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mercoledì 10 ottobre 2012

Todo sobre mi Madrid (capitolo quarto)

Stazione ferroviaria di Toledo, Castiglia-La Mancia 

Immaginate di svegliarvi in una camera d'hotel, accendere il televisione (quasi per sport) e imbattervi in qualcosa di simile:
 
Ora come ora mi conosco meglio di chiunque altro, e so già quel che devo fare. Per questo ora che, con la menopausa, sento che il mio corpo fa un po' il pazzerello, sto più attenta alla mia salute e prendo Savia di Danone. E' una ricetta ideale per me, l'unica con un alto contenuto di proteine di soia, pochi grassi e senza zuccheri aggiunti. Non potete immaginare quanto sia buona, finché non la provate!
Con la menopausa, io scelgo Savia.
Non so se mi faccia più ridere la vocetta da svampita di Verónica, i suoi grandi occhi spiritati, oppure le vampate di calore che la colgono proprio nel momento in cui inizia a parlare di "menopausia". Due interrogativi mi si sono subito parati davanti, impedendomi di pensare ad altro: cos'è Savia e, soprattutto, chi è questa bellezza in bicicletta, Verónica Forqué? Probabilmente sono la risposta italiana a (rispettivamente) Danaos e Stefania Sandrelli. Noi abbiamo Stefania, passata dai film osé alle ossa, gli spagnoli, invece, si sorbiscono Verónica... che forse qualcuno ricorderà per il ruolo della prostituta Cristal in Che ho fatto io per meritare questo? (1984) di Pedro Almodóvar. In effetti il titolo del film sembra preannunciare il crudele destino dell'attrice: scappata in bicicletta dalla casa di riposo, Verónica decide di riposarsi sotto un albero, immersa in un mare di fiori gialli... a parlare da sola, lodando le virtù dello yogurt di soia rubato dalla mensa della succitata casa di riposo.
Vista la mia intolleranza al sempre odiato succo di mucca, uno yogurt di soia take-away l'avrei gradito anch'io, ma il buffet dell'hotel ne era vergognosamente sprovvisto, così io ho dovuto farne a meno e contare sulle mie sole forze per affrontare l'unica gita fuori Madrid del nostro viaggio: Toledo. "La Gerusalemme spagnola", incastonata su sette colli e bagnata dal Tajo, offre un panorama mozzafiato (che è possibile ammirare da un'interminabile scalinata, anch'essa mozzafiato - ma qui in senso letterale. Naturalmente abbiamo scoperto solo una volta raggiunta la cima che c'era anche un ascensore: un classico.)
Una veduta del meraviglioso centro storico di Toledo, capoluogo della Castiglia-
La Mancia. In basso, dei lucchetti attaccati al ponte sul fiume di Tajo come
simbolo di amore eterno: Federico Moccia, ahimè, ha colpito anche in Spagna
con il suo Tres metros sobre el cielo. Su quello azzurro c'è scritto "siempre juntos",
cioè "sempre insieme." In certi momenti non so cosa darei per essere un fabbro...
Salvo l'imponente e ricchissima cattedrale, i luoghi d'interesse  non sono poi granché interessanti, a meno che non vogliate liberarvi il portafoglio degli ultimi fastidiosi spiccioli.
E' stato qui, a Toledo, comunque, che io e mio zio Domingo, visti i continui battibecchi sulle vie da intraprendere, abbiamo elaborato un nuovo metodo, estremamente sofisticato, per raggiungere facilmente le maggiori attrazioni del luogo: seguire i gruppi di griffatissimi giapponesi, che, a quanto pare, non vanno neanche agli aseos (al bagno) senza una guida turistica, possibilmente loro connazionale. 
Tornati a Madrid, decidiamo di concederci un'ultima domenica all'insegna del relax, anche se non è facile rilassarsi quando qualcuno (io) si è messo in testa di andare a caccia di libri antichi nel Rastro, il mercatino delle pulci madrileno noto per i frequenti scippi. Dopo aver rovistato tra volumi polverosi con la foga di un tossicodipendente per un'intera mattinata, rinuncio al mio agognato classico spagnolo (di trattati scientifici e filosifici in francese, chissà perchè, ce n'era una marea), ma a quel punto interviene salvifica mia sorella, che mi telefona dall'Andalusia per comuncarmi, fiera, di avermi comprato una vecchia edizione di una tragedia di García Lorca e un nuovo, misterioso best-seller fantasy caldamente raccomandato da El País.  
Prado 4. Visto che mi sono atteggiato da piccolo Sgarbi per tutti i precedenti
 capitoli, oggi vi presento tre dei quadri più imbarazzanti che ho visto a Madrid.
A sinistra, potete ammirare l'opulenza di Eugenia Martinez Vallejo nuda di Carreno
de Miranda, a destra, San Bernardo allattato dalla Vergine di Alonso Cano
(l'unico commento possibile a questo quadro è: "Ellamadonna, che mira!")
Al centro, una donna barbuta allatta sua figlio: è Magdalena Ventura, donna abruzzese,
realmente vissuta nel XVII secolo, che all'età di ventisette anni si vide spuntare in
faccia una florida barba. Il conte di Alcalà rimase affascinato dalla sua storia e
chiese a José de Ribera di ritrarla. E' impossibile capire che si tratta di una donna finché
non si nota il seno scoperto, anche se, dalla posizione, si direbbe più una tonsilla.  
Soddisfatto dalle straordinarie capacità d'acquisto di mia sorella, decido di sgattaiolare al supermercato più vicino per una empanada al tonno, quando due spagnoli mi chiedono dov'è Plaza de Tirso de Molina...
La cosa straordinaria è che ho saputo fornire loro le giuste indicazioni (io, che ho bisogno del tomtom anche per perdermi.)
Poco dopo un tizio, anche lui spagnolo, mi domanda se "quello laggiù è il Municipio".
Per qualche secondo, ai loro occhi sono stato madrileno. Per qualche meraviglioso secondo, mi sono spogliato dalle antipatiche vesti di guiri ("il classico straniero con un'aria strana") e mi sono sentito un vero gato ("gatto", il soprannome degli abitanti di Madrid). Potete immaginare l'emozione! Più o meno pari a quella che ho provato quella volta che mi hanno scambiato per un commesso di Zara, o quando una signora mi disse che avevo gli stessi occhi di Flavio Insinna (so' soddisfazioni!).
Ecco uno scorcio della cattedrale dell'Almudena, estremamente anonima (specie
all'interno). Ho inserito questa foto solo perchè ne sono schifosamente fiero:
non sembra una cartolina? (assecondatemi)
 Mi mancherà davvero, la rumorosa Madrid (così è stata definita da quel Brontolo di mio padre). Mi mancherà ognuno dei suoi rumori caratteristici: i rami degli alberi gracchianti di pappagalli lungo il Paseo del Prado, i cori notturni dei tifosi del Real Madrid ( ♪ ¿Cómo no te voy a querer? ♫) sotto la finestra della mia stanza, il sottofondo del telegiornale spagnolo che mio padre seguiva assiduamente in attesa che arrivasse il suo turno per la doccia, il lamento del mendicante appostato a Puerta del Sol, senza contare i tormentoni musicali del mio cuginetto Juanito (hit italiane intramontabili come Nostalgia canaglia di Al Bano o Torero Camomillo, il matador tranquillo...)
Il rumore di cui invece non sentirò mai la mancanza è l'imbarazzante applauso dei passeggeri italiani al momento dell'atterraggio. Ma probabilmente l'imbarazzo maggiore me lo sono procurato da solo quando, al momento di sbarcare, non riuscendo a sollevare il bracciolo del sedile (cosa che mi era già capitata all'andata), ho esclamato, ingenuamente: "Oh, ma perchè a me non si alza mai?!".
Vi lascio immaginare l'ilarità che questa mia infelice uscita ha provocato tra i (maliziosi) passeggeri.
Scendo dall'aereo col capo chino, con l'afa peucetica che mi dà il bentornato a casa. 

domenica 16 settembre 2012

Todo sobre mi Madrid (capitolo secondo)

El ángel caído (L'angelo caduto), Parque del Retiro

Com'era quasi inevitabile, io e i miei compañeros de viaje non abbiamo tardato molto a farci dei nemici, anche a Madrid. Il secondo giorno dal nostro arrivo, durante la colazione in albergo, ci siamo imbattuti nelle nostre nemesi: quattro pettegole inglesi che, con i loro sorrisetti perfidi da allegre comari di Windsor, non ci hanno perso di vista un istante, commentando la nostre pantagrueliche porzioni e l'impopolare abitudine di conservare qualche toast per il pranzo (chi non l'hai mai fatto, scagli il primo panino... anche se forse qualcuno questa volta deve aver proprio esagerato, visto che il jamón serrano non è stato più servito dopo il nostro arrivo). Mia madre avrebbe voluto sgozzarle col coltello del burro, invece io avrei optato per un gavettone di tè bollente. Alla fine abbiamo deciso di sguainare un bel sorriso minaccioso, come fanno gli animali feroci, che mostrano i denti alla preda prima di passare all'attacco. In ogni caso, non mi sono mai allontanato troppo dalla pinza del bacon, caso mai mi fosse venuta voglia di staccare il naso a una di quelle arpie. Così, tutte ingobbite attorno al loro tavolo, ridacchiando come iene e bagnando di tanto in tanto le labbra rinsecchite con un po' di tè, sembravano la versione deprimente di Sex and the City.
Prado 3. Il misterioso e visionario Hieronymus Bosch (conosciuto in Spagna come
El Bosco) realizza nel trittico del Giardino delle Delizie (sopra alcuni dettagli) molto più
di un'opera d'arte. Anticipando di secoli il Surrealismo, la sua allucinata immaginazione
plasma il peccato nelle forme più svariate: sotto lo sguardo inquietante di uccelli e
creature mostruose, i corpi degli uomini si confondono nell'estasi del peccato,
le bocche suggono avide il dolce succo di frutti giganti, e, all'interno di conchiglie e gusci
variopinti, trovano sfogo gli assilli della lussuria. Alle delizie del mondo terreno,
corrispondono le atroci sofferenze dell'Inferno, un mondo di oscurità e dolore,
dove gli strumenti musicali (anch'essi simboli di licenziosità) diventano strumenti di tortura,
un orribile mostro dalla testa di uccello, seduto su un trono come un dio egizio,
ingurgita i dannati e li defeca in un pozzo immondo, ed esseri di ogni tipo
(demoni-grillo, scrofe vestite da suore, lepri umanoidi e viscidi rospi) sottopongono
i peccatori ad ogni sorta di sevizia. Gli orribili episodi infernali si consumano sotto lo sguardo
di rassegnata ironia del gigante grigio, enigmatica figura in parte uomo, in parte albero
e in parte guscio d'uovo. L'ossessione di Bosch per il peccato (nata dal senso di colpa,
da una segreta attrazione o da entrambe le cose?) si esplicita anche in altre opere
esposte al Museo del Prado, come Il carro di fieno, immagine dell'avidità umana
("Il mondo è come un carro di fieno, ciascuno ne arraffa quel che può", recita un proverbio
fiammingo),
I sette peccati capitali e Le tentazioni di Sant'Antonio.
 Dopo una ricca e corroborante colazione, siamo pronti per continuare il nostro tour della città. Oggi vi parlo di uno dei posti che più mi hanno entusiasmato e sorpreso, il Parque del Retiro. E' raro che vada in brodo di giuggiole per un parco, visto che la mia predilezione va generalmente a musei e monumenti, ma il Retiro è davvero un posto magico. Il Palacio de Cristal, circondato dal verde e inondato dalla luce screziata del sole, con le sue maioliche, decorate con grottesche e animali mitologici, e il lago, in cui troneggiano imponenti i cipressi calvi delle paludi, sembra essere emerso dalla penna di Micheal Ende.
In alto, il Palacio de Cristal, con dettaglio delle maioliche. In basso,
l'Estanque (lago artificiale) e il monumento ad Alfonso XII.
Naturalmente, non poteva mancare un giro in barca sull'Estanque, con mio zio Domingo e mio cugino undicenne Juanito a pagaiare, mentre io e mia zia Rosaura (munita d'ombrellino come in un quadro di Renoir) ci siamo limitati a salutare aristocraticamente la plebe (i nomi dei miei compagni di viaggio, eccetto Grace, che conoscerete più in là, sono stati volutamente adattati alla lingua del luogo, come è mia abitudine fare: durante una vacanza in Austria, ho chiamato mia sorella "Walburga" per una settimana intera. Immaginate la sua felicità.)
Reina Sofía 1.  Il quarto batticuore di questo viaggio a Madrid ci è stato
regalato da un altro grande visionario, Salvador Dalí, a partire da Figura a una finestra
(destra), ritratto di spalle in cui è già possibile intravedere, nell'erotismo appena accennato,
"l'angoscia sessuale" de Il grande masturbatore (in alto). Qui Dalí assembla negli aridi
paesaggi della sua infanzia un delirio di rocce, figure umanoidi, forme falliche
e suggestioni mitologico-psicoanalitiche. Esposti nel Museo Nacional Centro de Arte
Reina Sofía, tra le altre opere, anche 
Monumento imperiale alla donna bambina,
omaggio all'amatissima Gala, a cui l'artista sacrifica le sue più nere paure infantili,
e L'enigma di Hitler, oscura profezia sull'inarrestabile follia del cancelliere austriaco.
Thyssen-Bornemisza. "La pittura è come i sogni: familiare al contempo misteriosa."
 Sogno causato dal volo di un'ape intorno ad una melagrana, un attimo prima del risveglio

(in basso), interpretazione pittorica dell'Interpretazione dei sogni di Freud,
esprime al meglio questa definizione dell'artista.
Dopo la nostra mini-crociera sotto il solleone, un clarinettista ubriaco (se non altro) ha cercato di convincerci di essere palermitano (sapeva dire solo "minchia" e lo ripeteva di continuo), poi ci ha dedicato un incerto O Sole mio che ci ha convinto a sollevare i sederi stanchi dalla panchina e a proseguire nella visita del parco.
Si dice che ogni giardino abbia il suo serpente, ma io direi piuttosto che ogni parco pubblico abbia il suo freak (o meglio, friki, in questo caso) sempre pronto a molestare il passante di turno.
Continuarà...

giovedì 6 settembre 2012

Todo sobre mi Madrid (capitolo primo)

Plaza de la Cibeles
Forse non sarà la scelta più originale, visto che la Spagna è stata proclamata ufficialmente la meta turistica più amata dagli italiani, alla pari con le isole greche, ma ci tengo a precisare che avevo quattro motivi importantissimi per trovarmi a Madrid questa estate, oltre che visitare ogni singolo museo, chiesa, parco, palazzo o monumento madrileno mai edificato. Questioni di vitale importanza:
  1. Procurarmi una bottiglietta di Bezoya, la miracolosa acqua spagnola a basso livello di mineralizzazione (di cui vi ho ampliamente parlato nell'ultimissimo episodio di Pubblicità insopportabili), per seguire le gloriose orme della profetessa Marta, custode del sacro mantra si algo puede salir bien, saldrá bien ("se qualcosa può andar bene, andrà bene");
  2. Pig-watching. La mia amica Angy è riuscita a immortalare, in quel di Valencia, un porcellino da passeggio, meglio conosciuto come maiale nano vietnamita o maialino pancia a tazza, un animale da compagnia, amatissimo (solo) in Spagna, che mia madre non mi permetterebbe mai di tenere in casa (credo che allevare un maialino nano sia l'unico vero motivo valido per cui dovrei andare a vivere da solo). Tra gli obbiettivi principali del mio viaggio, quindi, senz'altro quello di fotografare una di queste adorabili creature, sculettanti per la calle con le loro code ricciute e portate placidamente al guinzaglio dai loro orgogliosissimi padroni (trovo piuttosto inquietante, però, che la Spagna vanti un'ampia produzione di carne suina e al contempo abbia eletto il maialino nano come sua mascota preferita).
    Facendo ricerce sui maialini vietnamiti, mi sono imbattuto in un articolo a dir poco straziante: un giovane studente spagnolo, in Erasmus a Firenze, si disperava per aver smarrito il suo amatissimo Panceta, che definiva come il suo migliore amico, un "piezz'e core" (traduco testualmente "pedazo de corazón"). Non sono riuscito a scoprire come sia andata a finire questa triste vicenda, ma spero vivamente che il povero Panceta non sia stato trasformato in chorizo...
    Se qualcuno dovesse averne notizia, vi prego di farmelo sapere!
    Io intanto consulto l'archivio di Studio Aperto: non possono essersi lasciati sfuggire un caso di rilevanza internazionale come questo.
  3. Esercitarmi un po' con lo spagnolo in vista dell'appello di settembre e dimostrare ai miei compagni di viaggio (una ciurma di parenti e amici di famiglia di età compresi tra 10 e 50, con una media di 40 anni) che per parlare in spagnolo non basta aggiungere una "s".
Quante di queste missioni sono riuscito a portare a termine? Purtroppo non la seconda. A consolarmi resta solo il ricordo del maiale a guinzaglio che intravidi dal finestrino dell'autobus a Cadice, qualche anno fa. In realtà , però, non è stata una bella visione: era tutto zanne e peli. Credo fosse un vero e proprio cinghiale, se non un facocero. In ogni caso non poteva essere un cane, neanche se vittima delle più mostruose mutazioni genetiche.
Quanto al terzo obbiettivo, posso dire che ci siamo, più o meno. Dopo scene di isteria al momento di ordinare la cena, e dopo aver ripetuto per un'intera settimana che "ll" si pronuncia come la "i" semivocalica di "ieri", credo di aver fatto valere le mie tesi. Se dovessi sentire ancora una volta la parola paella pronunciata "payella", penso proprio che mi metterei ad urlare. Ma di questo ne parlerò meglio in seguito...
So già qual è la domanda che morite dalla voglia di farmi...
Trascino il mio trolley per il pavimento marmoreo dell'Hotel Carlos V (grazioso albergo in stile Siglo de Oro, a due passi da Plaza de Puerta del Sol), afferro dalle mani del concierge il pesantissimo portachiavi a forma di armatura medievale, attraverso il corridoio pieno di arazzi dagli scenari arcadici, entro nella mia stanza, apro l'anta del mini-bar e...
Potete ammirare la mia mano cinta di quadrifogli di macramè stringere trionfante
una bottiglia di Bezoya. Poi ci sono io che guardo alla finestra imitando Marta,
e infine una peccaminosissima inquadratura delle mie labbra avide di Bezoya.
Eccola lì. Sfavillante di luce propria. Una bottiglietta di purissima, altissima, levissima acqua Bezoya. Che aspetta solo me. E allora mi dico: sì, se qualcosa può andare bene, andrà bene. Riuscirò a sopravvivere a questa vacanza.  Malgrado le stranezze, le ossessioni e le manie di certi compagni di viaggio, in primis... i miei genitori. Mia madre, le cui doti nell'arte della socializzazione sono ormai leggendarie: datele cinque minuti di tempo, e vi saprà dire vita, morte e miracoli di tutti i passeggeri in attesa al gate. Non avevo neanche fatto in tempo a superare il metal detector dell'aeroporto di Bari, che lei già mi aveva rimediato una coppia di anglo-spagnoli con cui fare conversazione forzata. Perchè la regola è: se sai parlare una lingua, devi necessariamente parlarla, anche se non hai proprio un bel niente da dire.
Poi c'è mio padre, altrimenti detto l'Ansia incarnata. Per lui la vacanza è una specie di tortura. Vivrà constanemente nel terrore di non trovare più portafoglio e documenti, di perdere l'aereo o di rimanere imbottigliato in metropolitana per disguidi tecnici. Per evitare il peggio, è sempre bene mettergli in mano una carta geografica da studiare e presentarsi all'aeroporto almeno quarantott'ore prima, per non correre rischi. Insomma, lui riprenderà a respirare solo quando potrà accuattarsi nella sua conca impressa sul divano di casa.
Prado 1. Premettendo che il presente è solo un resoconto personale del mio viaggio a 
Madrid, non posso non spendere qualche parola sul magnifico Museo del Prado.
Dato l'immenso numero di opere che mi hanno entusiasmato, ho dovuto soffermarmi solo
su quelli che, per me, sono i big della collezione: Velázquez, Goya e Bosch
(di quest'ultimo parlerò in seguito).  Prossimamente, però, se dovesse interessarvi,

potrete dare un'occhiata ai miei appunti sulla visita del Museo.
In alto Las meninas (Le dame di compagnia) l'inconsueto e contorto ritratto della
famiglia di Filippo IV, che dà all'osservatore la sensazione di trovarsi a posare per
Velázquez, (autoritrattosi davanti a una tela), sotto lo sguardo imperscrutabile dell'infanta
Margherita. In basso: Las hilanderas (Le filatrici
 o la favola di Aracne), opera metartistica
dove Il ratto di Europa di Tiziano si trasforma nell'arazzo con cui la mortale
Aracne sconfigge in abilità la dea Atena. Insieme ai celebri ritratti di Filippo IV

(tutt'altro che una bellezza), mi ha colpito Il ritratto del buffone Sebastián de Morra
per la sua straordinaria somiglianza col "Folletto" de Il Trono di Spade, ma
soprattutto La fucina di Vulcano e il Trionfo di Bacco, dove i miti vengono attualizzati
e "sporcati" di quotidianità, con modelli presi dalla strada.
 
Mio padre, poi, è l'unico uomo al mondo che adora chiedere indicazioni stradali. Non farebbe altro per tutta la vita. La sua vera passione, però, quello che gli fa davvero battere il cuore, sono gli Sportelli Informativi. Così come le tartarughine appena uscite dall'uovo tendono istintivamente verso il mare, così mio padre è naturalmente attratto dai Centri di Informazione Turistica. Il bello, però, è che poi si vede puntualmente costretto a chiamarmi in veste di mediatore linguistico, visto che solo pochi eletti sono in grado di capire la sua strana lingua creola, nata dall'incontro-scontro tra italiano, dialetto barese, francese stentato, neanderthaliano (grugniti vari), più rare perle di inglese (smoking, per lui, significa "sigaretta", tanto per fare un esempio) e di spagnolo creativo (il suo peculiare adattamento fonetico trasforma l'ormai banale "¡Hola!" in un inedito e amichevole "Huelà!")
Una volta chieste inutili informazioni allo Sportello Informativo, ci dirigiamo verso il Museo del Prado, la meta da me più attesa. Durante il tragitto, i miei compagni di viaggio hanno avvertito l'irresistibile bisogno di stringere amicizia con un artista di strada travestito da Cappellaio Matto (versione Alice in Wonerland di Tim Burton). Ci ha raccontato di essere un attore granadino che, in tempo di crisi, si è reinventato come artista di strada, specializzandosi nei personaggi di Johnny Depp (in altre occasioni veste anche i panni di Edward Mani di Forbice). Dopo aver preso parte al suo pazzo tea-party e aver scattato almeno un centinaio di fotografie, finalmente possiamo finalmente gettarci senza ulteriori indugi nel fuoco dell'Arte.

Prado 2. E ora arrivamo allo straordinario genio di Francisco de Goya, che mi ha strappato
un imbarazzante gridolino di meraviglia alla vista de Il 3 maggio 1808 (ultimo a
destra), "grido pittorico" dei patrioti spagnoli, levato contro la macchina esecutrice delle
truppe napoleoniche. In alto, i colori vibranti e ben più rasserenanti de Il parasole,
con accanto Il fantoccio, forse cinica allegoria dell'uomo, fantoccio inerme nelle mani
delle donne. Più in basso, il volto malizioso (ma sarebbe meglio dire "la maschera")

dell'enigmatica Maja desnuda, che, con la più casta Maja vestida, costituisce
una duplice, moderna Monna Lisa. Subito sotto, a destra, La famiglia di Carlo IV,
in cui l'umbratile autoritratto di Goya strizza l'occhio al Velázquez di Las meninas.
Infine, in basso a sinistra, l'incubo di Saturno che divora i suo figli, sintesi delle lugubri
pinturas negras con cui l'artista "decorò" le pareti della sua casa. Lo sguardo di Saturno,
che divora i suoi figli temendo di essere detronizzato, contiene l'orrore dell'uomo all'idea
di perdere il proprio potere. Mi ricorda un po' la gerontocrazia italiana, che ha preferito
schiacciare i suoi stessi figli per il terrore di essere evirata.
    
Dopo quasi un'intera giornata dedicata ai capolavori del Prado, facciamo una sosta presso la Iglesia de San Jeronimo el Real, la cappella preferita della famiglia reale, dove ci mescoliamo agli inviati del matrimonio dell'anno, di cui appreziamo l'impeccabile gusto in fatto di abbigliamento. Quaggiù potete ammirare lo stile e la sobrietà dei genitori dello sposo: la signora si è praticamente gettata addosso una bandiera del Brasile.
Il matrimonio era iberico-scozzese (con tanto di suonatore di cornamusa), il che forse spiega l'assenza di Buon Gusto ed Eleganza tra gli invitati alla cerimonia (le nozze a cui ci imbucammo una volta a Barcellona erano decisamente più vicine ai nostri canoni estetici).

Gli impeccabili genitori dello sposo si apprestano a prendere posto in chiesa.
Mise imbarazzanti e impietosi accostamenti cromatici a parte, ci tengo a farvi sapere che mia madre ha messo a dura prova la santa pazienza del parroco, che l'ha inseguita lungo la navata e l'ha trascinata via per le orecchie onde evitare che rubasse la scena all'anonima sposa.
Ma d'altronde, c'è successo anche di peggio, come quando, a Santiago de Compostela, io, mia madre e mia cugina entrammo in una chiesa dalla porta sbagliata e sorprendemmo il parroco nell'atto di vestirsi per la funzione, con l'aiuto della sua perpetua. Fortunatamente, anziché scagliarci anatemi biblici, l'uomo di chiesa ci ha salutato con un sorriso di pudico imbarazzo.
Con queste allegre scenette in stile Mr. Bean si conclude il primo capitolo dei miei diari madrileni.
Continuará...

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