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lunedì 23 dicembre 2013

Un Tea Party nel deserto

Aver interpretato uno dei Re Magi nella recita natalizia dell'asilo ha avuto un considerevole impatto sulla mia giovane mente. Mi ha lasciato innanzitutto un lacerante dubbio, tuttora irrisolto, circa il singolare di "Magi" (tre Magi, un "Magio"?) e, più in generale, un vivo interesse per queste misteriose figure del presepe.
Perciò, dovendo scegliere un tema per il mio secondo tea-party natalizio e 
non essendo ancora riuscito a trovare un utilizzo pratico per quel bazaar di souvenir che ho accumulato negli anni, ho pensato di omaggiare l'Oriente, le terre da cui questi saggi astrologi (o "astrologhi") sono giunti in groppa ad un cammello con una cometa per GPS e un carico di doni un po' deludenti (benché l'oro rosso sia tornato di moda.)
A dir la verità un tè nel deserto è adatto a tutte le stagioni: se non ai Re Magi, potete sempre dire di esservi ispirati a Le Mille e una Notte e invitare le amiche del corso di danza del ventre.
A meno che non troviate un posto last-minute su un tappeto volante per Dubai, sarà meglio che sia il deserto, parafrasando un detto su Maometto, a venire da voi. Luci soffuse, un tavolino basso, radiatori a palla, tappeti, sciarpe paisley e un mare di cuscini damascati è tutto quello che serve per creare un'indolente atmosfera da spot di Tesori d'Oriente. Ovviamente la comodità viene prima di tutto: se stare seduti su sette guanciali vi fa venire una gobba da dromedario, potete sempre adagiarvi sul divano, facendo notare a chi dovesse protestare che si tratta di un'invenzione orientale, tanto più che "divano" deriva dall'arabo-persiano diwan.


In alto, califfi-matrioska dagli Emirati Arabi allineati sul pianoforte.
In basso, il tavolino da tè imbandito e decorato. 
La prima delizia che ho voluto sottoporre ai miei ospiti sono i famosi turkish delights, o lokum (delle golose gelatine alla frutta ricoperte di zucchero a velo.) Pur di averli sarei stato disposto a vendere i miei fratelli alla Strega Bianca come Edmund. Non è stato semplice, ma alla fine sono riuscito a procurarmene un po', anche se mi sono dovuto spingere fino alla fiamminga Bruges, a più o meno sei mesi di cammello da Istanbul (due mesi, se avete un Katalicammello ad energia solare). Comunque voi metropolitani riuscirete a reperirli con facilità. Se, invece, come me, vivete in aride solitudini dimenticate da Allah e dalla globalizzazione, sono certo che sarete così volenterosi da prepararli in casa (in rete sono disponibili diverse ricette.)
Un banchetto da nababbi, poi, richiede oasi di datteri, dune di albicocche disidratate e scrigni di fichi secchi, anche se sanno di pot-pourri e probabilmente nessuno li toccherà.
Il "piatto forte" non c'entra un dattero con l'Oriente, ma ha un nome decisamente evocativo: le Rose del Deserto. Dei dolcetti degni delle più sontuose merende dello sha di Persia. Una ricetta leggendaria, che io stesso ho rinvenuto dopo anni di ricerche rovistando nelle sabbie roventi del Rub al-Khali, scritta in antico persiano su una consunta pergamena che ho dovuto strappare dalle mani mummificate di Jafar. Delle leccornie che le mie abilissime amiche food-blogger non riuscirebbero a preparare nemmeno esaurendo tutti e tre i desideri del genio della lampada (come no... le sento già ridere.)



Su questo vassoio persiano persino i miei sgorbi sembrano
vagamente appetitosi. 

Il posto d'onore di ogni tea-party è senza dubbio riservato al tè. L'ideale sarebbe quello alla menta, ma personalmente non riesco a berlo senza farci i gargarismi. Io opterei per un tè alla mela turco o un tè nero al profumo di gelsomino, da versare ancora bollente in un set di bicchierini da tè come quelli in foto, che ho comprato in un negozietto andaluso da un tizio col mascara, probabilmente di ascendenza moresca. Se non ne avete in casa, potete sempre usare dei bicchierini da liquore non troppo piccoli, ma nessuno vi vieta di usare delle semplici tazze e giustificarvi ricordando che la parola "tazza" è di origine araba (tassah).
Quanto all'intrattenimento, non so perché, ma quando si parla di Oriente la mente si abbandona quasi automaticamente a scenari di lascivia. Per il momento mi sono venuti in mente solo cose turche e giochi che il muezzin non approverebbe, tipo Le belle beduine, Scopri il finto eunuco o Strip-scacchi. Ma oltre a sfogliare Le Mille e una Notte in cerca di passaggi pruriginosi, potreste ammazzare il tempo facendo girare un narghilé o una striscia di mirra, sfidarvi a ripetere mille e una volta di seguito il nome originale della sposa di Aladino (Badroulbadour, "luna piena delle lune piene"), proiettare film a tema oppure piroettare come dervisci fino a perdere i sensi. In alternativa, chi vorrà, potrà esibirsi nella Danza dei Sette Veli, seguita dalla decapitazione del convitato più antipatico. 

In alto, la teiera d'argento della mamma di Anny, bicchierini da tè andalusi e
 tovagliolini a tema (Tiger.) In basso, festone turco con piccoli dromedari
di pezza e un assortimento di lokum al limone, arancia, fragola, rosa e menta.
Insomma, per l'Epifania, accogliete conturbanti odalische, sceicchi coi turbanti e sovrani di terre lontane nella vostra personale Caverna delle Meraviglie! Per sicurezza, meglio avere due eunuchi di guardia all'ingresso se volete tenere lontano i soliti imbucati. La parola d'ordine? "Apriti, sesamo!"
O forse no, vi conviene pensare a una password che i quaranta ladroni non sappiano già.


Gli incantatori di serpenti sono già tutti prenotati?
Ecco una playlist arabeggiante (con qualche ironica aggiunta.)


Per altri suggerimenti...
Un Tea Party natalizio con lo Schiaccianoci

Il Tè - il blog volutamente ozioso e inutile vi augura un magico Natale e un felice anno nuovo!

lunedì 21 ottobre 2013

Ma che c'è Surreal Time? #8 - Non prendetemi per i fornelli

"Gnocco cerca patata. Astenersi cozze."
Prosegue la nostra descensio ad inferos nel mondo di Real Time, l'unico canale televisivo che ha il coraggio di mostrarvi ventenni hamish con la dentiera, zitelle in sovrappeso che mangiano peli di gatto e coniugi che si trastullano con corroboranti clisteri al caffè. Dopo questo, godetevi la seguente composè: bon appétit!

L'ultima, indigesta portata offerta dalla mensa di Real Time è Ti prendo per la gola: per farla breve, un Uomini e Donne culinario. E grazie a Dio, a differenza di Sing Date, qui nessuno deve cantare.
Una ragazza piacente (ma evidentemente troppo esibizionista  per tenersi uno straccio d'uomo) deve scegliere il suo nuovo partner affidandosi unicamente alle papille gustative.
Ok, forse dovrei spiegarmi meglio: il gioco non prevede che la Tronista di turno assaggi i suoi patinati pretendenti, degusti loro un dito del piede o mangiucchi le loro unghie, ma semplicemente che si lasci sedurre dal piatto più afrodisiaco e abbocchi così all'amo del cuoco misterioso. Messi davanti ai fornelli, i Principi Azzurri sprecherebbero metà del tempo concesso loro a specchiarsi con un cucchiaino, ma per fortuna a guidarli c'è uno chef professionista, Gianluca Esposito, un Nonsochì di Chinonsò con la punta del naso a forma di pomodorino ciliegino, altrimenti noto come Rudolph, la renna che salvò il Natale.
La paraninfa di questo gioco d'amore, la maitresse di questa casa d'appuntamenti col destino è invece Valentina Raffaelli, una designer appena tornata da Amsterdam con lo scopo di importare anche qui in Italia la spettacolarizzazione dell'erotismo ormai tipicamente neerlandese. Ben pochi volti di Real Time riescono ad essere più irritanti di questa new-entry: una specie di lentigginosa Biancaneve dai capelli maltagliati e la voce au gratin. Un misto tra una pin-up, Susanna Tutta Panna, una tatuatrice di Brighton e un manichino di Accessorize. Una figura che sembra uscita da un quadro di Norman Rockwell.
Ma la cosa peggiore di questa leziosa mezzana è l'abominevole abitudine di spiluccare dal piatto della concorrente. Il mio commento al riguardo non può che essere lo stesso di Gualtiero Marchesi dopo aver ascoltato dall'ingenua Benedetta Parodi la ricetta del kedgeree: "Che schifo."
Se anche solo osasse avvicinare la sua sudicia forchetta al mio piatto, la prenderei per la gola. Letteralmente.
Ma lasciamo cuocere nel loro brodo gli spasimanti e trasferiamoci piuttosto nella cucina di Sebastiano Rovida, l'esperto di antipasti mignon ed equilibrismo gastronomico dalla voce fastidiosamente cantilenante. Nel suo nuovo programma, Finger Food Factory, possiamo ammirare tutta la certosina precisione con cui suda sette camicie per produrre un singolo canapè di proporzioni microscopiche, un assaggino che si fa prima a tirar su col naso che a mettere in bocca. E' oltremodo frustrante vederlo impegnarsi tanto i complessi procedimenti alchemici per poi innalzare lillipuziane sculture di cibo stabili quanto un elefante di Dalì.


Non so se l'avete notato, ma Sebastiano, oltre che a cucinare, si sforza anche di fare il simpaticone, nonostante come aiuto-chef a Fuori menù fosse affabile e collaborativo come un astice vivo. Ma il bipolarismo è una caratteristica che accomuna un po' tutti i personaggi di Real Time, come anche le divinità indù: Carla Gozzi in Ma come ti vesti? è una stronza coi fiocchi (e anche con gli strass), ne Il guardaroba perfetto invece veste i panni di Mahatma Fendi.
Replicando l'accoppiata nepotista Renato-Angelo, anche Sebastiano si è munito di un paggetto, il piccolo Leo. Ma da dove salta fuori il puttino? E' uscito da una bustina di Paneangeli, è imparentato col cuoco o l'hanno rapito? Sarà assicurato? Siamo sicuri di volerlo tenere in una cucina dove ci sono coltelli, coppa-pasta e persino la fiamma ossidrica per caramellare? E' legale costringere un bambino a lavorare in cucina, anche se insopportabilmente saccente?
"C'è un lecca-pentole?" ha chiesto un giorno l'assistente in età pediatrica, non riuscendo a versare sul piatto i residui di gelato rimasti ancora attaccati al fondo della boule. Potete immaginare quanto questa domanda mi abbia scioccato, dato che non ho mai sentito parlare di lecca-pentole e che di solito le pentole le lecco io personalmente. Non so cosa mi turbi di più: il suo sfruttamento in quanto minore o la sua padronanza degli strumenti da cucina. Tutto sommato, però, il caro Sebastiano, fiamma ossidrica a parte, non è poi un tutore così sconsiderato.
Chi invece di sicuro i bambini se li mangia a colazione è Giulia Sbernini, che a Junk Good (programma che probabilmente ho seguito solo io), con la scusa di convertire il junk food in cibo salutista, s'ingozza come un tritarifiuti. Trovo inquietante il suo vezzo di personificare le leccornie che prepara (e che gnotte): i falafel li chiama "i miei piccolini", le doughnuts sono "le ragazze" e potrei anche continuare...
Il prossimo programma gastronomico di Real Time sarà condotto dalla strega di Hans e Gretel, in diretta dalla casetta di marzapane.

domenica 6 ottobre 2013

Ma che c'è Surreal Time? #7 - Benedetta cucina!

Benedetta passa a Real Time: ci starà come il cacio sui maccheroni o come un cavolo a merenda?
Ho cercato di disintossicarmi, ma ci sono ricaduto. Fa il suo ritorno, a grande richiesta,
la rubrica più irreale di sempre, con una "grande novità"...

Da quando ho scoperto le incredibili proprietà rilassanti della Nigella, non riesco più a farne a meno. Non parlo dell'olio essenziale di Nigella sativa, anche detta sesamo nero, ma di Nigella Lawson, la Monica Bellucci dei fornelli inglesi. Mi basta guardarla o anche solo lasciarla lì che cucina, mentre studio e sbrigo le mie faccende, per sentirmi in pace con il mondo.
Tutto merito di quella voce calda e suadente, di quella luce che ha negli occhi, delle sue forme generose e della golosità quasi infantile con cui assaggia ogni sua ricetta. Non sopporto l'aggettivo "burrosa" spalmato su una donna, ma non credo esista vocabolo più adatto a descriverla: a costo di sembrarvi un maniaco potenzialmente cannibale, penso che se la mettessi in padella si scioglierebbe lentamente rilasciando un avvolgente profumo di buono... 
Ammirare Nigella che cucina è un'esperienza mistica in 3D: sembra quasi di sentire il profumo dei brownies e trovarsi lì con lei, ad aspettare che si raffreddino per assaggiarli. L'unico sottofondo è quello dei rassicuranti rumori della cucina: il riversarsi untuoso dell'olio, le fusa dei fornelli, il fruscio delle sue lunghe ciglia finte, il sobbollire delle uova in purgatorio. Te ne stai lì, immerso in quella sabatina tranquillità, senza essere importunato da stupide canzoncine, che su Real Time sono quasi sempre cover in chiave swing di canzoni famose (vedi Csaba, e soprattutto Renato). Per carità, lo swing può anche essere divertente, ma dopo cinque minuti non se ne può più di My Sharona cantata dalle Sorelle Marinetti o Highway to hell reinterpretata dalle gemelle Kessler.


Il video è un po' lungo, ma basta un piccolo assaggio
per rimanere incantati.

Dipendesse da me, ordinerei Nigella a pranzo, colazione e cena, ma inspiegabilmente Real Time ha pensato di aggiungere una nuova portata al suo già ricco menù: Benedetta Parodi, un prodotto non proprio di stagione, ma che, se congelato nel modo giusto, conserva pressoché intatte le sue proprietà organolettiche.
Ma mi chiedo, c'era proprio bisogno di un altro sedicente chef? Non c'è già abbastanza gente a darci dentro col batticarne?
La nuova trasmissione di "zia Bene" non arriverà prima del mese dei morti, giusto in tempo per pestarci la pazienza nel mortaio, ma considerando i pasticci che ha preparato su Mediatett prima e  La7 poi, è meglio cominciare sin da ora a prepararci psicologicamente all'evento. Con quel sorriso da pesce rombo e la goffaggine di Pippo, non so davvero come possa pensare di competere con la polposa Nigella, questa Afrodite britannica nata dalle acque ribollenti di una bouillabaisse e giunta a noi su una capasanta sospinta dalla ventola del forno.
Però sono felice che Benny non sia più costretta alla mission impossible del "Salvacena", una tortura che prevedeva la preparazione di un intero pasto da completare in una manciata di minuti, scanditi dall'ansiogeno count-down di tutta la dinastia Parodi al completo: la prole, la mamma, la comare, la sorella disoccupata e il perennemente allupato marito Fabio: "Manca un minuto al TG! Spicciati!"
Mi faceva un po' pena vederla affannarsi e agitarsi per tutta la cucina come un pollo senza testa. La poverina doveva mescolare il sughetto tenendo il cucchiaio tra le dita dei piedi, sminuzzare le carote con tutte le braccia a disposizione e nel frattempo azionare il frullatore premendo il pulsante con una testata. Okay, Benedetta salva la cena, ma a lei chi è che la salva?
In ogni caso spero che si tolga il vizio di leccarsi le dita e, soprattutto, che la pianti di emettere quel suono umidiccio che fa con la bocca mentre parla. Non so bene come descriverlo... anzi sì: è una specie di risucchio a denti stretti che trovo oltremodo ributtante.



Un video istruttivo su quanti doppi sensi si possono
fare sulle pere, dall'autoerotismo ai clisteri.
Non perdete il momento fetish al minuto 08.41.
Vi segnalo anche un'altra ospitata con un altissimo
momento di televisione (al minuto 04.27).
Protagonista uno spremiagrumi dal curioso design.

Per chi se lo fosse perso, c'era già stato un primo cross-over tra la sofisticata La7 e la patinata Real Time lo scorso autunno, quando la Parodi ha accolto nella sua cucina niente meno che Carla Gozzi. Per l'occasione, la fashionista dai capelli color Calvè ci ha preparato una tristissima zuppa di cavolfiore ipocalorica (non sia mai che la Gozzi s'ingozzi) e ci ha rivelato il suo look da perfetta casalinga anni '50: un paio di mules con pizzo, una petite robe noire e una robe tablier di pizzo. Un outfit comodo e pratico, insomma. Anch'io dopotutto cucino in marsina, cilindro e monocolo.
Scopriamo inoltre che Carla Non-Magna, oltre ad essere un'esperta di stile, è anche una campionessa di stile libero, che non rinuncerebbe mai ai suoi dieci minuti di sport quotidiani e che ha eliminato il sale dalla sua dieta, dato che preferisce utilizzarlo in altri modi, tipo rotolarcisi per conservarsi meglio nei secoli.


Carla Gozzi: dai volant ai vol-au-vent 
00.45 - Carla annuncia "una grande novità";
06.32 - La mise da cucina di Carla;07.15 - Carla dice no al sale;
08.00 - Lezione di aerobica;
13.05 - Et voilà: vomito di gatto.

La nostra argentea guru della moda improvvisa anche una lezione di aerobica, mandando in brodo di giuggiole Benedetta con un esercizio per assottigliare il punto-vita, da fare mentre cuociono i broccoli, che guarda caso è noto come swing: la bionica Carla, sorprendendo chi, come me, la credeva fatta di un unico pezzo di titanio, riesce a flettere le ginocchia senza doversi lubrificare le giunture cromate, poi si aggrappa al piano-cucina e comincia a dondolarsi con le gambe a destra e sinistra, come se si fosse seduta su di un'invisibile ma scivolosissima tazza del gabinetto. Un allenamento semplice e divertente, da accompagnare magari alle musichette swing sopracitate. Onestamente non so proprio come faccia, questa benedetta donna, ad essere alla moda, sportiva, salutista, perfetta in tutto e rigida come uno stoccafisso. Quando una goccia di brodo di cavoli le è schizzata addosso e l'ho vista emettere delle scintille, ho avuto la conferma che Carla Gozzi è effettivamente un cyborg. Anche perché non mi è sfuggito lo sguardo peccaminoso che ha rivolto al mixer ad immersione (non mi stupirebbe se i robot come lei li utilizzassero nei momenti di relax al posto dei vibratori.)
Tornando a Sottiletta Parodi, non ci resta che aspettare novembre per il suo nuovo programma. Vi starete senz'altro chiedendo che cosa bolle in pentola, e magari state già pregustato un nuovo, originalissimo format che darà una rimestata al palinsesto televisivo...
E invece no. Le hanno rifilato gli avanzi: l'edizione italiana di un talent per pasticceri, Bake off. Una pizza di programma, insomma. Più che cotto e mangiato, scotto e già masticato.  

Il post è in continuo aggiornamento...

sabato 29 giugno 2013

Speciale Pubblicità insopportabili #2 - Colazione a casa Bullet!

Divertiti anche a tu a mescolare gli ingredienti e a mixare i personaggi per creare sempre nuove
ricette e infinite combinazioni extra-coniugali!
Ci sono vecchie pubblicità insopportabili che riescono a mantenersi sempre fresche e invitanti. Così, in preda a una dolce nostalgia, ho deciso di omaggiare con questo Speciale una delle televendite più riuscite e più amate di sempre, quella del fenomenale Magic Bullet, un classico intramontabile, una pregiata gemma di arte pubblicitaria che mi ha tenuto incollato al televisore sin dalla mia tenera pre-adolescenza. E' porno a tutti gli effetti per noi appassionati di pubblicità: non importa quante volte abbia guardato con occhi traboccanti di meraviglia le stupefacenti opportunità culinarie offerte da questo magico mini-mixer universale, ogni volta è come se fosse la prima. Come resistere alla calda accoglienza di Mick e sua moglie Mimi? Chi non sognerebbe di alzarsi dal letto, trascinarsi in cucina e vedersi porgere uno smoothie preparato con amore da questa radiosa coppia di esaltati?
Sfortunatamente la versione italiana di questa televendita, che chiaramente si ispira al dialogo rinascimentale, non è disponibile su Youtube, ma anche chi non mastica l'inglese potrà gustare pienamente la visione di un conciliabolo di idioti a bocca aperta che si esibiscono in cori di "WOW!" e "Incredibile!" di fronte alle prodigiose virtù di un mini frullatore. In una cucina linda e spaziosa (dove prevalgono colori caldi e rassicuranti, tipici delle serie tv e delle sit-com americane anni '90, da Genitori in blue-jeans a Una bionda per papà, da La TataOtto sotto un tetto), un variopinto campionario di fauna suburbana si riunisce intorno all'isola della cucina dei coniugi Bullet, che si sono svegliati di buon'ora per frullare praticamente qualunque cosa capiti loro a tiro.
Guardando il video in lingua originale potrete far caso alla pronuncia ridicola di alcune parole e a buffi suoni curiosamente dotati di senso compiuto: io stesso non riesco a smettere di ascoltare e riascoltare Mick esclamare "He's got strawberry 'n' banana!" al minuto 00.19 (da non perdere).


Il personaggio di Mimi, la perfetta padrona di casa tutta zucchero, si rifà senza dubbio alle casalinghe disperate di Wisteria Lane. Sono certo che, dietro quel sorriso imperturbabile, frullino a tutta velocità, come per effetto di Magic Bullet, inconfessabili dubbi e penosi interrogativi: "Mio marito mi troverà ancora attraente? Come la prenderebbe se riprendessi a lavorare? E se le punte dei miei capelli dovessero afflosciarsi, cedendo alla forza di gravità?"
Piuttosto che tentare di dare una risposta a queste angosciose domande, è sempre meglio tenersi occupati e provvedere al sostentamento dei propri ospiti. Il primo a presentarsi per la colazione è Berman, il misantropo calvo il cui unico amico è il suo barman, che si avvicina con passo da orso letargico e con indosso un'orrenda vestaglia di peli di procione (lo stesso che gli ha trasmesso la rabbia). Mimi, che invece sprizza energia e vitalità da tutti i pori (tutto merito dei suoi milkshake alla frutta, ricchi di vitamine... e, probabilmente, anche metamfetamine) saluta con un raggiante "Good mooorning Berman!" il suo ospite ancora stordito, che, chiaramente, si è alzato dal lato sbagliato del letto, per di più con un cerchio alla testa, la luna storta, la luna lucente della sua pelata e le scatole che girano più vorticosamente delle affilatissime lame di Magic Bullet (minuto 00.04). L'irascibile Berman non riuscirà proprio a perdonare alla padrona di casa il suo sonoro buongiorno, visto e considerato il rancoroso sarcasmo e l'espressione blasé che lo contraddistinguono durante tutta la presentazione ("Andiamo, Mimi, [mi stai dicendo che davvero usi Magic Bullet] tutti i giorni? Proprio tutti tutti tutti?", al minuto 03.45) Il burbero bevitore di Bourbon smette di brontolare solo alla fine, quando lo costringeranno a trincare un bel beverone di frutta e ortaggi misti, in cui, miracolosamente, non si avverte il ributtante sapore dei broccoli: "E' buonissimo! E pensare che non sopporto le verdure!" commenta, con ritrovato brio (minuto 14.31).
Ma in cucina c'è anche Tina la biondina, che si meraviglia e trasecola per il più banale frullato, regalandoci enfatiche espressioni facciali quasi degne di una nota esponente del trash televisivo made in Italy. A Tina gli autori hanno affidato il compito di riassumere e ricapitolare le gloriose gesta di Magic Bullet, come se il nostro span di memoria fosse insufficiente per immagazzinare tutte le sue strabilianti capacità. Accanto a lei, il suo sposo Ike, uomo dall'irreprimibile mascolinità, che, fissando con aria sdegnosa la capelluta Wilma e il suo cotonatissimo marito mentre degustano i loro deliziosi smoothies ai frutti di bosco (roba da donne e da effeminati), agita nervosamente la clava e chiede a Mimi se "C'è qualche possibilità di avere una vera colazione?" E per "vera colazione" intende una frittata di uova di pterodattilo, seguita dalla quotidiana bistecca di brontosauro (minuto 00.57).
Attirata dal profumo dei "ben due diversi tipi di muffin!", fa la sua sinistra apparizione anche Hazel, la megera del vicinato, con la sigaretta (spenta) perennemente in equilibrio tra le labbra secche e raggrinzite come prugne californiane (minuto 02.11). Potrebbe benissimo essere la nonna di Jigen, e non mi stupirei se anche lei ci sapesse fare con le armi: riesco ad immaginarla perfettamente, in camicia da notte, sul portico di casa, mentre si diverte a terrorizzare i bambini del quartiere con in braccio un fucile da caccia.
Poco dopo l'arrivo dell'ultima pensionante (minuto 03.52), a tradimento, i padroni di casa sorprendono gli ospiti con una domanda da un milione di dollari:

MICK: Ora vi chiedo, qual è il peggior lavoro da fare in cucina?
MIMI: ... quello con cui comincia quasi ogni pasto?

Avanti, non ditemi che non conoscete la risposta!
Lo facciamo all'inizio di quasi ogni pasto. E' un gesto quotidiano che ripetiamo ogni mattina, ancora prima di avvitare la caffettiera a colazione. Il nostro primo pensiero subito dopo aver salato l'acqua per la pasta. Una cena, poi, non è una vera cena se non lo si è fatto per bene. Di cosa stiamo parlando? Nessuna idea? Davvero?
Per fortuna c'è Hazel, che, oltre alla sigaretta incollata all'angolo della bocca, ha anche la risposta esatta sulla punta della lingua: "Sminuzzare l'aglio! Quel puzzolente, nauseabondo aglio!"
Sì, lo so, vi state tutti chiedendo come avete fatto a non pensarci prima...
Ma i quesiti sollevati da questa telepromozione sono molti altri, uno più enigmatico dell'altro. Per esempio, il marito di Wilma si chiama per caso Fred? La scelta dei nomi "Tina" e "Ike" è casuale o era aperta intenzione degli autori omaggiare Tina Turner e suo marito Ike?
Ma soprattutto... per quale motivo otto adulti dovrebbero dormire nella stessa casa? Non sono un po' troppo cresciuti per un pigiama party?
Sarebbe logico pensare che si tratti di un raduno di scambisti. Un remix di coppie annoiate e desiderose di dare un twist trasgressivo alla routine matrimoniale. D'altronde non può esservi altra spiegazione.
Non è da escludere che l'arguta Mimi abbia intuito la perversa attrazione di suo marito per Tina la stupidina, che è praticamente identica a lei (sicuramente vanno anche dallo stesso coiffeur), col vantaggio di essere più giovane di almeno un decennio. La donna avrà forse rinunciato all'idea di accettare (con un'accetta) la rivale e accettato pazientemente di assecondare i capricci del marito Mick, in piena crisi di mezza età, rivalutando la situazione come una buona occasione per esplorare a sua volta il mondo al di là delle frontiere del proprio talamo nuziale.
Verosimilmente, però, Berman e Hazel sono stati esclusi dal gioco a coppie, data la loro innegabile repellenza. Che la rispettiva dipendenza dal fumo e dall'alcool siano una reazione al loro senso di inadeguatezza e alla loro inesistente vita amorosa?
Se poi consideriamo le abitudini culinarie di Hazel, che inaugura "ogni pasto" sminuzzando aglio come se dovesse farcirci le tombe di un intero cimitero transilvano, è facile intuire quanto siano mefitiche le esalazioni della sua cavità orale. Basta mixare, servendosi naturalmente di Magic Bullet, due spicchi d'aglio, due manciate di mozziconi di sigaretta e un secchio di gin da due soldi per avere un'idea abbastanza precisa di cosa si provi a pomiciare con lei. E il tutto in soli 1... 2... 3... 4 secondi! Neanche il tempo di pronunciare una delle bizzarre espressioni cockney di Mick, come "Bob's your uncle" o "Fanny's your aunt."
Ora che ci penso, ho come il sospetto che la sulfurea Hazel e il caustico Berman possano essere imparentati. Ma la televendita si conclude senza alcuna agnizione o sensazionale rivelazione: tutto rimane sottinteso, non detto, celato. Come in un centrifugato di frutta e verdura, non si riesce più a discernere i vari ingredienti.
Ed è proprio questa la magia di Magic Bullet. Questo straordinario congegno alchemico, grattugiando, macinando, affettando, maciullando e mescolando ogni tipo di ingrediente, riesce a deliziarci con un'infinità di seducenti salse dai colori innaturali e invitanti mousse al cioccolato grigio, in più arricchisce di sapore ogni ricetta (minuto 08.25), da un fumante piatto di "Pesto Pasta" a un'abbondante porzione di "Fettucini Alfredo" (quest'ultima una famosissima specialità "italiana" che consta sostanzialmente di fettuccine stracotte color alga che nuotano in un mare di colla vinilica). Allo stesso tempo, però, Magic Bullet assembla, amalgama anche vite ed esperienze. Unisce persone diverse per età, forma, vizi ed abitudini, e tutto questo per offrirci, infine, un saporito guacamole di umanità.

martedì 23 aprile 2013

Un Tea Party nella Vecchia Cara Inghilterra

 
Se c'è una cosa che mi manca della cara vecchia Inghilterra, oltre ai paesaggi gotici, i parchi e la mia dose giornaliera di cinese take-away, è la colazione tradizionale, quell'apoteosi di adipe, quel carro trionfale di colesterolo, quella cornucopia di calorie che ti aiuta ad affrontare al meglio anche la più uggiosa delle giornate oltremanica. E quale pretesto migliore per immergere la faccia in un mare di bacon e uova strapazzate se non organizzare un tea-party mattutino?
Magari lo si può declinare in forma di brunch, giusto per non rivoltare troppo i delicati stomaci tricolore dei vostri ospiti...
Se dipendesse da me, mangerei salsicce e fagioli in salsa di pomodoro anche prima del canto del gallo, ma penso sia meglio attuare qualche piccola modifica al menù, come, per l'appunto, escludere i fagioli. Tuttavia non posso transigere sulle salsicce, nè sul bacon e i funghi, magari infilati in un mini-sandwich o tra due fette di pane ben tostato. Non si può definire inglese, poi, una colazione che non preveda le uova.Vi riporto qui sotto la ricetta segreta delle perfette scrambled eggs, così come mi è stata sussurrata all'orecchio da nonna Older sul letto di morte. A dire il vero la signora era perfettamente in salute e le auguro di vivere ancora a lungo, ma "sul letto di morte" fa più effetto di "in cucina, davanti a una tazza di tè."
Come potrete leggere, si tratta della ricetta tramandata da generazioni di puristi, una ricetta senza sale, olio, panna, succo di mucca o altre aggiunte inutili e poco ortodosse. Si tratta di un processo alchemico, un rituale in cui pochi ingredienti rarefatti si uniscono in mistico sposalizio e danno vita alla quintessenza della bontà.
 
Non esistono tempi precisi: bisogna continuare a girare per qualche
minuto, finchè non raggiunge la consistenza di una poltiglia flaccida
ma compatta.
 Come avrete di certo notato, l'atmosfera è decisamente meno formale dei miei tea-party precedenti: arrivederci pretenzioso servizio da tè  e benvenute tovagliette all'americana e mug sbeccate a forma di autobus a due piani!
Ho pensato di tirar fuori i vecchi souvenir, inclusi gli inutilizzati sottobicchieri con i migliori panorami londinesi, per omaggiare l'inimitabile kitsch inglese. Peccato non essere riuscito a procurarmi una di quelle orribili tazze con i volti estatici di William e Kate, ma provvederò al più presto a rimediare. Dopotutto, basta far partire Spice up your life a palla, oppure la sigla del Benny Hill Show, e scongiurerete facilmente qualsiasi sospetto di raffinatezza ed eleganza.
Dulcis in fundo, per accompagnare l'Earl Grey, servite in tavola qualche Camillina, ovvero delle semplici tortine di carote, banali in modo quasi imbarazzante, ma dal sapore piacevolmente anni '90. Da notare la decorazione all'avanguardia, ottenuta mediante la tecnica dello stencil con un semplice tappo di bottiglia. In origine sarebbero dovute essere delle margherite, ma a guardarle si direbbero più delle uova all'occhio di bue, il che è anche meglio, visto che il tema è il full breakfast inglese.

 
Mentre mettete a dura prova le coronarie dei vostri invitati con cibi ipercalorici, non dimenticate di molestarli in ogni modo possibile, come ogni bravo padrone di casa. Potete, per esempio, costringerli a indossare orrendi cappellini da cerimonia come al matrimonio reale, oppure obbligarli a parlare con un accento inglese fasullo, o ancora potete nascondere da qualche parte un piccolo pupazzetto a forma di volpe e promettere un premio al vincitore della "caccia alla volpe", sollazzo tanto caro all'aristocrazia britannica. Se avete qualche penny da buttar via, vi suggerisco anche di scaricare l'app Children Preview per scoprire in anteprima che aspetto avrà il pargolo in arrivo a casa Windsor, se il piccolo riceverà il segnale della BBC direttamente dalle orecchie come nonno Carlo o se avrà i capelli color cheddar come lo zio Harry. I più perversi potranno anche dare un'occhiata al volto di loro ipotetici figli avuti da Carlo, il principe Filippo o dalla sempre piacente Elisabetta II. Vedeste che carini i centaurini che nascerebbero da una mia virtuale unione con Camilla!
Se vi dedicherete a tutte queste entusiasmanti attività certamente nessuno dei vostri ospiti tornerà a casa con un muso lungo alla Victoria Beckham (ma se mangerete tutta quella roba non sperate di mantenere ancora per molto la forma fisica della suddetta.)
 
I Tea Party precedenti:
Un Tea Party natalizio con lo Schiaccianoci;
Un Tea Party con delitto;
Un Tea Party nel Paese delle Meraviglie - 1° parte2° parte.

mercoledì 19 dicembre 2012

Un Tea Party natalizio con lo Schiaccianoci

Il Natale si avvicina, annunciato da un'inebriante ventata di bontà: i bambini imparano a memoria la poesia da recitare a fine cena (per poi bastonare i parenti come pignatte, in cerca di monetine), le coppiette innamorate si baciano sotto il vischio (o sotto gli Arbre Magique delle loro auto), cori di voci bianche agli angoli delle strade allietano i cuori della gente, le pacchiane luci colorate sui balconi fanno mille, luminosi occhiolini ai passanti, e il Papa abbraccia e benedice i suoi amici stranieri (tra cui Dracula, il signor Burns e un gruppo di ugandesi che vorrebbero imprigionare gli omosessuali - quei cattivoni decisi a rovinare il Natale a tutti con la loro assurda pretesa di amarsi.)
Qualcuno - il Grinch, senza dubbio - ha avuto la luminosa idea di fissare l'appello del mio apocalittico esame di letteratura inglese il 10 gennaio, perciò ho deciso di anticipare i festeggiamenti per godermi in tutta serenità la magia delle feste. Quale modo miglior per celebrare il Natale se non con un tea party? Quelli natalizi sono i più facili, perchè in ogni casa italiana c'è sempre almeno un ripostiglio, o una soffita, o una cantina, o un sotterraneo per i prigionieri pieno zeppo di decorazioni natalizie. L'importante è sceglierle con cura e far caso alle sfumature, distinguendo con attenzione lo "squisitamente kitsch" dallo "schifosamente kitsch". Ma come resistere alla tentazione di sfoggiare la vostra teiera a forma di Babbo Natale per inorridire gli ospiti?


Come centrotavola, non ho potuto rinunciare alla mia boule de neige natalizia con carillon incorporato. Una gioia per la vista e per le orecchie, visto che intona la mia canzone natalizia preferita, O Tannenbaum. Esistono molte versioni straniere di questo canto, oltre all'originale tedesco, come quella inglese, Oh Christmas tree, o quella francese, Mon beau sapin, ma non conoscevo la versione norvegese, O Lutefisk, che impiega la melodia di O Tannenbaum per tessere le lodi di un piatto tradizionale del luogo: il merluzzo in ammollo. Se ho un po' di tempo cercherò di buttar giù una versione italiana: O Baccalà.
Restando in tema musicale, per i segnaposto ho pensato di prendere ispirazione dai personaggi de Lo Schiaccianoci, la storia natalizia per eccellenza, nata dalla penna "perturbante" e tempestosamente romantica di E.T.A. Hoffmann, riscritta in toni più zuccherosi da Alexandre Dumas padre e reinterpretata meravigliosamente dal balletto di Tchaikovsky, che proprio ieri ha compiuto 120 anni e  a cui ho avuto il piacere di assistere l'anno scorso grazie all'inaspettata generosità dell'Università di Bari (in cambio dovevo sostituire un telamone del Petruzzelli). In realtà il mio primo approccio con questo balletto è avvenuto durante i saggi di danza di mia sorella, quando, ingenuo fanciullino, di fronte ai gioiosi arabesque di Clara, non potei fare a meno di pensare: "Uno schiaccianoci?? Ma che schifezza di regalo di Natale..."
Tchaikovsky, in ogni caso, offre una colonna sonora perfetta per un tè festivo, una magnifica alternativa a compilation imbarazzanti tipo il cd natalizio di Glee, o peggio ancora, quello di Ti lascio una canzone.


Lo Schiaccianoci, il Re dei Topi (piuttosto rabbonito) e la Fata Confetto,
tre segnaposto realizzati con pezzi di stoffa e merletto, nastri, cartoncino e
cccolla vinilica. Avrei voluto seguire le tecniche di Barbara Guilienetti,
ma i miei mi hanno proibito di sventrare un divano per realizzare dei
segnaposto.

Quanto ai padri letterari de Lo Schiaccianoci, in libreria è disponibile dallo scorso Natale una nuova edizione, che comprende sia la versione di Hoffmann che quella di Dumas, pubblicata da Donzelli Editore. Perciò, Babbino Natale, se per caso mi stai leggendo, e se, sempre per caso, dovessi passare dalla Feltrinelli, sapresti come rendere felice un bambino, non proprio buonissimo, ma pieno di buone intenzioni.
Ma torniamo al nostro tea party. Cosa offriamo ai nostri ospiti, che sicuramente squittiranno di voler rimanere a dieta in previsione delle abbuffate festive? Ho pensato di andare sul leggero con dei biscotti al burro, che io e mia sorella abbiamo sempre chiamato (poco poeticamente) "mezzi-e-mezzi", perchè intinti per metà nel cioccolato. Non so bene quale sia il loro vero nome (la mia amica Angy li chiama "cioppini") ma credo si possano definire come una reinterpretazione easy dei kipferl austriaci. Qui di seguito la semplicissima ricetta (mi sembra già di sentire le risate delle mie amiche food-blogger, cuoche provette, a differenza di me, che sto uscendo faticosamente dal livello "uovo al tegamino" e comincio ad oscillare, per abilità culinaria, tra lo "studente in Erasmus" e l'"aristocratica caduta in disgrazia e dunque costretta a licenziare la cuoca." Questa scheda istruttoria serve più che altro a me, come promemoria.)
 
Notate la cura e la precisione con cui i biscotti sono stati intinti nel cioccolato.
Ringraziamo per questo le renne di Babbo Natale che ci hanno
dato uno zoccolo in questa importante e nobile impresa.
Un tea party senza tè è un po' come un albero di Natale senza puntale in cima, o, se preferite, come un presepe senza il bue e l'asin... no, aspetta, il Papa mi vuole ammazzare anche quelli. Lasciamo perdere. Parlavamo di tè...
Secondo la tradizione, il perfetto tè invernale dovrebbe essere speziato e profumato, perciò non c'è niente di meglio di un buon tè nero con chiodi di garofano, cedro, vaniglia e cannella per gustarsi un sorso di Spirito Natalizio (se poi fa particolarmente freddo, un po' di spirito in più può rendere un tea party ancora più allegro)
 

 
A presto, con nuovi, festosi post!


mercoledì 31 ottobre 2012

Un Tea Party con delitto

 
Quale modo migliore per celebrare degnamente Halloween se non ammazzare un amico?
Ovviamente solo per finta, organizzando un tenebroso tea party con delitto: una vittima, un assassino, un'arma del delitto e tanti sospettati. In altre parole, un Cluedo vivente. Quello dei ricevimenti con delitto è una moda dilagante, ma ammetto con profonda vergogna di aver preso l'idea da un episodio di Lizzie McGuire (l'unico di cui io conservi memoria, e grazie al cielo!).
Il mio primo murder tea party è stato un successo inaspettato, vista la mia scarsa esperienza nel territorio del giallo, genere che ho cominciato ad apprezzare solo di recente. 
Per la buona riuscita di un tè con delitto sono fondamentali degli ospiti entusiasti e una trama ben congegnata. Vi propongo la mia, che, considerando la mia scarsa dimestichezza con le detective stories, punta più sul goliardico che sul verosimile: la maliziosa marchesa Marie-Cosette De Mignotte viene ritrovata cadavere sulle rive del lago Sher Loch Ness. La cittadina di Detectiville è sconvolta dalla sua tragica morte e il detective Rafael Cadalso si mette subito all'opera per scoprire il colpevole, riunendo davanti a una fumante tazza di tè i principali sospettati, o meglio, un'affascinante trio di potenziali assassine: una femme fatale sull'orlo della bancarotta, un'androloga afflitta dalle pene d'amore e una ricca ereditiera con un oscuro segreto. Ognuna aveva un motivo per volerla morta, ma chi di loro ha ucciso la marchesa De Mignotte?
Cliccando su "continua a leggere..." potrete dare un'occhiata (e utilizzare a vostro piacimento) l'intero "copione" de Il mistero della marchesa. Nel mio caso, per chiari motivi di misantropia, i personaggi principali sono solo quattro, ma il numero ideale di partecipanti oscillerebbe intorno a dieci. Su questo sito trovate ottimi spunti, trame complete e consigli d'oro per organizzare il/la vostro/a apertivo/tè/cena con delitto, ma vi suggerisco di personalizzare il più possibile la storia e "cucire" i personaggi addosso ai vostri ospiti, enfatizzandone vizi e virtù. Ognuno degli invitati dovrà disporre di una pergamena di presentazione (che include una mappa del luogo e i profili "pubblici" dei personaggi) e una busta segreta contenente tutte le indicazioni necessarie per portare avanti il proprio ruolo.
 
 
Naturalmente, mentre i vostri amici si interrogano a vicenda, si azzuffano, sputano fuori antichi rancori, si pugnalano alle spalle e cercano di correggere il tè del vicino con cianuro e arsenico, servirà anche che li sfamiate. Partendo dalla bevanda protagonista, ho scelto un rooibos, o tè rosso, che ha tutto l'aspetto di un normale tè, ma deriva in realtà da una pianta africana (l'Aspalathus linearis), è privo di caffeina e, secondo la mia spacciatrice, avrebbe un naturale retrogusto di cioccolato. Se il rosso sangue del rooibos non fa per voi, un'ottima alternativa è il classico Gunpowder, il tè verde cinese più famoso, la cui consistenza (come pure il nome) ricordano la polvere da sparo: associazione mentale perfetta per una serata in cui a fumare non sono solo le tazze, ma anche qualche rivoltella.
"Non è quel che sembra" è un criterio da adottare anche nella scelta degli stuzzichini, come nel caso dei muffin inaspettatamente salati o dei soufflé a sorpresa.
 
*Non ponete limiti alla fantasia: un pizzico di peperoncino per un tocco alla
Chocolat (ottimo per un delitto passionale) una spolverata di farina di cocco
per sognare i Caraibi (e paradisi fiscali), o magari qualche goccia di succo
d'arancia
per deliziare gusto e olfatto (mentre si cerca di risolvere un caso di
omicidio con movente mafioso)...

E adesso passiamo al luogo del delitto: la tavola. Quale colore più appropriato per la tovaglia se non il giallo?
I lussureggianti candelabri della nonna (potenziali corpi contudenti) e il classico servizio da tè dei vostri genitori (regalo di nozze dimenticato prima ancora del taglio della torta) è tutto quel che vi ho occorre per trasformare casa vostra nel salotto di Miss Marple.
Per qualche assurdo motivo, frugando nell'ufficio dei miei, ho trovato anche un rotolo di quel nastro rosso e bianco che la polizia usa per delimitare le scene del crimine (non chiedetemi che cosa ci facesse lì, chiuso in un cassetto, perchè questo è un mistero che non sono proprio riuscito a risolvere) e così ho pensato di drappeggiarci la tavola a mo' di macabro festone.

Il risultato finale! (Clicca per ingrandire)
Raccogliete tutti gli indizi e le informazioni utili ai vostri ospiti in una pergamena
(magari chiusa con nastro rosso sangue) che potrà poi fungere anche da segnaposto.
Potete legare alla pergamena anche un piccolo oggetto che rappresenti ognuno dei
partecipanti: io ho scelto una lente d'ingrandimento per il detective, una penna
stilografica per la dottoressa, una rosa rossa per la femme fatale e un anello con
cammeo per la ricca ereditiera.

 Non esiste il delitto perfetto, nè tanto meno il tè con delitto perfetto, ma la cura dei dettagli non è mai troppa. Per esempio, potete richiedere ai vostri ospiti un dress-code retrò (state ancora leggendo Il Tè, non un inserto di Glamour), e creare una play-list a tema (le colonne sonore di thriller e polizieschi famosi come Psycho I soliti sospetti, le sigle di serie televisive storiche come Nero Wolfe, Poirot, Miss Marple, Alfred Hitchcok presenta Un detective in corsia, e infine, per spezzare la tensione, sottofondi musicali dagli inevitabili risvolti comici come Detective Conan, La signora in giallo o Il commisario Rex.)
Un tè col delitto, insomma, è un modo ideale per ammazzare il tempo e la noia. In più... volete mettere l'intima soddisfazione di inscenare l'assassinio del più insopportabile della comitiva?

venerdì 26 ottobre 2012

Oslove

Dettaglio de L'urlo di Munch (Munchmuseet/Oslo Nasjonalgalleriet): il grido che nasce
dalle viscere di una larva amorfa, un essere senza sesso, nè età: un essere che incarna
il minimo comune denominatore di un'umanità destinata a soffrire.
Ecco il tragicomico resoconto del mio primo viaggio (quasi) da solo a Oslo, e tutto sommato poteva andare molto peggio, considerando il mio trolley suicida (se lo lasci solo cade, un po' come il proprietario). In aeroporto sono stato abbordato da una logorroica ragazza vestita da gaucho (interamente coperta di jeans, con tanto di stivali da cavallerizza), che, ignorando del tutto i posti assegnati, si è seduta accanto a me bombardandomi di chiacchiere per tutte le due ore di volo: mi ha raccontato tutto dei suoi cavalli, del suo ragazzo, dei cavalli del suo ragazzo, dei ragazzi del suo cavallo e mi propone anche di fare domanda d'assunzione presso il negozio di articoli sportivi per cui lavora (chiunque mi conosca anche solo un po' saprebbe che non sarei mai credibile come commesso in un negozio di articoli sportivi).
Finalmente il nostro aereo atterra a Zurigo,  Calamity Jane è subito calamitata dal suo fidanzato e io posso finalmente godermi le mie sei ore d'attesa prima del volo per Oslo. In questo breve spazio di tempo sono diventato il massimo esperto di Agatha Christie ed Edvard Munch (che accoppiata allegra!). Ah, e ho anche bevuto il tè più costoso della mia vita: sei euro per una tazza d'acqua marrone. Quando il cameriere mi ha portato il conto stavo quasi per sputargli in un occhio, ma, fortunatamente per lui, sono stato educato come un piccolo lord e quindi non ho mai imparato a sputare. Per quel prezzo mi sarei aspettato come minimo di bere un pregiatissimo tè bianco servito in una tazza di porcellana cinese Ming sorretta dalla proboscide di un elefante indiano coperto di ricchissimi ornamenti.

Un plumbeo scorcio della via principale di Oslo, famosa per essere stata scelta
da Munch come teatro dell'angoscia borghese in Sera sul viale Karl Johan
(Bergen Art Musem, in basso).
Ancora Karl Johan Gate, l'insegna della fabbrica di cioccolato Freia
(Munch decorò la mensa riservata alle operaie), e un troll sorpreso dal sole
e quindi pietrificato davanti all'ingresso di un negozio di souvenir.
Amettiamolo: la città di Oslo non è poi gran cosa. Ciò che la rende magica è
senza dubbio l'atmosfera: impossibile dimenticare i colori dell'autunno,
il cielo grigio, i suoi palazzi austeri, il ghigno
inquietante dei troll, lo svolazzare goffo
dei corvi (grossi come struzzi), e la natura che si insinua tra
le case dai tetti spioventi, tinte d'ocra, rosso cupo e verde scuro, come quelle
del Monopoli.
Ho pensato di risparmiarvi le solite foto delle attrazioni principali della città, in primo luogo perchè la mia macchina fotografica va praticamente ad energia solare, poi perchè le foto dei monumenti su Wikipedia sono di gran lunga più belle delle mie, e infine perchè non ero molto in vena di scattare fotografie, visto che ho girato quasi tutta Oslo da solo. La mia amica Mary Cherry ha avuto la geniale idea di beccarsi la febbre. Non faceva neanche troppo freddo... il maglione di lana blu e rosso con renne e fiocchi di neve potevo anche lasciarlo a casa.
Fortunatamente però abbiamo trovato una perfetta guida nel padrone di casa dello studente Erasmus da cui ci siamo piazzati, ovvero il "divino" Tor, il norvegese per antonomasia: biondo, occhi azzurri, alto e bianco come una betulla.
Ci ha letteralmente caricati in macchina e ci ha deliziato con un meraviglioso tour del fiordo di Oslo. A pochi minuti dal centro della città, l'auto si avventurava già nel bel mezzo della natura selveggia: infinte foreste verdi macchiate d'autunno, solcate da torrenti, dove ti aspetteresti di intravedere occhi lucenti di troll nascosti sotto il tappeto di foglie gialle. Da un tronco d'abete avrebbe potuto far capolino una hulder incuriosita: le avvenenti fanciulle delle leggende, con coda vaccina e schiena legnosa, che attraggono gli uomini nella penombra dei boschi, li seducono, e si accoppiano con loro fino a condurli alla morte o alla follia (simpatiche, eh).

I drammatici paesaggi grigio ferro della Norvegia non potevano che ispirare
Edvard Munch per Malinconia (Oslo Nasjonalgalleriet, in basso), opera in cui la natura
diventa cornice e  ritratto del dolore umano. Il tetro scenario marittimo sembra
quasi emergere dai pensieri del ragazzo, relegato in un angolo del dipinto.

Il giorno dopo Tor ci porta più su, per farci ammirare l'inquietante trampolino da ski jumping, e a quel punto i paesaggi ottobrini ingialliscono nella nostra memoria, coperti all'improvviso da una spessa coltre bianca di neve.
Tornati dalla nostra gita a Narnia, ho dato sfoggio delle mie doti culinarie preparando con le mie manine una fragrante focaccia pugliese. La gestazione è stata un vero supplizio e le patate norvegesi (color rosa antico) non mi ispiravano molta fiducia, ma, dopo preghiere al dio del lievito, dita incrociate, abbracci, crisi isteriche e rassicurazioni, il risultato è andato ben oltre le mie più rosee aspettative. E poi si accostava a meraviglia col delizioso succo di fiori di sambuco fatto in casa di Tor (per questo si è guadagnato anche il soprannome di "il mago dei succhi" o "il meraviglioso mago di Ozlo").


Naturalmente non potevo tornare in Italia senza una manciata di parole frivole da aggiungere alla mia collezione. Mi sono reso conto ben presto di aver memorizzato vocaboli norvegesi troppo utili, come lufthavn, "aeroporto", sult, "fame" e ut, "uscita". Perciò sono subito corso ai ripari affidandomi a Tor, che, oltre ad essere un musicista, è anche un traduttore poliglotta: insieme al norvegese e all'inglese, parla perfettamente svedese, finlandese e tedesco, mastica l'estone, il francese e lo spagnolo e capisce quasi perfettamente l'italiano (l'ho sentito leggere la voce "Cime di rapa" su Wikipedia e la sua pronuncia era praticamente impeccabile.)
Così ora, grazie a Tor e ai suoi vocabolari (mai visti così tanti in vita mia), se dovessi trovarmi in uno zoo scandinavo saprei distinguere senza problemi un flaggermus ("topo svolazzante", cioè "pipistrello") da un bavian, "babbuino", in più potrei benissimo dichiarare di non essere un morgenfrisk ("mattiniero") e vantarmi di avere una  rigogliosa bjørk ("betulla") in giardino.
Ma Tor ha avuto soprattutto il merito di avermi svelato un grande mistero: la "ø"
si pronuncia un po' come il francese eau, e personalmente lo trovo un segno grafico estremamente sexy.

lunedì 18 giugno 2012

Frulla-tè: la bevanda che mi ha cambiato la vita

Come dice sempre la mia amica Fiona May, "quando fa caldo, è difiiicile fare colazione..."
E come darle torto? Ci vuole una soluzione fresca e veloce per iniziare con brio la giornata! Che non sia Kinder Fetta al Latte, ovviamente, visto che, con l'intolleranza al lattosio che mi ritrovo, mi basta guardare anche solo una mucca in televisione per piegarmi in due dal mal di pancia.
Ultimamente, grazie alla mia amica Anny, ho scoperto un fantastico negozio di tè a Bari, che ho già provveduto a razziare. Si tratta di un franchising, perciò lo trovate praticamente dappertutto, basta cercare il punto vendita più vicino sul sito ufficiale di Peter's Tea House (non ricevo alcun compenso per questa pubblicità, ma se proprio dovessero insistere...)
Mentre uscivo soddisfatto dal negozio con il mio ottimo tè nero in foglia aromatizzato con pezzetti di ananas e mango e il mio rinfrescante tè verde con scorzette di limone e zenzero, ho pensato: e adesso che ci faccio con quella tristissima confezione di bustine di tè al limone che ho a casa, di qualità tutt'altro che eccelsa?
Il dilemma mi stava uccidendo, ma poi la soluzione è arrivata dalla pagina facebook del sopracitato negozio (piena di ottimi consigli): il frullato di tè. Fresco, sano, nutriente, energizzante, leggero... ma soprattutto senza SUCCO DI MUCCA!
E' nata così la mia ossessione per il Frulla-tè, l'ideale per la colazione estiva.
Commosso quasi fino alle lacrime da questa sensazionale scoperta, ho pensato di proporvi qualche mia personale (e semplicissima) rielaborazione della ricetta:


Vi chiedo scusa per aver inserito la Preparazione, visto che è demenziale, ma dovevo pur riempire la scheda!
Se siete incerti su come abbinare i vari tipi di frutta, vi suggerisco di prendere spunto dai succhi in commercio (tra i miei preferiti pesca&mango e ananas&melissa), ma non fidatevi ciecamente: qualche tempo fa un distributore automatico mi ha sputato per sbaglio un orrendo succo alla pesca e all'arancia che mi ha quasi fatto cascare la lingua dal disgusto.
Il Frulla-tè Aurora, invece, è un drink energetico dal sapore rassicurante ma deciso, a tratti lievemente acidulo, che (*) potete bere così com'è o addolcirlo con zucchero o (perchè no?) con un cucchiaino di marmellata di albicocche o di pesche, da frullare con tutto il resto. Per renderlo ancora più "aurorale" basta aggiungere il rosso intenso dell'anguria e il viola della susina (li ho esclusi dalla ricetta perchè sono ancora fuori stagione).
Con due colpi di mixer potrete gustarvi non solo un concentrato di pura luce del mattino, ma percorrere un viaggio sensoriale lungo un sorso (la poesia su questo blog si spreca): dalla Cina, culla del tè e primo pescheto del mondo, alla Persia e all'Armenia, dove le albicocche vengono coltivate da tempo immemorabile. I souvenir di questo viaggio? La pesca, considerata dai cinesi simbolo di immortalità, e l'albicocca vi offriranno generosamente le loro riserve di vitamina C (che non basta mai), A (migliore amica della nostra pelle, delle nostre ossa e dei nostri denti, nonchè alleata preziosa contro gli agenti inquinanti) e Potassio, un valido aiuto per compensare le perdite di sali minerali dovute all'abbondante sudorazione estiva. Il tè nero, inoltre, conquista sia il cuore che la mente: previene le malattie cardiovascolari e, grazie alla teina, presente in quantità maggiore rispetto al tè verde, favorisce immediatamente la concentrazione e la lucidità mentale, il che non guasta in tempo di sessioni d'esame (in questo momento, per esempio, dovrei studiare anzichè giocare al dietologo di 'sta cippa).


La mela è il frutto più promiscuo: se la fa con tutti senza problemi. Qualche giorno fa mi sono preparato un delizioso Frulla-tè alla mela aromatizzato con gelsi bianchi, frutti tanto dolci e profumati quanto facilmente deperibili e perciò, sfortunatamente, difficili da trovare ("E' un frutto che non ha commercio" ha dichiarato con amarezza mia madre). Ben più reperibile è invece il kiwi, una bomba di vitamina C, anch'esso nato, come pure la mela, in Cina (la Macedonia porta chiaramente un nome che non le spetta). Il Frulla-tè Chartreuse è una bevanda corroborante, zuccherina ma dissetante, e soprattutto ha un nome volutamente pretenzioso con cui potrete riempirvi la bocca davanti ai vostri amici.
Di boiate per oggi ne ho scritte anche troppe... mi aspetta un nuovo esperimento: Frulla-tè con mela e melone Cantalupo (ipocalorico e diuretico). Non ho ancora trovato un nome abbastanza posh per questa variante... qualche suggerimento?

Aggiornamento (19/06/12)


Esperimento riuscito! La mia famiglia ha decretato il Frulla-Tè Svadhisthana come il più gustoso, tutto merito dell'inebriante profumo del melone Cantalupo. Che ne dite del nome? Al termine di un pomeriggio di estenuanti ricerche, dopo aver consultato i maggiori esperti mondiali, sono riuscito a trovare un nome sufficientemente pretenzioso: il melone Cantalupo è arancione, è asiatico (viene dell'India e dalla Cina, tanto per cambiare) e gli antichi lo associavano alla fertilità (per via della miriade di semi che contiene), perciò ho chiamato quest'ultima ricetta Svadhisthana, come il chakra arancione della fecondità (anche se mi hanno già fatto notare che sa molto di badante dell'est europeo). Non so bene per quanto tempo riuscirò a ricordarmelo...

mercoledì 2 maggio 2012

"Dolce come il cioccolato" di Laura Esquivel

No, tranquilli, non è quella Laura Esquivel. Non lasciatevi spaventare dall'omonimia con quel patito feo de Il mondo di Patty.Il titolo italiano non è un granché, e neanche quello originale (Como agua para chocolate, "come l'aqua per il cioccolato", si riferisce al fatto che in Messico la cioccolata calda si prepara con l'acqua anziché col latte, in più da quelle parti dire che due persone sono "come acqua per il cioccolato" è un po' come dire che sono sono "come il limone sul pesce. E' la morte sua!"), ma ¡ay, caramba! se non è un buon libro. 
All'inizio pensavo fosse uno dei tanti titoli sdolcinati come Il suadente profumo del karkadè in fiore, Il fascino segreto del cardamomo, Un amore che sa di cannella o La ragazza dall'alito pepato (Okay, questi titoli li ho inventati io ma se fate un giro in libreria ne troverete anche di peggiori). Insomma, diffido sempre dei romanzi culinari, perchè mi sembrano più o meno tutti uguali e, ironia della sorte, insipidi.
Dolce come il ciccolato,
di Laura Esquivel,
Garzanti, 184 pg., 9,90 €
Questo però non è il caso di Dolce come il cioccolato, forse perchè è stato scritto nel 1989 A.C. (Avanti Clerici), quando Benedetta Parodi faceva... ehm... qualunque cosa facesse prima di darci dentro col mattarello.
Ogni capitolo di Dolce come il cioccolato inzia con una ricetta, una per ogni mese dell'anno: si elencano gli ingredienti e si procede con la preparazione, che però è sempre interrotta dal racconto della vita di Tita. Per un'assurda tradizione di famiglia, è tenuta a rimanere nubile per accudire sua madre nella vecchiaia, perciò quando Pedro, di cui è follemente innamorata, chiede la sua mano, la tirannica Mamà Elena oppone un netto rifiuto. Al giovane non resta altra scelta che sposare Rosaura, la sorella maggiore di Tita: è l'unico modo per non perdere per sempre la donna che ama...
Ogni ricetta porta con sè un frammento delle vicessitudini della protagonista, episodi quasi agiografici, che ruotano intorno alla cucina, luogo del sacro, del mistero, del magico e dell'ancestrale, dove convivono realtà e prodigio.
Una lettura torrida, piccante e coinvolgente, a metà strada tra un romanzo rosa, un ricettario e un suggestivo libro di leggende.

Se vi dovesse interessare la cucina messicana, potete trovare su questo blog (in inglese) le ricette di Dolce come il ciccolato. Vista la difficoltà, pensavo di cimentarmi con qualcosa di più semplice come i tamales, ma mi sono arreso ancora prima di leggere tutti gli ingredienti: mi sono fermato a "farina di mais". Spero che voi ragazzi di città siate più fortunati di me nella ricerca di ingedienti esotici! Io intanto mi gusto il film (Come l'acqua per il cioccolato, 1992), sperando che sia caliente quanto il libro.

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