venerdì 26 ottobre 2012

Oslove

Dettaglio de L'urlo di Munch (Munchmuseet/Oslo Nasjonalgalleriet): il grido che nasce
dalle viscere di una larva amorfa, un essere senza sesso, nè età: un essere che incarna
il minimo comune denominatore di un'umanità destinata a soffrire.
Ecco il tragicomico resoconto del mio primo viaggio (quasi) da solo a Oslo, e tutto sommato poteva andare molto peggio, considerando il mio trolley suicida (se lo lasci solo cade, un po' come il proprietario). In aeroporto sono stato abbordato da una logorroica ragazza vestita da gaucho (interamente coperta di jeans, con tanto di stivali da cavallerizza), che, ignorando del tutto i posti assegnati, si è seduta accanto a me bombardandomi di chiacchiere per tutte le due ore di volo: mi ha raccontato tutto dei suoi cavalli, del suo ragazzo, dei cavalli del suo ragazzo, dei ragazzi del suo cavallo e mi propone anche di fare domanda d'assunzione presso il negozio di articoli sportivi per cui lavora (chiunque mi conosca anche solo un po' saprebbe che non sarei mai credibile come commesso in un negozio di articoli sportivi).
Finalmente il nostro aereo atterra a Zurigo,  Calamity Jane è subito calamitata dal suo fidanzato e io posso finalmente godermi le mie sei ore d'attesa prima del volo per Oslo. In questo breve spazio di tempo sono diventato il massimo esperto di Agatha Christie ed Edvard Munch (che accoppiata allegra!). Ah, e ho anche bevuto il tè più costoso della mia vita: sei euro per una tazza d'acqua marrone. Quando il cameriere mi ha portato il conto stavo quasi per sputargli in un occhio, ma, fortunatamente per lui, sono stato educato come un piccolo lord e quindi non ho mai imparato a sputare. Per quel prezzo mi sarei aspettato come minimo di bere un pregiatissimo tè bianco servito in una tazza di porcellana cinese Ming sorretta dalla proboscide di un elefante indiano coperto di ricchissimi ornamenti.

Un plumbeo scorcio della via principale di Oslo, famosa per essere stata scelta
da Munch come teatro dell'angoscia borghese in Sera sul viale Karl Johan
(Bergen Art Musem, in basso).
Ancora Karl Johan Gate, l'insegna della fabbrica di cioccolato Freia
(Munch decorò la mensa riservata alle operaie), e un troll sorpreso dal sole
e quindi pietrificato davanti all'ingresso di un negozio di souvenir.
Amettiamolo: la città di Oslo non è poi gran cosa. Ciò che la rende magica è
senza dubbio l'atmosfera: impossibile dimenticare i colori dell'autunno,
il cielo grigio, i suoi palazzi austeri, il ghigno
inquietante dei troll, lo svolazzare goffo
dei corvi (grossi come struzzi), e la natura che si insinua tra
le case dai tetti spioventi, tinte d'ocra, rosso cupo e verde scuro, come quelle
del Monopoli.
Ho pensato di risparmiarvi le solite foto delle attrazioni principali della città, in primo luogo perchè la mia macchina fotografica va praticamente ad energia solare, poi perchè le foto dei monumenti su Wikipedia sono di gran lunga più belle delle mie, e infine perchè non ero molto in vena di scattare fotografie, visto che ho girato quasi tutta Oslo da solo. La mia amica Mary Cherry ha avuto la geniale idea di beccarsi la febbre. Non faceva neanche troppo freddo... il maglione di lana blu e rosso con renne e fiocchi di neve potevo anche lasciarlo a casa.
Fortunatamente però abbiamo trovato una perfetta guida nel padrone di casa dello studente Erasmus da cui ci siamo piazzati, ovvero il "divino" Tor, il norvegese per antonomasia: biondo, occhi azzurri, alto e bianco come una betulla.
Ci ha letteralmente caricati in macchina e ci ha deliziato con un meraviglioso tour del fiordo di Oslo. A pochi minuti dal centro della città, l'auto si avventurava già nel bel mezzo della natura selveggia: infinte foreste verdi macchiate d'autunno, solcate da torrenti, dove ti aspetteresti di intravedere occhi lucenti di troll nascosti sotto il tappeto di foglie gialle. Da un tronco d'abete avrebbe potuto far capolino una hulder incuriosita: le avvenenti fanciulle delle leggende, con coda vaccina e schiena legnosa, che attraggono gli uomini nella penombra dei boschi, li seducono, e si accoppiano con loro fino a condurli alla morte o alla follia (simpatiche, eh).

I drammatici paesaggi grigio ferro della Norvegia non potevano che ispirare
Edvard Munch per Malinconia (Oslo Nasjonalgalleriet, in basso), opera in cui la natura
diventa cornice e  ritratto del dolore umano. Il tetro scenario marittimo sembra
quasi emergere dai pensieri del ragazzo, relegato in un angolo del dipinto.

Il giorno dopo Tor ci porta più su, per farci ammirare l'inquietante trampolino da ski jumping, e a quel punto i paesaggi ottobrini ingialliscono nella nostra memoria, coperti all'improvviso da una spessa coltre bianca di neve.
Tornati dalla nostra gita a Narnia, ho dato sfoggio delle mie doti culinarie preparando con le mie manine una fragrante focaccia pugliese. La gestazione è stata un vero supplizio e le patate norvegesi (color rosa antico) non mi ispiravano molta fiducia, ma, dopo preghiere al dio del lievito, dita incrociate, abbracci, crisi isteriche e rassicurazioni, il risultato è andato ben oltre le mie più rosee aspettative. E poi si accostava a meraviglia col delizioso succo di fiori di sambuco fatto in casa di Tor (per questo si è guadagnato anche il soprannome di "il mago dei succhi" o "il meraviglioso mago di Ozlo").


Naturalmente non potevo tornare in Italia senza una manciata di parole frivole da aggiungere alla mia collezione. Mi sono reso conto ben presto di aver memorizzato vocaboli norvegesi troppo utili, come lufthavn, "aeroporto", sult, "fame" e ut, "uscita". Perciò sono subito corso ai ripari affidandomi a Tor, che, oltre ad essere un musicista, è anche un traduttore poliglotta: insieme al norvegese e all'inglese, parla perfettamente svedese, finlandese e tedesco, mastica l'estone, il francese e lo spagnolo e capisce quasi perfettamente l'italiano (l'ho sentito leggere la voce "Cime di rapa" su Wikipedia e la sua pronuncia era praticamente impeccabile.)
Così ora, grazie a Tor e ai suoi vocabolari (mai visti così tanti in vita mia), se dovessi trovarmi in uno zoo scandinavo saprei distinguere senza problemi un flaggermus ("topo svolazzante", cioè "pipistrello") da un bavian, "babbuino", in più potrei benissimo dichiarare di non essere un morgenfrisk ("mattiniero") e vantarmi di avere una  rigogliosa bjørk ("betulla") in giardino.
Ma Tor ha avuto soprattutto il merito di avermi svelato un grande mistero: la "ø"
si pronuncia un po' come il francese eau, e personalmente lo trovo un segno grafico estremamente sexy.

4 commenti:

  1. Che bei grigi... Mi piacerebbe un giorno andarci!

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    1. Li adoro anch'io... ti consiglio l'autunno, i colori sono meravigliosi!

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  2. ooohhh ma come Oslo non è poi gran cosa! a me è piaciuta da morire!!! spero di tornare presto in Norvegia, in autunno dev'essere splendida!

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    1. Non é gran cosa rispetto ad altre capitali... Ma a me è piaciuta tantissimo! La trovo estremamente poetica e dolcemente malinconica....

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