sabato 29 giugno 2013

Speciale Pubblicità insopportabili #2 - Colazione a casa Bullet!

Divertiti anche a tu a mescolare gli ingredienti e a mixare i personaggi per creare sempre nuove
ricette e infinite combinazioni extra-coniugali!
Ci sono vecchie pubblicità insopportabili che riescono a mantenersi sempre fresche e invitanti. Così, in preda a una dolce nostalgia, ho deciso di omaggiare con questo Speciale una delle televendite più riuscite e più amate di sempre, quella del fenomenale Magic Bullet, un classico intramontabile, una pregiata gemma di arte pubblicitaria che mi ha tenuto incollato al televisore sin dalla mia tenera pre-adolescenza. E' porno a tutti gli effetti per noi appassionati di pubblicità: non importa quante volte abbia guardato con occhi traboccanti di meraviglia le stupefacenti opportunità culinarie offerte da questo magico mini-mixer universale, ogni volta è come se fosse la prima. Come resistere alla calda accoglienza di Mick e sua moglie Mimi? Chi non sognerebbe di alzarsi dal letto, trascinarsi in cucina e vedersi porgere uno smoothie preparato con amore da questa radiosa coppia di esaltati?
Sfortunatamente la versione italiana di questa televendita, che chiaramente si ispira al dialogo rinascimentale, non è disponibile su Youtube, ma anche chi non mastica l'inglese potrà gustare pienamente la visione di un conciliabolo di idioti a bocca aperta che si esibiscono in cori di "WOW!" e "Incredibile!" di fronte alle prodigiose virtù di un mini frullatore. In una cucina linda e spaziosa (dove prevalgono colori caldi e rassicuranti, tipici delle serie tv e delle sit-com americane anni '90, da Genitori in blue-jeans a Una bionda per papà, da La TataOtto sotto un tetto), un variopinto campionario di fauna suburbana si riunisce intorno all'isola della cucina dei coniugi Bullet, che si sono svegliati di buon'ora per frullare praticamente qualunque cosa capiti loro a tiro.
Guardando il video in lingua originale potrete far caso alla pronuncia ridicola di alcune parole e a buffi suoni curiosamente dotati di senso compiuto: io stesso non riesco a smettere di ascoltare e riascoltare Mick esclamare "He's got strawberry 'n' banana!" al minuto 00.19 (da non perdere).


Il personaggio di Mimi, la perfetta padrona di casa tutta zucchero, si rifà senza dubbio alle casalinghe disperate di Wisteria Lane. Sono certo che, dietro quel sorriso imperturbabile, frullino a tutta velocità, come per effetto di Magic Bullet, inconfessabili dubbi e penosi interrogativi: "Mio marito mi troverà ancora attraente? Come la prenderebbe se riprendessi a lavorare? E se le punte dei miei capelli dovessero afflosciarsi, cedendo alla forza di gravità?"
Piuttosto che tentare di dare una risposta a queste angosciose domande, è sempre meglio tenersi occupati e provvedere al sostentamento dei propri ospiti. Il primo a presentarsi per la colazione è Berman, il misantropo calvo il cui unico amico è il suo barman, che si avvicina con passo da orso letargico e con indosso un'orrenda vestaglia di peli di procione (lo stesso che gli ha trasmesso la rabbia). Mimi, che invece sprizza energia e vitalità da tutti i pori (tutto merito dei suoi milkshake alla frutta, ricchi di vitamine... e, probabilmente, anche metamfetamine) saluta con un raggiante "Good mooorning Berman!" il suo ospite ancora stordito, che, chiaramente, si è alzato dal lato sbagliato del letto, per di più con un cerchio alla testa, la luna storta, la luna lucente della sua pelata e le scatole che girano più vorticosamente delle affilatissime lame di Magic Bullet (minuto 00.04). L'irascibile Berman non riuscirà proprio a perdonare alla padrona di casa il suo sonoro buongiorno, visto e considerato il rancoroso sarcasmo e l'espressione blasé che lo contraddistinguono durante tutta la presentazione ("Andiamo, Mimi, [mi stai dicendo che davvero usi Magic Bullet] tutti i giorni? Proprio tutti tutti tutti?", al minuto 03.45) Il burbero bevitore di Bourbon smette di brontolare solo alla fine, quando lo costringeranno a trincare un bel beverone di frutta e ortaggi misti, in cui, miracolosamente, non si avverte il ributtante sapore dei broccoli: "E' buonissimo! E pensare che non sopporto le verdure!" commenta, con ritrovato brio (minuto 14.31).
Ma in cucina c'è anche Tina la biondina, che si meraviglia e trasecola per il più banale frullato, regalandoci enfatiche espressioni facciali quasi degne di una nota esponente del trash televisivo made in Italy. A Tina gli autori hanno affidato il compito di riassumere e ricapitolare le gloriose gesta di Magic Bullet, come se il nostro span di memoria fosse insufficiente per immagazzinare tutte le sue strabilianti capacità. Accanto a lei, il suo sposo Ike, uomo dall'irreprimibile mascolinità, che, fissando con aria sdegnosa la capelluta Wilma e il suo cotonatissimo marito mentre degustano i loro deliziosi smoothies ai frutti di bosco (roba da donne e da effeminati), agita nervosamente la clava e chiede a Mimi se "C'è qualche possibilità di avere una vera colazione?" E per "vera colazione" intende una frittata di uova di pterodattilo, seguita dalla quotidiana bistecca di brontosauro (minuto 00.57).
Attirata dal profumo dei "ben due diversi tipi di muffin!", fa la sua sinistra apparizione anche Hazel, la megera del vicinato, con la sigaretta (spenta) perennemente in equilibrio tra le labbra secche e raggrinzite come prugne californiane (minuto 02.11). Potrebbe benissimo essere la nonna di Jigen, e non mi stupirei se anche lei ci sapesse fare con le armi: riesco ad immaginarla perfettamente, in camicia da notte, sul portico di casa, mentre si diverte a terrorizzare i bambini del quartiere con in braccio un fucile da caccia.
Poco dopo l'arrivo dell'ultima pensionante (minuto 03.52), a tradimento, i padroni di casa sorprendono gli ospiti con una domanda da un milione di dollari:

MICK: Ora vi chiedo, qual è il peggior lavoro da fare in cucina?
MIMI: ... quello con cui comincia quasi ogni pasto?

Avanti, non ditemi che non conoscete la risposta!
Lo facciamo all'inizio di quasi ogni pasto. E' un gesto quotidiano che ripetiamo ogni mattina, ancora prima di avvitare la caffettiera a colazione. Il nostro primo pensiero subito dopo aver salato l'acqua per la pasta. Una cena, poi, non è una vera cena se non lo si è fatto per bene. Di cosa stiamo parlando? Nessuna idea? Davvero?
Per fortuna c'è Hazel, che, oltre alla sigaretta incollata all'angolo della bocca, ha anche la risposta esatta sulla punta della lingua: "Sminuzzare l'aglio! Quel puzzolente, nauseabondo aglio!"
Sì, lo so, vi state tutti chiedendo come avete fatto a non pensarci prima...
Ma i quesiti sollevati da questa telepromozione sono molti altri, uno più enigmatico dell'altro. Per esempio, il marito di Wilma si chiama per caso Fred? La scelta dei nomi "Tina" e "Ike" è casuale o era aperta intenzione degli autori omaggiare Tina Turner e suo marito Ike?
Ma soprattutto... per quale motivo otto adulti dovrebbero dormire nella stessa casa? Non sono un po' troppo cresciuti per un pigiama party?
Sarebbe logico pensare che si tratti di un raduno di scambisti. Un remix di coppie annoiate e desiderose di dare un twist trasgressivo alla routine matrimoniale. D'altronde non può esservi altra spiegazione.
Non è da escludere che l'arguta Mimi abbia intuito la perversa attrazione di suo marito per Tina la stupidina, che è praticamente identica a lei (sicuramente vanno anche dallo stesso coiffeur), col vantaggio di essere più giovane di almeno un decennio. La donna avrà forse rinunciato all'idea di accettare (con un'accetta) la rivale e accettato pazientemente di assecondare i capricci del marito Mick, in piena crisi di mezza età, rivalutando la situazione come una buona occasione per esplorare a sua volta il mondo al di là delle frontiere del proprio talamo nuziale.
Verosimilmente, però, Berman e Hazel sono stati esclusi dal gioco a coppie, data la loro innegabile repellenza. Che la rispettiva dipendenza dal fumo e dall'alcool siano una reazione al loro senso di inadeguatezza e alla loro inesistente vita amorosa?
Se poi consideriamo le abitudini culinarie di Hazel, che inaugura "ogni pasto" sminuzzando aglio come se dovesse farcirci le tombe di un intero cimitero transilvano, è facile intuire quanto siano mefitiche le esalazioni della sua cavità orale. Basta mixare, servendosi naturalmente di Magic Bullet, due spicchi d'aglio, due manciate di mozziconi di sigaretta e un secchio di gin da due soldi per avere un'idea abbastanza precisa di cosa si provi a pomiciare con lei. E il tutto in soli 1... 2... 3... 4 secondi! Neanche il tempo di pronunciare una delle bizzarre espressioni cockney di Mick, come "Bob's your uncle" o "Fanny's your aunt."
Ora che ci penso, ho come il sospetto che la sulfurea Hazel e il caustico Berman possano essere imparentati. Ma la televendita si conclude senza alcuna agnizione o sensazionale rivelazione: tutto rimane sottinteso, non detto, celato. Come in un centrifugato di frutta e verdura, non si riesce più a discernere i vari ingredienti.
Ed è proprio questa la magia di Magic Bullet. Questo straordinario congegno alchemico, grattugiando, macinando, affettando, maciullando e mescolando ogni tipo di ingrediente, riesce a deliziarci con un'infinità di seducenti salse dai colori innaturali e invitanti mousse al cioccolato grigio, in più arricchisce di sapore ogni ricetta (minuto 08.25), da un fumante piatto di "Pesto Pasta" a un'abbondante porzione di "Fettucini Alfredo" (quest'ultima una famosissima specialità "italiana" che consta sostanzialmente di fettuccine stracotte color alga che nuotano in un mare di colla vinilica). Allo stesso tempo, però, Magic Bullet assembla, amalgama anche vite ed esperienze. Unisce persone diverse per età, forma, vizi ed abitudini, e tutto questo per offrirci, infine, un saporito guacamole di umanità.

venerdì 21 giugno 2013

Una serie di accademici accadimenti I - Stranieri e strani estranei

Spero vi piaccia l'ananas, il tropical mix era esaurito. E l'ACE non mi piACE. Ma chi può
aver inventato un gusto del genere, un farmacista?
Mentre percorro il lungo e impervio sentiero dorato, lastricato di buone intenzioni, che conduce verso l'agognata Laurea, comincio ad avvertire il rapido ed inesorabile declino delle mie facoltà mentali. Perciò ritengo sia il momento di raccontarvi, prima che sia troppo tardi, delle mie avventure in facoltà. Naturalmente, però, la lettura di questo post è facoltativa. Potete benissimo avvalervi della facoltà di leggere altro, ma se vorrete proseguire vi sarete guadagnati almeno un pied-à-terre nel mio cuore (se commentate anche una villetta, sempre nel mio cuore.)
Ad immatricolarmi ci sono andato attaccato alla gonna di mammà, e so cosa penseranno molti di voi: quanto sia disdicevole varcare la soglia dell'Alma Mater con la propria madre. Ma vi posso assicurare che la sua era una presenza puramente rituale. Ho ritenuto doveroso che presenziasse a questa cerimonia di passaggio. Non l'ho certo voluta accanto a me per supplire alla mia sveviana inettitudine o alla mia avversione per qualsivoglia pratica burocratica. E poi comunque la sua presenza è stata concepita soprattutto come una citazione dell'episodio di Una mamma per amica in cui Lorelai e Rory fanno una gita ad Harvard. Ma mentre le Gilmore contemplano ammirate i gloriosi cancelli dell'illustre università il cui nome fa rima con il regno degli déi nordici e si soffermano a rimirare i gloriosi cancelli da cui sono entrati e usciti fior fior di premi Nobel, quando io e mia madre abbiamo posato per la prima volta lo sguardo sulla facoltà di Lingue, ci siamo piacevolmente sorpresi dell'apparente stabilità architettonica dell'edificio e della rassicurante presenza di uscite d'emergenza. Mia madre ha cominciato, come suo solito, a familiarizzare con tutti gli studenti intrappolati nella coda purgatoriale della Segreteria, ed è inutile dire che nel giro di mezzora era in grado di recitare a memoria vita, morte e libretto di tutti i presenti. "Vedrai, ti troverai bene" mi assicura una ragazza dalla voce roca di tabagismo, guardandomi con i suoi intensi smokey eyes appena nascosti dietro il sipario di un caschetto biondo sporco, "Forse dal prossimo semestre ci sarà anche la carta igienica nei bagni..."
Deliziati dalla notizia, volgiamo le nostre attenzioni a una ragazza italo-venezuelana, abbordata (ça va sans dire) da mia madre, che l'aveva sentita parlare in spagnolo al telefono, visibilmente affannata, afflitta e sfiancata dall'afa. La maja, mentre si desnuda per combattere il caldo, mette a nudo le sue preoccupazioni, dimostrando anche lei una scarsa dimestichezza con la lentocrazia universitaria.  Così la aiutiamo a procurarsi un modulo di cui era sprovvista e, un istante dopo, una madre venezuelana si materializza davanti a noi, straripante di gratitudine, neanche avessimo strappato sua figlia alle acque infide del Maracaibo. La donna, che chiameremo Doña Gloria, riesce ad eclissare totalmente la sopracitata socievolezza di mia madre: dopo appena due minuti, si rivolge a lei e a me con espressioni come "mi amor" e, per di più, ci fornisce una dettagliatissima, picaresca autobiografia, soffermandosi sulle motivazioni che l'hanno indotta ad abbandonare Caracas: una storia personale a metà strada tra Eliodoro e Anche i ricchi piangono, la telenovela preferita dei miei nonni. Noi la ascoltiamo rapiti, all'ombra della sua opulenta,  prosperosa corporatura. Era come trovarsi difronte all'Archetipo della Madre, o a una di quelle floride dee precolombiane piene di seni e serpenti attorcigliati alle braccia, simboli della fecondità della Natura, con un bacino ampio e generoso come quello del Rio delle Amazzoni. Al congedarsi, ha rinnovato i suoi affettuosissimi ringraziamenti, ci ha baciati appassionatamente sulle guance e avvinti in un stretta da anaconda. A dire il vero, Doña Gloria ha abbracciato (senza alcun motivo) anche il Ragazzo Piccione, un tipo strano che ci ha seguiti ovunque, facendo avanti e dietro col collo come il suddetto volatile, con uno sguardo fisso e un po' ebete e la strana boccuccia perennemente contratta, ma con una piccola apertura al centro (una specie di sfintere, più che una vera e propria bocca).
In ogni caso non potrò mai dimenticare quel lungo abbraccio... caldo, umido e profumato come la foresta pluviale: è stato un po' come stringere tra le braccia l'intero Sudamerica. Non potevo desiderare benvenuto più caloroso.
La professoressa Zizzania, una delle mie insegnanti di francese, ha accolto me e i miei compagni quasi con altrettanto calore, facendo sfoggio, alla sua prima lezione, di eccezionali doti parenetiche: "Non troverete mai lavoro, il vostro impegno non verrà mai ripagato, molti di voi finiranno a rovistare nei rifiuti, o con la faccia premuta contro la terra a mangiare radici come Rossella O'Hara. Non c'è speranza, non c'è felicità, quello che voi chiamate 'vivere' è solo 'morire vivendo'. Che ci state a fare qui? Questa facoltà non servirà a niente. L'università non serve a niente. Siete spacciati! Io non ho figli, ma se ne avessi probabilmente li mangerei, perché le condizioni ambientali non sono abbastanza favorevoli per la loro sopravvivenza: non ci sarebbe cibo a sufficienza per tutti, figuriamoci mandarli all'università! E' un mondo crudele, non esiste più liberté, egalité, nè tanto meno fraternité! Bisogna lottare con le unghie e con i denti per sopravvivere. Pochissimi ce la fanno. Quasi nessuno. Sicuramente non voi. Andate via. Scappate. Io sto per andarmene. Tutti dovrebbero andarsene. La fine è vicina. Recessione! Morte! Distruzione! Apocalisse!"
Credo abbia alle spalle un passato da ragazza pon pon, perché il suo discorso è stato davvero incoraggiante: mi ha incoraggiato a cambiare classe e lingua. Adieu français!
Le mie prime settimane da universitario sono state decisamente solitarie. Spaventato ed ancor emotivamente troppo fragile, credo di aver trascorso più tempo nei pressi della mia facoltà o nelle facoltà altrui che nella mia. Non so quanto questa dicitura sia diffusa sul territorio nazionale, ma almeno da noi si suole definire "Scienze delle Merendine" i rami universitari giudicati inutili o meno impegnativi di altri. Ebbene, io sono uno dei pochi che possa affermare di averle studiate davvero, le merendine: le macchinette degli snack, così luminose e materne, sono state un enorme fonte di conforto. Passavo quasi tutto il tempo a poppare dagli Yoga Tasky, neanche fossi Maggie Simpson (Freud direbbe che sono rimasto fermo alla fase orale, cosa che comporta vittimismo, dipendenza dal cibo e sarcasmo pungente). Mi divertivo perfino a confrontare i prezzi e la qualità degli snack delle varie facoltà come Di Pietro, l'impiccione di Occhio alla spesa, che va in giro a chiedere alle vecchiette quanto hanno pagato i pomodori pachino o l'insalata belga: comprare una bottiglietta d'acqua da Psicologia al prezzo irrisorio di venticinque centesimi mi faceva sentire un genio della finanza, e quando c'erano le vaschette di ananas a chilometro zero.. era un po' come Natale. Senza contare il mio adorato succo di frutta al gusto di detersivo (il segreto è il sapore saponoso della melissa) o il sublime purè di mela di Medicina.
Ma il mio porto sicuro, il mio rifugio preferito dalle brutture del mondo era senza ombra di dubbio il ristorante greco dietro l'angolo, così accogliente, con quell'atmosfera ellenica che mi ricordava tanto il mio liceo classico, e così allegro, con tutto quel tripudio di azzurro e bianco ottico che fa tanto Mamma mia!.
Mentre cercavo di mandar giù la mia pita gyros con patatine spolverate di paprika mantenendo allo stesso tempo una minima parvenza di dignità (impresa impossibile), mi capitava spesso di ripensare alle parole della Zizzania. Il suo volto, dalle fattezze spaventosamente simili a quelle della professoressa Fullin, appariva minaccioso e incombente su di me come un'apparizione del Macbeth, non per impartirmi una lezione di tuscolano, bensì preannunciandomi un futuro da clochard.
Per adattarmi alla vita in strada, ho deciso, di condurre il mio lavoro di universitario en plain air: perché studiare in una stanzetta poco areata, seduto accanto a un tizio sudato che legge "a bassa voce", quando posso farlo al fresco, comodamente adagiato su una panchina, sotto l'ombra di una palma, circondato da vetrine di lusso, sotto gli occhi benedicenti dei commessi di Louis Vuitton?
Un dì, mentre ero immerso in tali considerazioni, qualcuno attira la mia attenzione: è una ragazza giapponese, accaldata e disperata, che, trascinandosi dietro il suo trolley, mi chiede le indicazioni per la stazione. "Oh, è semplicissimo, deve solo proseguire dritto. Non può sbagliare."
"Grazie mille" risponde lei, con un sospiro di sollievo. "Sei l'unico che conosca l'inglese tra quelli che ho incontrato..."
"Non sai quanto sei stata fortunata ad avermi incontrato, Katsuko" penso, tutto tronfio e soddisfatto, carezzando con uno sguardo di tenera compassione i vecchietti e i liceali disertori che ciondolano oziosi per la strada. Ma la sua fortuna più grande è stata pormi l'unica domanda a cui avrei saputo rispondere, visto l'ormai proverbiale senso dell'orientamento del sottoscritto, che deve disseminare la strada di patatine alla paprika per ritrovare la fermata dell'autobus.
Guardando il suo sorriso senza età e, subito dopo, i suoi capelli (lunghi e neri come quelli di Sailor Mars) dondolare appena al suo incedere verso la stazione, ho capito che, tutto sommato, ho fatto la scelta giusta per me. Se la mia deve proprio essere un'esistenza da pícaro, se proprio dovrò vivere di espedienti, saprò di poter sempre salire su un treno, o volare, come un uccello migratore, verso nidi più sicuri, o lidi più caldi (inettitudine permettendo).
Qualche, volta, però, pur parlando la stessa lingua, noi essere umani riusciamo ugualmente a non capirci. Una sera, di ritorno dalle lezioni, camminavo per quella che io chiamo affettuosamente International Square, per il suo essere un affascinante melting pot di lingue e culture. Ma al calar del sole, d'inverno, quando gran parte delle badanti, ciarliere e rassicuranti, è ormai a casa da un pezzo, ben pochi lo definirebbero un locus amoenus. Affretto il passo, cercando allo stesso tempo di mostrarmi disinvolto, ma queste raffinate tecniche di dissimulazione falliscono nell'ambiziosa pretesa di rendermi invisibile come un furtivo ninja. Un uomo punta gli occhi su di me e, con fare minaccioso, ringhia: "Le scarpe e la borsa."
Io abbasso istintivamente lo sguardo sulle mie scarpe e la mia tracolla. Confuso, miagolo un "Scusi, non ho capito."
Lui, deciso a non argomentare, si limita a ripetere: "Ho detto, le scarpe e la borsa."
Avevo un vago sospetto che volesse portarmele via, ma non capivo perché rimanesse lì, a tre metri di distanza, anziché assalirmi come ogni scippatore degno di rispetto. Non avevo ben capito quali fossero le sue intenzioni e mi sembrava scortese chiedere: "Mi scusi, vuole derubarmi, vendermi qualcosa oppure farmi i complimenti per le mie scarpe e la mia tracolla di pelle?". Sarei apparso ingenuo, prevenuto e vanesio allo stesso tempo. Così alla fine ho optato per la parte a me più congeniale: quella dello svampito. "Mi scusi, non ho capito" chiudo lì, e mi allontano con non-chalance. Il presunto scippatore questa proprio non se l'aspettava. Rimane con un palmo di naso, poi mi grida dietro, infuriato: "Ma lo capisci l'italiano?!"

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

martedì 4 giugno 2013

Pubblicità insopportabili #24 - Artisti fuori strada

Io proprio non riesco a capire perché McDonald's sia così ritrosa a pubblicare su YouTube i propri spot. Non essere ancora riuscito a vedere Belén Rodriguez in veste di testimonial della nuova insalata di pasta è una cosa che mi scompiffera alquanto. A nulla sono valsi inseguimenti, spasmodiche ricerche su Google e interminabili appostamenti davanti alla tv: Belén è oramai la mia balena bianca, elusiva e misteriosa come un chupacabra.
Selvaggia Lucarelli si è avventata su di lei come neanche un bracco sulla selvaggina, io, invece, non ho ancora appagato la mia sete di sangue, perciò penso proprio che farò strage di qualunque Pubblicità insopportabile mi capiti a tiro.
Iniziamo con Chiara Gualazzo, che ultimamente semina il panico per le calli di Venezia. Quando sopraggiunge lei, preannunciata dai suoi gorgheggi, col quel portamento aggraziato da ottuagenaria lordotica in ciabatte, le gondole si ribaltano, i cavalli bronzei di San Marco s'imbizzarriscono e stormi di piccioni migrano oltreoceano. Ma sono gli artisti di strada i più provati da questa calamità.


Capisco che la crisi si faccia sentire per tutti, Chiara, ma non mi andare a rubare il lavoro ai musicisti itineranti. Comprati un cappello tuo e scegliti una stradina dove storpiare l'inglese per i fatti tuoi.
D'altronde Venezia è piena di canali. Poi è normale che cambi canale anch'io, scusa. Cosa farai la prossima volta? Ruberai la scena al dolce Remì?
Comunque già dallo scorso Sanremo avrei dovuto capirlo che era una scroccona abituale: tutto quel suo "Portami a bere..." e "Fammi fumare..." avrebbe dovuto insospettirmi.


Lasciata una cantante, passiamo a una ballerina, il volto dello spot che per mesi è stato il nostro calcio sotto la cintola quotidiano.
Che Rossella Brescia abbia perso la retta via (oltre che la voce), s'era già capito, visto che ormai fa qualunque cosa, tranne che ballare. Le manca solo di presentare il Circo di Montecarlo. E le dimostrazioni della Tupperware.
Più guardo questo spot, però, e più mi convinco che senta la mancanza del tutù.
Quello lì non è soltanto un calcio sadico e immotivato, ma un grand jeté allo stadio embrionale, un passo di danza sfuggito al suo controllo. Quel calcio è chiaramente il grido d'aiuto di una ballerina che vuole tornare a vivere in punta di piedi.
In ogni caso il grido più forte è quello dello sventurato facchino.
Magari consegnava scarpe a domicilio per pagarsi la scuola di danza...
Magari anche lui aveva un sogno...
Magari immaginava già di interpretare il Topo n°9 ne Lo Schiaccianoci...
Ma probabilmente quel calcio, oltre ai suoi legamenti, ha infranto anche ogni sua speranza di entrare nel mondo del balletto, di raggiungere con un pas de chat l'agognato successo.
L'entusiasmo per le nuove scarpe e la raucedine non sono motivi credibili per quel colpo asinino scagliato a tradimento. Dev'essere scattato qualcos'altro nella mente di Rossella, ballerina repressa, alla vista di questa nuova promessa della danza. Molto probabilmente, una reazione psicotica in stile Il cigno nero...


lunedì 20 maggio 2013

Gatsby? Quale Gatsby? "Il grande Gatsby" di Baz Luhrmann

Leonardo DiCaprio brinda in onore de Il Tè, che oggi festeggia il 100° post.
Grazie a tutti per il vostro sostegno!
Non capisco proprio perchè non si possa apprezzare un film e un romanzo per le rispettive qualità, per quanto possano essere differenti. Lo sguardo della critica sull'ultima creatura di Baz Luhrmann è stato impietoso, come gli occhi del dottor Eckleburg puntati con freddezza sul polveroso purgatorio della periferia newyorkese.
Eppure nessuno ha avuto il coraggio di dire che Carey Mulligan (la ridacchiante Kitty di Orgoglio e pregiudizio), scelta per impersonare la trasognata, evanescente Daisy, è oltremodo... brutta, almeno per quest'epoca. Quando la coppia Buchanan fa la sua prima apparizione, più che dinanzi a Tom e Daisy sembra di trovarsi al cospetto di Tom e Jerry. Più di una scena, in effetti, potrebbe benissimo avere impresso il marchio Hanna-Barbera: mi riferisco alle improbabili gare automobilistiche degne di Wacky Races - Le corse pazze, e ancora - perdonate l'accanimento - alla faccia da Braccobaldo bastonato della Mulligan. Tobey Maguire, poi, che ha ben poco dell'intellettuale Nick Carraway, ci costringe a sopportare l'espressione intrinsecamente ebete del suo viso. Joel Edgerton e Isla Fisher rendono giustizia ai personaggi di Tom e Myrtle, mentre è mortificato, a vantaggio dei protagonisti, il ruolo di Jordan Baker: Elizabeth Debicki, che ne veste i panni luccicanti, per tutto il tempo non fa altro che sgranare gli occhi come Betty Boop.
Insomma, difficile non alzare il sopracciglio durante la prima mezz'ora di pellicola, tutto enfasi visiva, spreco di 3D come se non ci fosse un domani, sincretismo musicale e sfavillio disneyano: un giro mozzafiato sulle montagne russe di una New York artefatta e patinata. In realtà, però, Luhrmann si limita a seguire le mosse dello stesso Gatsby: l'esordio ha tutta la frenesia e l'impazienza di un uomo che ha aspettato per anni di rivedere la donna che ama, e tutta l'opulenza e la fastosità (ben oltre il limite del kitsch) di chi non chiede altro che essere notato. Feste e baccanali, tuttavia, non riescono a riportare Daisy tra le braccia del suo vecchio amore. Per quello basterà un tè, in cui Gatsby potrà togliere la maschera di re Mida e mostrarsi in tutta la sua vulnerabilità. E' a questo punto che il ritmo della narrazione rallenta, che lo spettatore può riprendere fiato e vivere le lunghe notti insonni di Gatsby, esplorare l'estrema solitudine che circonda ogni sognatore.

Come già con Shakespeare in Romeo + Juliet, Baz Luhrmann dialoga, in modo del tutto originale e personale, col testo letterario. Il suo approccio è stato frettolosamente bollato come ridondante, didascalico, ma può considerarsi una colpa l'aver voluto includere Fitzgerald nel cast?
Al film forse manca l'eleganza che contraddistingue la prosa dello scrittore, quella volatilità che sembra ispirarsi alla brezza notturna dell'estate sulla East Coast, ma il regista controbilancia aggiungendo tutto il pathos di Moulin Rouge!
Non si può pretendere che un capolavoro della letteratura passi perfettamente intatto, così com'è, dalla penna di Fitzgerald allo schermo, senza fare i conti con la personalità di Luhrmann, col suo genuino, quasi infantile, entusiasmo (forse immortalato nel costante stupore di Maguire) e il suo innato senso del tragico. E' un lavoro che, lungi dall'essere perfetto, rimane comunque seducente.
 Leonardo DiCaprio è ineccepibile nel ruolo di Jay Gatsby, il novello Icaro, che "mira in alto", fatalmente attratto dalla luce verde del pontile di Villa Buchanan, l'esca fluorescente di un mostruoso pesce degli abissi. Il bagliore che lo blandisce, verde come la speranza e il denaro, è l'amore di Daisy, il successo, la ricchezza, il prestigio, l'ambizione titanica del self-made man. Da qui l'insistenza sulle distese d'acqua che separano lembi di terra, l'acqua che è tanto simbolo di distanza, quanto di mutabilità,  possibilità di cambiamento, di quella liquidità sociale in cui Gatsby spera di confondersi per poter entrare a far parte, finalmente, del mondo di Daisy. Da qui il continuo spostarsi dello sguardo da una riva all'altra, l'immagine frustrante di un sogno lontano eppure perfettamente visibile all'orizzonte, in modo quasi derisorio.
 
Jazz e blues incontrano r'n'b e pop in una nuova rapsodia musicale alla Luhrman.
Meraviglioso e struggente il pezzo Young and Beautiful di Lana Del Rey
(s
pero di riuscire a raccattare la versione fox-trot ballata da Gatsby e Daisy.)
 
L'identificazione tra Daisy e il sogno americano è suggerita dalla sua stessa sirenesca voce, che Fitzgerald descrive con parole indimenticabili: "... il tipo di voce che le orecchie seguono come se ogni parola fosse un arrangiamento di note che non verrà mai più suonato. [...] c'era un'eccitazione nella sua voce che gli uomini che l'avevano amata facevano fatica a dimenticare: un irresistibile desiderio cantato, un 'ascoltami' bisbigliato, una promessa che le cose allegre ed eccitanti che aveva appena fatto le avrebbe rifatte di lì a poco." E ancora, "la voce di Daisy è piena di soldi", un'inesauribile cornucopia di promesse splendenti.
Ma in verità Daisy è troppo fragile per capire chi vuole essere, e men che meno è capace di cucire su Gatsby l'identità che lui stesso vorrebbe per sé, l'io che vorrebbe poter comprare come un costoso completo su misura.
Gatsby annega come Leandro, solo nel buio, privato del conforto e della guida di quel faro verde, fiaccola lasciata estinguersi da un'Ero egoista. I ricchi come Daisy e Tom sono "gente sbadata", "rompevano le cose e persone e poi si ritiravano nei loro soldi e nella loro enorme noncuranza o qualunque cosa fosse che li teneva insieme, e lasciavano che fossero altri a pulire lo sporco che lasciavano..."
Il sogno americano rivela tutta la sua ipocrisia: i primi coloni videro nel nuovo continente una terra di infinite possibilità e libertà sconfinata, ma finirono con arroccarsi in nuovi castelli, scimmiottando l'aristocrazia europea e riproducendo la rigida gerarchia sociale da cui erano fuggiti. Tutti, come Gatsby, inseguiamo il futuro sperando di spingerci così avanti da tornare al punto di partenza. Facciamo rotta verso l'ignoto Ovest per raggiungere la vecchia India, e "così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato."
A differenza di Fitzgerald, però, Baz Luhrmann fa un ultimo regalo a quest'uomo dall'eccezionale propensione alla speranza: Gatsby precipita inesorabilmente, ma cade felice, stringendo in mano l'illusione che, alla fine, Daisy lo abbia (chi)amato.

martedì 14 maggio 2013

Pubblicità insopportabili #23 - Strani amori

La stagione più flirtereccia dell'anno non è ancora arrivata, ma l'amore è già nell'aria, o almeno nell'etere. A voi romantici e appassionati di Pubblicità insopportabili non potranno essere sfuggite due dichiarazioni d'amore che farebbero sciogliere anche i cuori più granitici (per quanto queste romantiche manifestazioni d'affetto sortiscano maggior effetto su altre parti anatomiche). Quali ispirati pubblicitari le avranno concepite? Quale perverso Cyrano de Bergerac potrà mai averle suggerite?

 
Cosa può aver portato quest'anima disperata a pensare di conquistare la sua Lucia travestendosi da coniglio gigante? Non so lei, ma io preferirei essere perseguitato dal mostruoso coniglio di Donnie Darko. Almeno non canta.
La scelta della canzone, oltretutto, è un altro inquietante segno della crisi economica: non c'erano abbastanza soldi da dare in pasto alla SIAE per una serenata degna di questo nome. Sarebbe stato meglio risparmiare sul costume. Dopotutto un travestimento del genere avrebbe senso solo se la fanciulla da corteggiare fosse affetta da zoofilia o nascondesse una sordida passione per i giochi di ruolo.

 
Si sa, l'amore è cieco, ma credo che anche certi pubblicitari abbiano qualche problema di vista, e probabilmente non se la passano bene neanche con gli altri sensi, soprattutto il buonsenso. Per chi non avesse avuto il coraggio (o la sfortuna) di vedere l'ultimo spot di Kayak, vi fornisco un breve sunto: un vacanziere, stanco della routine lavorativa e della cravatta (cappio dell'uomo moderno), si gode il suo posto al sole in una spiaggia paradisiaca (verosimilmente in Giamaica), quando, all'improvviso, come posseduto da una principessa Disney, salta su dal lettino e inizia a ballare e a cantare a pieni i polmoni il suo amore per Kayak (anche qui fior fior di parolieri hanno lavorato per mesi), lanciando ardite proposte riproduttive e auto-scritturandosi come protagonista del suo personale, delirante musical tropicale (la mise scelta, tra l'altro, fa tanto Jesus Christ Superstar). La sua passione coinvolge tutti, come le ammalianti note di un limbo, mentre il novello profeta, intrappolato nel limbo tra ragione e follia, saltella lezioso tra la folla, diffondendo la sua parola e predicando l'amore libero. Decisamente troppo libero.  
Ricordo al povero mentecatto che l'ombrellino di carta della sua piña colada non costituisce una protezione sufficiente a scongiurare le insolazioni. Lo dico perché sembra del tutto persuaso del fatto che ci si possa accoppiare con siti web o apparecchi elettronici, convinzione che mi vede fortemente scettico. Se fosse possibile, gran parte degli iPhone in circolazione sarebbero già al nono mese di gravidanza, ingravidati da bimbiminchia e quarantenniminchia col complesso del "io ce l'ho più grosso (lo schermo del tablet)".
Non si può dire, però, che lo spot del sito di viaggi non sia efficace. Ho già voglia di viaggiare: qualunque posto va bene, purché non ci sia il segnale tv.

"Ama il proxy tuo come te stesso"


giovedì 2 maggio 2013

Pubblicità insopportabili #22 - Voci fuori dal coro

Sorprendentemente certe Pubblicità insopportabili riescono a solleticare la mia a lungo sopita spiritualità. Alcune, in particolare, mi richiamano alla mente la preghiera degli Alcolisti Anonimi (non che ne abbia avuto esperienza diretta, ma in ogni telefilm c'è sempre almeno un personaggio che, come la mitica Arianna, finisce con avere una frequentazione più o meno seria col dio Bacco):

Signore,
concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare...



Tipo la voce bovina di questa donna (?). "Muuuuu... Accadì, mi sa che domani torno qui."
No, mi sa che domani torni nella stalla da dove sei venuta.
Essendo intollerante alla spremuta di mucca, non tollero essere rappresentato da una gattamorta col sorriso di Varenne. Sorvoliamo poi sullo slogan in sè e sulla scollatura improbabile della sua t-shirt.

... il coraggio di cambiare quelle che posso...

 

 
Tipo i capelli di queste due sventurate, la barista dell'Aperol Spritz (la capigliatura a nido di cicogna non ti dona per niente, fidati) e Isabeli Fontana, nuova testimonial di Stroili Oro. Mi chiedo cosa mai potrà aver fatto la top-model brasiliana per farsi odiare così tanto dal/la suo/a hair-stylist...
Si comincia bene, con lunghi capelli fluenti e, a seguire, un taglio alla Nelly Furtado, ma poi si va decisamente fuori rotta con un caschetto à la Fantaghirò e, per finire, un effetto unto e bisunto che io ottengo solitamente nei lunghi periodi di nevrotica clausura pre-esame. Penso che, anziché gettare la testa indietro sul lavabo per farsi coccolare dal/la shampista, abbia finito per le calare le trecce nella friggitrice di McDonald's.
Come se non bastasse, la canzone da lei cantata in playback produce un inquietante senso di straniamento.

... la saggezza di conoscerne la differenza.


Già che ci siamo, pregherei anche affinché i califfi di Steve Jobs imparino la differenza tra aggettivi, verbi e sostantivi. Scegliete una categoria grammaticale e andate avanti con quella, no?
Senza contare che queste parole sconnesse gridate da cori di tecnomani entusiasti mi infastidiscono alquanto. Ce l'ho io un aggettivo per voi, da leggere con lo stesso entusiasmo isterico: ESALTATI!

Il coiffeur sarà lo stesso di (suor) Lorena Bianchetti, ci metterei la mano sul... la piastra per capelli.

martedì 23 aprile 2013

Un Tea Party nella Vecchia Cara Inghilterra

 
Se c'è una cosa che mi manca della cara vecchia Inghilterra, oltre ai paesaggi gotici, i parchi e la mia dose giornaliera di cinese take-away, è la colazione tradizionale, quell'apoteosi di adipe, quel carro trionfale di colesterolo, quella cornucopia di calorie che ti aiuta ad affrontare al meglio anche la più uggiosa delle giornate oltremanica. E quale pretesto migliore per immergere la faccia in un mare di bacon e uova strapazzate se non organizzare un tea-party mattutino?
Magari lo si può declinare in forma di brunch, giusto per non rivoltare troppo i delicati stomaci tricolore dei vostri ospiti...
Se dipendesse da me, mangerei salsicce e fagioli in salsa di pomodoro anche prima del canto del gallo, ma penso sia meglio attuare qualche piccola modifica al menù, come, per l'appunto, escludere i fagioli. Tuttavia non posso transigere sulle salsicce, nè sul bacon e i funghi, magari infilati in un mini-sandwich o tra due fette di pane ben tostato. Non si può definire inglese, poi, una colazione che non preveda le uova.Vi riporto qui sotto la ricetta segreta delle perfette scrambled eggs, così come mi è stata sussurrata all'orecchio da nonna Older sul letto di morte. A dire il vero la signora era perfettamente in salute e le auguro di vivere ancora a lungo, ma "sul letto di morte" fa più effetto di "in cucina, davanti a una tazza di tè."
Come potrete leggere, si tratta della ricetta tramandata da generazioni di puristi, una ricetta senza sale, olio, panna, succo di mucca o altre aggiunte inutili e poco ortodosse. Si tratta di un processo alchemico, un rituale in cui pochi ingredienti rarefatti si uniscono in mistico sposalizio e danno vita alla quintessenza della bontà.
 
Non esistono tempi precisi: bisogna continuare a girare per qualche
minuto, finchè non raggiunge la consistenza di una poltiglia flaccida
ma compatta.
 Come avrete di certo notato, l'atmosfera è decisamente meno formale dei miei tea-party precedenti: arrivederci pretenzioso servizio da tè  e benvenute tovagliette all'americana e mug sbeccate a forma di autobus a due piani!
Ho pensato di tirar fuori i vecchi souvenir, inclusi gli inutilizzati sottobicchieri con i migliori panorami londinesi, per omaggiare l'inimitabile kitsch inglese. Peccato non essere riuscito a procurarmi una di quelle orribili tazze con i volti estatici di William e Kate, ma provvederò al più presto a rimediare. Dopotutto, basta far partire Spice up your life a palla, oppure la sigla del Benny Hill Show, e scongiurerete facilmente qualsiasi sospetto di raffinatezza ed eleganza.
Dulcis in fundo, per accompagnare l'Earl Grey, servite in tavola qualche Camillina, ovvero delle semplici tortine di carote, banali in modo quasi imbarazzante, ma dal sapore piacevolmente anni '90. Da notare la decorazione all'avanguardia, ottenuta mediante la tecnica dello stencil con un semplice tappo di bottiglia. In origine sarebbero dovute essere delle margherite, ma a guardarle si direbbero più delle uova all'occhio di bue, il che è anche meglio, visto che il tema è il full breakfast inglese.

 
Mentre mettete a dura prova le coronarie dei vostri invitati con cibi ipercalorici, non dimenticate di molestarli in ogni modo possibile, come ogni bravo padrone di casa. Potete, per esempio, costringerli a indossare orrendi cappellini da cerimonia come al matrimonio reale, oppure obbligarli a parlare con un accento inglese fasullo, o ancora potete nascondere da qualche parte un piccolo pupazzetto a forma di volpe e promettere un premio al vincitore della "caccia alla volpe", sollazzo tanto caro all'aristocrazia britannica. Se avete qualche penny da buttar via, vi suggerisco anche di scaricare l'app Children Preview per scoprire in anteprima che aspetto avrà il pargolo in arrivo a casa Windsor, se il piccolo riceverà il segnale della BBC direttamente dalle orecchie come nonno Carlo o se avrà i capelli color cheddar come lo zio Harry. I più perversi potranno anche dare un'occhiata al volto di loro ipotetici figli avuti da Carlo, il principe Filippo o dalla sempre piacente Elisabetta II. Vedeste che carini i centaurini che nascerebbero da una mia virtuale unione con Camilla!
Se vi dedicherete a tutte queste entusiasmanti attività certamente nessuno dei vostri ospiti tornerà a casa con un muso lungo alla Victoria Beckham (ma se mangerete tutta quella roba non sperate di mantenere ancora per molto la forma fisica della suddetta.)
 
I Tea Party precedenti:
Un Tea Party natalizio con lo Schiaccianoci;
Un Tea Party con delitto;
Un Tea Party nel Paese delle Meraviglie - 1° parte2° parte.

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