di certo scivolato nella follia se, poco dopo, non avessi trovato le risposte che cercavo.
Ma il segreto che si cela sotto il suo cappotto verrà rivelato soltanto nel prossimo post...
Intanto non potevo immaginare che altri due misteri, forse anche più inquietanti, attendessero me ed Anny in albergo: come connetterci alla rete wi-fi e perché un gruppetto di giapponesi sostasse perennemente nel salottino davanti agli ascensori.
Ci abbiamo messo due giorni per capire che ognuno di questi angoscianti interrogativi era la soluzione dell'altro: il wi-fi funzionava solo negli spazi comuni, e si sa, dove c'è tecnologia, ci sono i giapponesi (oltre che i gremlins). Alla fine io e Anny ci siamo ritrovati a dividere la poltrona con uno di loro, un musone perfettamente a suo agio in infradito e pigiama a quadrettoni bianchi e blu. Per quanto ipnotizzati dagli schermi dei nostri cellulari, non abbiamo potuto evitare di fare le nostre considerazioni sugli incontri del terzo tipo che possono verificarsi anche a notte fonda nei labirintici corridoi di un albergo, tipo l'ambiguo via-vai di due possenti culturisti in striminziti completini ginnici, che si saranno inseguiti per tutta la notte senza mai trovarsi. Ci mancava solo la sigla di Benny Hill: quando uno usciva dall'ascensore, l'altro aveva già svoltato l'angolo e sceso le scale. "Per me giocano a nascondino, oppure si mandano messaggi su WhatsApp ma non li ricevono perché il wi-fi non funziona" ha ipotizzato Anny, per poi prendere a scimmiottare il vocione testosteronico dei body-builder: "Aò! Io sto ar quarto piano... tu 'ndo'stai?"
Affascinati dalla vita notturna dell'hotel, dopo una serata di baldoria, abbiamo deciso di riservare le ultime ore della Notte delle Streghe all'esplorazione dei sentieri di moquette del albergo. Naturalmente, memori dell'abbigliamento sfoggiato dal nostro amico, il geek nipponico, ci siamo adeguati al dress-code del popolo della notte: pigiama a fantasia scozzese ed imbarazzanti ciabattine di spugna bianca. Anny, decisa a tutelare la sua vera identità, si è persino fatta la coda al lato, assicurandomi che non c'è modo migliore di spacciarsi per spagnola.
Ci aspettavamo di "vederne di ogni", e invece... calma piatta. Com'era prevedibile, dalle interminabili file di porte numerate non proveniva altro che uno ZZZ... comatoso, qualche RONF RONF e ogni tanto lo SWOOSH di uno sciacquone. Messa una croce sul sesto e quinto piano, al quarto finalmente abbiamo trovato musica per le nostre orecchie. Una combriccola di italiane di mezza età, riunitesi sui divanetti della lobby per due chiacchiere al riparo dalle orecchie foderate di pelo dei mariti, si sono lasciate ingannare dai nostri travestimenti, sicure del fatto che un italiano non avrebbe mai osato girovagare per l'hotel in pigiama e pronte a mettere la mano sul fuoco che una ragazza italiana non avrebbe mai rischiato di farsi vedere in pubblico con una coda al lato. "Una mia amica l'ha provata... la pillola rosa" ha ammesso, ignara di essere ascoltata, la più brilla del gruppo, sghignazzando per mascherare l'imbarazzo. Io e Anny abbiamo attraversato in un lampo l'atrio, sforzandoci di pensare alla disoccupazione giovanile pur di non scoppiare in fragorose risate.
"Ma che ha detto? L'ha provato lei, il Viagra pour femme?" chiede Anny, una volta al sicuro nella tromba delle scale d'emergenza, ancora scossa dalla ridarella.
"No, una sua amica..." rispondo, ansimando. "Cioè lei."
Insieme abbiamo convenuto che era valsa la pena perlustrare l'edificio anche solo per aver captato queste scabrose confidenze alla Sex and the City. Quindi ci siamo decisi ad andare a letto, anche perché molti ospiti ci avevano già visto vagare in déshabillé per sette piani, perciò probabilmente saremmo a nostra volta finiti tra gli aneddoti divertenti di qualche altro blogger. Stavamo tornando in camera, al quinto piano, ancora con le lacrime agli occhi, quando dalla 216 si è levato lo spettrale lamento di un ragazzo, raggelandoci...
All'inizio pensavamo avesse mangiato cozze avariate, poi abbiamo capito che stava solo cantando Lana Del Rey sotto la doccia: "Kiss me hard before you go... summertime saaadneeees!"
Né io né Anny, comunque, ci siamo mai sognati di giudicare le scelte idraulico-musicali di chicchessia, visto che sotto la doccia noi cantavamo l'unica vergognosa canzone in francese di cui conosciamo più o meno a memoria il ritornello. Ricordate Alizée, la ragazza acqua e sapone che nel 2000 cantava Moi... Lolita? Be', probabilmente pochi di voi l'avranno vista ancheggiare con un pesciolino rosso cucito sulla chiappa e sentita vantarsi di avere "la pelle liscia, nel suo bagno di schiuma." J'ai la peau douce, dans mon bain de mousse...

Potete ammirare il pesciolino al minuto 03.06

À suivre...

lunedì 28 ottobre 2013

Rendez-vous con gli dei Vudù


Aspettando Halloween, un post da mandar giù in un sorso come un chupito di rum.
E' da tempo immemore che non scrivevo di curiosità pseudo-educative come l'illuminante Guida semiseria alle lingue inventate e/o segrete,  perciò penso sia davvero arrivato il momento di risollevare il livello culturale di questo pretenziosissimo blog, e lo farò iniziandovi, che lo vogliate o no, ad uno dei più affascinanti, inquietanti, ma anche spiritosi (e spiritici) credo del mondo. Dimenticate zombie e bamboline: quelle zozzerie le fanno solo i bokor, cioè gli stregoni malvagi. In realtà  ho appreso che il Vuduismo è una religione orientata verso il bene, come qualunque altra (dichiara di essere). In più è estremamente fantasiosa e sicuramente unica nel suo genere: prendete delle antiche divinità africane appena sbarcate ad Haiti dalle navi negriere, mixatele con i santi cattolici dei colonizzatori, aggiungete al tutto fiumi di rum e shakerate a ritmo di calypso...
Cosa otterrete? Un curioso sincretismo religioso noto come Vudù.
Se gli schizzinosi dei greci non rinunciano mai all'ambrosia per soddisfare i loro palati raffinati, gli dei Vudù hanno gusti molto più semplici e non dicono mai di no ad un drink. Più che assemblee sull'Olimpo le loro sono riunioni degli Alcolisti Anonimi, sebbene poco riuscite: i vuduisti offrono alle loro divinità libagioni di bevande alcoliche e persino omaggi in sigarette e sigari. Ogni nume, inoltre, ha le proprie preferenze: c'è chi esige il rum on the rocks e chi invece i soft-drink, chi accetta solo sigarette senza filtro e chi non può rinunciare a un bel Romeo y Julieta. Buone notizie per gli amanti degli Appletini: nessun dio sembra preferirli, perciò scoliamoceli pure a volontà senza temere di incorrere nell'ira divina.
Insomma, gli dei Vudù, in generale, hanno un modo di fare più rilassato, easy-going e informale rispetto ai colleghi barbuti e perennemente accigliati di altre professioni religiose: niente ordini dall'alto, richieste a trabocchetto (tipo "uccidi tuo figlio per me") o anatemi biblici (tipo "Eva, tu partorirai nel dolore"), ma piuttosto un amichevole "Che c'hai una siga?". I fedeli li chiamano con epiteti affettuosi come "Mamma", "Papà", "cugino" o "signorina", e loro d'altronde non si prendono mai troppo sul serio: sono sboccati, narcisisti, sessualmente disinvolti e un po' irascibili, ma anche bonari e generosi. Il modo in cui sono rappresentati potrebbe sembrare quasi caricaturale all'occhio di noi europei, abituati ad aureole occhiute e tuniche bianche (alcuni, a dire il vero, sembrano appena rientrati da un concerto dei Village People, tipo Agwe), ma al di là del sorriso che può suscitare, questa pratica rivela tragedie come la deportazione, la schiavitù e la povertà. Per questo molte divinità hanno chiaramente una funzione consolatoria.
Innanzitutto i loa (gli dei) sono tantissimi, tutti al servizio dell'elusivo dio supremo, Bondyeu (dal francese bon dieu, "buon dio"). Ecco qui riuniti per l'aperitivo i più pittoreschi:
Erzuli Freda è la loa che dell'amore, della fertilità, della danza, del lusso e dei fiori. Immagino non faccia altro che abbassare la tavoletta del water e raccogliere da terra un'infinità di calzini sporchi, dato che ha ben tre mariti: Damballa, Agwe e Ogoun. Civettuola e vanitosa, adora ricevere in dono gioielli, dolci, profumi e liquori. Veste di rosa e disegna cuoricini dappertutto. Come ogni casalinga disperata, però, Erzuli Freda è intimamente insoddisfatta. Sente che nella sua vita immortale manca qualcosa, per questo essere posseduti da lei è un po' come prendersi una sbornia triste: piangi, sospiri e ti strusci troppo affettuosamente con qualunque straccio d'uomo ti capiti tra le mani. E' associata alla Madonna di Lourdes (ma a me ricorda anche Gabrielle Solis: ce la vedo proprio, ad amoreggiare col giardiniere sedicenne nel capanno degli attrezzi.)
La Sirène, una delle dee più famose, conosciuta anche come Mama Wata, è la tipica bellezza al bagno: dalla vita in su una bellissima donna di colore, dalla vita in giù pesce o serpente. Passa gran parte del suo tempo a pettinarsi i capelli (spero per lei che prima almeno se li piastri), agghindarsi e a rimirarsi nello specchio, e non di rado ha rapporti con gli uomini (benché mi azzarderei ad arguire che la sua singolare anatomia le impedisca di cimentarsi nelle pratiche amatorie tradizionali.) Esige però assoluta fedeltà: passi la coda di pesce, ma le corna mai!
E' una maniaca dell'igiene: le si offrono sempre oggetti profumati, come sapone, incenso e pomate. Negli ultimi tempi i fedeli hanno preso a dedicarle persino libagioni di Coca-Cola. E qualcosa mi dice che a lei piacerebbe di sicuro una bottiglietta col suo nome sopra.
Agwe è il dio delle acque, dei pesci e delle piante acquatiche, nonché protettore di pescatori e marinai. Coraggioso e virile, è rappresentato come un ufficiale gentiluomo: un mulatto dagli occhi verdi che, come Sailor Moon, veste alla marinara. E' conteso tra le due dee sopraccitate, entrambe sensibili al fascino della divisa. Coloro che vengono posseduti da lui sono soliti urlare ordini peggio del capitano di Full Metal Jacket e fare il saluto militare. Non mi stupirei se prendessero anche a cantare In the Navy.
Agwe, comunque, si tratta piuttosto bene: gli vengono offerti champagne, modellini navali (ora so cosa fare del mio modellino della Costa Fortuna ricevuto in omaggio), rum, polvere da sparo, cibi speziati e montoni la cui lana è stata tinta di indaco (quanto a richieste strane, batte anche Madonna.) E' associato tanto a San Ulrico quanto all'Arcangelo Raffaele, anche loro tradizionalmente raffigurati con un pesce in mano.
Poi ci sono Erzuli Danto, la loa della maternità, dichiaratamente lesbica, protettrice delle mamme single, e la malvagia Marinette "dalle braccia secche", scheletrica patrona dei lupi mannari. E pensare che da noi, in Italia, lesbiche, mamme single e lupi mannari devono beccarsi gli sguardi di disapprovazione del parroco... altro che divinità tutelari! (Basterebbe anche maggiore tutela legale.)
Come ogni dinastia mitologica, anche i Vudù hanno la loro famiglia Addams: i ghede, un gruppo di dei mortiferi ma più allupati di Gomez e Morticia. Tra i membri illustri, ricordiamo Baron Lacroix ("il barone della croce" in francese), Baron Cimitière ("il barone del cimitero") e Baron Criminel ("il barone criminale"), ma il più famoso è senza dubbio Baron Samedi ("il barone del sabato"), il dandy della compagnia, dio della morte, della sessualità, della magia e degli zombie, rappresentato solitamente come uno scheletro in smoking, con tanto di cappello a cilindro e occhiali scuri. In mancanza di rum e sigarette, accetta volentieri una coppetta di arachidi tostate e un bel caffè forte. Malgrado il fisico "asciutto", questo latin-lover psicopompo rimorchia più di qualunque altro dio Vudù: bazzica tanto i cimiteri quanto i bordelli, il tutto, naturalmente, di nascosto a sua moglie, l'avvenente Maman Brigitte, una delle rare loa di aspetto caucasico, con la pelle candida e due magnetici occhi verdi capaci di ammaliare qualunque mortale, sebbene i francesismi da scaricatore portuale spesso stonino con la sua immagine da fatalona.
Di gran lunga più educata e zuccherosa è Mademoiselle Charlotte, lo stereotipo della donna europea. Ai suoi devoti ordina solo bevande di colore rosa o blu (quindi immagino che la scelta si riduca agli Elisir Rocchetta, alla Gatorade e all'Angelo azzurro, che, diciamocelo, come drink è decisamente demodé.) Questa dea parla solo francese, perciò anche chi ne è posseduto si esprime in tale stucchevole lingua. Capricciosa e volubile com'è, è difficile ottenere favori da lei: sfortunatamente aiuta solo chi le sta simpatico, altrimenti a quest'ora avrei già una laurea in francese. Chissà se c'è un dio hispano-hablante, però...
Infine chiude il corteo Dinclesin, l'archetipo del colonizzatore e dello schiavista: sempre armato di frusta, è "affetto da una strana forma di cleptomania." Il suo trucco preferito consiste nel versarsi il rum nelle tasche senza bagnarsi, il potere "divino" più invidiato dai comuni mortali dopo la capacità di trasformare l'acqua in vino.
Ora che le presentazioni sono concluse, ditemi voi come si fa a non trovare adorabile un pantheon così!
Spero che questo non richiesto rendez-vous con gli dei Vudù sia stato di vostro gradimento, o almeno vi abbia suggerito qualche idea per festeggiare un Halloween diverso dal solito: magari state già pensando a un travestimento da Baron Samedi, a una seduta spiritica, una crociera ai Caraibi o un happy-hour con banane fritte e Havana Zombie (mai cocktail ebbe nome più azzeccato: provare per credere.) Io, anche per quest'anno, eviterò i rituali magici, visti miei precedenti. Sì, so che la rivelazione potrebbe scioccarvi, ma per un po', negli anni più bui della mia preadolescenza, sono stato anch'io un apprendista stregone. Non temete, sono passati secoli da quando ho deciso di chiudere con le ali di pipistrello e gli hocus pocus, un po' per colpa dell'inflazione, che non ha risparmiato nemmeno gli ingredienti per le pozioni, ma soprattutto perché mio padre cominciava a preoccuparsi davvero. Un giorno eravamo in auto, e lui mi guardava con una faccia scura, finché non si è fatto coraggio e, con un tono maledettamente serio, ha cominciato a dar voce ai suoi timori con queste esatte parole: "Come sai, a questo mondo c'è la magia bianca e la magia nera..."
Non so come intendesse continuare il predicozzo perché a quel punto sono scoppiato a ridergli in faccia di gusto: non è il genere di discorso che ti aspetteresti da un padre, e soprattutto non da mio padre. Non mi ha mai fatto il discorsetto "sulle api e sui fiori", figuriamoci se potevo immaginarmi che un giorno mi avrebbe fatto delle raccomandazioni sull'uso eticamente corretto della magia.
Eppure non riesco a reprimere un brivido di paura quando ripenso a quella volta in cui io e le mie amichette, appena tredicenni, chiedemmo all'antica dea celtica dell'amore, Aine, di manifestarsi facendo dividere in tre la fiamma della candela, cosa che - vi prego di credermi - avvenne, e per giunta subito dopo la porta della stanza si chiuse di scatto, mossa da un'improvvisa folata di vento. Senza contare poi la mia incauta, prima e ultima esperienza con una bambolina Vudù, che temo sia stata capace di provocare una frattura alla gamba al mio professore di matematica.
A volte mi faccio paura da solo...

Cliccate qui per scaricare la VERSIONE ILLUSTRATA di questo post,
con le superbe illustrazioni di Clyo (il suo blog: La vita puzza), che non
smetterò mai di ringraziare e idolatrare per questo regalo a dir poco divino!

 
 
Buon Ognissanti e a tutti voi un Halloween da urlo!
Intanto, commento o scherzetto...?


lunedì 21 ottobre 2013

Ma che c'è Surreal Time? #8 - Non prendetemi per i fornelli

"Gnocco cerca patata. Astenersi cozze."
Prosegue la nostra descensio ad inferos nel mondo di Real Time, l'unico canale televisivo che ha il coraggio di mostrarvi ventenni hamish con la dentiera, zitelle in sovrappeso che mangiano peli di gatto e coniugi che si trastullano con corroboranti clisteri al caffè. Dopo questo, godetevi la seguente composè: bon appétit!

L'ultima, indigesta portata offerta dalla mensa di Real Time è Ti prendo per la gola: per farla breve, un Uomini e Donne culinario. E grazie a Dio, a differenza di Sing Date, qui nessuno deve cantare.
Una ragazza piacente (ma evidentemente troppo esibizionista  per tenersi uno straccio d'uomo) deve scegliere il suo nuovo partner affidandosi unicamente alle papille gustative.
Ok, forse dovrei spiegarmi meglio: il gioco non prevede che la Tronista di turno assaggi i suoi patinati pretendenti, degusti loro un dito del piede o mangiucchi le loro unghie, ma semplicemente che si lasci sedurre dal piatto più afrodisiaco e abbocchi così all'amo del cuoco misterioso. Messi davanti ai fornelli, i Principi Azzurri sprecherebbero metà del tempo concesso loro a specchiarsi con un cucchiaino, ma per fortuna a guidarli c'è uno chef professionista, Gianluca Esposito, un Nonsochì di Chinonsò con la punta del naso a forma di pomodorino ciliegino, altrimenti noto come Rudolph, la renna che salvò il Natale.
La paraninfa di questo gioco d'amore, la maitresse di questa casa d'appuntamenti col destino è invece Valentina Raffaelli, una designer appena tornata da Amsterdam con lo scopo di importare anche qui in Italia la spettacolarizzazione dell'erotismo ormai tipicamente neerlandese. Ben pochi volti di Real Time riescono ad essere più irritanti di questa new-entry: una specie di lentigginosa Biancaneve dai capelli maltagliati e la voce au gratin. Un misto tra una pin-up, Susanna Tutta Panna, una tatuatrice di Brighton e un manichino di Accessorize. Una figura che sembra uscita da un quadro di Norman Rockwell.
Ma la cosa peggiore di questa leziosa mezzana è l'abominevole abitudine di spiluccare dal piatto della concorrente. Il mio commento al riguardo non può che essere lo stesso di Gualtiero Marchesi dopo aver ascoltato dall'ingenua Benedetta Parodi la ricetta del kedgeree: "Che schifo."
Se anche solo osasse avvicinare la sua sudicia forchetta al mio piatto, la prenderei per la gola. Letteralmente.
Ma lasciamo cuocere nel loro brodo gli spasimanti e trasferiamoci piuttosto nella cucina di Sebastiano Rovida, l'esperto di antipasti mignon ed equilibrismo gastronomico dalla voce fastidiosamente cantilenante. Nel suo nuovo programma, Finger Food Factory, possiamo ammirare tutta la certosina precisione con cui suda sette camicie per produrre un singolo canapè di proporzioni microscopiche, un assaggino che si fa prima a tirar su col naso che a mettere in bocca. E' oltremodo frustrante vederlo impegnarsi tanto i complessi procedimenti alchemici per poi innalzare lillipuziane sculture di cibo stabili quanto un elefante di Dalì.


Non so se l'avete notato, ma Sebastiano, oltre che a cucinare, si sforza anche di fare il simpaticone, nonostante come aiuto-chef a Fuori menù fosse affabile e collaborativo come un astice vivo. Ma il bipolarismo è una caratteristica che accomuna un po' tutti i personaggi di Real Time, come anche le divinità indù: Carla Gozzi in Ma come ti vesti? è una stronza coi fiocchi (e anche con gli strass), ne Il guardaroba perfetto invece veste i panni di Mahatma Fendi.
Replicando l'accoppiata nepotista Renato-Angelo, anche Sebastiano si è munito di un paggetto, il piccolo Leo. Ma da dove salta fuori il puttino? E' uscito da una bustina di Paneangeli, è imparentato col cuoco o l'hanno rapito? Sarà assicurato? Siamo sicuri di volerlo tenere in una cucina dove ci sono coltelli, coppa-pasta e persino la fiamma ossidrica per caramellare? E' legale costringere un bambino a lavorare in cucina, anche se insopportabilmente saccente?
"C'è un lecca-pentole?" ha chiesto un giorno l'assistente in età pediatrica, non riuscendo a versare sul piatto i residui di gelato rimasti ancora attaccati al fondo della boule. Potete immaginare quanto questa domanda mi abbia scioccato, dato che non ho mai sentito parlare di lecca-pentole e che di solito le pentole le lecco io personalmente. Non so cosa mi turbi di più: il suo sfruttamento in quanto minore o la sua padronanza degli strumenti da cucina. Tutto sommato, però, il caro Sebastiano, fiamma ossidrica a parte, non è poi un tutore così sconsiderato.
Chi invece di sicuro i bambini se li mangia a colazione è Giulia Sbernini, che a Junk Good (programma che probabilmente ho seguito solo io), con la scusa di convertire il junk food in cibo salutista, s'ingozza come un tritarifiuti. Trovo inquietante il suo vezzo di personificare le leccornie che prepara (e che gnotte): i falafel li chiama "i miei piccolini", le doughnuts sono "le ragazze" e potrei anche continuare...
Il prossimo programma gastronomico di Real Time sarà condotto dalla strega di Hans e Gretel, in diretta dalla casetta di marzapane.

venerdì 11 ottobre 2013

Pubblicità insopportabili #28 - Once upon a Tim

Ma non c'è un modo per oscurare gli spot di Chiara?

Da qualche parte, oltre l'arcobaleno, c'è una terra di cui una volta ho sentito parlare in una ninna-nanna. Da qualche parte, oltre l'arcobaleno, il cielo è blu e tutti i sogni che osi sognare diventano realtà...
Il mio sogno ultimamente è non rivedere Chiara Galiazzo in tv per almeno un decennio. Sì, perché della sua incoerente epopea non se ne può più già da un bel po'. Mi avvento sul telecomando al minimo accenno alle note di Over the rainbow, il brano più famoso de Il mago di Oz, reinterpretato dalla Galiazzo, che di Judy Garland/Dorothy Gale ha solo le prime due lettere del cognome. Dopo una specie di flashmob/gay pride, siamo stati costretti a seguire la cantante nel suo viaggio verso il successo, a partire da una nebbiosa stazione, un'atmosfera gotica che non promette nulla di buono, se non una lunga serie di spot insopportabili: con un piede sulla banchina e uno sulla scaletta del treno, Chiara si affretta a salutare la nonna, che ad ogni grano del rosario anziché le avemaria pare reciti le tariffe della Tim.
 
Playlist delle puntate precedenti:


Con la benedizione della matriarca, la nostra eroina parte verso il "futuro che sarà", alla ricerca di "un posto nel mondo in cui dipingere nuvole", e decide di molestare la fino ad allora Serenissima, iscrivendosi all'università e dandosi da fare con lavoretti part-time: prima ruba la scena ai cantanti di strada, poi, non contenta, compra tutti i palloncini agli ambulanti magrebini, rivendendoli al doppio del prezzo in spiaggia. I bagnanti non si lasciano ingannare, perciò Chiara, sapendo di non poter tirare troppo la corda, libera nel cielo l'invenduto e si reinventa baby-sitter del lido. E' a questo punto tuttavia che comincia a sentire la mancanza del suo amato Kansas: soverchiata da un nugolo di bambini pestiferi, che si avventano su di lei come feroci scimmie alate, invoca disperata l'aiuto della Fata dei Giochi, la nonna, che le sussurra all'orecchio il segreto alla base di tutta la pedagogia moderna: "le biglie."
"Le biglie!" esclama Chiara, sbalordita. Questa sì che è "avanguardia pura!" Puericultura livello advanced.


L'estate, però, si sa, prima o poi finisce. I bimbi tornano a scuola e mettono via le biglie, ma Chiara continua imperterrita a infrangere le nostre, proseguendo lungo il sentiero dorato che porta allo scadere del contratto con la Telecom. Così come Dorothy trotterella verso la Città di Smeraldo in compagnia di un Leone Codardo in cerca del coraggio, un Boscaiolo di Latta in cerca di un cuore e uno Spaventapasseri in cerca di un cervello, anche Chiara incontra lungo la via un gruppo di fedeli amiche: le sue coinquiline, tutte terribilmente bisognose di un encefalo, anche in affitto, purché funzionante. C'è la bionda Eleonora, la bruna Erika, poi l'asiatica Maya, la riccioluta Martina e infine Mosè, il cane salvato dalle ruote di un tir, che, viste le sue nuove padrone, comincia a rimpiangere l'autostrada.

 
Insieme le cinque Winx vivranno mirabolanti avventure, senza però trascurare lo studio, soprattutto Medicina ("L'Anatomia di Grey costava troppo, ho preso il cofanetto di Grey's Anatomy... sono tipo video-lezioni, no?"), Inglese ("Uolking on d-strit frollé, den ai uok uand-ué...again!"), Economia ("Raga, stasera mega-party a casa nostra, però la consumazione si paga") e Sociologia (", ma è venuta un sacco di gggente! Tipo ma voi li conoscete tutti!?")
La saga di Chiara è l'unica che riesca ad abbracciare ogni genere cinematografico: dall'horror firmato Dario Argento alla commedia all'italiana, dal teen-movie disneyano al fantasy. Manca solo il neorealismo, visto che offre una visione totalmente distorta della vita universitaria. Te le vedi che giocano a dama, cazzeggiano come se non ci fosse un domani o come se non avessero lezione l'indomani, ballano a tutte le ore e sollevano in aria le braccia (rubate all'agricoltura) al grido "Put your hands up!" Mai una volta che facciano le ore piccole sui libri o che alzino le braccia per fare una domanda al prof.
Tutto questo studio matto e disperatissimo non poteva che scatenare le ire del vicino di casa, che, stanco di battere la scopa sul soffitto, si imbuca all'ennesima festa e condensa tutto il suo disappunto in una battuta talmente originale da indurre a pensare sia tratta da una commedia inedita di Eduardo De Filippo.


Quando sono stanche di fare baldoria, di andare "a bere oltre le stelle" e "fumare venti d'immenso", Chiara e le sue vanesie amiche si danno all'ippica, letteralmente. Insomma, qualunque cosa pur di non studiare.
Non so in cosa consista il loro piano di studi, lì nel fatato college di Alfea, ma l'unico hobby che noi universitari veri possiamo permetterci di coltivare senza andare fuori corso è lavarci i capelli una o due volte a settimana. A questo punto non oso pensare a quanto si sarebbe divertita Chiara se avesse accettato di vivere in quell'appartamento in cui erano "tutti maschi??!!"
Tra l'altro, con questi chiari di luna, non so proprio dove trovino i soldi per i corsi di equitazione, i completini da cavallerizze e la jeep rosso fiammante, visto che la maggior parte dei fuori-sede va avanti a scatolette di tonno.
Tornando alle giulive studentesse del team Tim e alla loro lezione pratica di Veterinaria, Martina, in uno slancio di audacia potenzialmente suicida, scioglie le trecce ai cavalli e parte al galoppo sul suo indomito destriero bardato di scaldamuscoli, per poi ritrovarsi sola in una foresta incantata, dove a farle compagnia ci sono solo due inquietanti statue etrusco-ittite capitate lì chissà come, forse rubate dai ruderi del set di Fantaghirò. Fortunatamente, grazie alla app Enchantix, le altre fate riescono a localizzare la squinzia perduta e a riportarla sana e salva al maneggio, ma non prima di aver scattato un centinaio di foto in perfetto stile bimbeminkia.
Non so voi, ma io sono stanco di queste cantanti dei talent show che si circondano di intere comitive di amici finti, scelti dopo chissà quanti casting. Non hanno amici veri, dico io? Amici veri che siano almeno lontanamente presentabili, intendo? Possibile che siano peggio di quelle quattro?
Parlo di Chiara, ma anche di Emma Marrone. Nello spot di Line la star di Amici dai suoi amici fittizi viene persino bidonata! "Perdonaci, non ce la facciamo a venire al concerto: si è rotto il pullman."
Sì, come no, sempre la solita musica!

Purtroppo, continua...

domenica 6 ottobre 2013

Ma che c'è Surreal Time? #7 - Benedetta cucina!

Benedetta passa a Real Time: ci starà come il cacio sui maccheroni o come un cavolo a merenda?
Ho cercato di disintossicarmi, ma ci sono ricaduto. Fa il suo ritorno, a grande richiesta,
la rubrica più irreale di sempre, con una "grande novità"...

Da quando ho scoperto le incredibili proprietà rilassanti della Nigella, non riesco più a farne a meno. Non parlo dell'olio essenziale di Nigella sativa, anche detta sesamo nero, ma di Nigella Lawson, la Monica Bellucci dei fornelli inglesi. Mi basta guardarla o anche solo lasciarla lì che cucina, mentre studio e sbrigo le mie faccende, per sentirmi in pace con il mondo.
Tutto merito di quella voce calda e suadente, di quella luce che ha negli occhi, delle sue forme generose e della golosità quasi infantile con cui assaggia ogni sua ricetta. Non sopporto l'aggettivo "burrosa" spalmato su una donna, ma non credo esista vocabolo più adatto a descriverla: a costo di sembrarvi un maniaco potenzialmente cannibale, penso che se la mettessi in padella si scioglierebbe lentamente rilasciando un avvolgente profumo di buono... 
Ammirare Nigella che cucina è un'esperienza mistica in 3D: sembra quasi di sentire il profumo dei brownies e trovarsi lì con lei, ad aspettare che si raffreddino per assaggiarli. L'unico sottofondo è quello dei rassicuranti rumori della cucina: il riversarsi untuoso dell'olio, le fusa dei fornelli, il fruscio delle sue lunghe ciglia finte, il sobbollire delle uova in purgatorio. Te ne stai lì, immerso in quella sabatina tranquillità, senza essere importunato da stupide canzoncine, che su Real Time sono quasi sempre cover in chiave swing di canzoni famose (vedi Csaba, e soprattutto Renato). Per carità, lo swing può anche essere divertente, ma dopo cinque minuti non se ne può più di My Sharona cantata dalle Sorelle Marinetti o Highway to hell reinterpretata dalle gemelle Kessler.


Il video è un po' lungo, ma basta un piccolo assaggio
per rimanere incantati.

Dipendesse da me, ordinerei Nigella a pranzo, colazione e cena, ma inspiegabilmente Real Time ha pensato di aggiungere una nuova portata al suo già ricco menù: Benedetta Parodi, un prodotto non proprio di stagione, ma che, se congelato nel modo giusto, conserva pressoché intatte le sue proprietà organolettiche.
Ma mi chiedo, c'era proprio bisogno di un altro sedicente chef? Non c'è già abbastanza gente a darci dentro col batticarne?
La nuova trasmissione di "zia Bene" non arriverà prima del mese dei morti, giusto in tempo per pestarci la pazienza nel mortaio, ma considerando i pasticci che ha preparato su Mediatett prima e  La7 poi, è meglio cominciare sin da ora a prepararci psicologicamente all'evento. Con quel sorriso da pesce rombo e la goffaggine di Pippo, non so davvero come possa pensare di competere con la polposa Nigella, questa Afrodite britannica nata dalle acque ribollenti di una bouillabaisse e giunta a noi su una capasanta sospinta dalla ventola del forno.
Però sono felice che Benny non sia più costretta alla mission impossible del "Salvacena", una tortura che prevedeva la preparazione di un intero pasto da completare in una manciata di minuti, scanditi dall'ansiogeno count-down di tutta la dinastia Parodi al completo: la prole, la mamma, la comare, la sorella disoccupata e il perennemente allupato marito Fabio: "Manca un minuto al TG! Spicciati!"
Mi faceva un po' pena vederla affannarsi e agitarsi per tutta la cucina come un pollo senza testa. La poverina doveva mescolare il sughetto tenendo il cucchiaio tra le dita dei piedi, sminuzzare le carote con tutte le braccia a disposizione e nel frattempo azionare il frullatore premendo il pulsante con una testata. Okay, Benedetta salva la cena, ma a lei chi è che la salva?
In ogni caso spero che si tolga il vizio di leccarsi le dita e, soprattutto, che la pianti di emettere quel suono umidiccio che fa con la bocca mentre parla. Non so bene come descriverlo... anzi sì: è una specie di risucchio a denti stretti che trovo oltremodo ributtante.



Un video istruttivo su quanti doppi sensi si possono
fare sulle pere, dall'autoerotismo ai clisteri.
Non perdete il momento fetish al minuto 08.41.
Vi segnalo anche un'altra ospitata con un altissimo
momento di televisione (al minuto 04.27).
Protagonista uno spremiagrumi dal curioso design.

Per chi se lo fosse perso, c'era già stato un primo cross-over tra la sofisticata La7 e la patinata Real Time lo scorso autunno, quando la Parodi ha accolto nella sua cucina niente meno che Carla Gozzi. Per l'occasione, la fashionista dai capelli color Calvè ci ha preparato una tristissima zuppa di cavolfiore ipocalorica (non sia mai che la Gozzi s'ingozzi) e ci ha rivelato il suo look da perfetta casalinga anni '50: un paio di mules con pizzo, una petite robe noire e una robe tablier di pizzo. Un outfit comodo e pratico, insomma. Anch'io dopotutto cucino in marsina, cilindro e monocolo.
Scopriamo inoltre che Carla Non-Magna, oltre ad essere un'esperta di stile, è anche una campionessa di stile libero, che non rinuncerebbe mai ai suoi dieci minuti di sport quotidiani e che ha eliminato il sale dalla sua dieta, dato che preferisce utilizzarlo in altri modi, tipo rotolarcisi per conservarsi meglio nei secoli.


Carla Gozzi: dai volant ai vol-au-vent 
00.45 - Carla annuncia "una grande novità";
06.32 - La mise da cucina di Carla;07.15 - Carla dice no al sale;
08.00 - Lezione di aerobica;
13.05 - Et voilà: vomito di gatto.

La nostra argentea guru della moda improvvisa anche una lezione di aerobica, mandando in brodo di giuggiole Benedetta con un esercizio per assottigliare il punto-vita, da fare mentre cuociono i broccoli, che guarda caso è noto come swing: la bionica Carla, sorprendendo chi, come me, la credeva fatta di un unico pezzo di titanio, riesce a flettere le ginocchia senza doversi lubrificare le giunture cromate, poi si aggrappa al piano-cucina e comincia a dondolarsi con le gambe a destra e sinistra, come se si fosse seduta su di un'invisibile ma scivolosissima tazza del gabinetto. Un allenamento semplice e divertente, da accompagnare magari alle musichette swing sopracitate. Onestamente non so proprio come faccia, questa benedetta donna, ad essere alla moda, sportiva, salutista, perfetta in tutto e rigida come uno stoccafisso. Quando una goccia di brodo di cavoli le è schizzata addosso e l'ho vista emettere delle scintille, ho avuto la conferma che Carla Gozzi è effettivamente un cyborg. Anche perché non mi è sfuggito lo sguardo peccaminoso che ha rivolto al mixer ad immersione (non mi stupirebbe se i robot come lei li utilizzassero nei momenti di relax al posto dei vibratori.)
Tornando a Sottiletta Parodi, non ci resta che aspettare novembre per il suo nuovo programma. Vi starete senz'altro chiedendo che cosa bolle in pentola, e magari state già pregustato un nuovo, originalissimo format che darà una rimestata al palinsesto televisivo...
E invece no. Le hanno rifilato gli avanzi: l'edizione italiana di un talent per pasticceri, Bake off. Una pizza di programma, insomma. Più che cotto e mangiato, scotto e già masticato.  

Il post è in continuo aggiornamento...

lunedì 30 settembre 2013

Una serie di accademici accadimenti V - In balìa della balia

"Forse la terra è l'inferno di un altro pianeta." (Aldous Huxley)
Se così fosse l'università sarebbe il girone più profondo.
In questo bestiario a puntate dedicato alla biodiversità universitaria non poteva mancare un capitolo dedicato a loro: gli assistenti dei professori, questi sconosciuti. Si tratta di creature ibride e misteriose, non più studenti ma non ancora insegnanti, intermediari (angelici o demoniaci) che vivono con sofferenza la propria duplice natura, un po' come le sirene, che in alcune leggende sono così gentili da prendersi la briga di salvare i marinai dai naufragi e in altre succhiano via loro l'anima dalla bocca come il mollusco da una cozza pelosa. Un giorno malevole Erinni con un diavolo per capello, l'indomani rassicuranti Eumenidi disposte a mettere una buona parola per te col Grande Capo. Alcuni ti fissano per tutto il tempo dell'interrogazione con l'espressione enigmatica dei moai dell'Isola di Pasqua, altri invece sembrano proprio essere usciti da un uovo di Pasqua. E' su quest'ultima categoria che voglio soffermarmi, in particolare sul caso di Laura Fresca-Di-Laurea, una frizzante neolaureata (con una tesi sulla saga di I love shopping, probabilmente) da poco passata al lato oscuro della Forza, su cui già circolano succulenti aneddoti al limite della leggenda metropolitana.
I' non benedico certo il loco e 'l tempo et l'ora del nostro primo incontro, nel corso di un temuto esame di inglese per cui mi ero presentato in facoltà con largo anticipo e con un gramo presentimento, visto che avevo avuto un terribile incubo in cui nascondevo il cadavere di Sylvia Plath in una specie di acquario di cristallo pieno di lucci (famelici pesci d'acqua dolce, spesso anche cannibali, protagonisti di una poesia di Ted Hughes, marito fedifrago dell'infelice poetessa.)
"Si dice che la professoressa sia una stronza" si sente in dovere di informarmi la mia irrequieta vicina di banco, una specie di roditore dalle enormi tasche guanciali, anche se non gliel'ha chiesto nessuno.
"Ah sì?" mugugno, senza staccare le labbra dalla mia mini-bottiglietta di Schweppes al limone.
"E anche l'assistente maschio è uno stronzo. Quella bionda invece..."
"E' più magnanima?" tiro a indovinare, speranzoso.
"No, è la più stronza di tutti!" squittisce lei, con una risata verde e lievemente isterica che le fa fremere la palpebra sinistra.
"Ma sei proprio sicura? E' vestita come Fragolina Dolcecuore..."
"Non lasciarti ingannare dal suo aspetto fru-fru" s'intromette un giovane namecciano seduto dietro di me. "Ha un'aura potentissima..."
"Ripetete bene James Joyce: la volta scorsa mi ha bocciata perché non sapevo che soffrisse di cinofobia e cheraunofobia" ci ammonisce in un sussurro una ragazza che, dopo l'appello, scopro portare l'ingrato cognome di Pisciareno.
"Dicono che ogni sabato si trasformi in serpente dalla vita in giù..." riporta con voce tremante un'altra sconosciuta, pallida, smunta e con gli occhi incavati, seduta due posti più in là.
Un ragazzo dalla faccia cavallina conferma la diceria con un nitrito, inorridito.
"Vuole fare la simpaticona, ma è senza cuore" riprende la mia vicina, più concitata di un gerbillo. "Mi hanno detto che non si è fatta scrupoli a bocciare una sua ex-compagna fuori corso! La poverina ha avuto una crisi di pianto... l'hanno dovuta trascinare via dall'aula dopo averla sedata... e indovinate un po' cos'ha fatto lei, l'assistente traditrice? Eh?! Eh?! Indovinate?!"
"Cosa?!" chiediamo in coro, sobbalzando sulle sedie.
"L'ha salutata agitando la mano e con voce zuccherosa le ha detto 'Bye bye, cara!'"
"Ma è spaventoso!" è tutto quello che riesco ad esclamare, nauseato.
"Ah, questo è niente! Voi non immaginate neanche cos'ha detto all'appello di novembre!" rincara la dose Pisciareno. "Ha fatto i complimenti ad un mio amico per i suoi bellissimi occhi color nocciola-quasi-oro e quando lui le ha rivelato che porta le lenti a contatto colorate lei ha esclamato, tutta eccitata: 'Ma allora anche tu sei un twilighter!! Come me!!'"
"Mi correggo, questo è spaventoso!" commento, portandomi una mano alla bocca.
Il ragazzo dai lineamenti equini sbuffa, orripilato, e dilata le enormi narici.
Non ho neanche il tempo di chiedermi di che morte morirò, perché, ovviamente, mi tocca lei, l'assistente bionda. Ci salutiamo seguendo il protocollo internazionale delle gatte morte: mostrando i denti. Lei sfoggia un ghigno tutto miele, ma il suo sguardo è quello del luccio che ha appena adocchiato un avannotto indifeso. Io ricambio con un sorriso ancora più caramelloso, ma i miei occhi dicono: "Ti farò mangiare la cipria, Paris Hilton de' noantri". Da vicino posso studiare ogni dettaglio del nemico: il suo taglio à la garçonne, gli occhiali rosa da gatta, le guance abbondantemente spolverizzate di blush color pesca, gli artigli laccati, la romantica camicetta a fiori e l'immancabile paio di ballerine rosa. Manca solo il chihuahua ringhiante nella borsetta.
Mi sforzo di ignorare la sua leziosa aria di sfida e l' irritante mimica facciale, e intanto combatto strenuamente per la sopravvivenza, riuscendo a deviare i numerosi colpi bassi e a conquistarmi con grande fatica la sua melliflua benevolenza, ottenuta anche grazie ad una libagione e al sacrificio di un montone dal vello nero. Alla fine, dopo un'ora di lotta per la vita, la Furia è domata, il luccio molla la presa e io posso fare ritorno incolume al mio nascondiglio tra le alghe. O meglio, quasi incolume, visto che ho schivato solo per miracolo la domanda fuori programma su Huxley (di cui sapevo solo che di nome faceva Aldous e che spesso e volentieri si faceva una pera.)
Pensavo che non avrei mai più avuto il privilegio di rivederla, ma naturalmente mi sbagliavo: me la ritrovo pochi mesi dopo, nel ruolo a lei più congegnale di baby-sitter, in occasione di un esame scritto pomeridiano che, in qualche modo, riesce a trasformare nel suo show personale. Sempre vestita come un sacchetto di pot-pourri provenzale e sempre truccata come Anna di The O.C., Laura Fresca-Di-Laurea non fa altro che ciarlare, ridacchiare, pavoneggiarsi, sfoggiare il suo humour inglese e punzecchiare noi studenti chini sui banchi, senza nemmeno tentare di porre un freno al suo narcisismo. Ormai l'ho inquadrata: è una cabarettista mancata, una simpatica umorista in continua ricerca di attenzioni. Una che ad ogni battuta si aspetta che parta il Ba dum tss! della batteria.
Ce la mette tutta per rimanere seduta alla cattedra e concentrarsi sulle sue letture erudite (un romanzetto Harmony, suppongo), ma non resiste a lungo alla tentazione di scendere in platea a salutare il suo pubblico ostile, sfilare tra i banchi atteggiandosi a sciantosa, dispensare sorrisi canditi e indirizzare pralinate minacce a chi sbircia il compito del vicino.
A un certo punto annuncia di doversi allontanare per qualche minuto e, fraintendendo i gridolini di gioia di alcuni, ci rassicura: "Non disperate, guys. Torno subito, I'll be back in a minute! Fate i bravi!" 
I cinque minuti scarsi senza di lei risultano i più produttivi di tutte le quattro ore di segregazione in balìa della balia. Proprio quando cominciavamo a sperare che non tornasse più, eccola che rientra rigirando con la cannuccia i cubetti di ghiaccio del suo bicchiere di Coca-Cola, guarnito con una sorridente fetta di limone e ombrellino da cocktail. Si direbbe pronta per il party in piscina di Polly Pocket.
"Non c'è alcol, ragazzi, don't worry!" cinguetta lei, con una risatina che suggerirebbe il contrario. "E' solo Coca-Cola!"
E figuriamoci se si scolava un Cuba libre a scuola. 
Per un attimo ho pensato che se ne uscisse anche con un "Hey, what did you expect?" (tanto il maquillage in stile Uma Thurman ce l'aveva già.)
In tal caso so già quale sarebbe stata la mia risposta: "Mi aspettavo fosse solo Coca, senza Cola."
Cerco di concentrarmi sul mio saggio breve, ma una ragazza (forse membro della sua claque) va a chiederle se bisogna scegliere una delle tracce o svilupparle entrambe. Lei, incredula, si strappa le piume e starnazza: "Ragazzi, no! Dovete sceglierne una sola! My gosh! Quando finiremmo poi?! Io ho una vita fuori di qui! Ho un fidanzato che mi aspetta, insomma!"
Il gelo piomba di colpo nella stanza e io nascondo la faccia dietro il foglio, vergognandomi per lei.
Dopo qualche istante di imbarazzato silenzio, resasi conto del fatto che non ce ne importa una mazzancolla che sia fidanzata, sposata, poligama, in coppia aperta, single, suora orsolina o pansessuale, si corregge, con un risolino argentino: "Ragazzi, perdonate questa informazione non richiesta sulla mia... personal life." (Il vezzo di inframmezzare l'italiano con vocaboli inglesi random, in stile Nicole Minetti, è purtroppo ancora largamente diffuso tra certi insegnanti di lingue.)
Non faccio nemmeno in tempo a mettere un punto fermo al periodo che stavo scrivendo, che una studentessa chiede con una certa insistenza di poter correre alla toilette prima che inizi a scorrere dirompente il biondo Tevere. Tengo a sottolineare che la signorina in questione non è la Pisciareno.
"I'm sorry, ma c'è già un'altra ragazza in bagno" miagola Laura.
"Ma io sto morendo!" frigna la fanciulla in ostaggio della sua vescica, mentre si esibisce nella samba dell'incontinente. Ma si sarebbe anche potuto trattare di un boogie-woogie della dissenteria: la differenza è sottilissima.
"Eh, signorina, io non so che dirle" trilla l'assistente, godendo visibilmente della sua sofferenza. "Capisco l'urgenza, ma non posso farla uscire se non rientra la sua collega. So che non si direbbe, ma sono nata prima di voi, e quando ho fatto io questo esame c'era una mia amica che si incontrava in bagno col suo boyfriend e si faceva dare le risposte del test. Per quanto ne so io, lei potrebbe benissimo essere la girlfriend della signorina..."
Ripiomba nuovamente il gelo, e ora non so più dove nascondere la faccia. Miss K. Lorina si arrende e torna al suo posto, perdendo l'occasione per un eventuale coming-out pubblico.
In ogni caso, l'assistente deve essersi fidanzata da poco, perché è chiaramente ossessionata dal love of her life e non vede l'ora di sbandierare ai quattro venti le glorie della propria vita di coppia. Mi ricorda la liceale dei film americani che si presta a fare da tata ai bambini dei vicini con l'unico scopo di far entrare di nascosto il suo ragazzo e arrivare in terza base con lui sul divano.
Okay, sei innamorata, auguri e figli maschi, ma qui staremmo facendo un esame, sai com'è.
Per citare il suo amato Huxley, "c'è qualcosa di estremamente noioso nella felicità di qualcun altro." Specie se questo qualcuno gongola  per la propria vita sentimentale più di quella civetta di Lydia Bennet, che già era oca in partenza, poi è rimasta completamente ipnotizzata dal luccichio della propria fede nuziale.
Rileggo per l'ennesima volta la brutta copia del mio essay sulla "tragedia scozzese", promettendomi di non prestare più la minima attenzione all'amica chips e al mondo esterno.
Il problema è che riesco facilmente a distrarmi anche solo con la mia immaginazione. Per quanto mi sforzi, una parte del mio cervello continua ad ascoltare le ciance di Laura e l'altro emisfero non smette di cantare Unsex me, il mio tentativo di musicare il monologo della sanguinaria Lady Macbeth sulle note del ritornello di Undress me, vecchio successo anni '90 dell'ormai dispersa Anggun.

Versione ispirata a Lady Macbeth
Unsex me!
Unsex me!

And fill me all of cruelty!
Remind me of my mean aims...


Versione originale di Anggun
Undress me!
Undress me!
Unlock this chain and set me free!
Remind me to be myself...



Comincio a credere che non siano solo certi assistenti ad aver bisogno di assistenza psichiatrica.
Intanto suona il gong che annuncia la fine dell'esame. Mentre gioco al tiro alla fune con Laura Fresca-Di-Laurea per non farmi strappare di mano il compito, mi sorprendo ancora piuttosto dubbioso sul mio lavoro. Alla fine cedo, chiedendomi se consegnare il testo musicale scritto a sei mani con Anggun e Shakespeare non mi sarebbe valso un voto più alto. Ma, dopotutto, dice bene Lady Macbeth: what's done is done. Quel che è fatto è fatto. L'importante è che non sia mai più costretto ad assistere ad un altro varietà dell'assistente.
Restituisco a Laura un sorriso mandorlato, esco dall'aula e corro a farmi una vita anch'io, fuori di qui...
"Bye bye, cara!"
Eppure, mentre mi do alla fuga, continua ad inseguirmi il pensiero che, se non fossimo nemici naturali, probabilmente le avrei proposto di fare shopping insieme, passeggiando a braccetto e saltellando come Dorothy e lo Spaventapasseri, di boutique in boutique, lungo i sentieri dorati del centro...

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

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