mercoledì 30 aprile 2014

Pubblicità insopportabili #32 - Gli aperitipi

Se la guardi, dicono, l'acqua non bolle. Cracco, con quel suo sguardo
 da tenebroso, la fa evaporare.
Adesso ci vogliono far credere che anche gli chef stellati come Carlo Cracco scrocchiano patatine. Crick, Crock, Cracco. Non si stancano mai di farci sentire in colpa per la nostra scorta di tonno in scatola e passano la vita a vantarsi di cucinare solo tragopani di Temminck cacciati da loro, spennati ed eviscerati con le loro mani, conditi con fellandrio e pelargonio coltivati da loro, cotti in pentole d'oro forgiate da loro, su un fuoco che loro stessi hanno rubato agli dèi per il bene dell'umanità... e poi li vedi in televisione che cercano di far passare per alta cucina una patatina di produzione industriale. O una sfoglia pronta. Volete che muoramo?


Cracco ci schiaffa praticamente di tutto su quel misero petalo di tubero fritto: alici, pepe rosa, caviale di limone, alghe croccanti. Il miglior modo per rovinare una patatina. Poi pontifica, con quel broncio sexy da bracco che si è fatto scappare un fagiano: "Perché in cucina ci vuole audacia."
Lungi da ma correggere un cuoco di fama internazionale, ma io ci aggiungerei anche un pizzico di coerenza q.b.
Poi, mi chiedo... porca bottarga, ma che cappero è il caviale di limone? Okay, un goccio di limone ci scappa sempre sul pesce, ma che uno storione possa fecondare un agrume non avrei mai potuto sospettarlo. Dove lo vado a pescare io adesso un caviale di limone? Dal fruttivendolo o al mercato ittico? Cresce sugli alberi... delle navi?
Vedi un po' tu se per gustarci un pacco di rustiche dobbiamo andare a cercare chissà dove un frutto che sembra inventato da Lewis Carroll.
E' deprimente come la crème de la crème della haute cuisine sia disposta a vendersi senza esitazioni nel patetico tentativo di dare una rimestata ormonale a qualche telespettatrice.
E a proposito di gente che si vende, è tornato anche Rocco Siffredi, questa volta accompagnato da una Ornella Muti abilmente ricostruita al computer. Il doppio senso è quello squallido di sempre. Roba da ammutolire dalla vergogna. Si sa, le Pubblicità insopportabili sono come le patatine: una tira l'altra.


Ora però persino divi di Hollywood si scomodano a volare fin qui per fare i cascamorti con sospiranti casalinghe che sembrano uscite dagli anni cinquanta, madri di famiglia in libera uscita e graziate per qualche minuto dall'allevamento della prole e dalle pulizie di casa. Ma se chiedi a Kevin Costner perché sia approdato sulla Costiera Amalfitana, ti risponderà che è per gustarsi la buona cucina italiana. Sì, il tonno in scatola.



Una curiosità: la torre saracena che domina il golfo è stata sostituita, grazie agli effetti speciali, da un faro. Non si è capito bene perché, forse perché ha una forma più sexy. O forse perché fa tanto Nicholas Sparks. In ogni caso è stato un boccone amaro che i cittadini di Amalfi non hanno mandato giù.
Come se non bastasse, "So good" è pure una schifezza di slogan.


Ricapitolando. Le patatine? Ci sono. E anche di due diversi tipi.
Il tonno per le tartine? C'è.
All'aperitivo, ci pensa il Biondo con l'analcolico che fa impazzire il mondo, per la spritzante gioia di un target anagrafico leggermente più basso. Con quel naso rubato a un moai dell'Isola di Pasqua e quel tetto di paglia che gli fa sembrare la testa un bungalow o una palafitta polinesiana, Owen Wilson suscita in me un odio profondo da quella volta che andai al cinema per guardare Marie Antoinettesenza sapere che era stato rimosso anzitempo dalla programmazione, e mi costrinsero sciaguratamente a entrare nella sala dove proiettavano Tu, io e Dupree, anche conosciuto come Tu, io e due palle (un film più che comico comatoso, talmente noioso, scontato e soporifero da indurmi alla Danza della Disperazione, una cosa che faccio sempre quando la pellicola che sto guardando mi ferisce nel profondo dell'animo: mi contorco sulla poltrona ed emetto flebili, strazianti guaiti.)
Almeno però Owen ci ha rispedito nella jungla lo storico scimmione. Sapete quanto io detesti le pubblicità esopiche!
Comunque, dopo l'happy-hour, che fate, non vi concedete due salti in discoteca? O forse siete tipe da balera? In ogni caso, per la colazione dopo la notte di baldoria, cornetti caldi da Banderas!
Dal fighetto sofisticato al latin lover incravattato, financo al rustico paesano: ci sono sex-symbol senescenti per tutti i gusti. A pranzo, colazione, aperitivo e cena.

giovedì 17 aprile 2014

Pubblicità insopportabili #31 - Allarme rosso!

"Arrendersi sempre, crederci mai!"... o forse era il contrario?
E' nata una nuova Gorgone, che pietrifica qualunque spettatore si soffermi incautamente davanti al televisore acceso. Parlo, naturalmente, della bellicosa Simona Ventura, che guida fiera la marcia di Pittarosso, una campagna militar-pubblicitaria che ha fatto arrossire di vergogna l'Italia intiera. Per calpestare così la propria dignità, per farsi mercenaria di tale ingloriosa causa, viene da pensare che la presentatrice abbia il conto in rosso. Anzi, ci sarebbe quasi da sperarlo.
Le diverse interpretazioni si accavallano l'una sull'altra, fazioni opposte di pensatori si danno guerra tra loro, armati delle loro convinzioni: c'è chi spiega i fiumi di porpora che scaturiscono dai piedi della Ventura come un'allusione al ciclo mestruale, e chi vede in SuperSimo un nuovo Garibaldi a comando delle camicie rosse. Alcuni teorizzano una ribellione neo-ghibellina contro la gigioneria papale, altri un'improbabile conversione di Simona al marxismo.


Guardando quelle scarpe scarlatte si potrebbe anche immaginare un prequel low-cost de Il Mago di Oz, in cui la perfida Strega dell'Est tiranneggia i Munchkin prima che la casa di Dorothy le si schianti sulla testa. Per i più, però, questo spot rimane una visione infernale, un rituale satanico con Simonessa nelle candide vesti di gran sacerdotessa, colta nell'atto di imbrattare di sangue tutta Lodi.
Ma quale che sia l'esegesi corretta, sarà impossibile lavare via dalla memoria collettiva queste immagini, come sarà impossibile dimenticare la malferma coreografia: ho visto vigili urbani e assistenti di volo Ryanair muoversi con più grazia e convinzione. Posso sentire distintamente lo scricchiolio delle articolazioni in legno di ciliegio ad ogni movimento di Simona, per quanto starnazzi a pieni polmoni il più imbarazzante inno mai concepito da un pubblicitario. Riporto qui di seguito le ferventi parole di questo peana, dovutamente annotate:

Pit-ta-rosso!
Pit-ta-rosso!
Scarpe a più non posso!
Ve lo dice...
...la Simona...
...in rosso!
1Pit-ta-rosso!
Pit-ta-rosso!
Pittarello diventa
2Pit-ta-rosso!
Pit-ta-rosso!
Scarpe a più non posso!


1 Più di un commentatore ha osservato la contraddizione tra il presente verso e il vestito bianco ottico indossato dalla presentatrice, che tra l'altro la ingrassa in modo impietoso.
2 E' opinione condivisa che l'anonimo poeta si sia ispirato alla formula impiegata dai Digimon per digievolvere: "Agumon digievolve... Greymon!"

venerdì 11 aprile 2014

Un biglietto per "The Grand Budapest Hotel" e una suite, per favore

Non avrei mai potuto spendere meglio i cinque klubek e cinquanta centesimi del biglietto.
Pochi luoghi a questo mondo sono più affascinanti degli hotel: le stanze e i corridoi di moquette sono sempre pressoché gli stessi, ma ogni giorno animati da storie e personaggi diversi. In quanto a bizzarri figuri, però, anche i cinema multisala non sono da meno. Anny ed io non abbiamo neanche dovuto sforzarci di consultare il biglietto per sapere in quale sala proiettassero The Grand Budapest Hotel. Dopo esserci scambiati uno sguardo d'intesa, ci è bastato seguire una coppia di hipster: un tizio barbuto dall'aria ennuyé e la sua ragazza, con un foulard a fantasia tenuto fermo sulla testa da una lucente spilla d'oro a mo' di ingarbugliato turbante, le labbra rosso lacca e ticchettanti kitten heels retrò. Per sembrare una delle attempate aristocratiche ospiti del Grand Budapest le mancava solo una panache sulla testa.
Panache è una parola francese che allude a un comportamento eccentrico e a un avventato coraggio, ma letteralmente significa "piuma", come quella portata sul cappello dal godereccio, cinico ma amatissimo re francese Enrico IV, il cui motto era: "Seguite la mia piuma!" Cyrano de Bergerac, poi, lo spericolato spadaccino e poeta dal naso leggendario nato dalla piuma di Rostand, dedica al suo pennacchio le sue ultime parole: "Eppure, c'è qualcosa che sarà sempre mio, e quando sarò in presenza di Dio, lì la toglierò e spazzerò il pavimento celeste con un gesto: da questo mondo porterò con me qualcosa che è ancora senza macchia... la mia panache!"
E non può essere un caso che l'eau de parfum di cui il protagonista del film non può fare a meno si chiami Air de Panache. Entrambi i sopraccitati personaggi potrebbero essere ideali antenati di Monsieur Gustave H., concierge di delicata, quasi effeminata eleganza e maniacale cura del dettaglio, galante consolatore di vecchie e facoltose pensionanti e infine poeta romantico un po' svampito. Col suo ardore e la donchisciottesca amicizia per il garzoncello mediorientale Zero Moustafa, Monsieur Gustave dimostra che c'è ancora una "scintilla di civiltà in questo barbarico mattatoio un tempo chiamato umanità. Invero quello che abbiamo da offrire nella nostra modesta, umile, insignificante... oh, fanculo."

L'ascesa di Ralph: da Un amore a 5 stelle a The Grand Budapest Hotel.
Forse Jennifer Lopez come partner era solo un tantino più carina...
Gustave (un sublime Ralph Fiennes), si presenta prima di tutto come l'affascinante genius loci di quella barocca casa di bambole che è il Grand Budapest. Dal rosa pastello dell'albergo alle divise viola del personale, Wes Anderson tinge le sue simmetriche inquadrature con i colori della Parigi dell'Est (e su questi ci sarebbe da scrivere un post intero - ah, no, un momento, l'ho già fatto qui) e anche lo stesso hotel si rifà senza dubbio al Géllert, la storica spa della capitale ungherese. Ma l'ambientazione termale non deve trarre in inganno: non c'è tempo per il relax o la noia. L'omicidio della miliardaria ottuagenaria Céline Villeneuve Desgoffe und Taxis innesca il perfetto meccanismo ad orologeria di questo film, un assurdo ma precisissimo carillon in cui stravaganti personaggi si muovono, scivolano, si arrampicano, saltano, scappano e si inseguono sul fondale alpino della fantomatica Repubblica di Zabrowka, chiaramente ispirata al vecchio Impero Austro-Ungarico.
Giallo, fiaba, fantapolitica, humour inglese, racconto picaresco e di formazione, insieme a qualche tocco di grand-guignol, si uniscono per lasciare in eredità al pubblico un messaggio pacifista e un invito ad abbattere ogni barriera, della geografia reale e no (temi più che mai di scottante attualità).
La reception della pellicola da parte della critica è stata entusiastica, e anch'io, da modesto spettatore, penso che, se non avessi avuto il mal di gola, avrei salutato The Grand Budapest Hotel con un rimbombante yodel di piacere.

venerdì 4 aprile 2014

Pubblicità insopportabili #30 - Shakera il tuo intestino!

Un post con appendice.
Al principio fu Alessia Marcuzzi, che, dando prova di grande spirito di sacrificio, ci mise la faccia per il bene della nostra naturale regolarità. Poi Activia chiamò a sé gente a casaccio, da Geppi Cucciari ad Alessandro Borghese finanche Tosca D'Aquino. Chiunque, insomma, purché dotato di apparato digerente.
Ma mai avrei potuto immaginare che il nuovo capro spurgatorio del famigerato yogurt potesse essere Shakira, l'unica pop-star capace di shakerare i glutei come una forsennata senza mai perdere quell'aria serafica e innocente che la contraddistingue. E adesso mi passa dalla Colombia al colon. Da Waka Waka a Vaccagà. La vediamo proliferare come un batterio intestinale su ogni rete televisiva, scissa in decine di cloni che ballano la danza del ventre nel bel mezzo di una verdeggiante flora amazzonica, mentre una specie di Trilly sparge tutt'intorno polvere di fata.


Il mal di pancia, però, me lo dà soprattutto il pensiero che il suo connazionale Gabriel García Márquez, quel buongustaio di un Nobel per Letteratura, avrebbe tanto voluto che vestisse i panni di Fermina Daza nella trasposizione cinematografica di L'amore ai tempi del colera, ma Shakira non si è sentita all'altezza di interpretare un ruolo così importante nella sua prima prova di attrice, scegliendo di limitarsi a lavorare alla colonna sonora. Il che è comprensibile. Tuttavia mi chiedo, se non se l'è sentita di dire di sì al maestro del realismo magico, cosa dobbiamo dedurre dal fatto che abbia accettato invece la proposta di Activia? Si sente una cacca?
E' questo il problema paradossale dei grandi talenti: l'autostima ballerina.


"... Una delle piacevolezze della vecchiaia sono le provocazioni che si 
permettono le amiche giovani che ci credono fuori servizio."
(Gabriel García Márquez)
Avrà anche scansato Il colera, che ricordiamo essere un'infezione enterica, ma il destino l'ha condotta comunque sulla contorta via dell'intestino.
Comunque come sottofondo musicale dello spot ci sarebbe stata bene anche La tortura. Oppure una rivisitazione di Gypsy, cambiando il titolo in Stipsi. Ma magari se le conservano per la nuova campagna pubblicitaria di Enterogermina.

lunedì 31 marzo 2014

La Biblioteca Classica di Raffy: Oh oh piccola Cathy

"Cause you're Heath and you're Cliff / A real hieroglyph / You're in then you're out
You're up then you're down /
You're wrong when it's right / It's black and

it's white / we fight, we break up / we kiss, we make up..."
(Heath n Cliff, di Catherine Earnshaw)
Cime tempestose ha ispirato film, fiction, canzoni in falsetto, balletti imbarazzanti e romanzetti rosa con in copertina statuari belloni dalla chioma al vento e la camicia strappata sul petto che stringono per le cosce fanciulle dall'aria estatica. Quando mi soffermo a riflettere sull'opera di Emily Brontë, però, io, come la maggior parte delle persone, penso immediatamente a Katy Perry. Entrambe nate da ecclesiastici, ed entrambe divenute famose sotto il segno dello scandalo.
Il succitato romanzo, unico parto letterario della figlia di un reverendo, fece andare di traverso il tè a gran parte della critica del tempo: un libro cupo, intossicante, pieno di gente che non sa dire neanche "che ora è?" o "mi passi il sale?" senza far cadere qualche santo dal paradiso, un malsano focolare dove ardono antichi rancori e superstizioni contadine, il tutto associato a rischiosi incroci genetici, violenze domestiche e discutibili metodi pedagogici. Le recensioni andavano da "E' un libro... strano" a "Come una persona possa cimentarsi nella lettura di un libro del genere senza suicidarsi dopo una dozzina di capitoli, è un mistero. E' un compendio di umana depravazione e innaturali orrori!"
Qualcuno ha avuto da ridire anche sull'iperrealismo linguistico: dovendo leggerlo in lingua originale per un esame di letteratura, non ho potuto evitare di covare un odio ardente per il già di per sé odioso servo Joseph, che si esprime solo in un impervio dialetto dello Yorkshire. Per me e la povera Isabella Linton, così chic e beneducata, non c'era verso di capire un'acca delle sue maledizioni bibliche.
Sicuramente non imprecavano mai i genitori di Katy Perry, entrambi predicatori, che non le permettevano di ascoltare "musica pagana." Così la California gurl è dovuta crescere a suon di Ave Maria e gospel (spero quantomeno che nascondesse i cd compromettenti sotto le assi del parquet come Lane Kim). Era inevitabile che, dopo un primo battesimo musicale con il country cristiano, Katy esplodesse in una sana, liberatoria canzonetta sulle sue fantasie saffiche, I kissed a girl. Per non parlare di Peacock, un brano falloforico in cui, dietro la ruota del pavone, peacock, si nasconde un cock di "fine architettura." Da lì a sparare panna montata dal reggiseno il passo è breve.
In America hanno un nome per questo genere di exploit trasgressivi: "prechear's kid syndrome", ovvero la sindrome del figlio di predicatori. Appartengono al club il filosofo Friedrich Nietzsche (un titolo a caso, L'Anticristo), il regista notoriamente ateo Ingmar Bergman e la shock-rock star Alice Cooper, tutti non esattamente dei chierichetti. Dato che in Italia non è così facile trovare figli di sacerdoti senza scomodare Lucrezia e Cesare Borgia, o comunque non è facile riconoscerli, il nostro unico punto di riferimento per analizzare questo fenomeno è Settimo Cielo. E la cucciolata del reverendo Camden non è poi così senza peccato: Mary e Lucy, per esempio, saranno anche ragazze casa-e-chiesa, ma fanno il giro largo.

Katy Perry si è chiaramente ispirata all'antica iconografia cristiana della Madonna del Latte,
anche detta Galactotrofusa o Virgo lactans, nella quale la Vergine viene ritratta nell'atto di
 allattare il figlio o spruzzare latte direttamente nella bocca di un Santo o un alto prelato.
Oltre allo spirito ribelle, Katy ed Emily sono accomunate dall'essere inguaribili gattare. Se la prima non si separa mai dalla sua Kitty Purry e riempie di felini i suoi video-clip, la seconda, oltre ad aver scritto un saggio in difesa del gatto, Le chat, manifesta più volte in Cime tempestose la sua vocazione lettiera-ria con frasi come: "conoscete quel particolare stato d'animo quando si è seduti da soli e la gatta sta leccando il gattino sulla stuoia davanti a voi e voi la guardate con tanta attenzione che se soltanto dimentica di leccare un orecchio, la cosa vi mette di pessimo umore?" Come no, mi succede tutti i giorni.
A dire il vero sono molte le similitudini e le allegorie con protagonisti cani e gatti che si inseguono per le turbinose pagine di questo capolavoro. D'altronde si tratta di una continua lotta degli opposti: meglio la civiltà o la natura selvaggia? La ragione o il sentimento? Il paradiso o l'inferno? Ma soprattutto, meglio il capello biondo o il capello bruno?
Un po' come Carrie Bradshaw, divisa tra due uomini, anche Catherine Earnshaw, egoista e volubile, si trova costretta a scegliere tra il raffinato Edgar Linton e il suo compagno di scorrazzate per le brughiere, Heathcliff (solo a dirlo la bocca fa scintille... Heathcliff!), trovatello un po' hot and un po' cold, che col tempo si trasformerà in un vendicativo, sadico demonio. Certe volte ho il sospetto che abbia ispirato lui alcune scene di Shining:
"... Mentre sedevo pensando a queste cose, la finestra alle mie spalle cadde sul pavimento per un violento colpo vibratogli dall'uomo che ho appena nominato, e il suo volto torvo apparve minacciosamente. La sbarre della finestra erano troppo vicine perché egli potesse farvi passare le spalle [...] I suoi capelli e i vestiti erano bianchi di neve, e i suoi denti aguzzi e cannibaleschi, che il freddo e la collera scoprivano, scintillavano nelle tenebre. 'Isabella, lasciami entrare o te ne farò pentire!' ringhiò..."
Insomma, due come Catherine e Heathcliff, legati da un amore morboso e distruttivo, li si ama e li si odia ad intermittenza. In un capitolo ti fanno venire gli occhi lucidi per la loro bruciante, imperitura passione, in quello successivo vorresti spingerli giù da una rupe, o da una qualsiasi cima tempestosa.
Ora che ci penso... ci sono le cime e c'è tanta gente scorbutica che fa fatica ad esternare i propri sentimenti: se non fosse ambientato tra le brughiere dello Yorkshire, "il paradiso del misantropo" potrebbe benissimo essere la murgia. Cime di rapa tempestose. E' una coincidenza che mia nonna abbia il vezzo di chiamare "Catarìn" le sue nipoti (ma anche altre ragazze), nonostante nessuna di loro si chiami Caterina?
Tra le Catherine concepite dalla Brontë, comunque, ho sempre preferito quella di seconda generazione (e se non avete letto il libro sarebbe meglio fermarsi qui.) La piccola Cathy (altrimenti detta Cathy 2.0) ha preso il meglio dei genitori: l'effervescente vitalità della madre e tutta l'eleganza e la bontà di suo padre. E poi è bionda. E legge di più (anche libri in greco e latino.) Come dice la governante Nelly Dean: "Non si può vedere [ma anche leggere di] Cathy Linton e non amarla."
E infatti non lascia indifferenti i suoi cugini, Linton Heathcliff (un nome, un ossimoro), lamentoso e malaticcio, né soprattutto il timido Hareton Earnshaw, un po' rozzo e inselvatichito, come lo sarebbe chiunque dopo essere stato allevato da un padre alcolizzato, un vecchio servitore filisteo e un perfido usurpatore, e aver trascorso l'infanzia in allegri passatempi come impiccare cuccioli di cane. Alla fine però Hareton viene su un bel ragazzone di diciotto anni, con quel sex-appeal da zotico di campagna che torna tutto a suo vantaggio.
In apertura del romanzo troviamo una Cathy II decisamente invelenita dal dolore e dalla segregazione a Wuthering Heights, che trova la sua unica fonte di diletto nel ritagliarsi qualche minuto per leggere davanti al camino e spaventare il superstizioso, vecchio Joseph assicurandogli di fare progressi nello studio della magia nera. Quando le vengono tolti anche i suoi amati libri, s'inventa il passatempo di intagliare le bucce di rapa (!) a forma di uccelli e altri animali.
Più tardi però l'infelice Cathy sarà protagonista di quella che per me è una delle scene più commoventi e luminose mai descritte da Emily Brontë: il momento di estrema tenerezza in cui insegna ad Hareton a leggere (guardate il minuto 4:27 di queste scene tagliate e poi rianimate de La Bella e la Bestia e ditemi se non vi sembra si siano ispirati a quei due.) Non so perché io, a differenza di molti, preferisca la seconda parte di Cime tempestose alla prima, e perché ami in particolare questo passaggio. Forse perché l'ho letto al liceo, quando trovavo l'analfabetismo un caratteristica affascinante. O probabilmente perché all'epoca era più facile convincersi che dare ripetizioni di greco prima dei compiti in classe equivalesse a un appuntamento romantico. Una cosa è certa: allora era molto più facile credere nel Teenage Dream!

lunedì 24 marzo 2014

"Il richiamo del cuculo" di Robert Galbraith/J.K.Rowling

Il richiamo del cuculo di Robert
Galbraith, Salani, 547 pg., 16, 90 €
I gialli di solito terminano con una confessione. In questo post inverto l'ordine: confesso che molto probabilmente non avrei letto Il richiamo del cuculo se dietro lo pseudonimo di Robert Galbraith non si fosse celata J.K. Rowling. La sua abilità nel nascondere indizi, per poi farli detonare all'ultimo in sorprendenti colpi di scena, era emersa nella saga del mago di Hogwarts (già Harry Potter e la Camera dei Segreti poteva essere considerato un piccolo giallo in salsa fantasy), perciò sono rimasto un po' deluso dalla prima, piatta metà di questa crime novel dalla trama piuttosto classica.
In compenso il resto è decisamente più sprint e si cede sin dalle prime pagine al fascino scontroso del protagonista, l'imponente, "hagridiano" Cormoran Strike, detective militare dal passato familiare ingombrante, con il cuore spezzato e una gamba lasciata in Afghanistan, che accetta per urgenti necessità economiche di investigare su un caso apparentemente già risolto. L'ambiente in cui deve imparare in fretta ad orientarsi, costantemente illuminato dai flash e assediato dai paparazzi, non ha nulla a che vedere con la disciplina e il rigore a cui è abituato, ma è anch'esso, a suo modo, un campo di battaglia, quello del fashion. Nel cuore di una nevosa notte d'inverno, Lula Landry, richiestissima supermodella, "la Nerfertiti della moda", precipita dal balcone del suo appartamento a Mayfair, esclusivo quartiere londinese. La vita di Lula è durata il tempo di un folgorante, insidioso giro di passerella, sotto gli sguardi di una front row di personaggi sospetti: stilisti, rapper, arrampicatrici sociali, eroinomani, avvocati e pezzi grossi della Londra che conta.
Con mio sommo diletto, la Rowling, passando dalla parte dei maghi a quella dei Babbani, non ha rinunciato al suo amore per i nomi parlanti. Cormoran è un gigante uscito a grandi passi dalle leggende della Cornovaglia, terra d'origine del protagonista, ed è inoltre interessante notare come i nomi del detective e della sua intraprendente segretaria interinale siano entrambi ricoperti di piume.* "Cormoran" ha solo una "t" in meno di cormorant, cioè "cormorano", animale di grandi dimensioni, non esattamente un bel vedere, ma capace di immergersi in gran profondità per catturare anche le prede più sfuggenti. Robin invece sta per "pettirosso", uccellino insospettabilmente spavaldo e curioso, ma assurto spesso anche a simbolo di rinascita e carità (per le leggende medievali, si macchiò il petto del sangue di Cristo nel tentativo di togliergli la corona di spine). E' chiaro, anche senza il gioco onomastico, che presto o tardi questi due inizieranno a tubare come piccioncini a primavera.
In questo esordio nel noir la scrittrice sembra voler scassinare dall'interno la gabbia dorata della celebrità, non perdendo l'occasione di lanciare accuse più o meno pungenti alla rapace stampa britannica, che tanto l'(ha) assilla(ta).
Il richiamo del cuculo non è un capolavoro, e sono convinto che J.K. Rowling possa fare molto meglio di così, ma la sua scrittura rimane sempre accogliente: quando non ti tiene col fiato sospeso, riesce comunque a intrattenerti piacevolmente. Non resta che aspettare le avventure successive (la prossima, The Silkworm, "il baco da seta"), sperando che per Cormoran Strike questo caso sia stato solo un riscaldamento.


J.K. Rowling voleva godersi la tranquillità dell'anonimato,
ma un uccellino ha cantato. Illustrazione di Matt Blease per
The Guardian.
* Lieve SPOILER. Non solo i personaggi principali hanno nomi pennuti. La madre di Cormoran, Leda Strike, era una famosa groupie rimasta incinta del suo idolo, la rock-star Jonny Rokeby. Nella mitologia greca Zeus si trasforma in cigno per insidiare Leda, che deporrà poi le due uova da cui sgusceranno Elena, Clitennestra e i gemelli Castore e Polluce. Come molti semidei nati dai flirt tra il re dell'Olimpo e le comuni mortali, anche Cormoran Strike si ritrova un padre assente e donnaiolo e almeno una decina di fratellastri sparsi per il mondo.

lunedì 17 marzo 2014

Una serie di accademici accadimenti VIII - Senza vergogna

Non per stomaci delicati.
Avete presente quella canzone deprimente di Notting Hill, quando Hugh Grant deve fare i conti col fatto che Julia Roberts l'ha mollato? "Ain't no sunshine when she's gone... only darkness everyday..." Sì? Immaginate di ascoltarla ogni mattina mentre andate all'università, come succedeva a me, al mio primo anno. Ogni giorno, per almeno un mese, la stessa musica malinconica, dai monitor pubblicitari, mi accoglieva nel sottopasso della stazione. E anche quando risalivo lento e sonnolento la scalinata e riemergevo in superficie, quelle tristi parole continuavano a ristagnare nella mia mente. "Ain't no sunshine when she's gone... only darkness everyday..."
Non ero Hugh Grant, ma solo una matricola riluttante, e la strada lungo cui mi trascinavo non poteva essere più diversa da Portobello Road: monotona e squallida, tappezzata da centinaia di manifesti fluorescenti da cui Moira Orfei mi rivolgeva altrettanti sorrisi tirati.
La fine del liceo era arrivata troppo presto: mi ero aggrappato disperatamente al banco che dividevo con le mie migliori amiche, finché non avevano dovuto scrostarmi via come una vecchia Big-Babol fossilizzata e trascinarmi per le caviglie lungo tutto il tragitto fino all'università. Si stava così bene, al liceo... ero così felice, al liceo... ero praticamente il toy-boy di mezza classe, al liceo! E ora che era tutto finito mi sentivo come un ragazzino di Ti lascio una canzone dopo la pubertà, quando è troppo vecchio per intenerire gli anziani. Chi mi avrebbe più coccolato, vezzeggiato, e alle occorrenze anche insidiato, se non le mie adorate compagne di classe? Amanda, Miranda e Veneranda non mi avrebbero più condotto con la forza nelle scale d'emergenza per abusare del mio virgineo corpo, e questo pensiero mi uccideva. Mi sentivo inesorabilmente condannato all'anonimato e alla solitudine.
Ma mentre riguardavo mentalmente gli highlights della mia vecchia scuola, 'sì bella e perduta, non potevo immaginare che per qualcun altro gli anni delle superiori potessero essersi rivelati un vero e proprio inferno. Betulla, la ragazza che avrebbe illuminato come un faro la mia avvilente vita universitaria, portava ancora i segni della collisione tra il suo zigomo e il tacco delle scarpe di una compagna di classe convinta di essere Heather Parisi e ricordava con sofferenza quel "due" immotivato che le aveva dato una professoressa troppo incattivita dal suo divorzio per essere obbiettiva (non è da escludere che fosse stretta di voti anche col coniuge: "non mi soddisfi sessualmente: ti becchi 'due' sul registro!") Eppure, queste disavventure non avevano cancellato il suo radioso sorriso.
Quando ci siamo conosciuti, qualche settimana dopo l'inizio delle lezioni, è stato per delle fotocopie di francese che Betulla si era gentilmente offerta di fare per me. E a quel punto, nella mia mente, è partita She di Elvis Costello. Avevo già notato le ciocche rosa shocking tra i suoi capelli biondo crema, che mi avevano ricordato tanto le venature di una vaschetta di gelato variegato all'amarena. Non mi era sfuggita la forma perfettamente elicoidale del ciuffo davanti agli occhi, né le sue deliziose lentiggini, che le punteggiano le guance come i semini di una fragola ("sheeeee... may be the face I can't forget...") Sarebbe stato impossibile non accorgersi di quella bambolina dalla sciarpa animalier sui toni del fucsia e la borsetta a forma di matrioska, sempre in equilibrio sulle scarpe zeppate e glitterate d'argento, come una novella Dorothy (le scarpette rosse di Judy Garland discordano con la versione originale di Frank L. Baum.) Vedendomi triste e ingessato come un Uomo di Latta poco lubrificato, mi si è avvicinata e mi ha preso caritatevolmente per mano.
Betulla a quei tempi usciva da una storia complicata con Marilagna, una compagna di corso che aveva conosciuto a lezione di inglese e che dopo neanche cinque minuti si era messa in testa di essere la sua amica del cuore. Era stato un colpo di fulmine in stile La vita di Adele, ma non così corrisposto. Col tempo l'attaccamento di Marilagna si era fatto sempre più asfissiante, al punto da esplodere in folli scenate di gelosia ogni qual volta che Betulla mostrasse segno di voler ampliare la cerchia delle proprie amicizie universitarie. Un giorno Marilagna era arrivata persino ad inviarle una delirante lettera in endecasillabi saffici in cui l'accusava di averla crudelmente illusa. D'altronde si sa: frequentare insieme le lezioni, imbucare insieme lo statino per prenotarsi agli esami e sbeffeggiare i professori alle spalle sono tutti inequivocabili segnali d'amore! Per quanto Betulla abbia provato a chiarire le cose, da quando ha stretto amicizia con me, Marilagna le ha tolto il saluto, giurando vendetta e nascondendo l'anemico viso dietro l'unta cortina dei suoi capelli neri. Ancora oggi mi aspetto di essere rapito da uno stormo di scimmie alate da un momento all'altro.
Da allora io e Betulla siamo diventati inseparabili. Tra una lezione e l'altra, ridacchiando della pronuncia del professor Troietta ("The basic form of the past tense in English is the Past Simpollaaaah...") e canticchiando i motivetti delle apine sexy di MielPops, abbiamo scoperto di essere abbastanza diversi da non smettere mai di stupirci l'un l'altro. Betulla, ad esempio, preferisce fragole e i frutti rossi, io quelli tropicali; Lei ha riserve inesauribili di energia, e non ha bisogno di assumere bevande nervine né di dormire per rimanere attiva, mentre io necessito come minimo di otto ore di sonno e un caffè al ginseng per non passare una giornata intera a sbadigliare. A differenza mia, è sempre stata perfettamente in grado di barcamenarsi tra studio e vita sociale, col risultato di essersi laureata col massimo dei voti ed essersi felicemente fidanzata, senza contare che trova anche il tempo di sperimentare nuovi sport come il gravity-yoga o il Batuka, una specie di frenetica Zumba afro-caraibica. Betulla, sempre allegra e solare ("sheeee... who always seems so happy 'n proud..."), si incupisce solo all'approssimarsi di un esame, quando io invece mi lascio travolgere da una strana euforia che mi porta, pochi minuti prima della prova, a ripescare dalla memoria vecchie canzoni degli anni novanta, rivolgermi in modo sfacciato a compagne di corso che non conosco ("Ma te l'hanno mai detto che sei uguale a Prue di Streghe? Sì, quella che faceva anche Brenda in Beverly Hills! Sei proprio identica, hai anche il neo al posto giusto!", oppure "Mi ricordi tantissimo Lucrezia Lante della Rovere, lo sai?") o conversare con i poster appesi in facoltà ("Che c'è, Sam? Perché mi guardi così?" ho chiesto una volta al ritratto di Samuel Beckett affisso nella biblioteca di inglese, ma se dovevo aspettarmi una riposta tanto valeva aspettare Godot.)
Allo stesso tempo io e Betulla siamo abbastanza simili da capirci alla perfezione: anche lei adora inventare auguri di Natale in rima e neologismi come "sfotticitare" (cioè "citare qualcuno con l'intento di prenderlo in giro") o "menatelo" (l'opposto del menarca), in più nessuno dei due prova la benché minima vergogna ad ammettere di dividere il letto con un orso di peluche: io ho adottato Lotso, l'orso color vinaccia e profumato di fragola di Toy Story 3, quando mia sorella è andata a studiare fuori, mentre Betulla ha salvato dall'estinzione un orso polare dal muso così appuntito che il suo ragazzo voleva a tutti costi chiamarlo "Supposta", finché non sono intervenuto io e l'ho convinta a battezzarlo "Siluro", nome più musicale e un filino meno osceno. 
Quando siamo insieme, io e Betulla abbiamo l'insana tendenza a ingozzarci senza vergogna come se la prova costume non dovesse mai arrivare: è ormai tradizione festeggiare i successi accademici da Burger King. E non fate quella faccia: quando ci vuole, ci vuole. Recentemente, poi, dopo una piccola, fallimentare incursione nel mondo dei centrifugati di frutta e verdura, siamo passati dal junk food ai dessert ipercalorici. Ormai non c'è incontro che non cominci in sollucchero con una bella dose di zucchero presso la nostra pasticceria preferita, un posticino raccolto e fru fru, di quelli in cui qualunque maschio si vergognerebbe a farsi vedere. Ma l'imbarazzo di reggere un piattino rosa confetto, ingobbito su un sgabello per lillipuziani, senza sapere bene dove mettere il metro e passa di gambe che mi ritrovo, è pienamente compensato dai superlativi cup-cake. Su questa delizia inizialmente avevo qualche riserva, soprattutto per quanto riguarda il topping, dolce fino alla nausea e impossibile da mangiare senza spalmarselo in faccia. Poi ho guardato una vecchia replica de Il boss delle torte e  Mary, la starnazzante sorella di Buddy Valastro, mi ha rivelato una metodo infallibile per abbuffarsi di tortini senza l'inconveniente della maschera facciale alla crema di burro: basta tagliare il fondo del cup-cake e spiaccicarlo sul topping, così da smorzarne la stucchevole dolcezza e ottenere un piccolo panino, da mangiare in pochi morsi.


Come mangiare un cup-cake secondo il Metodo Mary Valastro. Se volete gustarvelo
 in modo ancora più elegante, potete seguire anche il Metodo Magnifico, inventato 
dalla mia amica Anny: è identico a quello di Mary, ma prevede l'uso del cucchiaino 
o di una forchettina.
Quando si condivide del cibo ad alto contenuto lipidico, si sa, non si può non condividere tutto. Si crea immancabilmente un legame speciale che incoraggia le confidenze. E Betulla è senz'altro il genere di persona con cui è facile aprire il proprio cuore. Qualcuno però esagera, come il collega da lei affettuosamente ribattezzato Cup-Checca, che non perde occasione per raccontarle i dettagli, assolutamente non richiesti, della propria funambolica vita sessuale, non esimendosi anche dall'inventariare davanti a lei tutti gli acquisti fatti al suo sexy-shop di fiducia: "Hey, 'Tulla, devo farti vedere assolutamente il mio nuovo dilatatore ana..."
Avendola scambiata per la sua sessuologa, Cup-Checca si dilunga in dettagliate descrizioni ovunque la incontri, che sia a lezione, al cinema, al pub, per negozi con sua madre o in yogurteria (dove, dopo simili discorsi, diventa difficile non guardare con sospetto il proprio frozen yogurt.) In più, come il Todd di Scrubs,  ha la straordinaria capacità di captare qualsiasi conversazione pruriginosa si stia intavolando a distanza di chilometri.
"Di che parlate?" ci ha chiesto una volta, cogliendoci di sorpresa nei pressi del dipartimento di anglistica.
"Oh, nulla... di un film" ha risposto evasiva Betulla.
"Quale?" ha subito inquisito Cup-Checca, dilatando le narici (forse dal sexy-shop compra anche dilatatori nasali.)
"Shame. L'hai visto?"
La domanda suona alquanto retorica, dato che si tratta di un film sulla dipendenza sessuale, per di più con Michael Fassbender come protagonista, e infatti Cup-Checca ha risposto prontamente, quasi offeso: "Certo! Hai visto quant'è..."
"Enorme? Sì, be', era difficile non notarlo..." ha ammesso suo malgrado Betulla.
"Fass... bender..." ho scandito, pensieroso. "Il nome stesso è evocativo. Fassbender... mi fa pensare a qualcosa di elastico, ma allo stesso tempo robusto e vigoroso..."
Anche Cup-Checca ci ha pensato un po' su: "Sì, solo a dirlo ti riempie la bocca come un pom..."
Vi basta sapere che la parola in sospeso non era "pomodoro." Rimasti agghiacciati per qualche secondo, Betulla e io ci siamo affrettati a congedarci.
Passare ore ed ore seduti attorno a un tavolino shabby-chic, tra quattro pareti tinte di lilla, con in mano una leziosa tazzina a fiori e davanti agli occhi un cup-cake ricoperto di stelline di zucchero ci ha resi evidentemente un po' troppo sensibili alla volgarità verbale. Non che Betulla sia mai stata sboccata: il massimo delle imprecazioni che ho sentito sfuggirle dalla bocca è "che strazio!" Adoro poi i vocaboli forbiti che cerca lodevolmente di riportare in auge nel parlare quotidiano. Basta dire che durante una partita a Taboo ha cercato, sopravvalutandoci, di far indovinare a noi compagni di squadra la parola "meticolosità" spiegandola come "un sinonimo di acribia."
Sono tante le cose che potrei ancora raccontare di Betulla ("Sheeeee... may be the reason I survive..." all'università) Come del fumetto che ho disegnato sulle avventure del suo alter-ego, l'incredibile Y-Girl, o di tutte le volte che mi ha ripetuto di guardare Shameless, una delle sue serie tv preferite. Ed è così che mi sento con lei sottobraccio: senza vergogna, e libero di tuffarmi in qualunque follia. Follie semplici e innocenti, come delle meches rosa neon.
"... me, I'll take her laughter and her tears... and make them all my souvenirs..."



Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

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