venerdì 22 marzo 2013

Pubblicità insopportabili #20 - A volte ritornano...

Errare è umano, ma perseverare nell'errore è diabolico.
Sto parlando degli insopportabili sequel di spot insopportabili già apparsi su questa rubrica. Ultimamente si è ripresentata in tv, puntuale come l'herpes labiale, la pubblicità dei medicinali Carlo Erba. Non sto parlando della signora stitica con l'abito dalle nuance diarroiche (ve la ricordate?), ma dall'adorabile fanciulla che, a giudicare dai capelli ramati, deve essere sua figlia, affetta da un'emicrania martellante.


Io avrei qualche parolina da rivolgerle...
Innanzitutto, sei un caso incurabile di cafonaggine e maleducazione. Entri in farmacia, senza neanche borbottare un buongiorno, e ti presenti al farmacista con un tono imperioso che nemmeno Christina Yang ai suoi specializzandi.
Oltretutto "Capisci?!" lo vai a dire a tua sorella... capito?
Con chi credi di parlare? Guarda che quello lì è Carlo Erba in persona, non tuo zio Policarpo rintronato dalla demenza senile.
"Voglio che se ne vada via."
Ma non te l'hanno detto che l'erba "voglio" è una pianta officinale che non cresce neanche nelle più fornite verande di Amsterdam?
Non puoi maltrattare il prossimo soltanto perchè ti sei svegliata con un cerchio alla testa. Potevi pensarci prima di scolarti tutti quei margarita al tuo quotidiano aperitivo dopo il lavoro... la prossima volta faresti meglio ad ordinare una Schweppessssssss. Anche perchè è risaputo che fare schweppessssssssss è un rimedio infallibile contro il mal di testa.
E' innegabile, comunque, che Carlo Erba abbia la pazienza di un santo. O che si fumi il suo stesso cognome.



Ma a ritornare a galla, come un ruttino da bevanda gassata, è anche lo spot truffaldino di Coca-Cola Zero. Il lestofante è cambiato, ma l'orrendo crimine è sempre lo stesso: servire a degli ignari consumatori dell'insalubre Coca-Cola Zero spacciandola per la classica, altrettanto insalubre Coca-Cola.
Pensavo che a perpetrare questi abominii fosse solo il lezioso ma luciferino venditore di pop-corn che abbiamo già avuto la sfortuna di conoscere (cliccate qui per rinfrescarvi la memoria), ma a quanto pare l'impenitente delinquente ha diversi complici. La scena del delitto questa volta è un concerto, a servire la bevanda è l'infida bibitara bionda, mentre a rivelare compiaciuto il diabolico inganno è un membro dello staff con la vocetta di Alvin Superstar. Intanto un Grande Fratello riccioluto orchestra tutto dall'alto e si gode lo spettacolo dalla sua postazione video.
Si tratta chiaramente di una società a delinquere.
Avete colto la velata minaccia finale? "Stai attento: il prossimo potresti essere tu."
Dovete soltanto provarci, e a zampillare sarà la vostra giugulare, altro che Coca-Cola alla spina.
E questa sì che è una minaccia.

Wanted: dead or alive.

martedì 12 marzo 2013

Pubblicità insopportabili #19 - Fate l'amore, non fate la spesa!

 
Più vado avanti nella mia missione di fustigatore di pubblicità insopportabili, più si avvalora ai miei occhi la legge delle tre S: niente tiene incollati allo schermo più della trimurti di SESSO, SOLDI e SANGUE, ma soprattutto SESSO. La prova è il patetico spot in cui Emanuele Filiberto tenta di gettarci fumo negli occhi, convincendoci delle virtù (dubbie) della sigaretta elettronica. Piuttosto io userei il Soffiablablà del gabbiano Scuttle o la pipa che fa le bolle. 
Ma non è questo il punto. La nuova, miracolosa sigaretta magica è venduta come "la più sexy". E se lo dice un sex-symbol come Emanuele Filiberto, bisognerà crederci.
Considerata l'avaria, la nauseabonda marcescenza della classe politica italiana, c'era quasi da sperare in un Regno d'Italia 2.0, ma basta una sola occhiata al principe per dissipare come fumo qualsiasi nostalgia monarchica.
 
 
Ma torniamo al sesso, infilato gratuitamente un po' dappertutto, come un cavolo a merenda. La sigaretta, perlomeno, è associata da tempo immemore al relax post-coitale, ma non posso fare a meno di chiedermi quale recondito legame possa mai esserci tra il sesso e lo yogurt, che ricordiamo, è sostanzialmente latte raggrumato e brulicante di batteri (se c'è qualche associazione, è abbastanza disgustosa da non poter essere scritta in questa sede). Io lo yogurt (di soia) lo mangio a colazione, ancora catatonico, senza provare il benché minimo prurito sessuale. Perciò non posso fare a meno di stupirmi guardando l'ennesimo spot della Müller, ditta che da anni ormai incoraggia le più originali pulsioni parafiliache: si può solo sperare che nessuno abbia preso alla lettera il fortunato slogan "Fate l'amore con il sapore", ma non ci giurerei. Il nome stesso della ditta, Müller, suona particolarmente mellifluo. Potrebbe essere il nome di un baffuto sessuologo tedesco con il vizio della mano morta.
 
 
L'ultima pubblicità è il trionfo del mummy porn, dei doppi sensi e delle allusioni neanche poi tanto velate: in un grande prato verde, dove nascono gravidanze, il grande prato dell'amor (tanto per intenderci) un gruppo di giovani donne consumate dalla libido (si tratta quasi certamente di detenute appena evase da un carcere femminile) evocano, come delle allenatrici di Pokémon, i loro uomini ideali, spiezzando in due la doppia confezione di un Müller Mix. Davanti ai loro occhi compare così una composée osé di frutti proibiti, un We are the world di figaccioni dagli sguardi seducenti, ognuno associato a un gusto. C'è solo l'imbarazzo della scelta. Una strusciatina con l'aitante tartufino al cioccolato o una limonata in amicizia col biondino gusto lime? Una pomiciata acrobatica col samurai dagli occhi a mandorla o un gioco di sguardi roventi col mirtillo dagli occhi indaco (figlio illegittimo Liz Taylor)?
Non si può non spendere una parola sul sussurro lascivo con cui tali gusti vengono enunciati...
Chi mai, dal fruttivendolo, si lascerebbe scappare gemiti voluttuosi come: "Ah... sì... ancora... sì... mirtilli..."?
Ogni mix di frutta, oltretutto, ha il nome di una località, da Bora Bora a Marrakech: vorrebbe essere un invito al turismo sessuale?
Lo spot non risponde a questi interrogativi, ma si conclude appena prima di quella che, presumibilmente, sarà un'allegra e gaudente orgia campestre.

venerdì 1 marzo 2013

"Anna Karenina", le nouveau parfum de Joe Wright

La locandina fa molto "Cronache di Narnia" per adulti.

Tutti sappiamo, anche senza aver letto l'imponente capolavoro di Tolstoj (ehm...), che Anna Karenina finirà col cedere all'estenuante corteggiamento del conte Vronskij. Allo stesso modo, è praticamente impossibile per lo spettatore resistere alle seduzioni di un abile esteta come Joe Wright. La nuova sfida letteraria del regista strega la vista, prima e più di qualsiasi altro senso. Ogni superficie è lucida, attraente, come il manto di una pantera: anche il minimo dettaglio è concepito per sedurre e predare.
La luminosità georgiana del suo Orgoglio e pregiudizio riaffiora soltanto a tratti, soprattutto nelle scene di vita rurale con protagonista Kostantin Levin, ma i paesaggi aurorali, i quadretti domestici e i candidi marmi di Pemberley sono solo un ricordo: a dominare sono i giochi di luci e ombre creati dagli intarsi d'oro ed ebano, i lampadari di cristallo, i magnifici costumi, le perle e i gioielli, le pareti foderate di seta, il paisley e il damascato. Una volta fiorita tra le verdi distese della campagna inglese, la semplice, eterea bellezza di Keira Knightley, più artistica che sensuale, si moltiplica e si riflette nelle fughe di specchi e nello sfarzo della Russia ottocentesca, fino ad abbagliare.
Acceca e disorienta anche la torbida soluzione narrativa: se in Orgoglio e pregiudizio gli eventi procedono lenti e regolari, come una piacevole passeggiata in carrozza (se pur con qualche malumore atmosferico tipicamente britannico), le vicissitudini di Anna Karenina si susseguono a scatti, come spinte dal turbinare frenetico dei pistoni di una locomotiva. Anna, l'algido Karenin, il magnetico Vronskij e tutti gli altri personaggi si muovono sul suolo instabile di una scena teatrale in continua trasformazione. D'altronde la storia della fedifraga Anna Karenina è la storia di una sfida al perbenismo e all'ipocrisia della società ottocentesca, dunque lo scenario più adatto a rappresentarla non può che essere il teatro, vetrina in cui, per secoli, si è esposta la propria rispettabilità, ma anche tribunale in cui, spesso, insieme allo spettacolo, andavano in scena le pubbliche umiliazioni. Non è all'opera che la contessa Olenska scandalizza la società newyorkese de L'età dell'innocenza? E non è a teatro che la marchesa de Marteuil comprende di essere irreparabilmente rovinata, una volta che Le relazioni pericolose da lei orchestrate sono diventate di dominio pubblico?
Entrare a teatro (dal greco, "luogo in cui si guarda"), nell'Ottocento, vuol dire esporsi allo sguardo critico e severo della Società.

Via col vento gelido dell'inverno russo.
La scelta della rappresentazione teatrale, per quanto a suo modo sensata, non è tuttavia priva di rischi: filtrando la storia di Anna attraverso non soltanto lo schermo, ma anche il palcoscenico, non si fa che ricordare costantemente allo spettatore che ciò che ha davanti è solo finzione. In questo modo non si finisce col ridurre i personaggi a marionette, automi senz'anima che perturbano, invece di emozionare?
La stessa, opulenta, bellezza visiva non rischia di attirare su di sé tutta l'attenzione, smorzando la forza dei dialoghi e quasi azzerando l'accompagnamento musicale?
Lo splendore esteriore, barocco, dell'immagine può essere accusato di soffocare l'universo interiore dei personaggi e le tematiche del romanzo: l'ipocrisia, la gelosia, la fede e la fiducia, il mondo pastorale contro quello urbano, la lunghezza spropositata dei baffi...
Ma si può dire che l'impresa stessa di condensare in due ore i fiumi di parole scaturiti dall'instancabile penna di Tolstoj sia già in partenza azzardata. La serie tv sarebbe probabilmente la forma più congegnale: lo stesso romanzo, in origine, venne pubblicato ad episodi.
Metà della critica tesse lodi su lodi, l'altra metà obbietta che la sola bellezza patinata della pellicola non può essere sufficiente per suscitare emozioni. Quest'ultima è un'affermazione che, a mio giudizio, nasce dall'ossessione di voler vivisezionare a tutti i costi la bellezza, alla ricerca disperata di una morale.
Sì, guardando Anna Karenina, si ha spesso l'impressione di guardare lo spot di un profumo, ma perché demonizzare la magnificenza estetica e scenica, la perfezione stilistica? Non c'è stato un tempo in cui la bellezza era di per sé un'emozione? Sufficiente a giustificare l'arte?
Penso che ciò di cui Anna Karenina abbia bisogno sia una seconda visione, per svelare i suoi pregi migliori. Quanto al romanzo, spero di riuscire a trovare il tempo anche per una sola lettura.


martedì 26 febbraio 2013

Il loggione dei dannati

Ci sono cose che la pigrizia non mi permetterebbe mai di fare, se non fosse per la mia amica Erika, la personificazione stessa dell'organizzazione e del dinamismo.
Non si può semplicemente passeggiare, con Erika.
O meglio, puoi passeggiarci, sì, ma al termine della promenade ti ritroverai puntualmente con una card speciale per avere sconti al cinema, un'assicurazione sulla vita e un dettagliatissimo programma per ottimizzare al massimo i tempi di studio e conseguire in tempo la tua laurea. Se il destino di ognuno di noi è già scritto, scommetto che è stata Erika, che ha catalogato tutto in pratiche tabelle orarie di facile consultazione.
La settimana scorsa siamo andati a teatro, per uno spettacolo di danza contemporanea.
Il teatro mi è sempre piaciuto: impazzisco per il velluto rosso e lucido che riveste praticamente ogni cosa, e amo tutto quell'indulgere in stucchi e putti alati. Eppure, se non fosse stato per lei, mi sarei abbandonato all'ennesima serata di coma telefilmico.
Erika è una delle poche persone in grado di fare a braccio di ferro con la mia inguaribile indolenza, e vincere. Anzi, stravincere: è riuscita nell'impresa impossibile di farmi svegliare all'alba, salire su un pullman e mettermi in fila per ritirare i biglietti gratis offerti dall'università. La distribuzione avveniva all'URP (Ufficio Relazioni col Pubblico). Ho sempre pensato che quella sigla ricordasse un'onomatopea, tipo "gulp". In effetti credo sia l'onomatopea che i protagonisti dei fumetti usano quando si trovano di fronte ad una fila interminabile di studentesse universitarie decise a combattere con le unghie e con i denti pur di accaparrarsi i posti migliori del teatro.
Onde evitare una strage, come quella consumatasi due anni fa per Lo Schiaccianoci (io ed Erika siamo riusciti a fatica a strappare due biglietti insanguinati dalle mani ancora calde di un cadavere - che non aveva alcuna intenzione di mollarli), qualcuno ha pensato bene di redigere una lista, in modo che venisse rispettata la sacra legge del "Chi prima arriva, meglio alloggia."
Mentre la lista dei Prescelti si allungava fino a raggiungere proporzioni chilometriche, io ed Erika ci siamo seduti e abbiamo aspettato pazientemente l'orario d'apertura dell'ufficio, prendendo in giro i concorrenti di Sanremo (facevamo a turno la parte di Simona Molinari e di Peter Cincotti.)
Quando la moltitudine degli appassionati di balletto cominciava a dare i primi segni di nervosismo, le porte dell'URP sono state finalmente spalancate. E poi subito richiuse dai due tremebondi impiegati, atterriti dall'orda di studenti incattiviti dai lunghi tempi di attesa.
Dopo un paio di cruente ondate rivoluzionarie, la pace è stata ristabilita, e una ragazza si è offerta di leggere uno per uno i nomi sulla lista, in modo da evitare che qualche furbetto arrivato all'ultimo minuto passasse davanti a una comitiva che aveva trascorso la notte in una canadese.
"Isabella Perniola" ha sussurrato timidamente la ragazza dal volto canino, leggendo dalla lista.
"Voce!" ha abbaiato qualcuno. "Non si sente niente! Chi ha chiamato?!"
"Angelica Fogazzaro..." prosegue lei, senza alzare di una nota la sua vocina da moribonda.
"NON SI SENTE NIENTE!"
Isteria generale.
"Celeste Delfino!" continua la ragazza cinocefala, cominciando a spazientirsi anche lei.
Celeste Delfino...
Delfino Celeste...
Io ed Erika riusciamo a fatica a trattenerci dal ridere in faccia alla ragazza i cui genitori hanno avuto il coraggio di chiamare Celeste Delfino. Ma dove sono gli assistenti sociali quando c'è bisogno di loro?
"A che numero siamo arrivati?"
"Al diciassette... Giuditta Salvemini."
"Giuditta!" esclamo, a voce un po' troppo alta. "Che bel nome biblico!"
(Trovarmi spiaccicato tra estranei è una situazione che mi rende sempre particolarmente spavaldo e faceto.)
Giuditta si limita, per fortuna, a rivolgermi un tiepido sorriso, mentre attraversa a fatica quel groviglio di corpi,  tendendo le mani verso il biglietto della libertà.
Grazie al cielo, proprio quando io ed Erika cominciavamo a non ricordare più "che sapore ha la felicità" ("Oh I need you back!"), siamo riusciti a ottenere anche noi il nostro agognato ticket a costo zero. A costo zero, se non consideriamo la dignità e la pazienza.
Due sere più tardi, mi ritrovo davanti al teatro, a braccetto con la mia dama, pronto per la prima di Alchemy, il nuovo spettacolo dell'acclamata compagnia di ballerini-illusionisti americani nota come MOMIX (piccolo assaggio). Se la consegna dei biglietti è avvenuta in modo più o meno civile, non si può dire lo stesso per il nostro ingresso nelle sfavillanti sale del Petruzzelli. Sì, perchè agli studenti universitari è riservato il loggione, che, oltre ad essere l'area più scomoda, soffocante e inutile del teatro, non ha neanche i posti numerati. E questo significa "GUERRA!".
Dopo aver lanciato occhiate astiose alle vecchiette impellicciate e olenti di naftalina che si dirigono con tutta calma verso la platea, Erika mi ha affidato il compito cruciale di superare le studentesse avversarie e conquistare due posti decenti. Per quanto abbia il passo lungo, non è esattamente il compito che fa per me. Ed Erika dovrebbe saperlo, visto che siamo compagni di teatro ormai da un po' di anni. Ne abbiamo passate tante insieme, 3msp (tre metri sopra la platea). Senza contare quell'anno in cui abbiamo recitato nella stessa compagnia amatoriale.
In ogni caso, ce l'ho messa tutta: mi sono arrampicato a due gradini alla volta per cinque rampe di scale, ho placcato (poco galantemente) un paio di ragazze in abito da sera e ho fatto mangiare la polvere a tutte le altre. Nonostante tutti i miei sforzi, però, quando Erika mi ha raggiunto, incedendo lentamente sui tacchi alti col suo tipico portamento regale, è riuscita in quattro e quattr'otto a trovare due posti migliori di quelli che avevo occupato io, vanificando il mio barbaro spargimento di sangue. Per di più ci siamo seduti proprio accanto a Celeste Delfino.
"Mio caro, guarda, c'è anche il barboncino!" mi indica Erika, togliendosi il cappotto.
"Chi?" domando, distrattamente, lisciandomi la giacca da ussaro.
"Tesoro, quella che è appena passata... la ragazza che leggeva la lista."
"Ah, ma allora anche tu hai pensato che avesse la faccia da cane?!" sghignazzo di gusto.
"Certo che sì!" trilla lei, con la sua dizione perfetta. "Con quei capelli poi... non può che essere un barboncino."
"Anche quella lì era all'URP... me la ricordo."
"Sai a chi somiglia? A Penelope Cruz..." osserva lei, "... in Non ti muovere."
E qui parte un altro scroscio di risate. Quella di Erika, poi, è contagiosa.
"Odio il loggione" borbotto, dopo un po'. "Mi sto sciogliendo dal caldo... siamo così in alto che possiamo guardare nelle palle degli occhi le statue accanto all'orologio sopra il palcoscenico. Che divinità sono, secondo te? Quella con la cetra sarà una Musa... o la personificazione della Musica."
"L'altro mi sembra Dioniso."
"Ma se ha le tette?"
"Caro, sicuro che non siano pettorali?"
"A me sembrano seni di donna..."
"Chissà come le spolverano, le statue, mi chiedo... così in alto!" riflette ad alta voce Erika, ma il passaggio dell'affascinante maschera dallo sguardo tenebroso la distrae ben presto dalle sue meditazioni.
Intanto, il mio, di sguardo tenebroso, cade su una ragazza appoggiata alla colonna, che chiacchiera amabilmente con le amiche e gioca con le perle del suo collier Chanel.
"Ma cos'ha adosso? Un tutù depresso?"
"Perchè, non hai visto la sua amica?" ribatte Erika, alludendo alla ragazza seduta davanti a noi (la sventurata avrà la vista dimezzata dalla ringhiera per tutto lo spettacolo.)
"Quello è un abito da cocktail" osservo, con aria di disapprovazione.
"Sì, infatti, poco fa l'ho sentita dire che hanno appena finito l'happy hour" mi informa Erika."Lei ha preso uno spritz."
"Eh, ma l'abito dello spritz non è l'abito della serata a teatro" pontifico, in finto tono severo.
Ripensandoci, quassù, in piccionaia, potremmo anche venirci in costume da bagno.
"Guarda, tesoro, le si vede il perizoma."
Il commento che stavo per pronunciare mi muore in gola quando, due posti più in là, un tizio si toglie il maglione, rivelando una t-shirt che metterei al massimo in spiaggia (solo se poco frequentata.)
Fortunatamente il teatro è ben presto piombato nel buio e lo spettacolo ha avuto finalmente inizio. A dispetto della locandina, che sembrava promettere un rave party, piuttosto che un balletto, l'esibizione si è rivelata un surreale e ipnotico percorso alchemico, in cui luci, movimenti, costumi, specchi e trompe l'œil plasmano esseri in continua mutazione: da lingue di fuoco ad eteree divinità astrali, da idoli pagani danzanti a perle racchiuse in conchiglie di tulle (e qui Erika si è commossa.) Nonostante la schiena a pezzi, il caldo asfissiante e il fidanzato (o l'amico di letto?) della tizia in abito da cocktail che controllava continuamente il punteggio di Milan versus Barcellona sul cellulare, siamo riusciti a lanciarci con gli straordinari artisti di MOMIX in un viaggio attraverso gli elementi: dal fuoco all'acqua, dalla terra all'aria, fino alla quintessenza, il cuore di quell'esperimento esoterico chiamato arte.
"Ma hai visto che fisici scultorei, quei ballerini?" sospira sognante Erika, a spettacolo finito. "Peccato che con quei panta-pareo perdessero tutta la loro virilità..."
Per quanto mi abbia entusiasmato, è solo un bene che lo spettacolo sia durato appena due ore: "Ho già detto che odio il loggione o mi sto ripetendo?"
"Raffy caro, dicono che i migliori critici teatrali guardino sempre gli spettacoli dal loggione."
"Ci credo! Un supplizio del genere rende ogni spettacolo un fiasco. Quello è il posto migliore per sputare veleno."
Mi guardo intorno, nel foyer, che si riempie a poco a poco delle anziane in pelliccia e delle teste canute in Loden, di ritorno dalle loro comode poltrone in platea. E lì mi è partito un rabbioso giuramento alla Rossella O'Hara, con tanto di pugno sollevato e denti digrignati: "Giuro davanti a Dio e Dio m'è testimonio che un giorno o l'altro potrò permettermi un abbonamento a vita in platea. Giuro che supererò questo momento, e che quando sarà passato, non siederò mai più in loggione! Né io né i miei amici! Dovessi mentire, truffare, rubare, uccidere... lo giuro davanti a Dio, non siederò mai più in loggione!"
E vai con la colonna sonora di Via col vento.
Di tutti i lussi che la ricchezza può garantire, nessuno è paragonabile all'incommensurabile soddisfazione di sedere in platea, specialmente, poi, dove c'è quella specie di corridoio centrale, e puoi - piacere di tutti i piaceri - sgranchirti le gambe ogni volta che vuoi.
Sedere lì sarà uno degli scopi principali della mia vita. E' un obbiettivo che perseguirò con ogni mezzo. "Anche a costo di fare delle avances alla nonnina laggiù, con quella sobria pelliccia rosa pesca... ma che ha fatto, ha scuoiato un Orsetto del Cuore?"

sabato 23 febbraio 2013

Pubblicità insopportabili #18 - The (B)old and The Beautiful

 
Clicca qui per guardare lo spot
C'è una storia d'amore, in tv, che vi conquisterà anema e core, una storia indimenticabile che inizia sulle acque verde-azzurro di una romantica e volutamente stereotipica Capri. Scugnizzi festanti saltano come capre montane giù per la scogliera e si precipitano al molo, chiamando a gran voce: "Signorì, signorì!"
Di chi si tratta? Ma di Brooke, naturalmente, che li saluta dal motoscafo, non proprio una signorì, ma così innegabilmente beautiful con quel foulard sul capo e gli occhiali scuri da diva anni '50,  mentre Ridge (che è evidentemente ha battuto forte la testa contro gli scogli e ha dimenticato di averla sposata almeno una dozzina di volte) l'aiuta galantemente a sbarcare, rimanendo estasiato da cotanta avvenenza. Gli tremolano persino le rughe del collo, che imitano l'infrangersi incessante delle onde sulla battigia (tra l'altro ridge significa "incresparsi"). Uno sguardo rovente fa già scoccare la scintilla tra i due sconosciuti. Lui, con gli occhi fissi da merluzzo, il collo rigido e la pelle coriacea da iguana, la insegue, come ogni bravo stalker vacanziero, per tutta l'isola a cavallo della sua Vespa. Mentre Brooke posa per un servizio fotografico (per l'occasione indossa una tutina rosa porcellino e un sobrio cappellino da matrimonio reale inglese), una scugnizza le recapita un biglietto misterioso. Abituato agli intrighi di Beautiful, mi sarei aspettato una rivelazione shock: che la bambina fosse la figlia illegittima di Ridge, o che il barcaiolo fosse in realtà il suo fratellastro malvagio, nato dall'unione tra Stephanie Forrester e il re degli dei, Zeus (dopo che questi aveva assunto le sembianze del marito Eric).




 
Questa volta, però, si è trattato solo di un infuocato biglietto d'amore firmato da Ridge, che le dà appuntamento per quella sera. La scena si sposta così nel budoir della diva, che si spoglia con fare seducente mentre ciabatta per la stanza, sentendosi Charlize Theron nello spot di Dior. Inutile sottolineare che l'effetto è ben diverso. Proprio mentre Brooke si improfuma e si specchia vanitosa alla toeletta, mio padre si è affacciato sull'uscio e ha esclamato: "Ma quella è... come si chiama... Rita dalla Chiesa!"
"No, è Brooke dal sepolcro."
Il sole, rosso di passione, sta calando finalmente su Capri, e Brooke, splendida nel suo abito svolazzante (non la lascerebbero entrare nemmeno ad una competizione di balli da sala) corre alla balconata sul mare, col passetto aggraziato della bagnante che zampetta imprecando sulla sabbia cocente.


Una signora non dovrebbe mai correre, specialmente da un corteggiatore, ma le regole del galateo crollano come castelli di sabbia dinanzi all'impetuosa onda anomala dell'amore.
Brooke, come dicevo, corre senza motivo, per poi schiantarsi contro la ringhiera. Per poco la velocità guadagnata durante la sua discesa a rotta di collo non la faceva franare rovinosamente su scogli accuminati. I personaggi di Beautiful (specie Taylor) hanno nove vite come i gatti, si sa, ma questo non è un buon motivo per lasciarsi trasportare dall'inerzia e sfracellarsi, soprattutto perché, di volta in volta, è sempre più difficile giustificare le resurrezioni.
Per fortuna Ridge è lì, con il suo smoking bianco e nero, che l'afferra al volo, la stringe fra le braccia e le sussurra: "This is my Impero."
Ora, mi chiedo, quale sarebbe, esattamente, il suo impero?
Si è comprato Capri?
O si riferisce alla balera dell'hotel?


Avete indovinato: sono proprio loro, Ronn Moss (Ridge) e Katherine Kelly Lang (Brooke) gli ospiti stranieri che vi avevo promesso. Sento di dover esprimere tutta la mia solidarietà ai cittadini di Capri. Mi addolora sapere che anche la splendida isola campana sia stata infestata dalla iperglicemica presenza di questa coppia: da quando sono scesi in Puglia per girare alcuni episodi di Beautiful, Bari è tappezzata dalle loro facce tirate, che pubblicizzano praticamente qualunque cosa, dalle ditte di arredamento alle orecchiette.
Naturalmente, Ridge e Brooke hanno accettato senza esitazione il nostro invito a presenziare alla premiazione dello spot vincitore di Sanréclame.
Sommando il giudizio della Giuria di Qualità e quelli del televoto, siamo fieri di annunciare che il vincitore della prima edizione del Festival Pubblicità Italiana è... Anna Tatangelo, con "Non sarai più tu"!
Con la sua angelica voce, Anna non soltanto è una delle cantanti italiane più amate da Gigi d'Alessio, ma si è ben presto imposta come figura cardine del panorama culturale europeo e non, superando persino Oscar Wilde come personaggio più citato di sempre: la sua "quando la persona è niente, l'offesa è zero" è al primo posto tra gli aforismi più usati per zittire qualcuno in modo spocchioso.

martedì 19 febbraio 2013

Pubblicità insopportabili #17 - Sanremo 2013 è stato presentato da...

Il 63° Festival della Canzone Italiana si è concluso, e una nostalgia canaglia ci attanaglia tutti. Soddisfatti della vittoria di Marco Mengoni? 
E se vi dicessi che ci sono altri cantanti che non sono stati presi in considerazione?
Forse non erano ufficialmente in gara, ma sono i vincitori morali di questo festival. Parlo, naturalmente, del corredo di pubblicità insopportabili che hanno accompagnato le cinque serate dedicate alla musica italiana. Anche loro meritano i loro trenta secondi di gloria: è per questo che potrete votarle e decretare così la canzone vincitrice della prima edizione di Sanréclame!
La prima artista in gara è stata prima una ragazza di periferia, poi una ragazza di profumeria, visto lo strato di trucco che le si inspessisce sul viso ogni anno di più. Sì, avete indovinato: è proprio Anna Tatangelo. Per qualche motivo Lady Tata non ha partecipato a questa edizione: sarà stato il fato, oppure Fazio, a non volerla? O magari è stato Giggggggi a dissuaderla, considerando la sua partecipazione alla scorsa edizione di Ballando con le stelle, dove non solo non è riuscita a conquistarsi la coppa della vincitrice, ma le è esplosa anche la coppa del reggiseno.
Fatto sta che, dopo la noce di cocco nuda che le è schizzata fuori dal vestito durante un frenetico quick-step, la nostra Anna ha trovato il modo di partecipare comunque alla kermesse sanremese, con un nuovo pezzo per il brand Coconuda. 

Non sarai più tu
Di Coconuda, G. D'Alessio,
canta... Anna Tatangelo!


Il brano, raffinatissimo, quasi lirico, è già l'inno dei bulletti del mio quartiere. Al termine dell'esibizione, la Tatangelo ci assicura: "Coconuda, è tutto un altro stile." Io però invertirei  l'ordine: "Coconuda, lo stile è tutt'altro."
Dopo il caso della farfallina di Belén, il regolamento di Sanremo ha negato l'accesso all'Ariston a tutti gli animali (anche se qualcuno è riuscito a mimetizzarsi tra i cantanti in gara), ma il nostro secondo artista, il pinguino Pino, non si è dato per vinto e, freddando ogni critica, ha saputo scaldare il cuore degli italiani.

Illimitatamente
Di Vodafone e Elio,
canta...Pino il pinguino!


Prima l'orso Bruno con la voce di Abatantuono, adesso il pinguino Pino doppiato da Elio... la Vodafone continua il suo omaggio alla favola esopica, propinandoci l'ennesima bestia parlante. Neanche avessimo tutti due anni e guardassimo ancora Bear nella grande casa blu ("Addio, addio, amici addio! Noi ci dobbiamo lasciare...", la canzone di Bear e Luna, quella si che è una hit!) 
Ora mi chiedo, quale sarà il prossimo testimonial? Una marmotta con la voce di Orietta Berti? O forse un pollo delle praterie che schiamazza come Mengoni? Considerando l'eccesso di salivazione di quest'ultimo, potrebbe prestare la voce, in alternativa, anche ad uno schiumante cavallo sauro.
Ma adesso riconduciamo le pecorelle all'ovile e mettiamo da parte le bestie di zio Tobia: ci sono gli ultimi concorrenti da presentare.
Come ogni edizione di Sanremo del nuovo millennio, anche Sanréclame non si fa mancare il suo contingente di ex concorrenti dei talent. Loro sono una vecchia conoscenza delle Pubblicità insopportabili: accogliamo ancora una volta, con un bell'applauso, i Moderni, che, dopo il successo di X-Factor, ci invitano ad andare dritti dritti a quel... McDonald's.

Vai da McDonald's
Di R. McDonald,
cantano... I Moderni!


Naturalmente un festival è solo una serata di karaoke tra amici sbronzi se non ci sono gli ospiti d'onore, come Sonia Peronaci, la chef di GialloZafferano che per tutte e cinque le serate di Sanremo ci ha rifilato la stessa ricetta: la cheese-cake con Philadelphia. Sonia, quella roba sarà anche buona, ma dopo quasi una settimana... un po' stufa, eh. Di' la verità, è stata la Parodi, vero? E venuta da te con la scusa che le era finito lo zucchero e ti ha sgraffignato il ricettario?
Non infierisco oltre: vi lascio alle acute osservazioni di mio padre su di lei, che potete leggere qui.
La seconda ospite di questa sera viene dalla caliente Argentina e per tutto Sanremo ci ha fatto una Mazza così, raccontandoci della sua vita, dei suoi figli e di suo marito. Tutto questo per sbatterci in faccia la sua felicità familiare e il fatto che dopo quattro gravidanze sia ancora bella, scattante e flessuosa come un puma delle Pampas.



Difficile crederlo, ma sono passati vent'anni dal suo ultimo spot per Clinians, e Valeria Mazza è riuscita quasi a pronunciare una 'z' come si deve. Finalmente.
Confesso, però, che avrei preferito non correggesse questo difetto: ho trascorso buona parte dei pomeriggi al mare della mia infanzia a correre sul bagnasciuga, trascinandomi dietro un asciugamano sventolante, per poi fermarmi e scandire di fronte ad una telecamera immaginaria: "Clinians, la mia clinica della bellefssa". Mia sorella si rotolava dalle risate per tutta la spiaggia.
Poi, ho riproposto l'imitazione anche al liceo, saltellando per il corridoio con la mia sciarpa chilometrica, e ottenendo anche in quel caso un enorme successo tra le mie compagne di classe. E' uno sketch che da tempo era entrato a far parte del mio repertorio comico, ed è triste scoprire che è ormai superato. 



"Eh, il tempo passa", ma per votare avete ancora tre giorni, fino a venerdi 22! Quale pubblicità insopportabile si aggiudicherà la vittoria del primo Sanréclame?
Non perdete d'occhio Il Tè: a consegnare il premio saranno due ospiti internazionali da far schiattare d'invidia anche Fazio!

domenica 17 febbraio 2013

L'essenziale di Sanremo 2013

E mentre il mondo cade a pezzi, io compongo l'ultimo post dedicato a questo Sanremo, che, dopo quattro puntate (1, 2, 3 e 4) si è richiuso come un cerchio: nella prima serata il pensiero è volato a Verdi, nell'ultima abbiamo sognato cavalcate selvagge grazie al direttore inglese Daniel Harding e il suo omaggio a Wagner.
La finale di Sanremo è sempre il momento dei miracoli: le canzoni risultano quasi tutte più belle del solito, soprattutto quella di Malika, ma persino Vorrei dei Marta sui Tubi è parsa meno malvagia di quanto ricordassi. Intanto Annalisa Scarrone tira fuori finalmente uno straccio di vestito, e Chiara Galiazzo fa un tentativo lodevole, per quanto malriuscito,  visto l'effetto uovo pasquale. Maria Nazionale sfoggia ancora una volta una mise di grande tendenza. Dieci anni fa, forse. Un abito a sirena turchese che solo alla fine rivela anche degli orripilanti disegni tribali sull'orlo. Quanto a Simona Molinari, io credo che odi profondamente se stessa: dopo essersi vestita al buio per giorni, ieri ha cavalcato il palco con la sua tenuta da amazzone, una specie di corazza di rame con drappeggi svolazzanti. Tra i membri della Giuria di Qualità, ho notato con piacere che l'étoile Eleonora Abbagnato ha smesso l'abito di due sere fa, un sacco nero con una striscia verticale più chiara al centro (stile puzzola, per intenderci) e si è stretta in un succinto tutù da Cigno Nero. Peccato per l'inquadratura imbarazzante che ha immortalato le sue gambe nerborute in una posa decisamente poco elegante. Ma non lo sa che deve accavallarle se non vuole che le si veda tutta la Giselle in mondovisione?
Una menzione speciale va all'inquietante travestimento di Max Gazzè, che dopo essersi rattoppato il retro della giacca con i resti di un pappagallo messo sotto da un tir, ha spaventato a morte Fazio con l'occhio di vetro e il completo gotico-piratesco.
Ma la vera filibustiera del festival, la balenga con la voce di Elvira dei Looney Tunes, è l'adorabile Lucianina Littizzetto, che si è posata sull'Ariston volando con le ali della farfalla di Belén: "Sono una farfalla cavolaia, perchè mangio le teste di cavolo!". Come aveva già fatto durante la serata dedicata alla lotta contro violenza sulle donne, anche ieri ha esordito con la sua verve comica e poi sbalordito con la sua vis retorica, intessendo un elogio alla bruttezza, o meglio alla non bellezza esteriore, e alle beautiful minds del presente e del passato, da Rita Levi Montalcini a Giacomo Leopardi, finanche a Noè, che ha salvato capre e cavoli.

Luciana collauda il suo sguardo sexy da "saltami sulle piume!"
Parlando di mera bellezza esteriore, non si può davvero dire che Bianca Balti abbia fatto sfoggio di poi così tanta avvenenza. Credo sia intrinsecamente molto bella, ma è scivolata su un po' troppe bucce di banana, e stava anche per rovinare sul palco mentre dava lezioni di passerella a un'esultante Luciana (forse era meglio rimanere a piedi nudi). Come perdonarle gli incisivi giallognoli e i capelli stinti, color pelliccia di licaone? Un po' troppo spettrale la sua apparizione, quando è discesa tra noi comuni mortali, in preda alla ridarella, con un paio di chandelier esagerati e un (pur bellissimo) abito di pizzo bianco. Avrei preferito che qualcuno le avesse strappato le maniche a sbuffo come a Maria Nazionale. Entrambe, però. Le mise successive, escluso il completo nero (da dimenticare), cambiavano solo per il colore: bello il pizzo, ma, dopo un po', che pizza!
Un filino di trucco, inoltre, avrebbe aiutato ad ammorbidirle il taglio del viso, che ricorda molto quello di  un ghepardo. Complici anche i capelli a spaghetto, sembrava una nativa del pianeta Pandora con la ricrescita. Insomma, bella sì, ma come può esserlo un'opera d'arte incompiuta.
Lucy, invece, sembra essersi conservata il meglio per il gran finale, a partire dal fiammeggiante abito rosso cupo, tempestato di lapilli e fumante di piume nerofumo, che ben rispecchia la sua vulcanica personalità. Originale anche il secondo abito, con la gonna ardesia abbondantemente impreziosita da una luccicante cinta color elettro, brillanti e piume corvine. Più convenzionale, ma pur sempre apprezzabile l'ultima vestizione, con gli orecchini a forma di cozza astratta, la materna scollatura alla Clerici e l'ampia gonna papavero. Zitta zitta, sfarfallandogli intorno come una vanessa, Lucianina è riuscita a conquistarsi il pantagruelico rugbista Martín Castrogiovanni, "che parla come Belén, e ha pure gli stessi capelli!", e se l'è portata in braccio per tutto l'Ariston.
Oltre al succitato "armadio a due ante", tra gli ospiti della serata finale, il ballerino contemporaneo Lutz Forster (a cui hanno tolto le articolazioni), l'ormai leggendario Andrea Bocelli (Quizás, Quizás, Quizás), e la giovanissima cantante inglese Birdy (come altri ospiti stranieri, anche lei di secondo lavoro fa l'anestesista.)
Poco incisivo il monologo di Claudio Bisio sulla responsabilità del voto. Una lezione di coerenza poco credibile visto che, a quanto mi risulta, è ancora al soldo di Mediaset.


Ma adesso veniamo a noi, al podio dei vincitori. Meritatissimo il premio della critica e per il miglior arrangiamento agli Elii, che, per l'occasione, sono lievitati come palloni gonfiati d'elio. E' stata una piacevole sorpresa anche vederli arrivare al secondo posto. Prevedibile, come l'abito nero di Malika, la presenza tra i finalisti dei Modà e la vittoria annunciata di Marco Mengoni. Se è vero che "l'essenziale è invisibile agli occhi", L'essenziale è inudibile per le orecchie. Non che sia una canzone poi così brutta. Il problema, per me, sta tutto nella voce di Mengoni: stridula, enfatica, agonizzante. Senza contare tutti quei tic da cane idrofobo. Quando parla, poi, è anche peggio.
Infondo, però, è pur sempre meglio di Emma Marrone e la mai più ascoltata Non è l'inferno.
Più che per il trionfo di L'essenziale, questo festival verrà ricordato soprattutto per l'encomiabile e riuscitissimo tentativo di sensibilizzare, svecchiare, divertire e riabituare alla cultura un pubblico televisivo da troppo tempo assopito sul divano, e a farlo potevano essere solo una coppia vincente come Fabio e Luciana. Luciana, che ha il pregio di dire sempre ad alta voce ciò che tutti pensano soltanto, commentando e spesso schernendo dall'interno lo stesso festival proprio nel momento in cui va in scena.
Per la prima volta da tanto tempo, forse da quando ero bambino, mi sembra che Sanremo sia tornato ad essere evento davvero importante, una parte irrinunciabile dell'anima di questa nazione che, come dice bene Crozza, "è tenuta insieme con lo sputo." Nel contesto, con gli sputacchi di Mengoni.

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