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venerdì 5 settembre 2014

Gente di (passaggio a) Dublino


"Non c'è tradizione da cui trarre più motivo d'onore e che meriti di essere conservata con più gelosia dell'ospitalità" irlandese, proclama nel suo vanesio discorso il protagonista de I morti, l'ultimo racconto di Gente di Dublino. La vista di due ragazzi che vengono immobilizzati e portati via in manette dalla polizia proprio difronte al mio albergo in Temple Bar, però, non è esattamente il caloroso benvenuto che mi sarei aspettato. Sulle prime questo vivace e pittoresco quartiere mi è sembrato essere non poi tanto più rassicurante di quello che era un tempo Temple Bar: un ritrovo di frequentatori di postriboli e altri personaggi poco raccomandabili. Ma mi convinco ben presto che è solo per via dell'ora tarda. L'atmosfera, dopotutto, per quanto sopra le righe, è festosa: le menti più brillanti (e brille) del Trinity College e giovani turisti in cerca di divertimento si scatenano indistintamente ora al ritmo pop che pompa dai locali alla moda, ora a quello di gaie gighe irlandesi dei bei tempi andati, suonate con brio in qualche pub tradizionale, di quelli con il nome a caratteri dorati sul legno dipinto e gli ingressi rigurgitanti di fiori. A risuonare, però, è soprattutto l'arpa, quella impressa sulle lattine di Guinness. Nel bel mezzo della strada, tra un tizio che fa pipì all'angolo del negozio di attrezzatura da pesca di Rory e la vetrina ingannevolmente illuminata della bottega delle caramelle di zia Nellie, una coppia pomicia indisturbata. In realtà non sarebbe corretto dire che pomicino: più che altro poggiano il peso del corpo sulle labbra dell'altro e restano così, immobili, a sbarrarmi la strada. La ragazza, a giudicare dalla lunghezza esigua della gonna, sembra totalmente insensibile al freddo, mentre lui poggia la mano, forse per riscaldarla, sul maglioncino di lei, giusto in corrispondenza di un seno. In effetti lo tiene ben saldo in mano, lo impugna come il pomello di una porta, come a dire "tranquilla che te lo reggo io." Non so per quanto tempo intendano rimanere lì, paralizzati, muovendo solo ritmicamente le labbra, come quei pesci pulitori con la bocca premuta a ventosa sul vetro degli acquari. Basterebbe anche solo considerare questo modo statuario di amoreggiare per dare ragione a James Joyce, che definisce Dublino come "il centro della paralisi."
Io che mi sento sempre diviso tra desiderio di fuga e incapacità di agire, mi chiedo se Dublino sia davvero e/o sia ancora la trappola senza via di uscita che il suo più celebre cittadino descriveva nei primi racconti. Alcune norme del prestigioso Trinity College farebbero quasi pensare di sì: c'è un edificio-dormitorio che non può in alcun modo essere modificato né godere delle più moderne tecnologie quali una caldaia decente, per questo non è raro sorprendere studenti e professori uscire all'aperto in accappatoio per raggiungere le docce.
Altro perfetto esempio di immobilità sono il gatto e il topo rimasti incastrati due secoli fa in una canna dell'organo di Christ Church. Le mummie di questi Tom e Jerry ottocenteschi sono ancora oggi in bella mostra, giusto davanti alla caffetteria della cripta, come se bere un tè e addentare un muffin al doppio cioccolato nel buio di una cripta non faccia già abbastanza allegria.
 
Dettaglio dell'imponente Long Room, nella Old Library del Trinity College,
che conserva preziosi miniati irlandesi come il decoratissimo Libro di Kells.
Completano la santa trinità delle biblioteche dublinesi la piccola ma antica
Marsh Library e la National Library, dall'enorme volta color acquamarina
e i candidi putti, in cui è ambientato un episodio dell'Ulisse di Joyce. Meritano
anche le meraviglie orientali della Chester Beatty Library, nel complesso
del Castello di Dublino. 
Eppure, di pomeriggio, passeggiando per i negozi di Grafton Street, Dublino mi appare piena di vita e tutt'altro che deprimente. I cantanti di strada non sono eccessivamente lagnosi e non vedo nessuna ragazza trasandata che si trascini  dietro un'aspirapolvere rotta per tutto il centro come in Once. Ma nello spensierato viavai di passanti, c'è qualcuno che resta indietro. Proprio all'inizio di Grafton, un adolescente schiaccia un pisolino rannicchiato per terra, all'ombra di un lampione grondante di gerani rosa e petunie viola. Viola come la giacchetta a vento in cui si stringe. Mi sento quasi in colpa per questa osservazione puramente estetica. Ma forse, più dell'abbinamento di colori, ciò che mi colpisce è che a casa abbia lasciato una giacca praticamente identica. Forse portiamo anche la stessa taglia.
Ha ancora lo zaino sulle spalle, gonfio come la casa-carapace di una tartaruga. Credo proprio che stia dormendo, il viso rosso di acne contratto in un'espressione imbronciata e i capelli biondi appena mossi dall'aria pungente. Alle sue spalle si addensa una coperta grigia di nuvole sugli alberi di St. Stephen's Green. Pochi centimetri più in là, due bucce di banana leopardate sono allineate l'una accanto all'altra con cura superflua.
Intanto un ragazzo sulla trentina, alto, coi capelli scuri e il ciuffo leggermente appuntito si guarda intorno con aria preoccupata. Lo vedo lanciare brevi ma ripetute occhiate apprensive al giovane addormentato. Gli gironzola intorno, esitante, le mani infilate nelle tasche della giacca di pelle, finché non si decide a picchiettargli su una spalla. Il ragazzino apre gli occhi verde chiaro, gli dice qualcosa, forse un'imprecazione, o magari mugugna "Ancora cinque minuti..." Molto più probabilmente lo invita solo a farsi gli affaracci suoi. Poi richiude gli occhi. Il volto è duro, quasi superbo nella sua malinconia: "Sì, sto dormendo sotto un lampione, e allora?"  Non avrà più di vent'anni.
Un po' turbato dalla scena, proseguo per la mia strada, finché la vescica gonfia non mi offre un pretesto per tornare indietro in direzione del centro commerciale. Quei due sono ancora lì. Il ragazzino continua a sonnecchiare sotto il lampione fiorito. L'altro non si è allontanato, sembra cercare ancora con lo sguardo qualcuno che lo aiuti a far ragionare quello sbarbatello lì, steso sulla strada, in pieno pomeriggio, mentre una folla di curiosi si accalca attorno a uno spettacolo di break dance. Poi gli dà un altro colpetto sulla spalla. Le sue sono solo preoccupazioni da buon samaritano, oppure quei due si conoscono?
La mia capacità vescicale a questo punto non può assecondare ulteriori speculazioni, e corro su per i tre piani del centro commerciale: fatto interamente di vetro e ferro dipinto di bianco, sembra quasi una vecchia stazione, con un grande orologio a ricordare agli acquirenti che il tempo è denaro. Quando torno in strada, dopo essermi soffermato un po' troppo a scattare fotografie, scopro che sono spariti entrambi.
 
Dettaglio di Grafton Street.
La mattina dopo, risalendo per Nassau Street si raggiunge Merrion Square, dove il tempo sembra essersi fermato all'età georgiana. In fondo a una schiera di lucide porte laccate, tutte sormontate da lunette, se ne apre una dipinta di nero. E' quella di un hotel di lusso, da cui spunta fuori un vecchietto, tutto impettito nella sua divisa da facchino, color tortora, con due file di bottoni dorati che gli scivolano dalle spalle. L'ometto scende con piede malfermo i gradini e zoppica verso i nuovi ospiti, appena smontati da un taxi. Poi consegna i bagagli al suo collega più giovane, che gli zampetta dietro col cappellino sulle ventitré, mentre sopraggiunge a grandi falcate un altro buffo signore, nero come un corvo, in redingote e lustro cappello a cilindro. Non troppo lontano, oltre le fronde del parco, dalla roccia su cui è languidamente adagiato, un sempre elegantissimo Oscar Wilde sorride sghembo rivivendo chissà quale marmoreo ricordo.
 
Tipiche facciate in stile georgiano.
Per un esteta come Oscar Wilde non potevano realizzare statua commemorativa
più bella, un capolavoro di geologia applicata alla scultura: la giacca è di giada
canadese, i polsi e il colletto di thulite rosa, i pantaloni di larkivite norvegese,
mentre le scarpe e le calze sono di granito nero indiano. In mano regge un fiore
di pietra viola scuro che non sono riuscito a identificare.
Poco più tardi, dopo uno scroscio di pioggia, ritornando sull'acciottolato bagnato (questa volta d'acqua piovana) di Temple Bar, può anche capitare di inseguire con gli occhi un giovanotto distinto in bicicletta, i capelli chiari schiacciati sotto una coppola beige e il cappotto di tweed in tinta che gli svolazza dietro. Sembra pedalare direttamente dalle pagine di Joyce, per poi attraversare Eustace Street e sparire nella penombra di un ristorante persiano. Oltre le vetrine, incorniciate di legno verde scuro, ricambia per un istante il mio sguardo. Mi sono sempre piaciuti, quegli occhi che sembrano avere un po' tutti qui, nei paesi dal cielo grigio: liquidi, come se dovessero scivolare giù in una lacrima. E quel rossore acquerellato sulle guance, arabesche di capillari che paiono dipinte da un miniaturista medievale.
La volta del cielo torna a incupirsi mentre gli uccelli assediano gli archi a parentesi graffa del piccolo Ha'penny Bridge, da cui qualcuno sta lanciando del pane raffermo. I gabbiani schiamazzano, s'accapigliano, si prendono a beccate e si tuffano in picchiata verso l'acqua grigia del fiume. I cigni invece si tengono a distanza: non sembrano disposti a compromettere la loro dignità per una manciata di briciole. A loro nessuno può torcere una piuma dai tempi del mitico re Lir: i suoi figli, vittime della maledizione dell'invidiosa matrigna Aoife, furono trasformati in cigni per novecento anni, riacquistando sembianze umane solo in corrispondenza della cristianizzazione dell'Irlanda. Troppo deboli per stare al mondo, morirono tutti, ma non prima di essere stati battezzati da San Patrizio (che ha la fastidiosa abitudine di imbucarsi in quasi ogni leggenda celtica.)
 
Il Liffey Bridge, meglio conosciuto come Ha'penny Bridge per l'antico
pedaggio di mezzo penny.
 
 
Sull'altra sponda del Liffey, proseguendo sul lungofiume, in parallelo con Bachelor Walk ("La Passeggiata dello Scapolo") si arriva all'ariosa O'Connell Street. L'appuntamento con Joyce è in Earl Street North. E infatti eccolo lì, immobile, col suo bastone e le gambe incrociate, il viso rivolto verso l'alto. Anche lui "moriva dal desiderio di salire in cielo [...] e di volare verso un altro paese dove non avrebbe più sentito parlare dei suoi guai", e ci riuscì.
Quella di sognare la fuga, in fondo, non è affatto una prerogativa dublinese. Penso a mia madre, che ancora prima di tornare a casa da un viaggio, è già in partenza con la mente verso la prossima destinazione. Quanto a me - non ricordo se è successo a Dublino, o prima di arrivarci, o se mi sia lasciato suggestionare da quella frase di Pensione di famiglia -,  ho sognato di levitare a pochi centimetri da terra e poi, con una spinta delle gambe, schizzare in alto, quasi sfiorando le mura della cattedrale normanna del mio paesino di provincia, svolazzare incerto intorno alla vetta e infine sparire lontano. Quando mi sono svegliato ero nella mia stanza - che sia la mia o una camera d'albergo non importa -, ma ancora pima ero nella scatola del mio corpo, che a sua volta è dentro una scatola un po' più grande, quelle quattro mura attorno a me, che a loro volta sono dentro una scatola più grande, l'intero edificio, e così via, il quartiere, la città, fino al coperchio del cielo.

Illustrazione di Roman Muradov ispirata all'Ulisse di Joyce

giovedì 7 agosto 2014

Julie Shore

"Quello che succede in Salento rimane in Salento."
Ventitré anni e non sentirli. Nel senso che, bisbetico e pantofolaio come sono, comincio a pensare di non essermi mai sentito veramente giovane in vita mia. Per questo io e la amica Anny, poco giorni fa, dopo aver rimesso a posto la scatola di Scarabeo, abbiamo deciso di fare almeno un tentativo e provare a comportarci come i nostri coetanei. Così abbiamo fatto i bagagli e siamo partiti per un week end lungo in puro stile spring break, nella speranza di ritrovare i ventenni scatenati nascosti in noi. Ad accompagnarci in questo viaggio nell'anima in stile bevi-flirta-ama non potevano mancare una coppia che di divertimento se ne intende: la nostra esuberante amica Betulla e il suo ragazzo Alex. Destinazione: la romantica, scricchiolante villetta gentilmente messa a disposizione da mio zio, il Cosmopolita, in quel paesino del Salento di appena trecento anime che è Giuliano (per gli amici, Julie.) Inizia con queste premesse l'avventura di Julie Shore, una vacanza che sarebbe potuta benissimo essere un reality trash di quelli che trasmettono su MTV, di cui abbiamo scoperto essere tutti segretamente spettatori assidui.



Betulla, da sempre camaleontica in fatto di capelli, per l'occasione ha tinto la sua chioma dell'esatta tonalità di rosso sfoggiata da Holly, quella con le "tette enormi", nonché la più "accogliente" dei tamarri di Geordie Shore. L'unica ad essere biasimata per non aver mai visto neanche un episodio è Anny, che non ha voluto rinunciare al suo stile "da VIP" e alla sua paglietta, accessorio che le è subito valso il titolo di "Contessa."
La giornata di un Julie inizia alle sette, con un'imprecazione rivolta alle campane che rintoccano a festa dalla chiesetta vicina. Così vicina che l'acqua del rubinetto della cucina scorre direttamente dalla fonte battesimale. All'incirca un'ora dopo questo rintronante risveglio (durante i quali tutti, tranne me, sono riusciti a riprendere sonno), ci riuniamo per la colazione in giardino all'ombra della buganvillea: l'unica già pimpante, anche senza caffè, è ovviamente Betulla, che attraversa la tendina e ci regala il suo "Buongiorno!", con tanto di plateale gesto delle braccia, come a dire "ta ta, eccomi qua!"
Dopo aver vagheggiato il mare per metà estate, finalmente i miei piedi toccano la sabbia rovente. I riflessi del sole sulle onde sembrano ammiccare proprio a me, ma il primo a tuffarsi è Alex, fresco di lezioni di nuoto, che non appena entra in acqua regredisce allo stato infantile: inforca gli occhialini - che fanno sparire i suoi occhi a mandorla - si tuffa a bomba e inizia a mettere in moto i piedi, trafiggendoci con mille schizzi di acqua ghiacciata. Contagiato dal suo entusiasmo, mi metto in testa di insegnargli il delfino, che non rientra esattamente nel livello principiante. E infatti tutto ciò che riesce ad eseguire è lo stile "a schiaccianoci", con chiusura a scatto del bacino. Gli riconosco però il merito di aver fatto bracciate da gigante in pochissimi giorni, grazie all'esercizio e ai miei consigli personalizzati: "Alex, voglio un movimento più sinuoso, serpentiforme... un brivido che parte dalla testa e corre fino alle punte dei piedi... fai come la Tatangelo, devi sentirti una muchacha troppo sexy, che non dà troppa confidenza ai maschi... Sì, così, fai l'amore con il mar..."
Dopo le esercitazioni di apnea e immersione, mi sento in vena di divulgazione scientifica: "Alex, lo sai che i trichechi si scontrano petto contro petto quando lottano per le femmine?" Mi pento immediatamente di essermi fatto scappare questa curiosità etologica non appena ricordo di avere di fronte un ragazzone di ventisei anni con un torace a due ante. Da quel momento non mi riesce di intavolare una conversazione a mollo con Anny e Betulla senza ricevere il colpo di petto a tradimento del tricheco in calore. Questo genere di agguati sfociano quasi sempre in stupri acquatici, tra lo sbigottimento e lo scandalo generale dei bagnanti, che mi guardano fuggire a nuoto e guadagnare stremato la riva invocando gli déi affinché mi sottraggano dalle grinfie del mio assalitore, anche a costo di trasformarmi in un giglio di mare.
Se intanto vi interessa avere un'idea del tipo di conversazioni che intercorrono tra i Julie mentre galleggiano oziosamente vicino alla riva, vi informo che si tratta dei temi più variegati, dai traumi infantili ("Vi ricordate la scena in cui André strappa la camicia a Lady Oscar e la scaraventa sul letto?!") a quesiti morali di un certo spessore ("Quale dea avreste scelto al posto di Paride?"), dai piccoli drammi quotidiani di Anny ("Raffy, ma non è che ora sono troppo abbronzata?") al palato difficile di Betulla ("Cosa intendi dire esattamente con 'non mi piace l'olio'?")
Intanto, col passare dei giorni, il sole e la salsedine privano via via i capelli rosso Ariel di Betulla della loro originaria intensità e allo stesso modo sbiadisce sempre più la mia autostima, ripetutamente umiliata dai fisici scultorei dei miei vicini d'ombrellone. "Ma come fanno ad essere così perfetti?" mi domando inutilmente, "Che ci mettono questi nelle pucce?" Anny si guarda in torno anche lei come a voler trovare una risposta che non c'è e mi rivolge uno sguardo solidale, poi si sistema il rivestimento floreale del costume e riprende a litigare con WhatsApp, che le impedisce di ricevere notizie del suo adorato gatto Ciccio.
Mi riaccascio sconfitto sull'asciugamano, sentendomi come se qualcuno avesse conficcato un ombrellone nelle sabbie mobili del mio amor proprio. Subito però mi risollevo, avvistando Betulla che corre dal bagnasciuga. Gli occhi luccicanti mi dicono che ha in mente qualcosa. I capelli, ora arancioni, raccolti in una coda di cavallo, la fanno assomigliare a Misty, l'allenatrice specializzata in Pokémon d'acqua. Tra l'altro ha anche un bikini a fantasia Togepi.
"Raffy, andiamo sull'aqua-rocket?!"
"Il Team Rocket? Dove?!"
"L'aqua-rocket! E' un gommone trainato da un motoscafo! Ti prego, Raffy, andiamoci!"
L'ottuagenario che c'è in me ha già risposto "no" prima ancora di sapere di cosa si tratti. Per questo accetto, anche se poco convinto. Ma forse il vero motivo della mia accondiscendenza è che voglio allontanarmi al più presto da un gruppo di tamarri che hanno deciso di giocare a calcio sul mio telo-mare (con i loro succinti speedo bianchi e la catenina d'oro al collo sembrano degli enormi e fastidiosissimi bebè.)
"Sarà divertente, Raffy!" mi assicura Betulla, "L'hanno fatto anche quelli di Geordie Shore!"
Ecco le parole magiche che volevo sentire...
Lasciamo sotto l'ombrellone Anny, che si è strategicamente finta morta, e una volta imbracati col giubbotto salvagente, io, Betulla e Alex prendiamo posto su una spaziosa poltrona gonfiabile. "Ragazzi, ma siete sicuri che sia abbastanza figo?" domando. "A me sembra un banale giro in barca... non era meglio un pedalò?"
Non riesco nemmeno a finire la frase che il motoscafo parte come un razzo mozzandomi il respiro. Alex mi sghignazza in faccia mentre mi aggrappo disperatamente alle maniglie e mi dimeno con tutto il corpo come uno sgombro appena pescato. Anche il sadico alla guida della barca se la ride all'idea di farci rischiare l'osso del collo ad ogni sobbalzo e virata repentina. Il giro della morte sembra non dover finire mai: "Ma dove ci sta portando 'sto pazzo?" grida Alex, che dopo mezz'ora di scossoni ha ben poco da ridere. "Boh, da qualche parte dove questa cosa è legale..." urlo per sovrastare il fragore degli spruzzi. "In Albania forse..."
Al termine dello sballottamento a pagamento io e lui arranchiamo più morti che vivi verso l'ombrellone, mentre Betulla si è già lanciata in un'agguerrita sfida a racchettoni con Anny, che perde, anche se dignitosamente, solo perché penalizzata dagli acciacchi dell'età. Io, nominato a mia insaputa arbitro della partita, cerco di leggere La Mandragola, se non fosse che un tizio spalmato sulla sdraio più vicina, non potendo dividere con tutti gli altri bagnanti le cuffie del suo iPod, si premura di cantare a squarciagola tutta la discografia di Vasco Rossi, a cominciare da: "Quanti anni hai, bambina? Quanti me ne dai stasera?" Non so la ragazza della canzone, ma io mi sento a un passo dal pensionamento, visto che devo infilarmi gli occhiali anche solo per seguire i movimenti dell'istruttore di aquagym.
Calate le tenebre i Julie si fanno belli per la vita notturna di Gallipoli, luogo d'incontro di tutti i galletti e le pollastrelle più festaioli del Salento. Prima, però, un salto a casa per una cena leggera (solo un'insalata anni '80 con pollo, speck, cetriolini e maionese) e una doccia, incidenti domestici permettendo: basta tirare troppo forte la tendina, che la sbarra della doccia ti cade sul piede strappandoti un'irripetibile maledizione in grico salentino stretto e costringendoti a improvvisare un'esibizione di pizzica dal dolore. Come se non bastasse, lo sventurato in questione - che sarei io - non riesce a rimetterla al suo posto e si vede obbligato a chiamare Alex. Lui la riaggiusta in un attimo mentre balzello sul piede sano nel tentativo di acciuffare l'asciugamano. "Tranquillo, Raffy, non hai niente che non abbia già visto" mi rassicura. "Sì, giusto..." convengo, "d'altronde, parafrasando Laura Pausini, yo lo tengo como todos..."
Odo scrosci di risate dalla toeletta delle ragazze. "Mi raccomando, non fate come me: tirate la tendina con la massima delicatezza... come se doveste scostare il sottile velo che separa due dimensioni parallele..."
Raggiungere la discoteca, accuratamente selezionata dalla nostra PR, Betulla, si rivela anche questa un'impresa non priva di imprevisti. Dopo giri in tondo e strade chiuse, ci decidiamo a chiedere informazioni a due vigili: "Dovete tornare indietro fino alla rotonda, poi prendere per Lido Conchiglie e proseguire dritto. Vedrete le luci..."
"Sì, è come una cattedrale nel deserto" aggiunge poeticamente il suo collega. "Non potete non vederla."
Per sicurezza, lungo la strada, Betulla chiede conferma a (quelle che scopriamo troppo tardi essere) due squillo. Avremmo dovuto capirlo dal fatto che erano stravaccate su una panchina davanti a un ristorante con i piedi poggiati su di una ringhiera, malgrado la gonna. La prima, con i capelli mesciati di biondo e un forte accento brasiliano, ci liquida subito dicendo di non sapere dov'è, sorridendo amaramente della nostra ingenuità, mentre l'altra ci dà delle vaghe indicazioni.
Finalmente, scorgiamo all'orizzonte la Cattedrale nel Deserto, un'oasi luminosa incastonata nel buio dell'Arizona salentina. Mentre incespica sui tacchi giù per la discesa rocciosa che funge da parcheggio, Betulla, i capelli sempre più rosé, sembra una principessa venusiana su suolo marziano. E sempre più alieno appare ai Julie il mondo intorno a loro una volta varcate le soglie della Cattedrale: delle sirene appollaiate su piattaforme galleggianti nel bel mezzo di una piscina lanciano sguardi ammaliatori da sotto i loro candidi cappucci alla Kylie Minogue, mentre una drag-queen alta due metri misura a grandi falcate la pista da ballo portandosi dietro uno strascico di piume di pavone (ogni deserto, d'altronde, deve avere la sua Priscilla). Da un palcoscenico che spara lingue di fuoco, una tizia sputata Lorena Bianchetti, ma strizzata in un completino di pelle nera da scomunica, canta This is the Rhythm of the Night dando inizio alla serata anni '90. Ci rendiamo conto ben presto che si tratta di una discoteca mista, che accoglie festaioli di ogni gusto, il che è bello e molto moderno ma anche poco pratico se si è in vena di avventure estive. Ovunque incantevoli menadi danzanti e semi-dei abbronzati si contorcono spargendo libagioni di vodka in onore di un Bacco col colbacco, ma tra questi si zampettano anche i soliti personaggi felliniani che costituiscono il piccolo popolo della notte: la tarchiata signora Cotechina, con delle infradito-gioiello a impreziosirle le gambe gonfie come cactus, il nano che si struscia con la biondona nordeuropea, il cannato che si fascia con cura ossessiva un braccio con delle stelle filanti o il gruppetto di cinesi scheletrici armati di ventaglio.
Gli incensieri della Cattedrale nel Deserto sprigionano ondate di nebbia artificiale, che avvolge tutto e tutti, e ogni volta che si dirada nulla sembra più com'era prima. Sorridi ad Anny che balla spensierata e, un attimo dopo, dal fumo bianco emerge una mano ignota che scivola sulla stampa foulard del suo vestito, accarezzandole la schiena. Anny si volta verso di me e Betulla, smarrita, poi i suoi occhi verdi, sgranati dalla sorpresa, inciampano nello sguardo di brace dell'affascinante sconosciuto che la stringe a sé. Lui le balla intorno per un po', giocando delicatamente coi suoi ricci castani, senza smettere di guardarla fisso attraverso gli occhiali neri da finto nerd, mentre in mezzo alla barbetta balugina un sorriso assassino, anche più bianco della camicia che lascia intravedere il petto color caramello. Assistiamo tutti compiaciuti a questo incontro fatale, cercando di leggere il labiale. Anny ha l'espressione piacevolmente incredula di Aurora quando crede di ballare col gufo e gli altri animaletti del bosco e invece si ritrova di punto in bianco tra le braccia del principe dei suoi sogni.
Ma le correnti del dance-floor, è cosa nota, sanno essere molto crudeli e portano via troppo presto l'ambrato seduttore.
Dopo non molto lo vediamo intento a ripetere lo stesso approccio mellifluo con una sciacquetta bionda dalle labbra e gli zigomi chiaramente gonfi di silicone, che io e Betulla fulminiamo all'istante con sguardi stroboscopici. Anny, invece, la prende con filosofia: una vera Julie continua a ballare e a divertirsi anche col cuore infranto.
Con pochi altri eventi degni di nota si conclude questo ritorno musicale agli anni '90, e il fatto che per divertirmi davvero abbia dovuto aspettare di muovermi a ritmo di canzoni vecchie di un decennio dimostra quanto sia fallimentare il mio proposito di iniziare a vivere pienamente la mia giovinezza. La sento costantemente sgusciarmi tra le mani, come questo week-end, giunto troppo presto alla parte dell'"end". Chiuse a fatica le valige e sistemato tutto in macchina, facciamo rotta mogi verso casa. La mia memoria senile, però, ancora una volta ci costringe a una falsa partenza.
"Perché ho l'impressione di aver dimenticato qualcosa?" borbotto, riesaminando i trolley, borsoni e beauty-case che mi seppelliscono.
"Hai spento il gas?" domanda Alex.
"Sì."
"Hai abbassato le tapparelle?" chiede Betulla.
"Sì."
Segue un attimo di silenzio, poi... scoppia il panico: "KEVIN*!!!"

* Il nome è lo stesso del piccolo, negletto protagonista di Mamma ho perso l'aereo, ma chi o che cosa è "il nostro Kevin"? Se indovinate avrete diritto ad entrare nel cast della seconda stagione di Julie Shore!

Illustrazione di Giulia Tomai.

mercoledì 2 luglio 2014

Pubblicità insopportabili #34 - La mia estate italiana

E' arrivata l'estate e io non me n'ero accorto! Per fortuna che a ragguagliarmi c'ha pensato l'esagitata speaker del Tg Rocchetta (a cui dovrebbero proibire di bere altro tè). D'altronde è talmente difficile tenersi aggiornati sul frenetico quanto ingannevole avvicendarsi delle stagioni!

Pensatela come volete, ma per me questo rimane un Tg
migliore di Studio Aperto o di Medicina 33 Estate.

Se volete farvi un'idea più precisa di questa stagione e l'Estate di Antonio Vivaldi non rende abbastanza l'idea, riporto qui un componimento poetico sempre più presente nei circoli letterari e soprattutto nei circoli viziosi dell'arido palinsesto tv estivo. Mi sono permesso di frapporre ai versi commenti personali o ipotetiche risposte alle ritmate affermazioni del poeta.


Estate è dove accadono le cose

Puoi essere un po' più vago?


Estate è dove accadono le cose:
incontri, scontri, ferite, cure.


Mah. A me pare più il resoconto di una tranquilla passeggiata nel centro storico di Pamplona. Durante la Festa di San Fermín.

E' lavarsi con il mare
e asciugarsi col vento.

Ho capito, in valigia ce lo metto qualche altro flaconcino da viaggio di Head&Shoulders...

Un altro caso preoccupante di sindrome di Suárez.
Assaggio tutto: il morbido, 
il cremoso, il goloso.

Che per caso vuoi anche una fetta di cul... atello di Zibello?

Vado in bici, in barca, in bambola.
Parlo con lei, parlo coi pesci.

Che tu voglia parlarci, non mi sorprende. Ma fossi in te non mi aspetterei risposte educate. Né da lei, né tantomeno dai pesci.

Parlo di cose che sto per capire.

Eh sì, se aspettassi di capire qualcosa non sapremmo mai che suono ha la tua voce.

Partiamo, non partiamo, andiamo.

Senti, se dobbiamo farla questa vacanza, vedi se ti decidi subito. Io intanto prenoto. Poi te lo piangi tu il biglietto.

Sotto il sole e il temporale, la festa planetaria.

Okay, per me camera singola allora.

I conti, li farò quando sarò tornato.

Io soldi non te ne presto, benintesi...

Mi devi tre baci. Io, un cono 5 Stelle al cioccolato.

... e comunque per me vale solo la valuta corrente.

5 Stelle Sammontana, la mia estate italiana.

L'interpretazione del componimento è all'origine di non poche divisioni tra la critica: per i grammatici alessandrini, si tratterebbe di una puerile descrizione del cazzeggio estivo dal forte tanfo di cannabis, mentre i filologi bizantini sono più inclini a considerarlo il manifesto del genere di persona con cui io non andrei mai in vacanza. E, inutile dirlo, io propendo per la seconda interpretazione.
Incerta è anche la paternità dell'opera, anche se i più l'attribuiscono a un non meglio conosciuto Mecla, cantore semi-leggendario la cui natalità è contesa da località turistiche come Mykonos, Kos, Santorini e Ibiza.
Sembra il genere di cose che potrebbe scrivere quel vostro compagno di classe... insomma, quello che c'è in ogni classe, il fattone che spera di passare la maturità col minimo per potersi "stonare abbestia" in qualche isola greca a caso. Insomma, il classico tipo da spiaggia che, dato il mio rigidissimo sistema di valori vacanzieri (fondato principalmente sulle guide Lonely Planet), per me corrisponde più o meno a quello che per i cattolici è l'Anticristo.
Non so cosa mi susciti maggiore odio: il testo in sé, profondo quasi quanto un bicchiere da shottino, o quella voce... quella voce che sa così tanto di ultimi strascichi d'adolescenza...
Adolescenza nel senso più acneico, ormonale e rivoltante del termine.
Bleah.

martedì 19 novembre 2013

Bruxelles, ma belle (capitolo secondo)

Dopo avervi lasciato col fiato sospeso per molto più tempo di quanto non sia sadico fare, torno a tessere per voi, con fiamminga dovizia di particolari, l'arazzo istoriato della mia permanenza in Belgio. Se l'aggirarsi di brutti ceffi per le vie di Bruxelles o i movimenti notturni degli insospettabili ospiti di un hotel a quattro stelle non vi hanno ancora sconvolto, aspettate di leggere della nostra spericolata incursione nelle Fiandre, brumoso scenario di quella che è senza dubbio la avventura più densa di mistero che abbia mai vissuto. E dove avrei potuto viverla, se non nella terra natia di George Simenon?
Lo scorso Ognissanti, io e i miei compagni di viaggio abbiamo salutato momentaneamente Bruxelles per dirigerci a Bruges, non immaginando che lo scrittore belga avesse dato alle stampe, tra i suoi innumerevoli romanzi, un giallo intitolato Il viaggiatore di Ognissanti.
"Il tipo della biglietteria mi ha detto che devo riportare il giorno e la data sul biglietto... ma come si scriverà 'giovedì' in francese?" parlottavo tra me e me, in attesa del treno, usando la schiena della mia amica Anny come secretaire. "Jeudi? J-E-U-D-I? Meglio scriverlo in inglese... se non altro perché jeu significa anche 'gioco' e se dovessi sbagliare non vorrei che il controllore mi sghignazzi in faccia: 'ahahahah ha scritto giocodì!'"
Per fortuna il mio francese (appena sauté) non è servito nella fiamminga Bruges (o Brugge), dove non è raro sentire qualcuno cambiare lingua nella stessa frase ("Ja... merci!") mentre si passeggia lungo le morbide curve dei canali, su cui si affacciano i frontoni a gradoni delle antiche dimore mercantili (più gradoni ci sono, più facoltoso era il padrone di casa.) Avrei voluto mostrarvi qualche scorcio in più del centro storico di quest'incantevole piccola Amsterdam, ma, come dice sempre mia madre in tono lamentoso, cotanta bellezza dalle foto "non reeendeee!"

La mia macchina fotografica, però, non ha fallito nell'impresa di immortalare il sinistro protagonista di un giallo fino ad allora rimasto irrisolto. L'occasione mi si è presentata inaspettata mentre stavo misurando a grandi passi l'immenso deambulatorio della Sint-Salvatorskathedraal, allegramente ignaro del fatto che di lì a poco, a distanza di una colonna, mi sarei imbattuto in una vecchia conoscenza, qualcuno che avevo già incontrato a Bruxelles ma che non avrei mai creduto di ritrovare lungo il mio cammino: il tizio con l'impermeabile. L'avrei riconosciuto tra mille, con quell'andatura lievemente lordotica e quel cappotto lungo fino alle caviglie che fa tanto pervertito o venditore di Rolex contraffatti. Era proprio lui, il sinistro figuro che avevo incrociato al Museo di Magritte e in cui ero incappato ancora una volta al Centro Belga dei Fumetti, lo sconosciuto che avevo sognato quella stessa notte e di cui avevo abbozzato persino un ritratto, il Mister X a cui Anny aveva affibbiato il suggestivo nome di Jerôme (quel circonflesso sulla "o" riproduce esattamente l'arco delle sue sopracciglia tratteggiate a china.) Quello era il terzo incontro in due giorni, o forse il quarto: appena qualche ora prima, in effetti, mi era parso di riconoscere la sua pelata lucente tra i turisti appena salpati per un giro in barca, ed ero stato tentato di saltare sulla prima bagnarola e gridare al traghettatore: "Presto, insegua quella barca!", come in un film d'azione. Poi mi sono convinto che si era trattato solo di un abbaglio, e non l'ho fatto, limitandomi a godermi il giretto sulle placide acque dello Zwin, con i cigni che, un po' seccati, ci facevano largo nel canale, mostrandoci in segno di disprezzo i loro vaporosi e candidi sederini.
Ed eccomi lì, poco dopo, nella cattedrale di Bruges, ancora una volta faccia a faccia con l'ignoto. Ero vicino tanto così dallo scoprire finalmente il segreto del tizio con l'impermeabile, i riccioli del gotico brabantino sospesi sulla mia testa come punti interrogativi. La soluzione dell'arcano era a portata di mano: aspettava solo me, dall'altro lato dell'abside. Mi sono avvicinato con non-chalance e ho capito che anche Jerôme doveva avermi riconosciuto, visto il suo sorrisetto da Gioconda. Poi è tornato a fissare la volta a crociera, la braccia incrociate dietro la schiena. L'ho inseguito con andatura da via crucis, fingendomi in preda al rapimento mistico ai piedi di una statua ogni volta che si voltava verso di me, finché non siamo usciti sul sagrato, sotto la volta cupa del cielo novembrino.

"Hai visto chi c'è? Il tipo con l'impermeabile" me lo indica mia madre, quando mi ricongiungo a lei ed Anny, ma senza perdere d'occhio Jerôme. Lo vedo avvicinarsi ad un altro uomo, occhialuto e brizzolato, che studia una mappa della città. Accanto a loro una ragazzina e un bambino, intenti ad addentare, con non poca difficoltà, un waffle straripante di panna.
"Sono una famiglia gay" è stato il verdetto di Mary, dopo aver fatto due più due.
L'aria annoiata dei due bambini, in effetti, era inequivocabile: si trattava di una famiglia. Sotto l'impermeabile, nessun sordido segreto.
Jerôme ha sussurrato qualcosa al suo compagno, ridendo, mentre il suo sguardo saettava di tanto in tanto verso di noi. Quella sfacciata di mia madre l'ha salutato con la mano, per poi puntualizzare: "Quello è un cappotto di fustagno, comunque, non un impermeabile."
In quel momento mi è crollato un mito, come quando il nostro professore di storia dell'arte ci svelò che la scarpetta di cristallo di Cenerentola, nella versione originale della fiaba, era in realtà fatta di vaio (il francese vair, "vaio", fu tradotta erroneamente come verre, "vetro.")
"Sembra un soprabito alla Charles Dickens" ho commentato, una volta ripresomi dalla delusione. "Ed è anche tutto consunto... forse l'ha rubato da piccolo, quando faceva il ladruncolo per conto di Faggin. Sono contento che abbia una famiglia ora, però."
"Mai fatto così tanto gay-watching come in questa vacanza..." ha osservato Anny, stringendosi nella sua sciarpa, mentre Jerôme e i suoi si avviavano lungo la strada che porta al Markt.
"Già... hai notato che tutti i personaggi strambi che incontriamo sono maschi? Neanche fossimo in un fumetto di Tintin..."
Il giorno seguente, svegliati dal vomitare copioso del giapponese della camera accanto (il nostro vicino Totoro doveva aver esagerato con la birra trappista), io e Anny siamo saltati dal letto pieni di entusiasmo e ansiosi di vivere nuove avventure a Gand (Ghent), ma forse saremmo dovuti essere più cauti nell'esprimere desideri, perché già il viaggio di andata si è rivelato un'odissea. Abbiamo trascorso l'intero tragitto in piedi, in un vagone strapieno, spalmati su una famiglia torinese come la salsa tonnata sul vitello. Insieme (noi e la famiglia Ferrero) abbiamo patito il caldo, la fame, la sete e infine una terribile flatulenza (PRRROT!) che si è diffusa nel vagone come una nube tossica. A rendere il tragitto più angosciante ci ha pensato il passeggero accanto a me, un ometto dai capelli sale e pepe, ma con poco sale in zucca, che sussurrava qualcosa in francese all'orecchio di un immaginario interlocutore. A  un certo punto mi ha indicato tre scozzesi in kilt, ridacchiando di gusto. "Almeno stanno più freschi" ho commentato (più che in francese, nell'argot degli zingari di Victor Hugo), provocando un altro scampanellio di risate e un grugnito di piacere al mio nuovo amico, la cui lucidità mentale oscillava quasi quanto il treno. Una volta giunti a destinazione, chissà com'è, l'etimologia della parola fiamminga bestemming ("capolinea") ci è parsa subito chiara.
La sofferenza del viaggio, però, è stata pienamente ricompensata dall'austera bellezza di Gand: le vetrate fiorite dei palazzi art nouveau, quelle gemmate delle chiese gotiche, gli altari barocchi in bianco e nero (che fanno tanto Chanel), gli intonaci delle case (rosso granato, blu oltremare, terracotta, prugna, uovo di pettirosso...), e ancora  i festoni in bassorilievo che incorniciano finestre-cammeo e le mura di mattoni, non a spina di pesce, ma guarniti da stucchi a tema marinaresco. Dalle merlature del castello o dalla cima del campanile, il Belfort, le case sembrano scatole di biscotti, tra cui i tram si snodano come trenini giocattolo in un paese da presepe. Non c'è niente di meglio di seguire il corso del Lei con in mano un cono di patatine fritte bollenti, cullati dallo sciabordio dell'acqua color ferro, mentre nel cielo livido e gonfio i gabbiani gridano notizie dal Mare del Nord...

Meno scomodi del sopraccitato viaggio della speranza, ma altrettanto proliferanti di sottobosco umano, i tragitti in metro a Bruxelles. Sulla linea che porta all'Atomium, io ed Anny abbiamo dovuto prendere posto di fronte a quella che era chiaramente una coppietta di sposi novelli, anche se non proprio giovincelli: lui, barbuto e canuto, non ha fatto altro che tubare per tutto il viaggio in tube con la sua giovane compagna, una Yoko Ono dalla risatina facile, senza trattenersi dal darle una palpatina al didietro.
Qualche stazione più in là, invece, aggrappati ai poggiamano come scimmioni alle liane, un branco di buzzurri italiani, in tuta acetata, marsupio a tracolla e scarpe di Gucci, facevano incauti commenti su una ragazza dalla chioma vermiglia, seduta davanti a loro e immersa nella sussultoria lettura di un romanzo in francese.
"Bona la Rossa" abbiamo sentito mugghiare uno di loro, malgrado lo sferragliare del convoglio.
"Guarda che l'ho vista prima io, la Rossa" ha protestato il ramapiteco accanto, reggendosi con una mano e battendosi il petto col pugno libero.
"Zitto, la Rossa è mia" ha bramito il primo, mostrando i denti al rivale.
"Non credo proprio" ha chiuso la questione la Rossa, chiudendo di scatto il suo libro.
Non so cosa ne sia stato di quei due, i tombeur de femmes, perché a quel punto le porte si sono schiuse per farci scendere: probabilmente i cascamorti saranno cascati come birilli, troppo imbarazzati per badare alla frenata. Sicuramente non sono scesi con noi. Immagino che la casa-museo di Victor Horta, il padre dell'art nouveau, non rientrasse nella lista delle loro priorità.
Non avendone più di integre, ho pensato di prendere in prestito qualche palla dall'
Atomium come supporto grafico per questa classifica dei principali motivi d'ansia
che hanno angustiato l'adorabile Anny durante questo viaggio:
1. Anny dai capelli rossi: "Oddio, ma perché con questa macchina fotografica
 i miei capelli vengono rossi?! Ma sono rossi?! Perché sembro Bree Van De Kamp?!
Ma sono veramente così rossi?!";
2. Scarpe diem: "Iiih, Raffy, guarda, quella tizia ha le Dr. Martens! Hey, basta,
me le devo comprare assolutamente! Appena torno in Italia!" (non le ha ancora
comprate.);
3. Un buon partito: "Uffa, le ragazze di qui sono molto più avvantaggiate nella scelta
del partner! Hanno statisticamente più chance di accalappiare un ragazzo carino!";
4. Fiumi di porpora: "Sento che sta per arrivarmi il ciclo...":
5. Uno sguardo dal ponte: "Madonna, che paura questi ponti! Non perché soffra di
vertigini... ma metti che mi cade giù qualcosa?"
Il momento di tornare a casa, come sempre, è arrivato troppo presto: proprio quando avevo cominciato a sentirmi a mio agio a chiedere informazioni ai passanti brussellesi. Sì, perché i miei primi approcci con gli abitanti del posto non erano stati dei più incoraggianti, come nel caso del mio incontro-scontro con lo scorbutico bigliettaio del Palais Royal. Dopo avergli chiesto se era possibile visitarlo, l'arcigno Gargamella mi ha riposto con uno stizzito: "Mais no! Il Palais Royal è aperto solo ad agosto! Août, A-G-O-S-T-O" Fossi in lui, non ci conterei molto, sul mio ritorno ad agosto. Si meritava proprio un assortimento delle migliori invettive del capitano Haddock, poeta dell'insulto: "Visigoto! Sottospecie di pitecantropo! Broccolo! Canaglia di un bashi-bazouk!", ma ci avrei aggiunto anche qualche francesismo di mia invenzione. Al momento ero così infastidito che proprio non c'ho pensato: il solito esprit de l’escalier! Neanche se gli avessi chiesto di visitare il bagno di casa sua...
A proposito di scortesia e viaggi scomodi, viaggiare con Ryanair è un'esperienza che regala sempre un certo frisson: l'impagabile brivido della deportazione. Senza contare il martellamento delle hostess-vucumprà: "Vuole acquistare un biglietto della lotteria? Le interessa una sigaretta elettronica? Oggi in offerta speciale vendiamo anche nostra madre! Esatto, la mamma di Ryan in persona!"
Non so poi chi li abbia autorizzati a scaraventare nella stiva il mio bagaglio a mano: al posto della mia tazza di Tintin, una volta disfatte le valige, mi aspettavo di trovare solo tanti tin tin tin tin tin...
 
Fin

venerdì 8 novembre 2013

Bruxelles, ma belle (capitolo primo)

Ceci n'est pas un post.

Oramai perfettamente calato nel ruolo di Tintin, reporter giramondo, vi presento qui di seguito uno scottante dossier sul mio soggiorno a Bruxelles, l'Olimpo degli eurocrati, la Capitale del Fumetto o, se preferite, la Pescheria d'Europa. Mi ci sono precipitato per portare a termine una missione diplomatica di vitale importanza: convincere Angela Merkel a lincenziare il suo personal shopper. A parte questo ingrato compito, non potevo perdermi l'occasione di fare una capatina nell'unico paese al mondo in cui puoi abbuffarti di patatine fritte (frites) con la scusa che siano un prodotto tipico. E lo stesso vale per i waffle (o meglio, gaufre), cancelletti ipercalorici sommersi da montagne di panna e torrenti di cioccolato fuso (GNAM!)I copaines de voyage che mi hanno affiancato in questa delicata impresa non erano un cagnolino bianco come la neve e un capitano ubriaco fradicio, ma tutto sommato ci vanno vicino: Anny, mia migliore amica, confidente e compagna di merende, e poi loro, l'iperattiva Mary e l'apprensivo Nick, ovvero i miei genitori. Uno degli aspetti più complessi di questa avventura è stato quello linguistico, non tanto per via del mio francese délavé o del plurilinguismo brussellese, quanto perché io e mio padre, proprio come i fiamminghi e i valloni, parliamo lingue diverse. E qui colgo l'occasione per omaggiare (indegnamente) l'arte del fumetto belga con un esempio di quelli che Anny chiama eufemisticamente "sketch di vita familiare", mentre io sono solito definirli "semi-serie lotte generazionali che si concludono quasi sempre con la parola 'ospizio' preceduta da un verbo al futuro."
* "Pisciatello" è il soprannome che Nick ha affibbiato al Manneken Pis, la statua di un putto
che fa pipì,
tra i simboli più famosi di Bruxelles. Per tradizione, i politici stranieri in visita
donano al fanciullino 
il rispettivo costume nazionale in miniatura. 
Malgrado le numerose scaramucce di questa sorta, condite di SGRUNT! e TSK! di sdegno, siamo riusciti ugualmente a visitare la città, e senza alcun patricidio o diseredazione a rovinare l'atmosfera.
Sin dalle mie prime ore a Bruxelles mi è parso di trovarmi con un piede a Parigi e con l'altro ad Amsterdam, circondati com'eravamo dal rigoglio sinuoso dell'art-nouveau e la biscottata architettura fiamminga. Il tour è cominciato, ça va sans dire, con un GULP! di meraviglia davanti alla magnifica Grand Place, quella che Cocteau definì "il più bel teatro del mondo", là dove Victor Hugo scelse la sua dimora da esule (le Pigeon), Karl Marx scrisse il suo manifesto comunista, sorseggiando un tè alla Maison du Cygne, e dove io ho intasato la memoria della macchina fotografica in neanche cinque minuti. Dal gotico dell'imponente Hôtel de Ville e della Maison du Roi, al rinascimento e al barocco, la piazza non si fa mancare davvero nulla: quando non c'è il sole, ad illuminarla e a dar vita al grigio della pietra ci pensa l'oro spruzzato qua e là su ogni palazzo.
Sia io che Anny abbiamo ammirato con particolare entusiasmo le bellezze del posto, e non solo quelle artistiche: per ogni belga particolarmente avvenente partiva in automatico un sentito "chapeau!", accompagnato dal gesto di toglierci il cappello. Per quanto ne abbia calpestata già abbastanza di terra europea sotto i piedi, mai come in questi cinque giorni in Belgio ho visto così tanta bella carne al fuoco!
Tra apparizioni divine e coup-de-foudre, camminando per la città ci si può imbattere anche in Tintin, i Puffi e tutti gli altri personaggi delle bandes dessinées, che fanno capolino dalle finestre e ciondolano per le strade solo dipinte di una seconda Bruxelles, bidimensionale e coloratissima, sovrapposta a quella vera.


Alcuni edifici storici che si affacciano sulla Grand Place, tra cui la Maison du Roi
(in alto a sinistra) e due esempi di street-art dedicati al fumetto belga.
Dopo un primo après-midi a zonzo per il centro, stuzzicati dalle vetrine delle Galeries St-Hubert (con esposti, a mo' opere d'arte, capolavori di haute pâtisserie e macarons di tutte le nuances pastello), ci siamo rintanati in un ristorantino di Rue de Bouchers per un tête-à-tête a lume di candela con un intero secchio di cozze, delizie del Mare del Nord che a Bruxelles mangiano a pranzo, petit-déjeneur e cena. La luce soffusa delle lampade di vetro colorato, le curve serpentine dei grandi specchi Liberty, il crepitare del fuoco nel camino come baci con lo schiocco (SMUAK!): in uno scenario così romantico, io ed Anny, più pettegoli di Obama, abbiamo trascorso l'intera serata ad intercettare la conversazione in corso al tavolo vicino, quella (in inglese) tra un ciarliero danese, sulla cinquantina, stempiato, ma ancora piacente, e il suo amico, un atletico belga di cui siamo riusciti a vedere solo l'ampia schiena. Sembrava si fossero conosciuti da poco, perché quella del danese era sicuramente una parlantina nervosa, in più era paonazzo e faceva uno sforzo evidente per mantenere il contatto visivo col suo giovane interlocutore.
"Raffy, ma secondo te...?" comincia Anny, dopo qualche minuto di attenta osservazione.
"Sì, anche secondo me..." rispondo, mandando giù un sorso di birra lambic alla ciliegia.
"Sarà il loro primo appuntamento..."
"Sì, il danese ha ordinato le ostriche, e si sa che sono afrodisiache..."
"Ma che c'entra?!" protesta Anny, ridendo. Poi, dopo aver spezzettato un po' della sua baguette nel potage des légumes, aggiunge: "Il danese comunque è sicuramente..."
Ci scambiamo uno sguardo sornione, la fiamma della bugie si riflette negli occhioni verdi di Anny, e subito dopo le nostre voci si accavallano: nello stesso istante lei sussurra "serratura" e io "chiave."
E con "chiave" e "serratura" alludiamo non troppo velatamente ai ruoli che quei due potrebbero interpretare una volta calato il sipario delle braghe.
"Non so..." pondera Anny, dubbiosa. "E' che il belga è così muscoloso..."
"Credo dovremmo trovare un double-entendre un po' più elegante di 'chiave' e 'serratura', comunque..."
"Che confabulate voi due?" si intromette mia madre, riemergendo dal suo piatto di waterzooi (sembra il nome di un batterio o di un parco acquatico, ma è solo pollo in salsa alla panna.) "Chiavi e serrature? Cercate un ferramenta?"
E qui si vede da chi ho preso l'abitudine di ficcanasare...
"Certo che no, delfina curiosa, parlavamo di un quadro di Magritte che probabilmente vedremo domani al museo" improvviso. "Sono simboli ricorrenti nella sua pittura, non lo sapevi?"
Mary manda giù un sorso d'acqua, ma, a giudicare dal suo sguardo di divertito rimprovero, non se l'è bevuta.
Segue un momento di meditabondo silenzio (MUMBLE MUBLE), in cui le voci della coppia novella sono coperte dal CLANG! delle posate, il CRUNCH! delle bocche masticanti, lo SLURP! delle vongole risucchiate, gli HIC! di chi ha bevuto troppo e il BLA BLA generale.
"Comunque anche tra Tintin e il capitano Haddock c'è del tenero, per me" sentenzio in un sussurro all'orecchio di Anny, dopo essermi tamponato la bocca col fazzoletto. "E' la classica accoppiata erastès/eròmenos, un po' come Batman e Robin..."
Immemori della tragica fine delle "ostrichette curiose" (per quanto fossimo circondati dai frutti di mare), abbiamo continuato a studiare, con interesse puramente etologico, i rituali d'accoppiamento dei due piccioncini. Vorrei potervi dire che la nostra attività di flâneur vacanzieri si sia conclusa qui, ma sono stati molti altri, invece, i tipi umani che sono passati sotto la nostra lente d'ingrandimento.
Il giorno dopo, per esempio, nell'ala dei Musées Royaux des Beaux-Arts dedicata a Magritte, ovunque mi girassi mi ritrovavo sempre vis à vis con uno strano individuo che sembrava essere uscito da un albo a fumetti, se non dal pennello di un pittore surrealista: calvo, con gli occhietti spioventi, gli occhiali tondi e un sorrisetto lievemente beffardo, attirava l'attenzione soprattutto per il suo impermeabile écru, lunghissimo, praticamente raso terra, con una mantellina cucita sulle spalle, che frusciava a ritmo lento del suo incedere per le stanze dipinte di nero...

René Magritte (1898-1967), tra i maggiori esponenti del Surrealismo, è
definito un saboteur tranquille: insinua dubbi sul reale mostrando realtà plausibili
solo per l'osservatore distratto. La sua è una razionalità talmente ingenua da risultare
disarmante: dipinge una pipa, nega che lo sia e, a fronte delle obbiezioni
, risponde così,
 in tono quasi scocciato: "Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro?
Quella lì non è una pipa." In copertina, la silenziosa rivoluzione de L'impero delle luci,
in alto a sinistra I compagni della paura, in alto a destra Il ritorno (quello al nido materno
o quello della biblica colomba della pace?), a sinistra Sherazade, in basso a sinistra
Il donatore felice e in basso a destra La corda sensibile, un'opinabile lezione di fisica. 
 
Qualche ora più tardi, quello stesso pomeriggio, sotto il tetto di vetro del Centro Belga del Fumetto, mi ero già quasi dimenticato di lui e davo per certo che non l'avrei mai più rivisto, quando mio padre richiama delicatamente la mia attenzione, con una gomitata: "Guarda, c'è il tipo con l'impermeabile che abbiamo visto al museo di Marmitte..."
GASP! Riecco il pittoresco figuro, che mi passa davanti, con le braccia perennemente conserte, la pancia prominente e sempre avviluppato nel suo soprabito da maniaco sessuale, mentre mi sorride come a voler dire: "Ou la la, quant'è piccolo il mondo!" Poi, prima che possa chiedermi se sia il caso di fargli un cenno di saluto o no, si ricongiunge, mormorando qualcosa in francese, ad un gruppetto di persone nascoste alla mia vista da un cartonato di Lucky Luke in groppa al suo destriero.
Mi ci imbatto ancora una volta poco dopo, tra gli scaffali del book-shop, e ne approfitto per lanciargli qualche altra occhiata sospettosa, ma poi, quando se ne accorge e mi sorride, mi affretto ad affondare la faccia in una copia tenuta al contrario di Tintin in Tibet.
Non so perché queste coincidenze mi abbiano tanto turbato, né perché mi sia arrovellato per ore chiedendomi quale fosse la sua storia. A quest'ora sarei di certo scivolato nella follia se, poco dopo, non avessi trovato le risposte che cercavo.
Ma il segreto che si cela sotto il suo cappotto verrà rivelato soltanto nel prossimo post...
Intanto non potevo immaginare che altri due misteri, forse anche più inquietanti, attendessero me ed Anny in albergo: come connetterci alla rete wi-fi e perché un gruppetto di giapponesi sostasse perennemente nel salottino davanti agli ascensori.
Ci abbiamo messo due giorni per capire che ognuno di questi angoscianti interrogativi era la soluzione dell'altro: il wi-fi funzionava solo negli spazi comuni, e si sa, dove c'è tecnologia, ci sono i giapponesi (oltre che i gremlins). Alla fine io e Anny ci siamo ritrovati a dividere la poltrona con uno di loro, un musone perfettamente a suo agio in infradito e pigiama a quadrettoni bianchi e blu. Per quanto ipnotizzati dagli schermi dei nostri cellulari, non abbiamo potuto evitare di fare le nostre considerazioni sugli incontri del terzo tipo che possono verificarsi anche a notte fonda nei labirintici corridoi di un albergo, tipo l'ambiguo via-vai di due possenti culturisti in striminziti completini ginnici, che si saranno inseguiti per tutta la notte senza mai trovarsi. Ci mancava solo la sigla di Benny Hill: quando uno usciva dall'ascensore, l'altro aveva già svoltato l'angolo e sceso le scale. "Per me giocano a nascondino, oppure si mandano messaggi su WhatsApp ma non li ricevono perché il wi-fi non funziona" ha ipotizzato Anny, per poi prendere a scimmiottare il vocione testosteronico dei body-builder: "Aò! Io sto ar quarto piano... tu 'ndo'stai?"
Affascinati dalla vita notturna dell'hotel, dopo una serata di baldoria, abbiamo deciso di riservare le ultime ore della Notte delle Streghe all'esplorazione dei sentieri di moquette del albergo. Naturalmente, memori dell'abbigliamento sfoggiato dal nostro amico, il geek nipponico, ci siamo adeguati al dress-code del popolo della notte: pigiama a fantasia scozzese ed imbarazzanti ciabattine di spugna bianca. Anny, decisa a tutelare la sua vera identità, si è persino fatta la coda al lato, assicurandomi che non c'è modo migliore di spacciarsi per spagnola.
Ci aspettavamo di "vederne di ogni", e invece... calma piatta. Com'era prevedibile, dalle interminabili file di porte numerate non proveniva altro che uno ZZZ... comatoso, qualche RONF RONF e ogni tanto lo SWOOSH di uno sciacquone. Messa una croce sul sesto e quinto piano, al quarto finalmente abbiamo trovato musica per le nostre orecchie. Una combriccola di italiane di mezza età, riunitesi sui divanetti della lobby per due chiacchiere al riparo dalle orecchie foderate di pelo dei mariti, si sono lasciate ingannare dai nostri travestimenti, sicure del fatto che un italiano non avrebbe mai osato girovagare per l'hotel in pigiama e pronte a mettere la mano sul fuoco che una ragazza italiana non avrebbe mai rischiato di farsi vedere in pubblico con una coda al lato. "Una mia amica l'ha provata... la pillola rosa" ha ammesso, ignara di essere ascoltata, la più brilla del gruppo, sghignazzando per mascherare l'imbarazzo. Io e Anny abbiamo attraversato in un lampo l'atrio, sforzandoci di pensare alla disoccupazione giovanile pur di non scoppiare in fragorose risate.
"Ma che ha detto? L'ha provato lei, il Viagra pour femme?" chiede Anny, una volta al sicuro nella tromba delle scale d'emergenza, ancora scossa dalla ridarella.
"No, una sua amica..." rispondo, ansimando. "Cioè lei."
Insieme abbiamo convenuto che era valsa la pena perlustrare l'edificio anche solo per aver captato queste scabrose confidenze alla Sex and the City. Quindi ci siamo decisi ad andare a letto, anche perché molti ospiti ci avevano già visto vagare in déshabillé per sette piani, perciò probabilmente saremmo a nostra volta finiti tra gli aneddoti divertenti di qualche altro blogger. Stavamo tornando in camera, al quinto piano, ancora con le lacrime agli occhi, quando dalla 216 si è levato lo spettrale lamento di un ragazzo, raggelandoci...
All'inizio pensavamo avesse mangiato cozze avariate, poi abbiamo capito che stava solo cantando Lana Del Rey sotto la doccia: "Kiss me hard before you go... summertime saaadneeees!"
Né io né Anny, comunque, ci siamo mai sognati di giudicare le scelte idraulico-musicali di chicchessia, visto che sotto la doccia noi cantavamo l'unica vergognosa canzone in francese di cui conosciamo più o meno a memoria il ritornello. Ricordate Alizée, la ragazza acqua e sapone che nel 2000 cantava Moi... Lolita? Be', probabilmente pochi di voi l'avranno vista ancheggiare con un pesciolino rosso cucito sulla chiappa e sentita vantarsi di avere "la pelle liscia, nel suo bagno di schiuma." J'ai la peau douce, dans mon bain de mousse...

Potete ammirare il pesciolino al minuto 03.06

À suivre...

lunedì 2 settembre 2013

Angherie in Ungheria

"La capitale del porno a basso costo!" è la definizione di Budapest che mi sono sentito ripetere più spesso da quando ho annunciato la mia partenza. L'impatto iniziale, d'altronde, è stato desolante, quasi quanto il sopracitato, prosaico titolo, ma non c'è voluto molto perché iniziassi ad apprezzare la bellezza della Parigi dell'Est, anche se un po' maltrattata. D'altronde sfido qualunque città a tenersi i suoi bei palazzi ancora freschi d'intonaco e le sue statue tutte linde e tirate a lucido dopo essere passate da una dominazione straniera all'altra, poi sballottate dal regime nazista a quello comunista e nel frattempo bombardate qua e là. Forse sarà stata la ferita lasciata aperta dalla Storia, non ancora del tutto rimarginata, a rendere questa vacanza più turbolenta del solito per il nostro collaudato gruppo di vacanzieri: mai viste così tante lotte di potere, guerre intestine e disturbi intestinali in soli sette giorni. D'altronde me la vado anche a cercare, scegliendo di partire con la solita comitiva senior (più cuginetto pre-adolescente). Ammetto di essermi sentito un po' orfano del gruppo teen: ora capisco come deve sentirsi Edmund Pevensie, che è ancora abbastanza giovane per vivere nuove avventure a Narnia, mentre i fratelli maggiori ormai sono costretti vedersela col mondo reale.
Insomma, me la sono vista brutta, tra golpe, conflitti generazionali e corse al mosdo (il bagno), ma vi risparmio l'elenco completo delle mie disavventure: vi basta sapere che, come sempre, sono stato costretto a tradurre in inglese qualunque domanda e curiosità balenasse nella mente dei miei sadici compagni di viaggio, anche le più retoriche, ridondanti o imbarazzanti. Fortunatamente, dopo almeno tre ore di conversazione forzata, mi sono fatto amico il concierge di notte, un ragazzo affabile con una pazienza da martire e un simpatico musetto da husky. Ecco cosa sono arrivato a dirgli, a un certo punto, esasperato, contando sulla sua complicità: "Perdonami, mi hanno chiesto di farti alcune domande che non ho per nulla voglia di tradurre, ti dispiace se facciamo finta di parlarne e poi mi invento una risposta evasiva? Grazie mille... anzi, köszönöm."
Anche il concierge di giorno, d'altronde, era molto simpatico e solare, come un Ungaro Spinato.
Nonostante faccia ancora fatica ad abituarmi al ruolo della Cassandra turistica ("Non credo sia una buona idea visitare prima il Museo dell'Agricoltura e poi la Chiesa di Mattia. Anzi, non credo sia una buona idea visitare affatto il Museo dell'Agricoltura..."), sono comunque riuscito a rispettare la mia scaletta delle priorità e visitare le attrazioni di Budapest, dal Castello di Buda, vegliato dalla minacciosa statua di Turul, il rapace mitologico che protegge il popolo ungherese, alla basilica neorinascimentale dedicata Santo Stefano, di cui qualcuno ha pensato di conservare la mano morta, senza tralasciare la splendida Grande Sinagoga, dalle ricche decorazioni geometriche, l'illuminazione da crociera e i kippah distribuiti all'ingresso che ho scoperto, mio malgrado, non essere usa-e-getta (perciò verosimilmente risalenti ai tempi della Genesi). All'ombra del Castello di Vajdahunyad, costruito per l'Esposizione Universale nel 1896 come sintesi degli stili architettonici ungheresi (lo scorcio gotico-barocco attraverso i pini faceva molto i primi cinque minuti de La Bella e la Bestia), ho potuto anche toccare con mano tremante la penna magica della Statua dell'Anonimo, gesto che, paradossalmente, si vocifera sia di buon auspicio per gli aspiranti scrittori, sebbene la solennità del momento sia stata infranta da un vecchio violinista un po' suonato che ha costretto mia madre ad accompagnarlo con la voce sulle note di 'O sole mio. Di conseguenza, è stato quasi più emozionante sgraffignare la penna a sfera (inventata dell'ungherese László Bíró) dalla camera dell'hotel.
Ma è valsa la pena penare un po' per tornare a casa col ricordo indelebile dei colori di Budapest:
  • Il fucsia decisamente chiassoso dei vestiti succinti in cui erano strizzate le mie vicine di bracciolo in aereo, degne compatriote (e chissà, magari anche colleghe) di Cicciolina, coperte di strass dagli incisivi alle unghie dei piedi. Per non parlare della tinta sbagliata, color glicine, di molte vecchiette ungheresi (ecco cosa succede quando si va dal salone di bellezza dei MyLittlePony anziché da un parrucchiere esperto);
In alto, i tetti dell'Università di Tecnologia ed Economia
di Budapest (come se avere il posto di lavoro assicurato non fosse sufficiente,
dovevano anche avere un palazzo da fiaba), al centro, le tegole smaltate
della Chiesa di Mattia e un dettaglio della decorazione stencil delle colonne,
in basso, una veduta fluviale del Parlamento illuminato dal tramonto.
Tenete d'occhio il mio profilo Instagram per altri scorci di Budapest. 

  • La caleidoscopica Chiesa di Mattia, col tetto multi-color come il cubo di Rubik (altra invenzione ungherese), l'interno completamente tatuato e, tutt'intorno, i "castelli di sabbia" del Bastione dei Pescatori;
  • I colori pastello dei palazzi, giganteschi dolcetti alle mandorle color rosa confetto o al gusto pistacchio, guarniti, secondo il capriccio del pasticcere di turno, da stucchi barocchi o curve e infiorescenze art nouveau. Poi le infinite sfumature di giallo di certi vecchi edifici: dal color zafferano all'ocra dei crauti, dal senape al biondo tokaij. E ancora, altri palazzi solo un po' trascurati, che sembrano fritti in pastella, come un dorato e croccante French toast, o l'imponente Parlamento, coi suoi tetti spolverizzati di paprika...
    Fame, eh?
  • il bianco della panna acida e, soprattutto, l'insolito candore dei peperoni, protagonisti incontrastati della cucina magiara e schiaffati un po' dappertutto, a colazione, pranzo e cena. Certi peperoni, poi, si comportano anche in modo strano, specialmente se conservati sotto aceto. Per esempio: camminavo tranquillamente per il Mercato Coperto, pensando ai fatti miei, quando improvvisamente mi sono sentito osservare da qualcuno. Giro la testa di scatto, ed eccoli lì: dei sottaceti mi fissano dai loro barattoli (probabilmente già pieni di botulino), con un beffardo sorriso al peperoncino stampato in faccia. Chissà che ci mettono, nel liquido di governo...
    E a proposito di governo, credo proprio che sentirò la mancanza del mio regime alimentare alla ungherese: questa mattina mi sono svegliato con un'irresistibile voglia di goulash e salsicce da annegare in un mare di lecso;
I sottaceti sorridenti come axolotl in un acquario.

  •  l'indaco e il rosso corallo, i colori preferiti rispettivamente da Sissi e Francesco Giuseppe. O almeno così ci è stato detto a Gödöllö, sede estiva della coppia imperiale, dalla signora Helena, la nostra guida turistica, ultrasettantenne decisamente sprint, che si autodefinisce "un bull-dozer" e si gloria di aver appreso l'italiano guardando la Clerici e quel tizio "con le mustacce ke va a kjiedere qvanto costa le pomodori" (Alessandro Di Pietro di Occhio alla Spesa.) Il castello, a dir la verità, non è un granché, soprattutto per chi ha fresco in mente il ricordo di Schönbrunn, ma ne è valsa la pena solo per la visita guidata, o meglio, recitata: malgrado l'italiano stentato (mi sa che seguiva anche Luca Giurato), Helena ci ha intrattenuto con le sue formidabili doti istrioniche, inscenando davanti ai nostri occhi l'incontro fatale tra Sissi e Franz, dando voce all'ultima preghiera di Sofia che, sul letto di morte, implorò la nuora di perdonarla per essere stata un mostro di suocera (o "sorcera", come direbbe lei) e descrivendo con dovizia di particolari l'emorragia interna che uccise Elisabetta di Baviera, quando un anarchico le lacerò il ventricolo sinistro con una lima, neanche avesse fatto lei l'autopsia. Ciò che più mi ha divertito, però, è stata l'eccitazione svetoniana con cui ci ha raccontato i dettagli più succosi della vita privata della malinconica Sissi, delle sue ossessioni e delle sue manie, come quella per il fitness e la cura del corpo: per mantenere le sue misure da urlo (90-50-90 per un metro e settanta d'altezza), che le hanno garantito il titolo di Miss Impero Austro-Ungarico a vita, Elisabetta si dedicava ad estenuanti esercizi ginnici e passeggiate forsennate. Se il suo bel visino richiedeva maschere a base di fragole e carne di vitello crudo (avrebbe dovuto aggiungerci un goccio di aceto balsamico: la morte sua), la folta chioma esigeva impacchi di uova e cognac, mistura che, oltre a donare lucentezza ai capelli, conferisce loro quel profumo di distilleria che fa tanto aristocratico. Al risveglio da un pigiama party organizzato dalla sua amica del cuore, niente meno che la regina Vittoria, Sissi stupì la corte britannica con la sua colazione ipocalorica, un centrifugato di frutta e verdura che metterebbe tristezza anche a Jill Cooper, facendo sentire tremendamente in imbarazzo sua maestà, che si era già servita di una doppia porzione di bacon. E' indubbio, però, che Vicky fosse molto affezionata a Sissi, tanto da prestarle il suo yatch privato per un viaggetto a Madeira, lontano dal fedifrago Franz, anche se il nome della barca, Victoria and Albert, non poté non ricordare all'infelice imperatrice quando facesse schifo il suo matrimonio in confronto all'idillica vita coniugale dei sovrani inglesi, i Brangelina del diciannovesimo secolo. Eppure Sissi si prese la sua rivincita, almeno secondo le maldicenze di sua sorella, Maria Sofia, l'ultima regina napoletana, esiliata in Inghilterra, che spifferò al figlio Rodolfo i particolari del presunto affaire di sua madre con l'istruttore di equitazione, un ometto irlandese (forse un lepricauno), durante il suo soggiorno britannico. Sissi giurò di non aver corso la cavallina con altri se non col suo cavallo Avalon e da allora tenne il broncio alla sorella impicciona, alla quale pure era stata molto legata, specie una volta varcata la soglia degli "anta", visto che le faceva da beauty counselor;
Malinconico scorcio del Ponte della Libertà con tram.
Tenete d'occhio il mio profilo Instagram per altre foto da Budapest. 

  • Il giallo intenso dei tram, di cui avrò scattato almeno un centinaio di foto. Credo di aver trovato in loro il mio mezzo di trasporto preferito, specialmente quando il cielo promette pioggia e puoi osservarli guizzare come raggi di sole nel grigiore urbano. Da evitare, invece, i bus turistici, dove finisco sempre per incontrare l'ennesima giovane coreana in vacanza da sola (non credo ci sia niente di più deprimente, specie per me che da solo non riuscirei nemmeno a giocare al solitario) o mi ritrovo a scambiare banalità con altri turisti italiani, tra cui si nasconde gente che non prova alcuna vergogna ad esclamare: "Ah, ma voi parlate come lino Banfi?! Adoro il vostro accento! Avrò visto Spaghetti a mezzanotte almeno duecento volte!"
    Ah sì? Io neanche una. Colgo l'occasione per chiarire all'Italia intera che il capoluogo pugliese da noi viene chiamato "Bari" in italiano o Bér in dialetto. Bery lo dice solo Banfi.
    Quanto al rispetto del codice stradale, però, devo spezzare una Lancia Ypsilon in favore del Bel Paese: non mi era mai capitato prima di marcire chiuso in un pullman fermo per mezz'ora davanti ad un'auto della polizia parcheggiata in doppia fila, aspettando che il poliziotto si degnasse di uscire dal bar. Gli mancava solo la doughnut in mano.
Stile Liberty a Budapest (o, in ungherese, Szecesszió): in alto,
tetti e vetrata del Museo delle Arti Applicate,  al centro e in basso,
interni delle terme Gellért. (Quest'ultimo collage

  • Il verde rame del Ponte della Libertà, che si sbraccia oltre il bel Danubio bl... ehm... grigio-verde per fare il solletico al colle Gellért. A due passi dalla cascata artificiale che ricorda l'entusiasmante sport nazionale degli antichi magiari (gettare giù dai monti santi ed evangelizzatori), ci si può tuffare nelle calde acque delle illustri terme Gellért, un tempio stile Liberty consacrato al benessere, dove "lampade, vetrate, doccioni e palme contribuiscono a creare una piacevole atmosfera tipicamente borghese" (cito il dépliant). Helena ci ha spiegato che le acque sorgive di Budapest sono particolarmente indicate per incrementare la fertilità femminile, proprietà che fu scoperta quando qualcuno ebbe l'idea di farci sguazzare dentro un'ippopotama dello zoo e questa partorì poco dopo una sporca dozzina. Così quando ho chiesto un asciugamano e una cuffia all'addetto dello staff - un omone dallo sguardo decisamente intimidatorio, un Un-happy Hippo col faccione più spaventoso di una maschera busó - ho scoperto che almeno uno degli ippopotamini è cresciuto e ha per giunta trovato impiego presso le terme in cui è nato. Dopo un tale incontro, per smettere di tremare mi ci sono voluti una nuotata nella piscina di Gatsby, una sauna, una capatina nel bagno turco alla camomilla più bollente in cui abbia mai messo piede e infine un massaggio aromatico di Zita, non proprio la masseuse più avvenente in circolazione. Diciamo che di Venere aveva solo lo strabismo. In ogni caso non si può negare che abbia il tocco magico.
    Penso proprio che tutti dovrebbero concedersi un massaggio, di tanto in tanto, specie quella donna le cui urla isteriche, rimbalzando sulle mattonelle, si sono propagate per tutto lo spogliatoio: "MI MANCA L'IGIENE! IO HO BISOGNO DI IGIENE!"
    Igiene mentale, di sicuro.

Dato che i miei Ricordi cordovesi si erano conclusi con un'analoga crisi di nervi, per coerenza stilistica credo sia il momento di mettere un punto fermo a questo lungo, ma spero gradito, Buda-post.

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