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giovedì 26 marzo 2015

Una serie di accademici accadimenti IX - Chiamatemi (un) dottore


Giocare d'anticipo non è mai stato il mio forte. Anzi, di solito avere i minuti i contati è l'unica cosa che mi spinga all'azione. Stranamente, però, i dettagli della mia laurea erano ben chiari nella mia mente sin dall'immatricolazione. Prima di tutto avevo già progettato, sfornato e guarnito la torta con la sac-à-poche della mia immaginazione. Citando me stesso in un post di ben tre anni fa, al "primo piano, color giallo grano, con delicati papaveri rossi e uno zuccheroso Don Chisciotte con la lancia di cioccolato fondente puntata contro giganteschi mulini a vento di marzapane" ho pensato di aggiungere, a rappresentanza della cultura anglofona, un altro complessato letterario, Amleto, con l'immancabile teschio in mano, seduto in malinconica meditazione sulle merlature del secondo piano, modellato a forma di torre. Sin dalle prime bozze il principe shakespeariano indossa una casacca blu, una calzamaglia rosso scuro e un cappello con piuma in tinta, esattamente gli stessi colori che avrei indossato io. Perché blu e rosso scuro è stato il fortunato accostamento che ho scelto per il mio primo esame e che è diventato poi, insieme all'immancabile spilletta porta-fortuna di Topolino, la bicromatica uniforme di tutti quelli a seguire, fino all'ultimo. Non so perché l'università, che dovrebbe aprire e illuminare le menti, in realtà tiri fuori sempre il lato più superstizioso delle persone. Di tutti i rituali magico-sciamanici per ingraziarsi gli astri, però, il migliore resta quello di mia sorella, che ad ogni esame pretendeva di indossare - pena una terribile sciagura - un outfit fresco d'acquisto. Mica scema.
 Avendo selezionato anni prima l'argomento della tesi (i racconti fantastici di Dino Buzzati), ho cominciato al più presto ad avventurarmi nel dedalo delle biblioteche universitarie. Ad un bibliotecario ho dovuto fare lo spelling di "Einaudi", cognome che, se non per il presidente, avrebbe dovuto conoscere anche solo per la casa editrice. Riuscito per miracolo ad ottenere i libri, mi sono appassionato agli studi dei teorici che si sono interessati al tema del fantastico in letteratura, soprattutto Tzvetan Todorov, critico le cui pagine ho compulsato così di frequente da valutare attentamente se era o no il caso di invitarlo ai festeggiamenti. In momenti di delirio ho persino rimodellato la canzoncina de Il mio vicino Totoro col suo nome:
♪ ♫ Todorov, To-do-rov! Todorov, To-do-rov! ♫ 
Ovviamente prima ancora di portare a termine il mio lavoro mi ero già premurato di scegliere la giusta tonalità di rosso per la copertina in pelle, in modo da abbinarla alla mise del gran giorno. Grazie all'aiuto della commessa Marcella ho scelto un bel completo a quadri, naturalmente blu notte e bordeaux, che credo di aver visto indosso anche a quell'icona di stile che è Fabio Fazio (in effetti davanti alla commissione ero teso come se avessi dovuto intervistare Madonna.) "Sembri Battiato! E anche un po' Benigni! Ah, ed Enzo Miccio... e un po' Marco Mengoni!" ha esclamato entusiasticamente mia madre, decisamente maldestra quando si tratta di fare complimenti.
Nel frattempo, nella mia frenesia da sposina maniaca, avevo fatto presente ad amici e parenti che un bel mazzo di fiori non è un omaggio gradito solo alle donne, e ho colto l'occasione di party, ricevimenti e aperitivi per buttare lì con non chalance informazioni di vitale importanza, tipo il mio odio per i girasoli. Immaginando la vostra apprensione al riguardo, vi rassicuro anticipandovi che infatti ho ricevuto solo bellissimi anemoni e amarillidi scarlatte, senza alcuna traccia di quelle ingombranti eclissi floreali che proprio non sopporto!
Avevo opportunamente preventivato anche eventuali indisposizioni o spiacevoli imprevisti estetici come quel maledetto herpes che spunta fuori nottetempo e ti sorprende al risveglio quando ormai non c'è più niente da fare. Così avevo già stabilito tempo addietro di imburrarmi la bocca con una noce di Aciclovir, cosa che ho fatto e che ha spaventato a morte mia sorella al suo rientro a casa alla vigilia dell'evento.
Quello che non avevo previsto, però, è che qualcosa di ben più odioso di un herpes stesse ticchettando nel mio corpo come una bomba ad orologeria. Un destino maligno infatti ha pensato mussolinianamente di "spezzarmi le reni" a poche settimane dalla tanto attesa laurea. Mentre ripetevo in automatico il mio discorsetto in italiano, inglese e spagnolo (sentendomi un capitano di crociera al cocktail di benvenuto), un misterioso doloretto ha cominciato a pulsare all'altezza della vita, come se qualcuno mi avesse spillato il fianco destro con una minuscola, invisibile graffettatrice. In breve tempo quella piccola fitta si è fatta via via più acuta, finché, gettati all'aria gli appunti, ho iniziato a galoppare furiosamente per casa emettendo il bramito del cervo trafitto da una freccia. Nonostante avesse la mia piena autorizzazione, mia madre si è rifiutata di uccidermi e porre fine alla mia sofferenza, e ha continuato a lavare i piatti, sfregandoli con più vigore per via della preoccupazione. Alla fine abbiamo chiamato l'ambulanza, ma anche dopo due flebo di antidolorifici continuavo a rovesciare gli occhi al cielo come un novello San Sebastiano. Dato che normalmente vivo in pigiama e giacca da camera, ero già pronto per il ricovero. Così mi hanno portato in ospedale, dove finalmente i medicinali hanno cominciato a fare effetto, al punto che ero abbastanza lucido da rimpiangere di non aver messo il pigiama blu anziché quello scozzese, che non era affatto abbinato alla giacca. Dopo due o tre diagnosi sbagliate, ho scoperto di avere un minuscolo granello di sabbia incastrato in quella clessidra naturale che è l'apparato urinario umano. Il dottore mi ha spiegato che non bevo abbastanza, che ho avuto una colica renale e che finché il calcolo non sarà espulso potrebbero seguirne altre, senza alcun preavviso. Magari - ho pensato con mio sommo orrore - anche il Giorno della Laurea.
Vi lascio immaginare quale profonda angoscia mi abbia procurato il pensiero di dover giocare una partita a flipper col mio corpo, con una biglia che sbatacchia da una parte all'altra tra i miei organi interni, quando invece avrei dovuto concentrarmi solo sulla tanto sospirata conclusione dei miei accademici affanni.
"E' un dolore terribile, lo so" mi ha confortato il medico, alla mia terza colica in due mesi, a una sola settimana dal giorno X. "Pensa che è paragonato a quello del parto..."
"Ah sì?"
"Almeno potrai dire di aver fatto anche questa esperienza!" ha aggiunto, con una risata. Non l'ho mandato al diavolo solo perché aveva una siringa di antidolorifico in mano. E comunque gli stavo già mostrando il mio sedere.
Non oso immaginare le conclusioni che avranno tratto i nostri vicini quando, all'alba del grande evento, mi hanno udito sbraitare dal bagno, mentre mi sistemavo la cravatta, "Ma', hai messo le siringhe nella borsa?", e lei ha urlato di rimando dal salotto, "Sì! L'ho messa nella busta con la tesi!"
"E l'ovatta e l'alcool?"
"Anche! Ho preso tutto!"
Kit pronto soccorso alla mano, ho raggiunto sano e salvo la facoltà (malgrado, come abbiamo scoperto durante il tragitto, la macchina del capo avesse un buco nella gomma.) Avevo fatto richiesta di un'ambulanza parcheggiata in zona ateneo, per sicurezza, nel caso che un'ennesima colica mi attanagliasse il fianco nel momento meno opportuno, ma non è stato possibile. Così mi sono assicurato di inserire nella lista degli invitati almeno due infermieri e un paramedico di mia conoscenza, pronti a trasportarmi in barella nello studio del mio relatore e rimettermi in sesto con un'iniezione di coraggio e Toradol...
♪ ♫ Toradol, To-ra-dol! Toradol, To-ra-dol! ♫  
Per fortuna, non c'è stato bisogno di interventi d'urgenza: i gemelli, René e Renée, si sono comportati più che bene. Tutto secondo i miei più rosei calcoli.


Tre giorni dopo torno sul luogo del delitto per dare un ultimo addio alla mia tanto vituperata facoltà. Prima di raggiungerla passo davanti alla copisteria universitaria e, attraverso la vetrina, oltre il bancone, Scazia mi rivolge quel suo sguardo scocciato a cui deve il suo nomignolo. In tre anni l'ho vista sorridere solo una volta, quando a darle una mano con le dispense c'era un tizio con i capelli lunghi alla Piero Pelù e un gilet di pelle nera che lasciava scoperti i lombi pallidi. Per poco non copulavano sulla fotocopiatrice. Sembrava uno di quei film americani in cui una giovane barista bionda, bella ma con neanche una briciola di autostima, si mette a flirtare col camionista di passaggio, nella speranza che possa essere un padre migliore per suo figlio di quanto non sia stato il suo ex, il motociclista manesco finito dentro per guida in stato d'ebbrezza.
Pochi passi e scendo la scalinata immersa nella penombra dell'ingresso di Lingue. Appena un triennio fa ero seduto solo soletto su una di quelle sedie da sala d'aspetto ed esorcizzavo la paura scarabocchiando sul mio taccuino caricature di compagni di corso di cui non conoscevo nemmeno il nome. Guardandomi intorno scopro che non è cambiato poi molto, solo che ora la facoltà di Lingue e Letterature Straniere è diventata il Dipartimento di Lettere Lingue Arti Italianistica e Culture Comparate (io ci avrei aggiunto anche qualcos'altro, già che c'erano: che so, Bricolage e Giardinaggio) e le sedie sono quasi tutte divelte (per sedersi bisogna fare il gioco della sedia. Più facile conquistare il Trono di Spade che trovare una superficie integra su cui poggiare le terga a lezione.) Gli altri studenti (ormai ex-colleghi, come li ridefinisco mentalmente, non senza un certo compiacimento) sono però ancora gli stessi volti senza nome. Questo posto rimane un corridoio di anime perdute, un luogo di amicizie occasionali che durano il tempo di un esame (salvo rare eccezioni.) Accanto mi sfreccia una ragazza sempre troppo truccata con cui non sono mai riuscito a prendermi abbastanza confidenza da suggerirle di smetterla di conciarsi come un quadro manierista. Da lontano, vicino al distributore del caffè, riconosco un altro volto familiare, una dal risolino facile con cui ho dato l'ultimo esame, quella lunga ma magica giornata di novembre. Era terrorizzata all'idea di essere "trombata" dalla professoressa (espressione colorita con cui credo intendesse dire "bocciata".) Provo a salutarla, ma guarda altrove. Quel giorno, quello dell'ultimo esame, c'era anche un piccolo James Franco e un altro ragazzo che mostrava una ben meno lusinghiera somiglianza con Alberto Stasi, senza contare la strana tipa bassina dalla pelle diafana, due sottili occhietti da Maneki Neko e un'ostentata ritrosia a parlare dei rapporti amorosi tra docenti, di cui però si vantava di essere ben informata. Poi c'era anche Toro Sedato, una ragazza con un anello al naso, che indossava un chiodo con sopra la sagoma borchiata di un teschio, aveva palpebre pesanti e una voce morbida e rassicurante. Mentre aspettavamo i comodi della professoressa (che sarebbe arrivata con ore di ritardo e i capelli sapientemente acconciati dal coiffeur), avevamo fatto gruppo, pranzato insieme e, rinunciando a un inutile tentativo di ripasso, ammazzato il tempo facendo l'elenco dei nostri hobby e dei segni zodiacali. Lolita - occhi verdi, i capelli e le labbra rosso carminio e la voce roca che risaliva bollente dalla gola come l'acqua dal fondo di una caffettiera - anche lei dei Gemelli, si è subito mostrata un'esperta astrologa. Chissà se alla fine è riuscita a conquistare, ancheggiando nei jeans a vita alta, il suo amato, pallido professore di portoghese, che ha una folta barba ottocentesca e un'aria malinconica: i nuovi Abelardo ed Eloisa, possibilmente senza castrazione e monacazione finale.
Malgrado l'attesa angosciante, serbo il ricordo di quella giornata come una delle più piacevoli trascorse tra quelle quattro mura. Ci siamo lasciati con la promessa di invitarci tutti alle rispettive lauree, cosa che nessuno ha poi fatto. E forse è stato meglio così.


Il cellulare e il bagliore di un celeste polveroso che proviene dalla finestra mi dicono che sono ancora le sei e mezza. So che non riuscirò a riaddormentarmi, così spiego il piumone come un'enorme ala bianca e lascio che i miei piedi nudi atterrino sulla moquette. Mi sento gli occhi doloranti e caldi, come se durante la notte qualcuno abbia usato le mie orbite per poggiarci due tazze di tè bollente. La doccia non lava via quella sgradevole sensazione e mi rivesto con più concentrazione di quanto l'attività richiederebbe di solito: prima i pantaloni rosso scuro, poi la camicia, e sopra il cardigan blu dai bordi rosso scuro. Troppo stanco per cercare il calzante, mi infilo a fatica un paio di Oxford blu e mi strozzo il collo del piede coi lacci rosso scuro. Come ultima cosa prima di lasciare la stanza, guardo il mio riflesso sullo specchio che mi appunta al petto la spilletta di Topolino,
I tavoli della colazione sono tutti vuoti, eccetto che per un trio di senegalesi. Uno è vestito con una lunga, stereotipica tunica a fantasia giraffa e ascolta da una radiolina una musica tutta percussioni. Accanto a lui, un ragazzo alto mi osserva mentre torno dal buffet col piatto pieno di toast al prosciutto. "Monsieur" attrae poco dopo la mia attenzione, avvicinandosi. Non parla italiano, ma capisco che vuole farmi i complimenti per il look. "Ah, grazie! Merci..." rispondo timidamente, facendomi quasi andare di traverso il caffè. Lo ritrovo poi davanti alla reception e, senza dirmi una parola, mi lascia sorridente il suo biglietto da visita, da cui leggo che si chiama Ahmeth e che è un cantante specializzato in cover di Michael Jackson tradotte in senegalese.
Rassicurato sull'abbigliamento, mi avventuro all'esterno e attraverso il Ponte Mosca, magicamente avvolto da una nebbiolina argentea. E' così che mi figuro le mie sinapsi arrugginite. La Scuola appare prima di quanto mi aspettassi: coi suoi mattoni rossi e l'orologio sembra una vecchia stazione, larga, ben assisa al capezzale della Dora. Davanti, la mongolfiera bianca mi ricorda quella che sorvola il mio paesello la notte del santo patrono. Nella borsa sbatacchiano dei grissini che hanno il sapore e la consistenza di taralli (o dei taralli a forma di grissino), uno snack che, sintetizzando la tradizione piemontese e quella pugliese, spero mi sia di buon auspicio. Nella stessa tasca ci sono anche le gocce di antidolorifico, nel caso un'altra freccia dovesse trapassarmi il fianco.
Passo oltre la Scuola, che malgrado il cancello aperto mi sembra inaccessibile, e ciondolo un po' per la strada incurvata, un ritaglio di provincia in quella grande città. Stamattina è ingombra di bancarelle di antiquariato. Nel giro di pochi minuti, mi travolgono almeno due cagnoni bianchi, due giganteschi licantropi albini, trascinandosi dietro i poveri padroni. Sbriciolo ancora qualche minuto inseguendo il Topolino ricamato sull'enorme zaino di un turista dall'aria teutonica, con la barba candida del nonno di Heidi. Sugli usci di bar e negozi di cimeli chiacchierano energicamente capannelli di anziani, tra cui uno con un impermeabile-mantello e una ragnatela di lana adagiata sulla pelata. Sembra Diagon Alley.
Con mezz'ora d'anticipo ritorno davanti alla Scuola, e mi metto a fissare col naso all'insù il drago di bronzo sopra l'arco dell'ingresso. Non è Hogwarts, ma l'ispirazione sembra quella.
Emetto un sospiro, il primo di una lunga serie, quel giorno, e mi decido ad entrare.
Una gentile Bianca Balti in versione intellettuale fa accomodare me e altre giovani facce portatrici di sorrisetti nervosi in una stanza foderata di legno chiaro. L'ambiente ricorda una sauna finlandese, e in effetti si suda, ma per la difficoltà dei test a cui siamo sottoposti, tra scrittura creativa, cinema, televisione, giornalismo, serie tv e comunicazioni web.
Sei, estenuanti ore dopo seguiamo Bianca nel tour dell'istituto, lungo corridoi tinti a colori vivaci in cui mi chiedo se potrò tornare. Gli studenti ci guardano con divertita curiosità, totalmente a loro agio, e mi chiedo se potrò sentirmi così anch'io. In biblioteca noto con entusiasmo infantile uno splendido samovar a fiori, e mi chiedo se potrò spillarci una tazza di tè.
"In bocca al lupo a tutti, allora" ci saluta la nostra guida. "Spero di ritrovarvi presto qui alla Holden!"
Contro ogni mia previsione, ci tornerò da studente.

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

venerdì 12 luglio 2013

Una serie di accademici accadimenti III - Legami chimici

Cosa mai potrebbe mai fare Raffy a zonzo per la facoltà di Medicina? La cavia?
L'inserviente? Lo scalda-sedie? Scopritelo in questo adrenalinico
speciale medical di
Una serie di accademici accadimenti,
con la partecipazione straordinaria di Anny!
Come avrete senz'altro arguito, mi piace vivere l'università con il giusto distacco, come gli Osservatori, gli alieni voyeuristi della Marvel, che si limitano a contemplare, dietro i loro telescopi, senza esercitare interferenza alcuna, l'eterno moto dell'universo e il convulso agitarsi delle sue creature.
Lingue è un microcosmo estremamente interessante, un'affascinante spirale di gironi danteschi, ma niente mi annoia come la routine. Dopo essermi smarrito e ritrovato nei labirintici corridoi di questo borbottante cafarnao, ed essermi avventurato nelle facoltà umanistiche più vicine, altrettanto caotiche ed eterogenee in fatto di biodiversità, non mi sentivo ancora pienamente soddisfatto: desideravo allargare ulteriormente i miei orizzonti, spingermi ancora più in là, fino a risalire la rigida gerarchia universitaria. E così ho deciso di iniziare il mio peregrinaggio, a piedi nudi, sulla via del Tempio di Asclepio, verso l'irraggiungibile Facoltà di Medicina e Chirurgia.
La mia amica Anny, dolcissima serpentella che si abbevera assetata all'amaro calice di Igea, era leggermente inquieta per via del suo esame di Biochimica (disciplina nota anche come Alchimia), così mi sono unito a lei, in veste di supporto maieutico ed epidurale emotivo, per somministrarle ad intervalli regolari 150 cc di coraggio, stringerle la mano, ricordarle di respirare e invitarla a spingere con tutte le sue forze per dare alla luce il frutto delle sue fatiche.
Varcato con timorosa deferenza l'imponente colonnato dorico, ho potuto anch'io confondermi ed entrare a far parte di quell'organismo autotrofo noto come Medicina, quell'armoniosa e geometrica città ideale che si direbbe dipinta da un umanista: attorno a me, frotte di studenti arrancano sovraccarichi di libri per capillari, vene e arterie d'asfalto, come globuli rossi che sorreggono sulle spalle il loro ingrato carico di bolle di CO2, falsi invalidi gemono in cerca di spiccioli da convertire in sigarette, medici dai camici color pastello marciano per ogni dove, quasi sempre in coppia, la valigetta in mano e il fonendo attorcigliato al collo, come il colubro al bastone di Esculapio, mentre infermieri in Crocs rosa Schiapparelli spiccano elegantemente il volo, come stormi di fenicotteri, per accorrere in aiuto dei pazienti e starnazzare rispostacce a familiari impazienti.
Non si può dire che Anny fosse impaziente di affrontare quel parto plurigemellare chiamato "esame", considerato il ritmo funebre della sua andatura e la sua preoccupante afasia, ma alla fine si rassegna ad entrare nel dipartimento di Chimica, il cuore, o meglio, il fegato della facoltà, principale centro di produzione biliare. Prendiamo posto in un'aula cieca come un bunker, gelida come una cella frigorifera, sfavillante e asettica come una sala operatoria, e mi sento già osservato da tutti gli altri esaminandi, vagamente incuriositi. Alcuni, con l'occhio clinico più sviluppato di altri, mi identificano immediatamente come corpo estraneo e mi lanciano sguardi di benevola superiorità, come cani ormai placidamente rassegnati ad offrire asilo ad un'ultima pulce sopravvissuta agli shampoo a base di Advantix. Altri invece, preferiscono condurre ulteriori accertamenti: "Anche tu devi dare l'esame?" mi domanda nervosa una ragazza dalle fattezze leporine, saltellando verso di me e rosicchiando avidamente le unghiette come una coniglietta la sua carota.
"No, no, oggi è la Giornata Porta un Amico in Facoltà, non ve l'hanno detto?"
"Peccato, se l'avessi saputo!" ridacchia il biondino accanto a lei.
Malgrado la fisiologica fibrillazione pre-esame, riesco a strappare loro qualche timido sorriso, anche se immediatamente spento da nuove ondate d'ansia e cortisolo.
La stanza intanto si fa sempre più gremita, cosa che mi permette di assistere ad un intrigante défilé di futuri medici. Il mio sguardo cade immancabilmente su un tipo dal superbo fenotipo che non mi pento di descrivere come un Mark Sloan agli inizi della sua carriera: alto, biondo, dai lineamenti perfetti, gli occhi azzurri, il petto ampio e i muscoli guizzanti sotto una camicia da taglialegna. Praticamente un capolavoro biologico, la definitiva, schiacciante prova a sostegno dell'eugenetica. Con mia grande sorpresa, questa michelangiolesca scultura a base di carbonio si dirige spedita verso di noi, rivolgendo ad Anny un sorriso da cardiopalmo.
A questo punto io mi chiedo... PERCHE?!
(Lungi da me citare Tiziano Ferro, ma siete liberi di modulare l'ultima frase ad imitazione degli irritanti gargarismi del suddetto.)
Perché studiare quando si è così sfacciatamente belli? Ostentare cotanta bellezza non è già un'enorme mancanza di sensibilità verso il prossimo, anche senza pretendere di mettersi pure a studiare? A volte penso che l'istruzione sia sopravvalutata. Se solo fossi io così avvenente, il mio venusto piede non sfiorerebbe nemmeno il linoleum del pavimento di qualunque scuola, istituto o accademia e passerei tutto il tempo a farmi venerare giorno dopo giorno fino al mio catasterismo, attività che mi consentirebbe finalmente di leggere tutti i libri che mi interessano davvero, sempre che la folla di genuflessi non esprima in modo troppo rumoroso la propria folle adorazione nei confronti del mio venusino sembiante.
Non che questo giovanissimo Dottor Bollore sputi sangue sui libri e le sudate carte, visto che, dopo aver salutato calorosamente una sempre più umbratile Anny, ammette candidamente di aver a malapena finito il programma d'esame. Con quel faccino il suo studio ginecologico sarà frequentatissimo in ogni caso, probabilmente anche da chi non dispone di ovaie.
Questa perfetta opera di architettura genetica, questo magnifico assemblaggio di centomila miliardi di altrettanto gloriose cellule, detto il Tronista, si accorge miracolosamente che esisto e per giunta mi domanda se anch'io sia lì per l'esame: "No, sono solo un figurante" zufolo, facendomi ombra con una mano. Lui, invece, dovrebbe fare da ragazzo immagine per incrementare la già cospicua affluenza alla facoltà.
Cerco di non arrovellarmi troppo su domande come "possibile che io e il Tronista apparteniamo alla stessa specie?", e volgo i miei pensieri altrove, considerando che forse avrei dovuto affinare le mie tecniche di mimetizzazione, dato che il mio aspetto bohemien mi impedisce di spacciarmi per studente di Medicina. La prossima volta dovrò procurarmi un libretto falso. Ho già pronto un ventaglio di pseudonimi ospedalieri: per esempio, potrei essere Glauco Santalucia, il futuro oftalmologo, o magari l'aspirante ginecologo Imeneo De Floris...
Mi sono venuti in mente anche parecchi alter-ego per tutte quelle ragazze che desiderano, come me, provare il brivido di una giornata in incognito tra i banchi di Medicina: chi non vorrebbe vestire, anche se solo per poco, i panni dell'affascinante quasi-urologa Danae Fontesecca?
Mi ridesto in fretta dalle mie fantasie in stile J.D. per provare a cavare qualche parola dalla sempre più abulica e lugubre Anny, che però fa uno sforzo e mi ragguaglia sulle bizzarrie onomastiche dei suoi compagni di corso, argomento che desta sempre il mio più vivo entusiasmo: scopro così che a questo mondo c'è gente talmente temeraria da esibire orgogliosa cognomi come Lassaréa (un infelice portmanteau tra "lassativo" e "diarrea"), senza contare la ragazza dal viso conigliesco (ad Anny ricorda piuttosto Clarabella), che mi dicono rispondere all'altisonante nome di Acepsima, forse più appropriato per un batterio che per un essere umano.
L'attesa ha ben presto fine e, annunciata da attacchi di dissenteria fulminante e crisi di nervi diffuse, fa il suo ingresso la temuta triade: il perfido dottor Kelso, che viviseziona con lo sguardo la folla tremebonda degli esaminandi, e le sue accolite, incredibilmente simili a due nostre vecchie amiche e compagne di liceo, di cui, però, non possono che essere la versione imbruttita. A detta del Tronista, se ti interroga Alicia (quella formosa e flemmatica), puoi sperare in un futuro di vacche grasse, mentre con la seconda, Daisy (scheletrica e nevrotica), non puoi che aspettarti vacche magre.
Nel frattempo l'isteria di massa dilaga e induce gli studenti più pavidi a gettare la spugna e a darsi alla fuga. Per poco non mi ritrovo l'occhio contuso dallo spigolo dorato della borsa di Gucci di una griffatissima fuggiasca, che corre disperatamente verso l'uscita ("Quella lì non saprebbe distinguere una catena di C da una catena di Chanel" commenta Anny, sempre più rannuvolata, "ma almeno si risparmia la figuraccia che farò io!")
Gli allievi rimasti affrontano con rassegnazione quella che si preannuncia un'ecatombe. Assistiamo così, inermi, allo sventramento della prima cavia umana, decisamente pingue, il cui punto debole è senz'altro l'adipe, non solo quello che fodera il suo corpo ciclopico, ma anche i grassi su cui Daisy, mancando di tatto, la interroga, senza ottenere risposte più soddisfacenti di: "Al momento proprio non  mi sovviene: il cervello non vuole collaborare!"
A pensarci, sembra di assistere all'ennesimo episodio di Grassi contro magri su Real Time, se consideriamo il fisichino macilento della denutrita assistente Daisy, che sono certo sia molto richiesta durante le lezioni di Anatomia per indicare le duecento e passa ossa dello scheletro umano, perfettamente visibili attraverso la sua iridescente epidermide.
Tornando alla nostra corpulenta amica, mi dispiace dovervi dire che non ce l'ha fatta. Per quanto abbiano tentato di rianimare la sua materia grigia, è stato tutto inutile. Era troppo tardi per trapiantare un cervello meno riottoso. Ora della bocciatura: 10.46
Intanto Anny si sorprende dell'assenza di un'altra creatura semi-leggendaria, nota ai più come Ippopotamo in Tutù, ovvero un'imperiosa e illustre studentessa del secondo anno, figlia di un "pezzo grosso" (e lei stessa un "pezzo grosso"), così soprannominata per la straordinaria somiglianza  con uno dei pachidermi ballerini del capolavoro Disney Fantasia. Le ore scorrono lente, ma nessun ippopotamo varca la soglia dell'aula esibendosi ne La Danza delle Ore. Eppure, mi racconta Anny, aveva messo a ferro e fuoco lo studio del professore, disposta a tutto pur di rientrare nell'elenco degli esaminandi, neanche fosse la top-ten degli studenti più in o la lista dei calvinisti predestinati alla salvezza eterna.
Ecco qui un intermezzo musicale per distendere i nervi fortemente provati dalla spasmodica attesa del turno di Anny:


Senza neanche il tempo di un ultimo "in bocca al lupus" o discorso d'incitamento, mi strappano via Anny dalle braccia, e lo sguardo penetrante di Daisy cala come un bisturi su di lei, che però non vacilla nemmeno per un istante.
"Che cosa le ha chiesto?" mi domanda ingenuamente il Tronista, i bicipiti che pulsano preoccupati.
"Ehm... qualcosaplasmatiche."
"Ah, le lipoproteine plasmatiche" decodifica lui, sorridendo sotto i baffi.
Intanto mi sforzo anch'io di rispondere alle domande di Daisy...
"Pietra filosofale!"
"Quintessenza!"
"Calorio!"
"Tre fasi: nigredo, albedo e rubedo!"
Inutile dire che non ne azzecco neanche una, ma spesso ci vado molto vicino. D'altronde non si può dire che sia del tutto all'asciutto in fatto di discipline scientifiche. Ci tengo a ricordare che si deve a me la scoperta del magisolfato di sbrilluccicoferro, senza contare che sono stato il primo a diagnosticare e condurre studi sulla picrogalattocarpopatia, un'intolleranza alimentare fino a pochi anni fa sconosciuta: Anny, il paziente zero, non può ingerire alimenti che uniscano frutta e derivati del latte (come una fetta di torta californiana o una macedonia con panna) senza avvertire un fastidioso formicolio alla lingua e l'esigenza di vomitare copiosamente sui miei mocassini di camoscio. So che è difficile a credersi, ma sono stato io, inoltre, a convertire gli antipatici "legami chimici" nei più leziosi "legamìci", parola-macedonia che unisce i termini "legami", "chimici", "amici" e "mici." Forse però farei meglio a non vantarmi della mia censurabile video-lezione sui sistemi termodinamici...
Per sua fortuna (o meglio, per merito suo), Anny è infinitamente più competente di me, e trionfa senza alcuna difficoltà sull'emaciata Daisy, che, per quanto si sforzi, non riesce proprio ad abbattere le sue difese.
Giunto anche il suo grande momento, le due assistenti, in pieno subbuglio ormonale, si litigano il bel Tronista, l'affascinante Adone concupito sia da Afrodite che da Persefone. Alla fine Alicia e Daisy decidono salomonicamente di esaminarlo insieme. Nonostante l'aria condizionata a tutta forza, l'atmosfera si surriscalda in un attimo, fino a farsi rovente.
Io e Anny non resistiamo alla tentazione di assistere alla consumazione di questo fatale ménage à trois, pieno di lascivi giochi di sguardi, tachicardie d'amore e torride passioni da fare un baffo a Shonda Rhimes!
Ci mancava solo che partissero le note peccaminose di Je t'aime... moi non plus.
Alicia, preda di un'ineluttabile attrazione chimica, lascia voluttuosamente socchiusa la bocca e rivolge al ragazzo uno sguardo ardente che sembra dire: "Ma l'esame devi proprio farlo con la camicia?"
Daisy, invece, per quanto stuzzicata, mantiene un freddo aplomb da dominatrix sadomaso e fustiga il suo schiavo con una sfilza di domande: "Qual è la differenza tra la presenza del glicogeno al livello epatico e... al livello muscolare? Ti parlo dei muscoli tanto per fare un esempio, ovviamente..."
Non perché sto guardando i tuoi, così lucidi... e torniti...
Com'era prevedibile, è stata Alicia a cedere per prima: del tutto fuori di sé, esce di corsa dall'aula, quasi sicuramente per affogare i bollenti spiriti sotto il getto di una doccia ghiacciata.
Purtroppo il Tronista non riesce a strappare la sufficienza, mentre gran parte delle studentesse soffrono già, a causa sua del suo fascino mozzafiato, di grave insufficienza respiratoria. Alicia e Daisy, i capelli scarmigliati e la sigaretta in bocca, lo invitano a riprovarci al prossimo appello, o a provarci con loro. Si dichiarano disposte a concedergli anche una sessione straordinaria, se necessario, magari in sedi più comode.
"Allora, cosa ne pensi della mia facoltà?" chiede più tardi Anny, decisamente più rilassata, mentre passeggiamo lungo un ombroso viale alberato. Mi prendo un attimo per pensarci, mentre le mie narici si inebriano del profumo dei pini e delle piante officinali che qui, a Medicina, crescono dappertutto, spontaneamente, come sul monte Pelio, patria del saggio centauro Chirone.
"C'è gente deliziosamente strana anche qui" rispondo, dopo un'altra balsamica boccata d'aria gusto Vicks.
"Peccato che tu non abbia potuto conoscere l'Ippopotamo in Tutù" sospira Anny, aggrottando la fronte. "E poi ci sono molte altre figure mitologiche che dovresti proprio vedere, come il Libraio..."
"Cioè?"
"Si narra sia il fantasma di un ex studente rinunciatario che per espiare chissà quale orribile colpa è stato condannato a vagare eternamente per la facoltà, schiacciato dal peso di un enorme borsone ricolmo di libri. C'è chi dice siano i suoi vecchi manuali di anatomia, e che cerchi in tutti modi di rivenderli alle matricole, ma in quelle rare occasioni in cui l'ho visto mi sembrava avesse anche libri di narrativa..."
"Sembrerebbe uscito da una ballata di Coleridge..."
"E poi c'è anche Disco Stu."
"Chi?!"
"Un tizio di qualche altra facoltà che si presenta di tanto in tanto in sala lettura, con le cuffie dell'iPod alle orecchie, e inizia a ballare convulsamente."
"Sicura che non sia un paziente scappato dal reparto psichiatrico? Non sono un medico, ma a me sembra un grave caso di tarantolismo narcisistico..."
"Non ne ho idea. So solo che ha una particolare predilezione per Michael Jackson."
Cerco di immaginarmelo, un ragazzo stempiato e allampanato che entra in biblioteca con un moonwalk e si esibisce in una reinterpretazione non richiesta del video di Thriller, con gli studenti morti di sonno sui libri nel ruolo degli zombie.
"Non è che per caso sua madre si chiama Billie Jean?"
"Può darsi."
"Devo proprio vederla, questa gente" dichiaro. "Una sola gita a Medicina non basta. Magari potremmo organizzare una specie di safari antropologico, con trappole e appostamenti..."
"Grazie per essere venuto Raffy" pigola Anny, guardandomi con i suoi occhioni dolci da cerbiatta. "Non so come avrei fatto senza il tuo incoraggiamento da perfetto cheer-leader. Verrai anche al mio prossimo esame?"
"Ci stiamo prendendo gusto, eh? Ma sì, quando vuoi, bobo. Lo sai che puoi sempre contare sulla nostra legamicizia..."

Una serie di accademici accadimenti:
Episodio I - Stranieri e strani estranei
Episodio II - Grandi speranze
Episodio III - Legami chimici
Episodio IV - Studenti esasperati
Episodio V - In balìa della balia
Episodio VI - C'era una svolta
Episodio VII - Volver
Episodio VIII - Senza vergogna
Episodio IX - Chiamatemi (un) dottore

martedì 4 dicembre 2012

Il latte alle ginocchia: pensieri intolleranti


Questa bestia feroce, detta "mucca", secerne un umore tossico noto come "latte."
Trascorrere sei ore chiusi in una stanza con altre persone in attesa di scoprire se siete intolleranti al lattosio o no può essere molto utile anche per capire il vostro livello di tolleranza verso l'umanità.
Nel caso ve lo domandiate, sì, state per venire a conoscenza dei dettagli mai raccontati sul giorno in cui ho saputo di essere intollerante al succo di mucca.
Recatomi al mio ospedale di fiducia, dopo un'orrenda dieta a base di petti di pollo scondito e uova sode, sono stato relegato in un "minuscolo spazio vitale" insieme a un gruppo di estranei di tutte le forme e le età. Dopo i primi convenevoli e le battute di spirito del caso, l'infermiera ci ha ingiunto - con mio sommo disgusto - di bere un litro di nauseabondo latte intero. Non potendo farne a meno, ho obbedito, trattenendo a stento i conati di vomito. Non era quello della Lola, e, disgraziatamente, l'aggiunta di Nesquik non era contemplata.
Perpetrata questa tortura disumana, a noi presunti intolleranti non restava altro che soffiare ogni ora all'interno di curiosi sacchetti argentati, simili ad un succo di frutta Yoga Tasky, e aspettare il verdetto. Quali di noi sarebbero stati ammessi alla mensa di Nonno Nanni? E chi invece sarebbe stato esiliato nelle terre desolate di Valsoia? Al breath test l'ardua sentenza.
I miei compagni di intolleranza, che, come molti adulti italiani, preferiscono fissare il muro per sei ore piuttosto che leggere un libro (anche solo per ingannare l'attesa), cominciano ben presto a fare amicizia, distraendomi dalle avvincenti avventure di Emily St.Aubert de I misteri di Udolpho.
In poche ore a stretto contatto con individui della tua stessa specie è possibile già delineare dei tipi umani. Il più irritante era senza dubbio il Quarantenne Esaltato. Il perfetto esemplare di uomo che non riesce a stare fermo neanche un minuto, spinto dalla pressante urgenza di ostentare la propria incontenibile virilità. E' di fatto la prima donna del gruppo, l'individuo ipnotizzato dalla sua stessa voce, che non può fare a meno di dimostrare con il suo abbigliamento, la parlantina fluente e la potenza fisica quanto sia giovanile ed energico. Prima dondola freneticamente le gambe, poi si alza e fa su e giù sulle punte dei piedi, poi torna a sedersi, infine si rialza per misurare a grandi passi la stanza, con l'unico scopo apparente di permettere agli astanti di bearsi della sua vista. Era l'unico che si sforzava di soffiare fortissimo nella piccola "zampogna" del breath test, facendo un rumoraccio incredibile, neanche fosse il lupo cattivo intenzionato a spazzare via col fiato le casette dei tre porcellini. Uomini come il Quarantenne Esaltato vedono motivo di vanto praticamente in qualunque cosa, dalla capacità polmonare alla lunghezza dell'alluce.
In simbiosi col maschio alfa appena descritto, ho avuto modo di osservare, da perfetto flâneur ospedaliero, anche l'Uomo Ombra, quello che da ragazzino seguiva ovunque il bulletto della classe, vivendo, appunto, alla sua ombra e accontentandosi delle sue briciole. Anche se ora è un uomo d'affari, in giacca e cravatta, l'Uomo Ombra è naturalmente portato a fare da spalla al maschio alfa. Il suo compito è annuire a tutto quello che dice il Quarantenne Esaltato, dandogli l'illusione di essere ascoltato perché simpatico, interessante e carismatico, ma senza dargli troppa corda, per non far straripare il suo sconfinato ego. Si tratta di un compito non facile, una missione delicata, un lavoro di precisione che richiede doti di equilibrista.
Infine c'è la Aficionada degli Ospedali, la donna che ne ha passate di tutti i colori, quella che fa un baffo a Il malato immaginario di Molière. Naturalmente si sente in obbligo di raccontarti, con dovizia di particolari, tutte le operazioni che ha subito, gli ospedali che ha frequentato (con tanto di voti e recensioni) e tutte le malattie più raccapriccianti di cui è stata vittima, dal gomito del tennista alla sindrome del lupo mannaro. Sentire i suoi racconti e guardare una puntata di Wild è praticamente la stessa cosa, ma si potrebbe paragonare anche ad un cross-over di Malattie imbarazzanti e Non sapevo di essere incita. Preferisco non parlare, infatti, dei terrificanti effetti collaterali subiti da questa donna dopo la sua gravidanza: in confronto l'apocalittico parto cesareo di Bella in Breaking dawn - con dissanguamenti, colonna vertebrale frantumata e conseguente vampirizzazione - è una visita ginecologica di routine. Non ricordo bene cosa le sia successo, ma mi pare che a un certo punto il corpo della malcapitata si sia riempito completamente di un liquido misterioso, gonfiandola più di una modella di Botero. La ragazza seduta accanto a me ha deciso di comprare all'ingrosso una scorta annua di anticoncezionali subito dopo questo racconto a tinte fosche.
Io, naturalmente, ho dovuto faticare molto per riuscire a concentrarmi sul mio romanzo gotico. Non che fosse particolarmente collaborativo: i primi venti capitoli sono quasi tutte descrizioni paesaggistiche. Dovevo immaginarlo che, essendo uno dei primi romanzi horror della letteratura, non dovesse essere poi così spaventoso, ma non pensavo potesse addirittura indurre sonnolenza, peggio di un antistaminico... Sfortunatamente non ho a portata di mano il testo originale, ma cercherò qui di seguito di darvi un'idea della piattezza delle mie letture con questo mio modesto omaggio personale allo stile di Ann Radcliffe:
"...Padre, non ammirate anche voi la bellezza di questo romantico paesaggio? Il cielo al tramonto, tinto d'oro e porpora, risplende in modo così sublime da commuovere anche un bruto. E laggiù, quei pini ombrosi, disposti in fila lungo l'orizzonte, sono così simili a monaci oranti di fronte allo splendore del Creato. Quali scenari meravigliosi la Natura sa regalarci! Immagini che deliziano il cuore e la mente, innalzando lo spirito ed elevandolo all'Altissimo."
"Ne convengo, mia cara Emily" rispose St. Aubert: "Guarda lassù, le stelle alpine che ornano a guisa di gemme la gola della montagna, anticipando lo splendore delle loro sorelle celesti. La sensibilità umana non può che trarre conforto e giovamento dalla visione del divino operato! Quali magnifici effluvi esalano i fiori selvatici e le piante aromatiche che sporgono dalle rocce e picchiettano l'erba. Persino questo costante puzzo di sterco di cavallo ha un effetto balsamico sul mio spirito, così provato dalle brutture della vita...
"

Venti capitoli dopo...

 "Non trovate anche voi, Valancourt, che questo sublime paesaggio rinfranchi l'anima e avvicini lo spirito al Divino?" incalzò Emily, con gli occhi imperlati di lacrime per la commozione. "L'ultimo bagliore del giorno, la tenue luce dei casolari, la donzelletta che vien dalla campagna, il volo festoso del pipistrello al crepuscolo non vi ispirano sentimenti di quiete e dolcissima malinconia?"
"La Natura incarna tutta la bellezza e la bontà sconfinata del suo Artefice. Questo splendido paesaggio montano è un invito alla vita modesta e semplice, così tanto preferibile alle scene movimentate e brillanti della vita mondana, che ottiene, ahimé, il favore del mondo. Sciocco è l'uomo che non comprende quanta felicità si può trarre dalla vista di un cedro la cui chioma fluente è accarezzata dal soffio amico del vento, o dallo sguardo luminoso della vacca al pascolo, ben più eloquente di molte inconcludenti chiacchiere da salotto..."

Ecco. Potete ben immaginare, dunque, quale infinito supplizio abbia dovuto patire prima di conoscere finalmente la verità: intolleranza al lattosio del 40%, intolleranza ai classici prolissi e ripetitivi del 40% e intolleranza al genere umano dell'80%. D'altronde l'ho sempre detto: su dieci persone, me ne stanno sulle scatole undici. Fortunatamente per la mia vita sociale, la mia prima impressione è spesso sbagliata, perciò riesco quasi sempre a recuperare almeno sette delle sopracitate dieci...

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