sabato 21 settembre 2013

Pubblicità insopportabili #27 - The Cuckold and the Beautiful

Un'alitata d'amore.
La stagione degli amori è ufficialmente chiusa, ma qualche coppietta continua imperterrita a tubare, tipo i due stucchevoli piccioncini di Kaloderma, anche se lui non la dà a bere proprio a nessuno. E' chiaro come il sole che si tratta di una relazione di copertura. Sì, perché, amiche, non prendiamoci in giro... se il vostro fidanzato vi ruba la crema corpo per sniffarsela di nascosto, ci sono solo due possibili spiegazioni: o avverte il bisogno di reidratarsi l'epidermide, o vuole usarla - in modi che voi probabilmente non vorreste sapere - con il suo, di fidanzato. In entrambi i casi vi suggerirei di affrontare la questione al più presto, possibilmente prima di unirvi nel sacro vincolo del matrimonio e scoprire che a vostro marito piace vincolare la lingua a quella del testimone.
Di segreti e matrimoni ne sanno qualcosa il sempre più coriaceo Ridge Forrester e la campionessa mondiale di marcia nuziale, Brooke Logan, una coppia che ha preso alla lettera il detto "se sposi qualcuno, sposi anche la sua famiglia", visto che non si lasciano sfuggire l'occasione di accasarsi, copulare o quantomeno amoreggiare con tutto il parentado del rispettivo coniuge. Di quell'interminabile guazzabuglio emotivo-genitale chiamato Beautiful ricordo solo l'episodio in cui Brooke, dopo essere andata a letto col fidanzato della figlia, trova anche il coraggio di piagnucolare: "Mi dispiace, Ridge, ma devi credermi, pensavo fossi tu! Eravamo ad una festa in maschera!"
Una scusa che sarebbe stata credibile solo se l'aitante giovanotto avesse indossato un costume da iguanodonte: checché ne dica lei, la carne fresca nel piatto si riconosce eccome!
Insomma, tra amori incendiari e anche un po' incestuosi, Ridge e Brooke, nel corso dei secoli, hanno riscritto la definizione di "marito" e "moglie." Da "due persone unite in matrimonio", si è passati a "vecchi amici che di tanto in tanto, quando hanno bisogno di una nuova lavatrice o di un frullatore più accessoriato, si infilano a vicenda anelli al dito sotto un gazebo ricoperto di finte rose rampicanti."
A Brooke ormai la formula di rito parte in automatico: "Signora, che dice, glielo faccio anche un etto di San Daniele?", "Sì, lo voglio" e poi la vedi che pomicia col prosciutto sotto una pioggia di riso, con la benedizione del macellaio: "Finché mortadella non vi separi".
I Forrester non devono neanche darsi la pena di festeggiare nozze d'argento, d'oro o di diamante: le loro sono ferme al ferro, da ripassare con l'antiruggine una volta ogni cento puntate.
Ma all'improvviso, proprio ora che cominciavamo a vederli come una coppia inossidabile, Brooke spezza ancora una volta il già malandato cuore di Ridge.
 
 
 In questo spot, i due eterni fidanzati sono di ritorno dall'ennesimo viaggio di nozze (a Capri, dove, chissà per quale perverso gioco erotico, facevano finta di incontrarsi per la prima volta) e cercano un nuovo nido d'amore. Ma più che all'arredamento, Ridge sembra interessato all'interior design di Brooke. Forse temendo di veder scemare l'effetto della pillola blu, cerca in tutti i modi di mettersi comodo tra due comodini insieme a lei, tappezzarla di succhiotti effetto macchie di condensa, rotolarsi sul suo corpo morbido come moquette e far l'amore sul comò come le tre civette con la figlia del dottore. Ecco però che, sul più bello, una volta raggiunta la zona notte, Brooke rivela di avere uno scheletro nell'armadio a muro, una notizia shock che fa più male di uno spigolo vivo sotto la cintura e che fa cascare lo spigoloso mascellone di Ridge: vuole metter su casa con Chiarelli.
Sì sa, la donna è mobile. Ma che Brooke preferisse un mobile a suo marito non ce lo saremmo mai aspettati!
Non si può non provare pietà per il povero Forrester, ormai ridotto a uno zerbino. Sì, d'accordo, Chiarelli è behellhihissimoh (le aspirazioni superflue sottolineano il concetto) ma dopotutto cos'ha un divano in pelle che Ridge non ha? Non sono forse entrambi rivestiti di pregiatissimo cuoio invecchiato?
Non temere, mio dolce e solo parzialmente biodegradabile Ridge: vedrai che Brooke prima o poi tornerà da te. A meno che, dopo Chiarelli, non le venga in testa di rubare Poltrone&Sofà alla Ferilli, lanciarsi in una lotta di cuscini dai risvolti saffici con Paola Marella o sperimentare le infinite possibilità erotiche offerte dal design svedese. Speriamo di non ritrovarcela a montare la libreria Borgsjö dell'Ikea e viceversa.

lunedì 16 settembre 2013

Una serie di accademici accadimenti IV - Studenti esasperati

Ma c'è chi usa veramente i tagliacarte? Io no, ma uno a forma di spada lo userei tutti i giorni. 
"L'Ufficio Tirocini è aperto dal martedì al venerdì dalle 09.00 alle 11.00, tranne quando il mercoledì cade in un giorno dispari e nei giovedì di luna calante. L'orario di apertura è posticipato alle 10.55 quando c'è bel tempo, mentre l'orario di chiusura è anticipato alle 10.30 quando il responsabile ha di meglio da fare, tipo una ceretta brasiliana." Questo è quello che avrei voluto leggere sulla porta a vetri dell'Ufficio Tirocini, un avviso schietto e sincero, a differenza di quello ufficiale, criminosamente lacunoso.
Perché l'università, tutto sommato, sarebbe anche un posticino carino se non fossimo costretti a fare richiesta formale al Magnifico Rettore per ottenere il permesso di aprire la finestra del bagno.
I ceppi dell'umanità tormentata sono fatti di carta bollata, dice Kafka, e come dargli torto? Chi meglio di lui può capire cosa si prova ad essere trattati come scarafaggi?
Figuriamoci se un universitario, oltre che a studiare fino a instupidirsi, debba stare pure attento a non farsi pestare i piedi mentre cerca di tenere il ritmo di inconsulte quadriglie burocratiche: un passo avanti, un passo indietro, un modulo lì, una firma là, fai una giravolta e torna qua!
Sì, perché saprete meglio di me che i burocrati, anche conosciuti come i "Signori grigi", non ti dicono tutto subito, ma aspettano che tu faccia dieci volte la fila e contempli centinaia di nuche davanti a te (una tortura per chi, come me, avverte sempre l'irresistibile impulso di solleticarle) prima di centellinarti informazioni per loro assolutamente ovvie: "Per fare domanda di tirocinio bisogna compilare il Modulo di Richiesta per il Modulo di Richiesta per il Tirocinio, non lo sapeva? Abbiamo pubblicato una news più che esaustiva al riguardo sul sito della facoltà. Sarà rimasta online per ben due secondi prima di essere sepolta da centinaia di altre notizie. Come può non averla letta?"
Non farebbero tanto i gradassi se non ci fosse quel vetro antiproiettile a proteggerli (che per altro ti costringe ad urlare ai quattro venti informazioni private tipo quanto guadagna tuo padre), barriera infrangibile che impedisce a noi studenti esasperati di strozzarli con la catenella antifurto dei loro portapenne. Eppure è possibile vendicarsi anche senza dover proseguire gli studi in carcere. Se volete veramente umiliare nel profondo un Signore grigio, schiaffeggiarlo moralmente e renderlo (se possibile) ancora più insoddisfatto della propria tetra esistenza, dovete solo riuscire a rubargli la stupida penna con cui avete firmato gli stupidi documenti in triplice copia che vi siete dovuti stampare da soli per non sprecare carta e inchiostro dello Stato.
Tale vendetta è sì dolcissima, ma sfortunatamente anche più effimera del sapore di una BigBabol. Così, alla fine, stanco di combattere contro i mulini a vento, e con le scatole ormai da tempo mulinanti, ho deciso di darmi alla navigazione e tentare la sorte con la segreteria online, una barca che fa acqua da tutte le parti. Per questo mi ha piacevolmente sorpreso venire a conoscenza dell'entusiasmante possibilità di prenotarsi per un esame d'informatica (di dubbia utilità) semplicemente collegandomi ad una comoda piattaforma online, creata ad hoc per facilitare la vita di noi studenti, salvo poi scoprire che per accedervi è necessario prima presentarsi fisicamente in facoltà (dal forsedì al nontelosodì mattina, dalle 09.00 alle 10.00) e rivolgersi ad un tecnico informatico classe Windows '95 (piuttosto preferivo chiedere aiuto alla graffetta animata del vecchio Office), che, trattandoti come un incapace, ti iscrive al sito e ti invita ad aspettare un'e-mail contenente la password d'accesso, cosa che può richiedere alcune ere geologiche, visto che l'e-mail viene inoltrata personalmente da un suo collega, anche lui, verosimilmente, più antico di un floppy-disk. Un sistema che non fa una grinza, sofisticato e tecnologico solo in apparenza, un po' come l'auto dei Flintstone.
Il mare di scartoffie richieste per il tirocinio e le procedure steampunk dei tecnici informatici sono solo l'inizio di una storia infinita che mi ha portato via tempo, pazienza, capelli e joie de vivre. Ma questa è un'altra storia, e si dovrà raccontare un'altra volta.
Luoghi dimenticati da Dio dove la lentocrazia regna sovrana, oltre agli stanzini poco areati di sportelli informativi e uffici Erasmus, sono le biblioteche universitarie.
Certe biblioteche ti fanno diventare matto, come quella di Don Chisciotte, altre sono teatri di efferati omicidi, come in C'è un cadavere in biblioteca di Agatha Christie, altre ancora, come quella della mia facoltà, ti fanno diventare matto e ti istigano anche all'omicidio.
Innanzitutto, per portarti a casa un libro come minimo devi lasciare in ostaggio tua madre. E' più facile adottare un bambino, per di più da single e con un passato da alcolista alle spalle.
In secondo luogo, chiunque metta piede in quella biblioteca, ne entra giovane e ne esce polvere, a causa della signora Viola, detta Moviola, la Bibliotecaria a Rallentatore o il dito meno lesto del West.
Ricordo come se fosse l'altro ieri il nostro primo incontro, forse perché da quella biblioteca ci sarò uscito soltanto l'altro ieri, dopo due anni di prigionia.
Figuratevi la scena: io mi avvicino timidamente alla scrivania ed elenco alla bibliotecaria i titoli che mi occorrono, mentre lei, una donna di mezza età dai capelli unticci e la faccia da mastino, per tutta risposta, mi lancia uno sguardo torvo. Poi (da qui in poi leggete una lettera alla volta per simulare l'effetto rallenty) prende ad    a g g i u s t a r s i   con    l e n t  e  z z a      e s a s p e r a n t e   il   f i o c c h e t t o  d e l l a     m a g l i e t t a   r  o s  a   a n t i c o  i n   m o d o che sia perfettamente simmetrico. Mi indica, senza proferire parola, un modulo da compilare. P r e n d e    u n a   m a t i t a .  S i    s i n c e r a   c h e     s i a    b e n   appuntita. L a     r    i  m  e  t  t   e      n e l       p o r t a p e n n e,   poi     s  p o  s t a  d i    q u a l c h e    m  i l l i m e t r o       l a      p e n n a      n e l     p o r t a p e n n e     in modo che non sia troppo vicina alla matita e non le vengano in testa strane idee. Mi lancia un altro sguardo cupo, s   f   o   g   l   i  a        senza alcuno scopo apparente i documenti impilati sulla sua scrivania e poi    l i      i m p i l a      d i   n u o v o.  A   p   r e      u n    c a s s e t t o   con la massima delicatezza, come se ci avesse chiuso dentro i suoi sogni. F   a       s c o r r e r  e     i  l       d i t o  artigliato     l    u   n   g    o      una fila di tessere di cartoncino. Ne    t    i      r       a    fuori una con un'orecchia ad un angolo. L' a l l i s c i a  per bene. La r i m e t t e    a posto    poi la    r i p r e n d e , l'  a l l i s c  i a    meglio e la    r i m e t  t e   d i   n u o v o   al suo posto. Torna a    s i s t  e m a r s i     il fiocco della maglietta piena di pelucchi per ristabilire la perfetta simmetria. L e g g e   il modulo che ho compilato già da due ore. T  i  r  a     f u o r i    un'altra tessera  dal cassetto,  questa volta quella giusta, la    l e g g e, la   a f f i a  n c a    al mio modulo, poi la   f   a     s c i v o l a r e        l e n t  a m e n t e     sul banco, come se fosse la carta della Luna Nera. Dunque ricomincia a guardarmi in cagnesco, ringhia qualcosa di inintelligibile e, a passo di lumaca, lasciando dietro di sé una scia appiccicaticcia di noia e frustrazione,   e s  c  e   d a  l   l  a    s t a n z a .
Durante l'interminabile attesa fantastico su come debba essere, vivere a rallentatore in un mondo che gira a tutta velocità: cerco di immaginarmi la bibliotecaria che esce di casa per prendere l'ultima diligenza e si trova davanti, con sua grande sorpresa, un autobus; o che percorre la navata della chiesa per convolare a nozze e si scopre già vedova una volta guadagnato l'altare. Mi ricorda tanto una delle buffe e paradossali creature inventate da Michael Ende ne La storia infinita:

"... le Montagne del Destino [...] erano il complesso montagnoso più alto e più imponente di tutto il Regno di Fantàsia e la vetta più alta arrivava letteralmente al cielo. [...] Lassù non potevano esistere essere viventi di sorta, all'infuori di alcuni giganteschi Geliuri, sempre che si volesse annoverarli fra le creature viventi. Infatti, la loro particolare caratteristica era l'estrema lentezza, per cui impiegavano anni e anni per fare un unico passo, e una piccolissima passeggiatina era per loro una questione di secoli. E' quindi chiaro che questi esseri non potevano, per loro natura, frequentare altri che i loro simili, e da ciò è facile dedurre che non potevano avere la benché minima nozione dell'esistenza di tutto il resto del mondo di Fantàsia. In effetti essi si consideravano le uniche creature viventi di tutto l'universo."

La Terra gira lentamente intorno al suo asse e intanto cerco in tutti i modi di ammazzare il tempo: fisso gli studenti chini sui libri finché non se ne accorgono e cominciano a sentirsi in imbarazzo, leggo l'opera omnia di Cervantes e Vanity Fair (la rivista, non il romanzo), mi rado la barba con un tagliacarte e anagrammo il mio nome in cerca di uno pseudonimo soddisfacente da usare in caso di necessità, tipo quando dimentico l'abbonamento dell'autobus. Nel frattempo realizzo che probabilmente nessuno ha mai passato così tanto tempo chiuso in una biblioteca dai tempi di Pagemaster.
Mentre rileggo per l'ennesima volta la mia lista di nomi fasulli (il prescelto è Edelfo Fa... hey! Non pensavate sul serio che l'avrei scritto?!), ecco che la bibliotecaria fa il suo flemmatico ritorno alla Biblioteca dello Spirito e del Tempo.
Quando la vedo trascinare i piedi verso la sua scrivania, sorreggendo una scaletta pieghevole, considero che le ceneri del bibliotecario rimasto carbonizzato nell'incendio della Biblioteca di Alessandria debbano essere sicuramente più vitali di lei. Lemme lemme, il bradipo umano raggiunge lo scaffale giusto, dopo due o tre ripensamenti (nel frattempo la razza umana si è evoluta e da tempo non si vedono più denti del giudizio, appendici e capezzoli maschili.) Poi posa a terra la sua scaletta. Mi lancia un'occhiata truce, tanto per non farmi sentire negletto. Sale i tre gradini della scaletta nel tempo in cui una persona normale farebbe su e giù dieci volte dalla vetta più alta delle Montagne del Destino. Giunge faticosamente in cima, dopo secoli (intanto è tornata di moda la crinolina), e pensa di gratificarmi con un ennesimo sguardo bieco, lungo uno yottasecondo. Poi contempla le file interminabili di libri davanti a sé e individua quelli di cui ho disperatamente bisogno (mentre si succedono tre Guerre Nucleari e il ciclo evolutivo riparte da zero). Li estrae con estrema attenzione, neanche fossero i Rotoli del Mar Morto, e li esamina accuratamente per poco più di cinque lustri. Li lustra e rimuove la polvere millenaria dalle copertine con un soffio che sembra piuttosto uno sbuffo di stizza. Dopo un'altra occhiata minacciosa al sottoscritto, scende dalla scaletta con la disinvoltura di una bagnante non abituata agli scogli, un eone per ogni gradino. Infine, mentre la stella nana che chiamiamo Sole si spegne definitivamente, mi consegna con riluttanza i libri (o, per meglio dire, glieli strappo con la forza dalle mani incartapecorite) e mi congeda con un ultimo sguardo di profondo quanto immotivato disprezzo, indicando, anche questa volta senza fiatare, una porta in fondo alla stanza. Seguo le sue mute direttive e busso, sebbene il mio istinto mi suggerisca di scappare via col malloppo, proprio come Bastiano ne La storia infinita, e non farmi vedere mai più. Finisco così nel bugigattolo cieco di un altro accidioso bibliotecario, col naso più arricciato dell'orlo di una pergamena, che si affretta a ridurre ad icona il solitario sullo schermo del pc.
"Quei libri non può portarli a casa" mi informa, senza alcuna pietà, dopo un rapido controllo al database. Mi cadono le braccia, ma per miracolo riesco a riacciuffare i libroni prima che mi si schiantino sugli alluci.
"E perché, scusi?"
"Rientrano nel programma d'esame" mi spiega freddamente il bibliotecario, mentre una parte di me muore. "Li consulti pure, ma non possono uscire dalla biblioteca."
In momenti come questi tutto ciò che uno dovrebbe consultare è il proprio Galateo, per evitare che una selezionata antologia di imprecazioni d'autore ti esca fragorosamente dalla bocca.

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

martedì 10 settembre 2013

Pubblicità insopportabili #26 - La ricreazione di Adamo

 
Sì, "la vita delle piante è più dura di quello che sembra", ma credo che anche il significato di questo spot, che da tempo ormai infesta come la gramigna il nostro campo visivo, sia più intricato di quello che appaia, tanto da mettere radici nei più profondi strati della natura umana. E' difficile non notare un certo compiacimento degli autori nell'aver scelto come protagonista un uomo che si bea della propria sussultoria, sovrabbondante nudità, che beve il latte dal cartone, simula l'atto della minzione col tubo da giardino e scuote orgoglioso gli incolti ricci fulvi al vento di favonio. E' una visione che trasmette un senso di ruggente libertà e fierezza, sottolineata dalla canzone di sottofondo: "I wanna live so wild and free, living without you..."
E indovinate chi è quel "you"?
Sono arrivato alla conclusione che ciò a cui stiamo assistendo non siano (solo) le ripetute sevizie subite da povere piante costrette al silenzio degli innocenti, ma anche un'utopia edenica, una sfrenata fantasia biblico-maschilista che spalanca davanti ai nostri occhi i cancelli di un paradiso terrestre prima del paradiso terrestre, una terra vergine non ancora sfiorata dal passo leggero di Eva. Si tratta chiaramente della rievocazione nostalgica dell'Era del Maschio, quando la Terra era il divano su cui si stravaccava Adamo, Età dell'Oro in cui il primo uomo poteva ruttare in completa libertà, gioire della varietà di fragranze proposta dal suo colon e giocare a fare "E.T. Telefono Casa" con un Padre ancora complice, senza doversi sorbire gli assilli di una moglie petulante: "Seppellisci i tuoi escrementi lontano da dove mangiamo!", o "Non puoi chiamare quell'uccello 'cacatua': è semplicemente ridicolo! Il nome della prossima specie lo scelgo io!", oppure "Non lasciare le foglie di fico in giro per casa! E quante volte ti avrò detto di non sederti a chiappe nude sulla mucca del salotto? E' di pelle!  Poi, quando poggi il tuo drink sul carapace di tartaruga, potresti almeno usare un sottobicchiere?", "Per l'ultima volta: piantala di usare gli ermellini come cleenex!" o ancora  (e qui andiamo sul pesante) "Non immagini quanto sia patetico vedere come permetti a tuo Padre di comandarti a bacchetta nel disperato tentativo di ottenere la sua approvazione, vorrei che ubbidissi anche a me una volta tanto! E grazie a Dio non ho una suocera! Figuriamoci!", "Quando ti decidi a metterti a dieta? Non hai quasi più bisogno di quella foglia per coprirti le vergogne, lo sai? Te lo dico sempre io, che devi mangiare sano: prova un po' questa mela, dài, solo un morso... guarda che l'ho pagata l'ira di Dio: è biologica!", "Come sarebbe a dire 'io esco'? E io? Quand'è che potrò uscire, io? Forse dimentichi che abbiamo due figli! E non dirmi che c'è Caino ad aiutarmi, perché sai benissimo quant'è geloso del fratellino..."
L'atavica lotta tra i sessi è del tutto assente nello spot: imperversano l'indecenza, il diritto di grattarsi il sedere senza doverlo nascondere e la compiaciuta trascuratezza tanto vagheggiate dall'uomo medio. I pubblicitari, decisi a vendere humus, concimano l'ego di coloro che ancora rimpiangono l'adamitica serenità di quando erano single. Rinvigoriscono solidali il mito dell'Uomo, essere eternamente diviso tra indolenza e narcisistici sprechi di energie (tipo darsi delle arie con le punching-ball a gettoni dei luna park), estirpando la presenza soffocante di Eva, costola pensante, voce della Ragione e madre della Civiltà. Per dirla tutta, quella che manda avanti la baracca mentre Adamo gioca a fare Tarzan in una casa che sembra una giungla.
Qualcuno penserà che questa mia interpretazione sia ostile e macchinosa, ma la prova più schiacciante a sostegno della tesi consiste nella rigogliosa capigliatura stile Vecchio Testamento del protagonista dello spot, visto che, secondo la tradizione, Adamo sfoggiava un'ondeggiante zazzera dello stesso colore, tra il rosso intenso e il biondo fragola.

Dedico questo post a Cloud, che mi ha segnalato questo spot, ormai un evergreen.

lunedì 2 settembre 2013

Angherie in Ungheria

"La capitale del porno a basso costo!" è la definizione di Budapest che mi sono sentito ripetere più spesso da quando ho annunciato la mia partenza. L'impatto iniziale, d'altronde, è stato desolante, quasi quanto il sopracitato, prosaico titolo, ma non c'è voluto molto perché iniziassi ad apprezzare la bellezza della Parigi dell'Est, anche se un po' maltrattata. D'altronde sfido qualunque città a tenersi i suoi bei palazzi ancora freschi d'intonaco e le sue statue tutte linde e tirate a lucido dopo essere passate da una dominazione straniera all'altra, poi sballottate dal regime nazista a quello comunista e nel frattempo bombardate qua e là. Forse sarà stata la ferita lasciata aperta dalla Storia, non ancora del tutto rimarginata, a rendere questa vacanza più turbolenta del solito per il nostro collaudato gruppo di vacanzieri: mai viste così tante lotte di potere, guerre intestine e disturbi intestinali in soli sette giorni. D'altronde me la vado anche a cercare, scegliendo di partire con la solita comitiva senior (più cuginetto pre-adolescente). Ammetto di essermi sentito un po' orfano del gruppo teen: ora capisco come deve sentirsi Edmund Pevensie, che è ancora abbastanza giovane per vivere nuove avventure a Narnia, mentre i fratelli maggiori ormai sono costretti vedersela col mondo reale.
Insomma, me la sono vista brutta, tra golpe, conflitti generazionali e corse al mosdo (il bagno), ma vi risparmio l'elenco completo delle mie disavventure: vi basta sapere che, come sempre, sono stato costretto a tradurre in inglese qualunque domanda e curiosità balenasse nella mente dei miei sadici compagni di viaggio, anche le più retoriche, ridondanti o imbarazzanti. Fortunatamente, dopo almeno tre ore di conversazione forzata, mi sono fatto amico il concierge di notte, un ragazzo affabile con una pazienza da martire e un simpatico musetto da husky. Ecco cosa sono arrivato a dirgli, a un certo punto, esasperato, contando sulla sua complicità: "Perdonami, mi hanno chiesto di farti alcune domande che non ho per nulla voglia di tradurre, ti dispiace se facciamo finta di parlarne e poi mi invento una risposta evasiva? Grazie mille... anzi, köszönöm."
Anche il concierge di giorno, d'altronde, era molto simpatico e solare, come un Ungaro Spinato.
Nonostante faccia ancora fatica ad abituarmi al ruolo della Cassandra turistica ("Non credo sia una buona idea visitare prima il Museo dell'Agricoltura e poi la Chiesa di Mattia. Anzi, non credo sia una buona idea visitare affatto il Museo dell'Agricoltura..."), sono comunque riuscito a rispettare la mia scaletta delle priorità e visitare le attrazioni di Budapest, dal Castello di Buda, vegliato dalla minacciosa statua di Turul, il rapace mitologico che protegge il popolo ungherese, alla basilica neorinascimentale dedicata Santo Stefano, di cui qualcuno ha pensato di conservare la mano morta, senza tralasciare la splendida Grande Sinagoga, dalle ricche decorazioni geometriche, l'illuminazione da crociera e i kippah distribuiti all'ingresso che ho scoperto, mio malgrado, non essere usa-e-getta (perciò verosimilmente risalenti ai tempi della Genesi). All'ombra del Castello di Vajdahunyad, costruito per l'Esposizione Universale nel 1896 come sintesi degli stili architettonici ungheresi (lo scorcio gotico-barocco attraverso i pini faceva molto i primi cinque minuti de La Bella e la Bestia), ho potuto anche toccare con mano tremante la penna magica della Statua dell'Anonimo, gesto che, paradossalmente, si vocifera sia di buon auspicio per gli aspiranti scrittori, sebbene la solennità del momento sia stata infranta da un vecchio violinista un po' suonato che ha costretto mia madre ad accompagnarlo con la voce sulle note di 'O sole mio. Di conseguenza, è stato quasi più emozionante sgraffignare la penna a sfera (inventata dell'ungherese László Bíró) dalla camera dell'hotel.
Ma è valsa la pena penare un po' per tornare a casa col ricordo indelebile dei colori di Budapest:
  • Il fucsia decisamente chiassoso dei vestiti succinti in cui erano strizzate le mie vicine di bracciolo in aereo, degne compatriote (e chissà, magari anche colleghe) di Cicciolina, coperte di strass dagli incisivi alle unghie dei piedi. Per non parlare della tinta sbagliata, color glicine, di molte vecchiette ungheresi (ecco cosa succede quando si va dal salone di bellezza dei MyLittlePony anziché da un parrucchiere esperto);
In alto, i tetti dell'Università di Tecnologia ed Economia
di Budapest (come se avere il posto di lavoro assicurato non fosse sufficiente,
dovevano anche avere un palazzo da fiaba), al centro, le tegole smaltate
della Chiesa di Mattia e un dettaglio della decorazione stencil delle colonne,
in basso, una veduta fluviale del Parlamento illuminato dal tramonto.
Tenete d'occhio il mio profilo Instagram per altri scorci di Budapest. 

  • La caleidoscopica Chiesa di Mattia, col tetto multi-color come il cubo di Rubik (altra invenzione ungherese), l'interno completamente tatuato e, tutt'intorno, i "castelli di sabbia" del Bastione dei Pescatori;
  • I colori pastello dei palazzi, giganteschi dolcetti alle mandorle color rosa confetto o al gusto pistacchio, guarniti, secondo il capriccio del pasticcere di turno, da stucchi barocchi o curve e infiorescenze art nouveau. Poi le infinite sfumature di giallo di certi vecchi edifici: dal color zafferano all'ocra dei crauti, dal senape al biondo tokaij. E ancora, altri palazzi solo un po' trascurati, che sembrano fritti in pastella, come un dorato e croccante French toast, o l'imponente Parlamento, coi suoi tetti spolverizzati di paprika...
    Fame, eh?
  • il bianco della panna acida e, soprattutto, l'insolito candore dei peperoni, protagonisti incontrastati della cucina magiara e schiaffati un po' dappertutto, a colazione, pranzo e cena. Certi peperoni, poi, si comportano anche in modo strano, specialmente se conservati sotto aceto. Per esempio: camminavo tranquillamente per il Mercato Coperto, pensando ai fatti miei, quando improvvisamente mi sono sentito osservare da qualcuno. Giro la testa di scatto, ed eccoli lì: dei sottaceti mi fissano dai loro barattoli (probabilmente già pieni di botulino), con un beffardo sorriso al peperoncino stampato in faccia. Chissà che ci mettono, nel liquido di governo...
    E a proposito di governo, credo proprio che sentirò la mancanza del mio regime alimentare alla ungherese: questa mattina mi sono svegliato con un'irresistibile voglia di goulash e salsicce da annegare in un mare di lecso;
I sottaceti sorridenti come axolotl in un acquario.

  •  l'indaco e il rosso corallo, i colori preferiti rispettivamente da Sissi e Francesco Giuseppe. O almeno così ci è stato detto a Gödöllö, sede estiva della coppia imperiale, dalla signora Helena, la nostra guida turistica, ultrasettantenne decisamente sprint, che si autodefinisce "un bull-dozer" e si gloria di aver appreso l'italiano guardando la Clerici e quel tizio "con le mustacce ke va a kjiedere qvanto costa le pomodori" (Alessandro Di Pietro di Occhio alla Spesa.) Il castello, a dir la verità, non è un granché, soprattutto per chi ha fresco in mente il ricordo di Schönbrunn, ma ne è valsa la pena solo per la visita guidata, o meglio, recitata: malgrado l'italiano stentato (mi sa che seguiva anche Luca Giurato), Helena ci ha intrattenuto con le sue formidabili doti istrioniche, inscenando davanti ai nostri occhi l'incontro fatale tra Sissi e Franz, dando voce all'ultima preghiera di Sofia che, sul letto di morte, implorò la nuora di perdonarla per essere stata un mostro di suocera (o "sorcera", come direbbe lei) e descrivendo con dovizia di particolari l'emorragia interna che uccise Elisabetta di Baviera, quando un anarchico le lacerò il ventricolo sinistro con una lima, neanche avesse fatto lei l'autopsia. Ciò che più mi ha divertito, però, è stata l'eccitazione svetoniana con cui ci ha raccontato i dettagli più succosi della vita privata della malinconica Sissi, delle sue ossessioni e delle sue manie, come quella per il fitness e la cura del corpo: per mantenere le sue misure da urlo (90-50-90 per un metro e settanta d'altezza), che le hanno garantito il titolo di Miss Impero Austro-Ungarico a vita, Elisabetta si dedicava ad estenuanti esercizi ginnici e passeggiate forsennate. Se il suo bel visino richiedeva maschere a base di fragole e carne di vitello crudo (avrebbe dovuto aggiungerci un goccio di aceto balsamico: la morte sua), la folta chioma esigeva impacchi di uova e cognac, mistura che, oltre a donare lucentezza ai capelli, conferisce loro quel profumo di distilleria che fa tanto aristocratico. Al risveglio da un pigiama party organizzato dalla sua amica del cuore, niente meno che la regina Vittoria, Sissi stupì la corte britannica con la sua colazione ipocalorica, un centrifugato di frutta e verdura che metterebbe tristezza anche a Jill Cooper, facendo sentire tremendamente in imbarazzo sua maestà, che si era già servita di una doppia porzione di bacon. E' indubbio, però, che Vicky fosse molto affezionata a Sissi, tanto da prestarle il suo yatch privato per un viaggetto a Madeira, lontano dal fedifrago Franz, anche se il nome della barca, Victoria and Albert, non poté non ricordare all'infelice imperatrice quando facesse schifo il suo matrimonio in confronto all'idillica vita coniugale dei sovrani inglesi, i Brangelina del diciannovesimo secolo. Eppure Sissi si prese la sua rivincita, almeno secondo le maldicenze di sua sorella, Maria Sofia, l'ultima regina napoletana, esiliata in Inghilterra, che spifferò al figlio Rodolfo i particolari del presunto affaire di sua madre con l'istruttore di equitazione, un ometto irlandese (forse un lepricauno), durante il suo soggiorno britannico. Sissi giurò di non aver corso la cavallina con altri se non col suo cavallo Avalon e da allora tenne il broncio alla sorella impicciona, alla quale pure era stata molto legata, specie una volta varcata la soglia degli "anta", visto che le faceva da beauty counselor;
Malinconico scorcio del Ponte della Libertà con tram.
Tenete d'occhio il mio profilo Instagram per altre foto da Budapest. 

  • Il giallo intenso dei tram, di cui avrò scattato almeno un centinaio di foto. Credo di aver trovato in loro il mio mezzo di trasporto preferito, specialmente quando il cielo promette pioggia e puoi osservarli guizzare come raggi di sole nel grigiore urbano. Da evitare, invece, i bus turistici, dove finisco sempre per incontrare l'ennesima giovane coreana in vacanza da sola (non credo ci sia niente di più deprimente, specie per me che da solo non riuscirei nemmeno a giocare al solitario) o mi ritrovo a scambiare banalità con altri turisti italiani, tra cui si nasconde gente che non prova alcuna vergogna ad esclamare: "Ah, ma voi parlate come lino Banfi?! Adoro il vostro accento! Avrò visto Spaghetti a mezzanotte almeno duecento volte!"
    Ah sì? Io neanche una. Colgo l'occasione per chiarire all'Italia intera che il capoluogo pugliese da noi viene chiamato "Bari" in italiano o Bér in dialetto. Bery lo dice solo Banfi.
    Quanto al rispetto del codice stradale, però, devo spezzare una Lancia Ypsilon in favore del Bel Paese: non mi era mai capitato prima di marcire chiuso in un pullman fermo per mezz'ora davanti ad un'auto della polizia parcheggiata in doppia fila, aspettando che il poliziotto si degnasse di uscire dal bar. Gli mancava solo la doughnut in mano.
Stile Liberty a Budapest (o, in ungherese, Szecesszió): in alto,
tetti e vetrata del Museo delle Arti Applicate,  al centro e in basso,
interni delle terme Gellért. (Quest'ultimo collage

  • Il verde rame del Ponte della Libertà, che si sbraccia oltre il bel Danubio bl... ehm... grigio-verde per fare il solletico al colle Gellért. A due passi dalla cascata artificiale che ricorda l'entusiasmante sport nazionale degli antichi magiari (gettare giù dai monti santi ed evangelizzatori), ci si può tuffare nelle calde acque delle illustri terme Gellért, un tempio stile Liberty consacrato al benessere, dove "lampade, vetrate, doccioni e palme contribuiscono a creare una piacevole atmosfera tipicamente borghese" (cito il dépliant). Helena ci ha spiegato che le acque sorgive di Budapest sono particolarmente indicate per incrementare la fertilità femminile, proprietà che fu scoperta quando qualcuno ebbe l'idea di farci sguazzare dentro un'ippopotama dello zoo e questa partorì poco dopo una sporca dozzina. Così quando ho chiesto un asciugamano e una cuffia all'addetto dello staff - un omone dallo sguardo decisamente intimidatorio, un Un-happy Hippo col faccione più spaventoso di una maschera busó - ho scoperto che almeno uno degli ippopotamini è cresciuto e ha per giunta trovato impiego presso le terme in cui è nato. Dopo un tale incontro, per smettere di tremare mi ci sono voluti una nuotata nella piscina di Gatsby, una sauna, una capatina nel bagno turco alla camomilla più bollente in cui abbia mai messo piede e infine un massaggio aromatico di Zita, non proprio la masseuse più avvenente in circolazione. Diciamo che di Venere aveva solo lo strabismo. In ogni caso non si può negare che abbia il tocco magico.
    Penso proprio che tutti dovrebbero concedersi un massaggio, di tanto in tanto, specie quella donna le cui urla isteriche, rimbalzando sulle mattonelle, si sono propagate per tutto lo spogliatoio: "MI MANCA L'IGIENE! IO HO BISOGNO DI IGIENE!"
    Igiene mentale, di sicuro.

Dato che i miei Ricordi cordovesi si erano conclusi con un'analoga crisi di nervi, per coerenza stilistica credo sia il momento di mettere un punto fermo a questo lungo, ma spero gradito, Buda-post.

martedì 20 agosto 2013

Pubblicità insopportabili #25 - Cervel tonnè


Il presente post è dedicato a Doppio Geffer,
che mi ha segnalato quest'imperdibile rarità.

Cosa diceva Angelo Parodi l'ho scoperto da poco, ma so bene cosa dicevano gli antichi: nomen omen. Uno che di cognome fa Parodi, prima o poi, era destinato ad essere parodiato.
Salpato nel 1888, questo eccentrico lupo di mare è finalmente approdato in televisione, con uno spot tra i più enigmatici mai trasmessi.
Famoso per i suoi motti sibillini, Angelo Parodi diceva sempre:
1. "Non fate mai aspettare una signora, ma certamente fate aspettare un tonno."
2. "Chi i miei filetti assaggia, dice: mannaggia!"
3. "Andar pelein (Anne Boleyn???) rende i tonni contenti."


 
Rileggendo queste tre regole d'oro, si assiste ad un climax discendente di razionalità. E' evidente che ognuno di questi tre comandamenti è stato concepito in fasi diverse della vita del signor Parodi, e offrono una chiara parabola del declino delle sue facoltà mentali.
Sul primo punto c'è poco da obbiettare, per quanto accostare donne e tonno mi sembri un tantino indelicato, anche perché, per quanto "il mare sia pieno di pesci", il tonno in scatola rimane il pane quotidiano di quasi ogni uomo single.
La seconda perla di saggezza è già più discutibile. Innanzitutto, perché la prima è in prosa mentre la seconda è in rima? Che il canuto marinaio sia ricorso alla rima per ricordare meglio le sue massime, dato che ormai la sua memoria fa acqua da tutte le parti, nonostante tutto il fosforo assunto?
Ma soprattutto, per quale motivo qualcuno dovrebbe dire "mannaggia" dopo aver mangiato un tonno che si suppone sia squisito? Io "mannaggia" lo direi dopo aver sputato i resti maciullati di una bruschetta spalmata di bottarga avariata. "E' delizioso!" e "Ma che bontà! Ma che bontà! Ma che cos'è questa robina qua?", ecco dei complimenti da fare a un produttore di tonno in scatola di prima qualità! "Vuoi che muoro?", "Questo tonno è talmente pieno di mercurio che ci si può usare la lisca come termometro" e "Mannaggia", invece, sono reazioni inequivocabilmente negative.
Si sa, l'utilizzo improprio di parole come "mannaggia" e la difficoltà di ricordarne l'esatto significato è uno dei primi segnali di demenza senile.
Difronte al terzo aforisma, non sapevo proprio che pesci prendere, perciò ci ho infilzato nel mezzo una bella crux desperationis e ho rinunciato a capirci qualcosa.
Anche perché è ormai chiaro che il poveretto abbia del tutto perso la bussola nautica. Naviga a vista nel mare magnum della follia, le vele sospinte dallo scirocco e dallo sciroccamento: strizza l'occhio a uno squalo martello (che per giunta ricambia l'occhiolino) e poi misura a grandi passi il suo studio, in bilico su una gamba sola, forse pensando ancora di giocare all'equilibrista sul bompresso del suo veliero. Per fortuna lo spot si interrompe qui, risparmiandoci altre patetiche scene della sua deriva mentale: probabilmente lo avremmo visto pomiciare col Nettuno ligneo che fa da polena al suo peschereccio, o fare il bagno nudo sventolando il suo ascot color pinna di tonno.
Come si sarà ridotto in questo stato? Come mai quella che un tempo era una mente imprenditoriale brillante, ora è un cervello che si taglia con un grissino? Sarà stato l'avanzare dell'età? Avrà bevuto troppa acqua di mare? O magari sarà stata colpa del tonno, sempre più imbottito di mercurio?
Per quanto non fornisca alcuna risposta, sono certo che lo spot voglia lasciarci un messaggio di speranza. L'inquadratura sull'aquila d'oro, per esempio, ha un chiaro significato allegorico: secondo le leggende medioevali, con la vecchiaia, la proverbiale vista dell'aquila si annebbiava, ma il maestoso rapace era in grado di rigenerarsi, librandosi nel cielo e lasciando che il sole bruciasse la patina che offuscava i suoi occhi, per poi tornare nuovamente giovane e occhiuta. Così la gloriosa azienda di Angelo Parodi, malgrado la scomparsa del suo lungimirante fondatore, continua a rinnovarsi, a sfidare il mare in tempesta e a solcare a vele spiegate i pescosi canali della nostra televisione.

mercoledì 14 agosto 2013

La Biblioteca Classica di Raffy: Fifty Shades of Earl Grey

Ora che riguardo questa foto di Theo Westenberg, ricordo di aver letto per la prima
volta Emma mentre ero morbidamente adagiato su una sedia a sdraio, durante una
vacanza estremamente rilassante, tra corroboranti docce scozzesi, percorsi benessere
e bagno turco alla vaniglia. Dovrei proprio rifarlo.
 
Si aprono le porte della piccola Biblioteca Classica di Raffy, una nuova serie di post semi-seri dedicati ai miei classici preferiti e/o a quelli meno conosciuti, che mi diverto tanto a scovare per darmi un tono. Sì, so cosa penserete (parafrasando papa Francesco): "Chi sono io per giudicare i classici?", ma in fondo cosa mi impedisce di mettere per iscritto le discutibili opinioni che comunque esprimerei ugualmente a voce? Forse la mia scelta di oggi vi sembrerà un po' "gigiona", ma proprio non potevo fare a meno di dedicare un post, o magari due, a...

Jane Austen è una delle scrittrici che io e tre quarti della popolazione mondiale amiamo di più (evviva l'originalità). E' inutile, Jane è l'unica che riesce ad addolcire lo zitello incattivito che c'è in me. Se uno passa l'infanzia accudito da La tata* e sopravvive all'adolescenza in compagnia di Jane Austen e Carrie Bradshaw, non ci si deve meravigliare se a vent'anni sia ossessionato dall'idea di trovarsi un partner per la vita. Ma questa è un'altra storia...
Tornando a Jane, ho iniziato a frequentarla intorno ai miei quindici anni, partendo con il sempreverde Orgoglio e pregiudizio, che se non ho adorato è solo perché avevo già assorbito per osmosi la trama, infinite volte parodiata, rielaborata e reinterpretata in tutte le salse (anche in salsa al curry, se consideriamo il film bollywoodiano Matrimonio e pregiudizio). In una noiosa serata della tua giovinezza guardi ingenuamente Il diario di Bridget Jones in tv, e rimani inesorabilmente fregato. Il film è esilarante, ma addio effetto sorpresa. La storia è pressoché identica.
Mi meraviglio che non ci sia già un Barbie Orgoglio e pregiudizio. Intanto, no so voi, ma io aspetto con trepidazione anche l'uscita del film tratto da Orgoglio e pregiudizio e zombie, "geniale" idea di Seth Grahame-Smith, che, novello Frankenstein, cuce pezzetti del romanzo originale con agghiaccianti scene horror in cui Elizabeth, oltre che tempestare di frecciatine l'ombroso Darcy, deve anche fronteggiare orde di zombie bramosi di carne umana. Come se tenere a bada Lydia, Kitty e i loro ormoni non fosse già abbastanza.
Mi scuserete, dunque, se ritengo più che superfluo spendere altre parole su questo indiscusso ma bistrattato capolavoro (parlo di Orgoglio e pregiudizio, senza zombie) o sulla trasposizione cinematografica di Joe Wright (con protagonista Keira Knightley, che sembra essere nata con un abito stile impero cucito addosso). Io passerei ad Emma Woodhouse, per gli amici Emma Casalegno, la mia ragazza austeniana preferita. "Sarà un'eroina che non piace a nessuno, tranne che a me" se la rideva Jane Austen durante la stesura di Emma, ma non è affatto vero: il suo fascino deriva proprio dagli innumerevoli difetti che la rendono così adorabilmente umana, essendo costei un'ereditiera snob, presuntuosa, narcisista e frivola, così diversa da altre sue "colleghe" ben più cerebrali e irreprensibili. Emma è stata definita un Don Chisciotte in gonnella: preferisce seguire gli arzigogoli della propria fervida immaginazione piuttosto che accontentarsi di una realtà piatta e banale. Per questo fraintende i propri e gli altrui sentimenti, veste i panni di un maldestro Cupido e si diverte a combinare fidanzamenti tra i suoi conoscenti, così da estraniarsi dal grigiore della sua vita quotidiana, troppa spaventata dall'idea di vivere una vita propria, allontanarsi dalle sontuose mura di Hartfield e lasciare solo l'amato, anziano padre ipocondriaco.
Ora che ci penso c'è un film di Jennifer Lopez con la stessa trama, o quasi: lei interpreta una frigida wedding-planner refrattaria al matrimonio (oltre che agli smarties che non siano marroni.)
Per riprendere il discorso, c'è un motivo se Emma è l'unico romanzo ad avere per titolo il nome della sua protagonista: ciò che la contraddistingue è la sua solitudine, che nasce dalla difficoltà di entrare realmente in contatto con chi la circonda. Suo padre è introverso e timoroso ("Emma cara, faresti meglio a non uscire: è pieno di zombie là fuori"), la sua amata governante è troppo affezionata a lei per poterla consigliare opportunamente e farle passare un brutto quarto d'ora quando se lo meriterebbe, mentre la sua nuova amica, la giovane Harriet, è pronta a darle ragione su tutto ("Sai, Harriet, stavo pensando che saresti graziosissima se ti radessi completamente le sopracciglia, tu non trovi?", "Oh sì, Miss Woodhouse, che idea meravigliosa! Corro a prendere il tosa-erba!"). Abituata com'è a non essere contraddetta, lasciata sola con i suoi monologhi interiori, è più che naturale che finisca per scorgere solo ciò che non esiste e non vedere invece ciò che ha sempre avuto sotto il naso, non prendendo in considerazione, nemmeno per un'istante, l'idea di poter commettere un errore.

 
 Alcuni anni dopo aver letto Ragione e sentimento, mi sono accostato a Persuasione, il canto del cigno dell'autrice, scritto subito dopo Emma e pubblicato postumo, un romanzo che è la trascrizione in parole di un tramonto autunnale: dolce, malinconico eppure abbagliante.
Come credo di aver già avuto occasione di scrivere in una delle mie solite digressioni, la protagonista, l'umile e pacata Anne (l'anti-Emma), si lascia scappare un bel bocconcino di marinaio, malconsigliata da una cara amica di sua madre (che dubito avrà la fortuna di festeggiare il centesimo compleanno). Poi, quando se lo ritrova davanti, sette anni più tardi, tutto abbronzato e bello stagionato, la ragazza - che nel frattempo è un po' sfiorita - si rende conto che la conservazione sotto sale ha donato moltissimo all'oramai capitano Wentworth, e capisce di sbavargli ancora dietro. A questo punto però teme che non ci sia più trippa per gatti.
Su questa semplice trama la scrittrice costruisce la sua opera più struggente, in cui dialoghi e battute di spirito cedono il posto all'introspezione e al silenzio. E' qui che la Austen fa mostra della sua maturata sensibilità, propria di chi ha amato e ha perduto. Persuasione è senz'altro uno dei libri più confortanti che abbia mai letto, e forse anche più illusorio di una fiaba Disney. Consigliatissimo per chi si è pentito delle proprie scelte in fatto di vita sentimentale.
Cinicamente si potrebbe dire che i romanzi di Jane Austen ruotino tutti intorno a matrimonio, pettegolezzi, rendita, matrimonio, valori della nobiltà terriera e matrimonio (per caso ho dimenticato di dire che si parla principalmente di matrimonio?). E poi, sì, ci sono almeno una trentina di personaggi (anche nello stesso romanzo) che si chiamano Mary o Elizabeth o Jane (per quanto non manchino curiose scelte onomastiche come Jemima o Fitzwilliam), senza contare che non succede praticamente niente (uno può anche sognarsi inseguimenti, esplosioni e sessioni di sadomaso: più che di Fifty shades of grey, qui si parla di Fifty shades of Earl Grey.)
Eppure tornare a leggere un libro di Jane Austen è un po' come tornare a far visita ad una vecchia amica. Quando non ti spinge a confidarti con lei, facendoti riflettere sulla tua contorta natura, ti distrae con qualche sano pettegolezzo. Ciascuna delle sue storie è accogliente come la conca impressa dal tuo sedere sulla tua poltrona preferita. Te ne stai lì, col naso incollato alle pagine, a leggere di chiacchiere di paese e proposte di matrimonio, ed è un po' come ritornare alle estati della tua infanzia, quando ascoltavi la nonna chiacchierare con le vicine di questioni di poco conto, tanto per far passare il tempo.
Jane Austen è molto più di questo, naturalmente, è soprattutto ironia, delicatezza e felina sagacia, ma certo è che sa come farti sentire a casa tua.
Continua...

* Da Francesca Cacace, Pamela moderna dai coloratissimi completini Moschino, ho imparato più cose che a scuola, come la regola per cui in ospedale ci si deve sempre vestire in modo provocante.

martedì 6 agosto 2013

Ricordi cordovesi (capitolo secondo)

"E come dico sempre io, se non è barocco è un pastrocchio." (Tockins)
Lo so, vi ho lasciati col fiato sospeso, senza alcuna anticipazione sulla conclusione delle mie rocambolesche avventure a Córdoba. Se può consolarvi, di fiato ne abbiamo avuto ben poco, io e le mie improbabili compagne di viaggio, mentre arrancavamo esanimi per le interminabili rampe della Giralda, il sommo campanile della Cattedrale di Siviglia. Da quanto ho capito, a Siviglia non amano i gradini. Di scale nemmeno a parlarne. Solo rampe. Persino in stazione ci sono rampe mobili, anziché scale mobili, col rischio di sfracellarsi a terra e morire schiacciati dal proprio trolley.
Dicevo... conclusa la nostra gita a Siviglia, dopo aver ammirato la città dall'alto della torre campanaria e aver esaminato dal basso le minuziose decorazioni da mille e una notte dell'Alcázar, siamo ritornati alla californiana Córdoba, che ci ha riaccolti coll'asfissiante abbraccio dei suoi trent'otto gradi centigradi. Peccato non essere riusciti, per questioni logistiche, a visitare anche Granada, la Grande Mela(grana.)
In compenso, però, ci siamo ricreati negli incantevoli, ombrosi e verdeggianti patii del Palacio de la Viana (per la serie "case da sogno"), disquisendo di Averroé, declamando sonetti di Góngora e cercando di stabilire a chi somigliasse la nostra guida. Perché si sa, ogni giardino ha il suo serpente. Smunta, dalla pelle bruna e avvizzita, vestita di verde e tutta tintinnante di gioielli simil-aztechi, per me assomigliava terribilmente a Yzma de Le follie dell'imperatore. Mia madre invece l'ha chiamata tutto il tempo Belfagor (è curioso come a generazioni diverse corrispondano associazioni mentali diverse.) In ogni caso, credo che il suo aspetto si avvicinasse soprattutto a quello di un'iguana: sono arrivato a questa conclusione confrontando la sua faccia squadrata e gli occhi vacui e contornati di nero con i rettili di un antico arazzo francese raffigurante la fauna delle Indie Occidentali.
La sosta successiva del nostro tour è stata la siesta a Plaza del Potro, citata da Cervantes - come afferma orgogliosa una maiolica - nel suo Quijote, "il più bel romanzo del mondo." A pochi passi da Plaza del Potro, c'è il bar-ristorante Sojo, citato da Raffy nel più bel blog del... okay, va be, il paragone non regge, ma in ogni caso vi raccomando questo posto: non c'è niente di meglio di un cocktail ghiacciato all'ombra degli aranci, col sottofondo del ciarlare allegro dei pappagallini e l'ansimare di un riccioluto perro de agua (una razza canina autoctona della Spagna), mentre le acque color giada del Guadalquivir scorrono placide sotto lo sguardo bonario della statua dell'arcangelo Rafael. I ritmi lenti del vivere spagnolo invitano il viaggiatore all'indolenza e invogliano anche il maniaco delle "tabelle di marcia" a fermarsi ogni cinque minuti per spiluccare qualche stuzzichino. Per ogni tappa, un giro di tapas.

Arance di Julio Romero de Torres (1895-1905), il pittore cordovese famoso per i suoi
ritratti femminili ("Da lui è nata la leggenda che le
ragazze di Córdoba siano le più belle
di tutta la Spagna" mi ha ragguagliato Selena, leggermente piccata, "E' per questo
che qui se la tirano tanto...")
In alto a destra Plaza del Potro (Córdoba), al centro un ponte di Plaza de España
(Siviglia), fiabesca piazza neo-moresca ricoperta di maioliche dipinte (ci hanno girato
persino alcune scene di Star Wars), in basso a sinistra la mia mano che solleva
un bicchiere di tè alla rosa e al gelsomino, in basso a destra un balcone chiuso della
Judería (il quartiere ebraico di Córdoba)
 
Poi, tra chiacchiere e frutta secca, arriva l'ora del tè. E che fai, puoi dire di no a un buon tè gusto shampoo alla rosa e al gelsomino in una delle arabeggianti teterías del quartiere ebraico?
L'idea era di bere qualcosa di fresco, ma poi mi sono convinto a ordinare un tè caldo, guardando con menosprecio un turista nordeuropeo  fare tanto il gradasso mente armeggiava su e giù con la teiera per versare elegantemente il tè al suo stuolo di perfetti figlioletti biondi, tutti con gli occhietti azzurri traboccanti di ammirazione.
Ci siamo trastullati così, ora dopo ora, nell'ozio più sfacciato, benedetti dall'acqua nebulizzata che cala misericordiosa dall'alto di ogni bar creando una rifrescante atmosfera da foresta pluviale (anche se, con un caldo simile, avrei preferito piuttosto una secchiata d'acqua gelida in stile Flashdance). Verso sera, giusto per fare un po' di movimento, abbiamo sollevato a fatica il sedere dai cuscini di seta per posarli sulle sedie in prima fila di un ristorantino tradizionale, in attesa dello spettacolo di flamenco, mentre, nel frattempo, abbiamo tenuto occupate le mascelle con un flamenquín, una specie di cordon bleu di forma fallica. L'esibizione è stata intensa, per quanto il duende fosse ostacolato dalle battute di Grace e dalla sua altruistica pretesa di fare vento alla cantaora col suo ventaglio fresco di acquisti. La bailaora assomigliava molto a Sarah Jessica Parker, però con i capelli neri, e vestita meglio. Oltre al fatto che Sarah Jessica Parker non pesterebbe mai così forte i piedi per paura di rovinare le sue Manolo Blahnik.
Non so perché, ma ogni volta che sono in Spagna c'è sempre qualcosa o qualcuno che mi fa pensare a Sarah Jessica Parker.
E a proposito di Sarah Jessica Parker, non credo di essere mai salito su così tanti taxi come durante questa vacanza. Neanche Carrie in tutte le sei stagioni di Sex and the City. Ce la siamo presi comoda come non mai, forse perché, come ha acutamente osservato Selena, non c'erano maschi brontoloni e oltranzisti del risparmio (velata allusione ai nostri padri, comunemente noti come Totò e Peppino: praticamente un mostro a due teste.)
Dopo una tale, sfiancante via crucis gastronomica,  io e Selena siamo ancora abbastanza energici da gettarci a capofitto nella trasgressiva notte cordovese, dove il ritmo caliente del reggaeton di Henry Mendez e Pitbull prende il posto del flamenco. Sì, so che è difficile da credere, ma Pitbull "canta" anche canzoni da solo.
Per la disco del venerdì sera ho sfoggiato il mio nuovissimo look "sono troppo in ritardo per infilarmi la camicia nei pantaloni e abbottonarmela tutta", meglio conosciuto come "sveltina in ufficio", outfit che in patria ha già riscosso un inaspettato successo di pubblico e di critica. Penso proprio che dovrei farla finita una volta per tutte con la mia solita morigeratezza da carmelitano.
Selena, luccicante di paillette, chiama un taxi con la disinvoltura di Serena Van Der Woodsen, e sfrecciamo insieme alla volta del tanto chiacchierato Palazzio. La discoteca non si riempie prima delle quattro, quando io ormai continuo a ballare per inerzia, da sonnambulo. Una specie di abulico burattino animato dalla vodka limón.
C'è da dire una cosa, però, sui modi calorosi degli spagnoli: quando devono spostarsi attraverso folle di discotecari sudaticci, non si fanno largo a spintoni e strattoni come molti rozzi italioti, ma si aprono un varco con estrema, sensuale gentilezza - che siano ragazzi o ragazze -, accarezzandoti soavemente la schiena. Ci manca solo che ti facciano un massaggio. Nessuno tenta esplicitamente di rimorchiare, è uno scambio di effusioni generale che risulta oltremodo rilassante.
Sorto il sole, purtroppo, giunge anche il momento di ripartire alla volta di casa. Così, mogi e avviliti, trolley alla mano, ci dirigiamo verso la stazione, con addosso tutto ciò di cui Selena è riuscita a caricarci (neanche fossimo una carovana di mercanti gitani) per uscire incolumi dal Tribunale dell'Inquisizione presieduto dalle arcigne hostess Ryanair. Mary e Grace, emule della zingara Cloris, si sono dovute ricoprire di maglioncini, t-shirt e bijoux, con una anello ad ogni dito delle mani e dei piedi. A me è andata meglio: la collana di Serena, tutta spuntoni metallici e perle, andava sorprendentemente d'accordo con i miei jeans d'acchiappo aeroportuale e la mia t-shirt bianca con la stampa di Escher. Un po' rockstar in vacanza, un po' gypsy. Ultimamente sto sperimentando mise che non avrei mai pensato di indossare. Mi sa che devo aprirmelo anch'io, il fashion blog.
Non temete: scherzo.
Dopo un interminabile, inelegante ritardo e una serie di esasperanti disguidi coi bagagli, riusciamo finalmente a mettere piede sull'aereo. E' qui che, strizzato nell'angusto corridoio, tra valige volanti e passeggeri sbuffanti come tori a Pamplona, assisto ad una scena tragica degna di Seneca: un'anziana signora dall'aspetto aristocratico, forse un'attrice in pensione, prende posto vicino al finestrino ed esclama a gran voce, con fare teatrale: "La Ryanair non mi vedrà più!" Poi getta indietro la testa e si abbandona ad uno scroscio di risate isteriche, che risuoneranno ancora a lungo nei miei ricordi cordovesi, facendomi sudare freddo. "Sì... ahahahahah... la Ryanair non mi vedrà più! AHAHAHAHA...!"

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