mercoledì 11 febbraio 2015

Come va a Sanremo 2015? Tutto ok? Tutto ok?


Ariston in greco significa "il meglio." E dopo quello che abbiamo visto ieri, figuriamoci se fosse stato il peggio...
Iniziamo dal conduttore né carne né pesce, la cui carnagione gianduia è praticamente l'unica nota di colore che sia in grado di apportare ad una qualsivoglia trasmissione televisiva. Poi avete notato che Conti non ha il bianco degli occhi? O forse è un difetto del mio televisore? Io vedo solo le pupille nere, ma non la sclerotica. Sembra Brock, quello che allena Pokémon di tipo pietra. Neanche a farlo apposta, al suo fianco ha delle vallette rigide come statue (la più sciolta e rilassata è la fidanzata di Bova.) Emma Bovara è costretta a strizzare gli occhi per "vedere meglio" il gobbo, mentre Arisa fa la sua comparsa con un bellissimo vestito da Cappuccetto Rosso (le tette cascanti, però, sono della nonna.) Rocío Muñoz Morales, trasformata per l'occasione nel perfetto stereotipo della muchacha spagnola, è imballata nella plastica rossa come una bambola non approvata dall'UE e confiscata dalle fiamme gialle.
Se dovessi scegliere "il peggio" della serata, non ho dubbi: il mini-Family Day con la famiglia Anania, che forse sarebbe più preciso chiamare colonia, visto che è composta da ben diciannove membri (sedici figli, una mamma esausta, un papà e il suo fecondo membro.) Se Fazio aveva portato a Sanremo un po' di modernità, ieri siamo tornati indietro nel tempo alla celebrazione catto-fascista dell'italica prolificità, con la beatificazione di questa famiglia che ha deciso con grande coraggio di iniziare un solitario boicottaggio della Durex. Come se figliare fosse un merito particolare. Portavoce della comitiva di consanguinei è ovviamente il padre di famiglia, l'unico microfonato, che parla come un vangelo stampato, nomina una decina di volte lo Spirito Santo e la Provvidenza (senza menzionare invece la previdenza sociale) e ci tiene a far sapere che loro sono una "Famiglia normale. Ciò che è straordinario è la presenza di Cristo tra noi." Il pubblico impellicciato applaude estasiato al sentir nominare il nome di Dio, mentre la telecamera riprende uno dei figli, probabilmente Quattordicesimo, che sbadiglia senza ritegno. Immagino che questo intervento sia un contentino offerto al Vaticano per compensare la presenza di Platinette, l'ospitata preannunciata di Conchita Wurst e il medley di Tiziano Ferro, con quella sua peccaminosissima giacca troppo aderente sugli avambracci.
Per quanto lo preferisca di gran lunga quando tace, sono bastate due note di Sere nere per riportarmi con la mente alle Medie e ai miei primi, timidi balli lenti, o ai compiti in classe di matematica del liceo, quando il Siani della IIIB si vedeva recapitare minuscoli bigliettini che lo supplicavano di scrivere in fretta l'espressione, a pochi minuti dal suono della campanella, e lui, disperato, cantava: "Eeeeh non c'è tempo, non c'è spazio, mai nessuno capirà!"
Le canzoni del Tiziano nazionale, d'altronde, come quelle della Pausini, si conoscono a memoria, anche e soprattutto quando le si odia. I suoi testi si sono infiltrati subdolamente nel mio parlare quotidiano. Non c'è sabato sera che non dia voce ai miei languorini ricalcando le sue parole:  "Andiamo in un bar, che dite? Io ho voglia di qualcosa di dolce... o qualcosa di raro... o magari un eheheheh." L'incanto della nostalgia però s'infrange presto con il nuovo - rigorosamente asessuato - inedito. Avrà fatto coming out, ma Ferro continua a scansare a tutti costi pronomi o aggettivi rivelatori.
Rocío Relativo
Sempre sulla scia dei sani valori della Famiglia Cristiana, viene inscenato un fallimentare remake di Genitori in trappola, con Carlo Conti che cerca in ogni modo di far riaccendere l'amore tra Al Bano e Romina. I due cantano a denti stretti Felicità, ma a giudicare dei colpi bassi che si danno in euorovisione, direi piuttosto Passivo-Aggressività.
Alessandro Siani, col suo taglio di capelli mesSianico, contribuisce a questa fiera dell'ipocrisia sparando una battutaccia su un bambino in sovrappeso seduto in prima fila come non avrebbe fatto nemmeno Mike Buongiorno a Genius, salvo poi fare ammenda pubblicando una foto con la sua giovane vittima su Twitter.
Sotto lo sguardo sempre più scocciato di Arisa, ora in un originalissimo outfit a metà tra Olivia e Suor Gertrude, prosegue stancamente, canzone dopo canzone, la messa cantata che continuiamo volenterosamente a chiamare "Festival". Lara Fabian, la Celine Dior dei poveri, dice di sentire delle voci celesti come Giovanna d'Arco e si propone di "dar voce a chi voce non ne ha." Persino la mia pur adorata Malika Ayane ammonisce cantilenando "Non desiderare, non desiderare..." Cosa, la roba d'altri? Be', può stare tranquilla, non credo che qualcuno potrebbe mai invidiarle quello straccio rosso che si è messa addosso: tra l'abito pre-maman e l'apparecchio ai denti sembrava di guardare 16 anni incinta su MTV.
Quanto agli altri intermezzi musicali, mi hanno colpito come un sottofondo lounge in ascensore. Di Nek ricordo solo i favoriti da Wolverine, mentre degli altri relitti, a partire da Britti, non conservo memoria alcuna. L'unico motivo orecchiabile è quello di Chiara Galiazzo, per una volta vestita decentemente, da signora in giallo dei Ferrero Rocher. Peccato per il testo che propone un altro viaggio interstellare: ora vaneggia di voler salire sempre più su, fino al paradiso, mentre due anni fa pretendeva che qualcuno la portasse a "bere oltre le stelle". Si vede che è della generazione di quelli che, come me, sono cresciuti a pane e Sailor Moon. E neanche Annalisa scherza con Una finestra tra le stelle, che poi, a proposito di stelle e cartoni, con quella coda di frange e gli uccelli d'oro sulla giacca pare il Cosmopavone.
Ancora, i Dear Jack stonano banalità illuminate da "stelle" e "tramonti" nella loro Il mondo esplode tranne noi (e viene da rispondere "peccato!") Io proporrei una nuova versione del Festival, che unisca la gara canora al mio gioco da tavola preferito, Sanremo Tabù: una botola si apre sotto i piedi dell'incauto cantante che si azzardi a pronunciare parole come "stelle", "sole", "cuore" o "amore." A questo gioco riuscirebbero benissimo Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi, che ci stupiscono con paroloni come "corrivo", "guado", "crisalide" e "iconoclasta":

"...Ma questo qui è il mio corpo benché cangiante e strano
Di donna dentro un uomo eppure essere...umano
Sfogliando le parole di questa età corriva
Divento moralismo e fantasia lasciva
Crisalide perenne costretta in mezzo al guado
Mi specchio alla finestra e sono mio malgrado
Io non so mai chi sono io per la gente
Coscienza iconoclasta volgare e irriverente
Ma questo è solo un corpo il riflesso grossolano
Di donna o forse uomo comunque essere umano..."

Platinette riprende il disgraziato filone della canzone autobiografica, tristemente inaugurato da Emanuele Filiberto. Per quanto possa essere sentito e sofferto, però, il messaggio è troppo esplicito perché il brano possa essere poetico.
A fine di questa allegra serata, sempre seguendo la scaletta approvata del parroco, non manca il ricordo dei cari defunti, con il karaoke da harakiri di Emma e Arisa che cantano Il carrozzone in memoria dei musicisti che ci hanno lasciato.
Cosa trarre da questa prima puntata? Io penso di aver dedotto la seguente morale, divisa in tre punti:
1. E' dovere di ogni buon italiano metter su famiglia, quanto più numerosa possibile (famiglia Anania);
2. L'uomo non può separare ciò che Dio ha unito (Al Bano e Romina);
3. Chi è sessualmente confuso o soffre per la propria diversità deve sopportare stoicamente le prove a cui la Divina Provvidenza lo sottopone e va compatito, perché dopo tutto è pur sempre un essere umano (Platinette.)
Almeno questo è quello che ho capito io.
Anche Carletto e le sue vallette, comunque, hanno sentito il bisogno di tirare le somme prima dei saluti, elencando, tra battute pietose e risate forzate, i motivi per cui fanno Sanremo. Il motivo per cui io faccio un post su Sanremo? Perché tra uno sbadiglio e l'altro almeno ho qualcosa a cui pensare per ammazzare il tempo.

lunedì 2 febbraio 2015

La posizione del kaki

"Se tu desideri la grande quiete, preparati a sudare bianche perle" (Hakuin Ekaku)
Avete presente quei cartoni della Disney con protagonista Pippo che si cimenta in strampalate imprese sportive? Con quella voce fuori campo che commenta in stile documentaristico le sue avventure? Sì, quelli tipo "Pippo e lo sci", "Pippo e il football" o "Pippo e la pesca?" L'episodio di oggi è "Pippo e lo yoga", con un singolare re-casting che vuole il sottoscritto al posto del dinoccolato cane antropomorfo che tutti conosciamo. 
Qualche settimana fa la mia atletica amica Angy, che sembra sempre uscita da una pubblicità dei cereali Special K, mi ha proposto di accompagnarla ad una lezione di prova per essere introdotti all'antica pratica dello yoga, e ovviamente non mi sono lasciato sfuggire l'occasione. Oltretutto, con gli attacchi d'ansia che precedono la mia laurea al pari delle doglie che preannunciano il parto, la proposta è giunta con un tempismo che oserei definire karmico. Diciamo che ho visto in Angy uno strumento attraverso cui l'universo ha voluto dirmi qualcosa. In più per Natale, sorprendendo anche me stesso, mi sono fatto regalare una felpa della Champion, che è un po' come come se a Gandhi venisse un'improvvisa voglia di BigMac. Insomma, non ho voluto mettermi contro l'universo.
Così eccoci davanti al centro olistico di cui non conoscevamo nemmeno l'esistenza. Prima ancora di suonare il campanello la receptionist prevede la nostra mossa e ci apre la porta (deve avere il terzo occhio ben allenato), accogliendoci tra arazzi orientaleggianti e cuscini con ricami d'oro a riprodurre il firmamento. La ragazza si presenta appropriatamente come Luna e ci indica gentilmente la via che conduce all'Illuminazione, che naturalmente passa prima dagli spogliatoi. L'illuminazione della stanza adibita allo yoga, a dirla tutta, è scarsa: immerse in una penombra mistica, una decina di ragazze galleggiano nel mare serenitatis, come ninfee in uno stagno, sedute immobili sui loro tappetini nella posizione del loto. Scopro ovviamente di essere l'unico maschio, se si eccettua l'uomo sulla quarantina, dalla testa rasata, la barbetta caprina e il kimono blu notte, che dal fondo della sala osserva vigile ogni mossa delle sue allieve. "Benvenuti" ci accoglie il Maestro. "Prendete i tappetini dietro di voi" ci ordina subito dopo, parlando un po' a scatti, con un tono morbido ma deciso, il che ci porta a pensare, complice il buio, che sia giapponese. Poco dopo scopriremo che è italiano, ma ha preso i voti a *inserire nome di un paese asiatico che non ho capito* ed è diventato monaco zen. Visto com'è vestito, è il caso di dire che l'abito fa davvero il monaco (anche quello zen.)
Un po' impacciati, ci sediamo e proviamo a metterci in posizione. In realtà i piedi non riesco proprio a poggiarli sull'interno-coscia come fanno tutti gli altri, perciò più che posizione del loto mi è venuta la posizione del... non so, direi una posizione del kaki.
Io ed Angy intanto ci scambiamo occhiate in tralice nella semioscurità, cercando con enorme sforzo di trattenere la parte più  immatura di noi, perché temo proprio che il Maestro sarebbe perfettamente capace di spaccarmi una canna di bambù sulla schiena al minimo accenno di risata. Poi però si rivela anche troppo amichevole quando ci dice di alzarci, girare per la stanza e abbracciare gente a casaccio, e poi di stringerci la mano guardandoci negli occhi l'un l'altro. Le estranee che abbraccio sono tutte molto affabili e non sembrano avere troppa fretta di lasciarmi andare, a differenza mia che temo di risultare troppo appiccicoso anche solo trattenendomi un secondo di più. Il Maestro finisco con l'abbracciarlo almeno due volte e lui praticamente mi rimesta gli organi con due sonore pacche sulla schiena: "Non dovete essere timidi. Guardami negli occhi, Raffaele!" La sua voce pacata a questo punto si fa un ruggito che, per quanto gioviale, mi fa trasalire, e mi affretto a ricambiare il suo sguardo intenso e leggermente mandorlato. "Passiamo la vita intera a vergognarci di esistere, ma che cosa abbiamo fatto di male per non poter guardare qualcuno negli occhi?"
Dopo questi imbarazzanti momenti di team-building, facciamo ritorno ai nostri tappetini e il Guru riprende a darci i suoi pacati ordini, che diventano via via più ineseguibili. I corpi flessuosi delle mie compagne mi fanno sentire come Mulan al primo giorno di addestramento, e mi ritrovo a sbirciare di continuo la schiena ampia e muscolosa della ragazza più vicina, che mi sembra la più sciolta del gruppo. Tra l'altro assomiglia maledettamente alla protagonista di Revenge: capelli biondi, sorriso mite e nervi d'acciaio. Non mi stupirei sei fosse esperta anche di arti marziali.
Comunque, la sensazione di inadeguatezza cresce sempre più quando il Maestro se ne esce con istruzioni fumose del tipo: "Adesso sollevatevi sulle punte dei piedi e contemporaneamente portate il terzo chakra alla terra." E vai a capire dov'è! Grazie a Krishna, precisa poco dopo che si tratta dello stomaco.
Non so come, ma mi ritrovo a fare movimenti che credevo possibili solo per la bambina invasata del videoclip di Chandelier, e nel giro di pochi asana ho le gambe e le braccia aggrovigliate in un modo che neanche un navigato lupo di mare saprebbe sbrogliare. Ma c'è dell'altro: mentre te ne stai così, in equilibrio precario, con ogni fibra del tuo corpo che pulsa di dolore e gli arti più intricati delle cuffie di un iPod, il Guru è capace di chiederti, con aria serafica, di rimanere inginocchiato "poggiando tutto il peso del corpo sulla punta del piede destro", mantenendo il "piede sinistro sulla coscia destra", e come se non bastasse, di massaggiare "col pollice destro la pianta del piede sinistro." I miei pensieri sono, prima di tutto, "eh?", secondo di tutto, "ma come faccio ad auto-massaggiarmi anche la pianta del piede quando non ci vedo più dal dolore e per di più sto per rotolare via come un pangolino appallottolato?!" 
"Non smettete di respirare" ricorda ancora il monaco, soavemente. "Dovete ritrovare il piacere di respirare. Non datelo per scontato."
Il multi-tasking non è mai stato il mio forte: rimanere immobile in una posizione disumana, massaggiarsi il piede e doversi anche ricordare di continuare a vivere mi sembra chiedere davvero troppo. Improvvisamente fa un caldo bestiale, mi scopro sudato come un maiale al curry e inoltre dallo specchio noto che la mia faccia ha raggiunto una tonalità di blu elettrico da far invidia a Vishnu. "Pensavi che qui dicessimo solo 'ohm', vero?" domanda ironico il Maestro, con una ristata tonante: "Ahaha!" Poi il suo viso torna immediatamente imperturbabile come un lago di montagna.
La seconda parte della lezione per fortuna è stata meno simile a una tortura: le posizioni da supino o da sdraiato mi riescono meglio (e non fate battute, che tanto so a cosa state pensando.) Anche il Guru se ne accorge, perché viene a darmi una carezza sulla testa mentre me ne sto a gattoni sul pavimento con una gamba sollevata: "Hai visto che questo lo sai fare? Sembri la Cuccarini!"
Puntavo al modello Heather Parisi, ma non c'è male, per uno che non ha nemmeno mai giocato a Twister. 
L'ultima posizione - inginocchiarsi, incrociare i piedi e poggiare il sedere sui talloni - è in apparenza la più semplice, ma in realtà più che un esercizio è un supplizio. Eppure, alla fine della lezione, non mi sento stanco, né dolorante. Provo anzi una sensazione di benessere. Tutti i miei sette chakra sono ben oliati, allineati e girano che è una meraviglia. Mi sento come se il mio spirito avesse lasciato temporaneamente la sua prigione fisica e avesse vagato in un limbo dove il cellulare non prende e non esistono preoccupazioni, per poi rinfilarsi nel mio corpo ritrovandolo più comodo ed energico di quanto ricordasse. Ho pensato che forse è così che si sentono i credenti quando tornano dalla messa. Per un'ora sono stato concentrato su me stesso, sul mio corpo, sul mio respiro, ma allo stesso tempo ero in comunione con altre persone intente nella stesse attività. Ho sentito, per la prima volta da non so quanto tempo, di far parte di un gruppo. Non come quando la catechista col rossetto ben oltre il contorno delle labbra mi veniva a prendere dalle ultime panche per portarmi in prima fila con gli altri bambini: "Ma io voglio stare seduto con mia sorella" protestavo, e lei: "Ma no, vieni davanti con gli altri bambini", "Ma io voglio stare con mia sorella!", "Ma qui siamo tutti fratelli e sorelle!" Col cacchio, catechista! Di sorella ne ho una e mi basta...
Mentre le altre allieve arrotolano i loro tappetini il Maestro si materializza davanti a me. "Mi ricordi un po' me quando ho iniziato" confessa.
"Ah, davvero? Be', grazie, è un bel complimen..."
"Nel senso che anch'io ero rigido come un tronco di teak."
"Oh."
"Ma tu hai resistito più di me nell'ultimo esercizio" aggiunge. "Continua ad applicarti e vedrai che non sentirai più dolore. Anche il viaggio più lungo comincia con un passo." Poi mi saluta con un piccolo inchino e sparisce lasciando nell'aria una scia di incenso e patchouli. 
Dopo questo incoraggiamento, torno insieme ad Angy nello spogliatoio, dove ci scambiamo un sorriso di appagamento, scoprendoci entrambi rigenerati e finalmente liberi dalle solite preoccupazioni terrene e dalle basse esigenze della carne.
Poi, appena usciti in strada, ci chiediamo, quasi all'unisono: "Ma i monaci zen... possono fare sesso?"

Illustrazione di Charlotte Trounce.

giovedì 15 gennaio 2015

Premio Giovanna 2014: il Galà delle Pubblicità Insopportabili (la premiazione)


E' finalmente arrivato il momento di scoprire i vincitori del Galà delle Pubblicità Insopportabili 2014, l'evento più importante a cui assisterete dopo i Golden Globes e prima del Festival di Sanremo, ma probabilmente non il più trash. Con tante valide nomination, votare non è mai stato difficile come quest'anno - ve ne do atto! 
Noterete che mi sono permesso di aggiudicare alcuni premi extra ad altre meritevoli guest star.
Ora, però, "bando alle ciance" (cit. Carlo Conti), e scopriamo chi si porta a casa la soddisfazione di aver vinto!

1. Compagno di Viaggio Più Insopportabile


Tra i candidati proposti, avete saggiamente premuto il tasto d'espulsione per la bambina saccente di Lufthansa. Come compagni di volo meglio una comitiva di gremlins. 

2. Peggior Esaltato


Il premio per il Peggior Esaltato se lo becca Adriano Celentano, che ci ha tramortiti con il ruggente trailer del suo concerto evento (o meglio, spavento).

3. Componimento più Insopportabile


Mi delizia annunziar che il vincitor della gara poetica
è il rapper di Sammontana, il terrore di ogni natica.
Più che l'allor, che con grande onor cinge le teste dei poeti,
gli diam quel che condisce i legumi che fan fare peti.

4. Peggior Salutista


Laura Chiatti (rileggi l'articolo), urologa improvvisata, si aggiudica quest'anno l'ambito Pitale d'Oro, con tanto di minzione speciale!

5. Peggior Latin-Lover


E l'Oscar per il peggior farfallone va a... Kevin Costner (rileggi l'articolo) per la sua interpretazione in Balla con le allupate.

Premio Speciale Faccette



E' un dispiacere non poter dire Sì a una grande attrice come Cate Blanchet, ma uno spot così saprebbe farlo anche la D'Urso.

Premio Speciale Marco Tullio Cicerone



Ho istituito questo premio speciale perché sentivo il bisogno di lodare il raffinatissimo eloquio con cui la nostra sirenetta nazionale, Federica Pellegrini, rivela nello spot di Head&Shoulders i suoi segreti per la vittoria. Perché parlare di "arroganza" quando puoi usare espressioni come "la sicurezza di vincere"? Perché accontentarsi di una parola banale come "concentrazione" quando puoi ricorrere a eleganti perifrasi come "Starci con la testa"?

Premio Speciale Ridondanza, Pleonasmo e Superfluità




Okay, è stato bravo a imparare l'italiano, ma Mika non si sarà mica mangiato un vocabolario dei sinonimi e dei contrari? Una bistecca di thesaurus con patate? Non so, esprimete pure la vostra idea o il vostro parere, o magari persino la vostra opinione sull'argomento.

6. Pubblicità più Insopportabile



La corona delle Pubblicità Insopportabili, infine, non può che andare a colei che da mesi marcia a ritmo serrato nei nostri incubi: Simona Ventura (rileggi l'articolo), la majorette artritica che marcia in difesa dei valori di Liberté, Egalité, Décollète!

Grazie a tutti per aver partecipato! E ricordate, al peggio non c'è mai fine!

mercoledì 17 dicembre 2014

Premio Giovanna 2014: il Galà delle Pubblicità Insopportabili (le nomination)

La "brava" cameriera Giovanna apre, come di consueto, i cancelli di Villa Saratoga, che ospita per il terzo anno di seguito il temutissimo Galà delle Pubblicità Insopportabili. 
Un anno, il 2014, iniziato sottotono per noi cultori del pattume pubblicitario, noi piccoli procioni avidi di spazzatura televisiva, eppure in breve tempo ha riguadagnato terreno regalandoci perle di raro cattivo gusto! Ma passiamo subito alla competizione e presentiamo le nuove cinque, intollerabili categorie...

1. Compagno di Viaggio Più Insopportabile
Guarda la playlist delle 3 nomination:



Pare che il test più efficace per capire davvero di che pasta è fatto qualcuno sia viaggiarci insieme. Cosa ne pensate allora dei viaggiatori qui proposti? A quali di questi infilereste un corno di rinoceronte nel bagaglio a mano pur di bloccarlo in aeroporto?
La coppietta di cretini per Ford Fiesta, per esempio, sprezzanti del pericolo, guidano a tutta velocità lungo la litoranea tutta curve della mia dissestata pazienza. Non poche, però, sono anche le turbolenze che provoca la bambina saccente di Lufthansa, sempre pronta a snocciolare a chiunque vaghe quanto non richieste nozioni di fisica (in realtà si limita a ricondurre vari fenomeni all'ambito di studio della fisica, come se un paio di occhiali da hipster bastasse a farla sembrare una bambina prodigio.) Simpatico quanto la pubblicità ingannevole di un resort a cinque stelle che si rivela essere un tugurio infestato dalle blatte è, ultimo ma non ultimo, Mecla, il rapper estivo di Cono 5 Stelle Sammontana (rileggi l'articolo), un compagno di villeggiatura che sa come mordere la vita, ma anche il vostro sedere (un'esperienza che non a tutti risulta gradita.)

2. Peggior Esaltato
Guarda la playlist delle 4 nomination:


Mai come quest'anno la tv ha risuonato di strilla e gridolini eccitati di fanatici e invasati. A quale di questi un po' troppo entusiasti personaggi spruzzereste dello spray al pepe negli occhi se doveste incontrarli in un vicolo buio? Vi spaventa di più l'esaltazione della speaker teinomane di Tg Rocchetta (rileggi l'articolo), il tentato golpe militare di Simona Ventura per Pittarosso (rileggi l'articolo), o magari la shopaholic di HSE24, che urla a squarciagola come un'oca in una fabbrica di Moncler? Oppure a turbarvi più di chiunque altro è il solito, apocalittico, sensazionalistico trailer animalier di Adriano Celentano? L'unico che spacca i timpani più del concerto stesso?

3. Componimento più Insopportabile
Guarda la playlist delle 4 nomination:


Il Premio Giovanna è oggi anche agone di poesia:
Tra tanti carmi il peggior direte voi quale sia.

L'invito rap di Sammontana ad azzannar la chiappa nuda,
o l'Ode, per Mutti mutilata, del buon Pablo Neruda?

I tamburi di Simona, che non son proprio delle dolci arpe,
le scatole vi han rotto (e mica dico quelle delle scarpe)?

Oppure vi è molesta, più della marcia di Pittarosso,
la serenata alla patata Amica che ben pochi ha commosso?

Di quale verso, rima, strofa o stanza,
Orsù dite, ne avete avuto già abbastanza?

Di giudicar vi chiedo, senza alcuna ritrosia:
Tra tanti carmi il peggior direte voi quale sia.

4. Peggior Salutista
Guarda la playlist delle 2 nomination:



Il 2014 ha visto molte star internazionali impegnate con ogni sforzo sul fronte della stitichezza e della ritenzione idrica. Quale di questi spot ha stimolato maggiormente il vostro dissenso, o magari anche un po' di dissenteria? Il balletto del retto di Shakira per Activia, oppure i consigli di bellezza di Laura Chiatti per Rocchetta (rileggi l'articolo), secondo la quale una sana minzione è il segreto per la seduzione?

5. Peggior Latin-Lover
Guarda la playlist delle 5 nomination:



Sì sa, da un po' di tempo a questa parte tira più un pelo di barba che un carro di buoi, soprattutto nel settore pubblicitario. Più o meno stagionati, sono tanti i farfalloni che svolazzano in tv per strappare qualche sospiro ad ingenue casalinghe. A quali di questi dareste un due di picche? Pensate che lo sfigato di Amica Chips (rileggi l'articolo), che canta "Ci vorrebbe un'amica", potrebbe trovarne una solo alla fine del suo braccio? Resistereste al penetrante... sguardo di Rocco Siffredi? O ci sarebbe Più Gusto a rifiutare quel borioso di Carlo Cracco per San Carlo? Accettereste un passaggio in monopattino da Owen Wilson - la parrucca biondo paglierino al vento? Oppure pensate che Kevin Costner, con quel ciuffetto spelacchiato e la sciarpa à la Albano, non sia più so good? (Rileggi l'articolo)

6. Pubblicità più Insopportabile
Tutte le sopraccitate
La pubblicità più insopportabile di tutte, lo spot capace di farvi cambiare opinione sui radical-chic che dichiarano di non avere la televisione in casa, il battage pubblicitario che più vi abbatte...

Allo scoccare della mezzanotte del 7 gennaio il televoto sarà ufficialmente chiuso. Fino ad allora, votate numerosi! Vi basta commentare qui sotto riportando la lista dei vostri candidati. Al peggio non c'è mai fine!

martedì 18 novembre 2014

Pubblicità insopportabili #37 - La fiera del doppio senso

Non è la prima volta che un uomo si esibisca in improbabili dichiarazioni d'amore in tv, ma è sempre più raro che tali amorosi accenti si rivolgano ad una persona in carne ed ossa. Qualche tempo fa un tizio identico a Shaggy di Scooby-Doo saltellava per le spiagge caraibiche, coperto solo da un asciugamano, cantando a gran voce il suo amore per Kayak, il popolare sito di viaggi. Ora è il turno di un nuovo disadattato che, evidentemente deluso dall'esperienza con l'altro sesso, si è risolto a comprare un sacchetto d'amore.
Come interpretare questa serenata? E' forse una metafora della mercificazione del corpo femminile? E' il paradigma dell'uomo medio italiano, che sogna accanto a sé una compagna muta, dorata e croccante? Che preferisce una patatina salata a una donna con un po' di sale in zucca?
Ma forse questo filmino dell'incredibile viaggio di nozze tra un uomo dalla calvizie incipiente e un pacco di Amica Chips non è altro che una paradossale allegoria dell'amore. D'altronde cosa rappresenta meglio questo sentimento di un sacchetto che per metà è pieno d'aria e per l'altra metà contiene un alimento salato che crea dipendenza?

 
Se la patata è oggetto di bruciante devozione, la vita, per le banane, si fa invece sempre più dura. Le aspettative sono enormi, e chi non riesce a soddisfarle è condannato alla solitudine e a un irrimediabile senso di inadeguatezza. Basta dare un'occhiata agli ultimi spot di Chiquita per inorridire di fronte alla ferocia con cui una banana può essere rifiutata.
 

Diciamo "no" alla discriminazione delle banane. Che siano grandi, piccole, ammaccate, acerbe, mature, dure, molli, ricurve, dritte, sbucciate, reali o allusive.
Spero vivamente che questa schifiltosa Carmen Miranda di secondo lavoro non faccia la psicologa scolastica o l'infermiera al consultorio.
 
Lo slogan "cento e lode" associato a tali episodi di discriminazione è pericolosamente
ambiguo: fa passare l'idea che
occorra puntare unicamente sulle proprie qualità fisiche
 per conseguire successi scolastici.

giovedì 30 ottobre 2014

La Biblioteca Classica di Raffy: Chi ha paura di Jane Austen?

Per una ragazza della Reggenza, come Jane Austen, le nozze erano questione di vita o di morte. Rimanere zitelle non era solo una grossa delusione o motivo di imbarazzo nelle riunioni di famiglia, ma era anche una catastrofe economica: un marito era l'unico che potesse salvare una donna dal passare la vita ad elemosinare un tozzo di pane al fratello maggiore (unico erede legale) o a trascinarsi col sedere a terra. Tutto questo spiega perché i romanzi di Jane ruotino quasi esclusivamente intorno ad una torta nuziale. Per le lettrici dell'epoca, insomma, erano dei veri e propri thriller. Altro che Harmony e Il diario di Bridget Jones. Alla fine, quando la protagonista riusciva finalmente a impalmare un ricco baronetto, si provava lo stesso sollievo di quando uno dei personaggi di Final Destination riesce per un soffio a scampare alle grinfie della Morte.
Non che nelle biblioteche dell'epoca mancassero altri libri da brividi: il romanzo gotico era talmente popolare che una giovanissima Jane Austen decise di scriverne una parodia. Il risultato è Northanger Abbey, uno dei suoi romanzi più divertenti e divertiti. Che si tratti di una parodia è già evidente dalla descrizione dell'eroina di questa storia, Catherine Morland, che ha poco a che vedere con le svenevoli, pallide fanciulle che nei romanzi gotici si ritrovano quasi sempre invischiate in una spirale senza fine di misteri, crimini ed orrori. La vita di Catherine non potrebbe essere più noiosa, priva di spaventi e a prova di cardiopatico: suo padre non ha mai pensato di chiuderla a chiave in una stanza, per esempio, e sua madre non è morta di parto come le delicate genitrici delle eroine gotiche. Niente corse a perdifiato giù per scalinate a chiocciola, forzieri chiusi a chiave, apparizioni spettrali o passaggi segreti nascosti dietro la libreria.
Per questo Catherine decide di lasciare la sua banalissima vita di campagna e partire con degli amici di famiglia alla volta di Bath, che più che una città, all'epoca era un grande villaggio vacanze dove, se non un marito, almeno un giro di valzer con un animatore lo rimediavi di sicuro. Subito Catherine si ritrova ad affrontare una prima, agghiacciante prova di sopravvivenza: un affollatissimo ballo con la sua accompagnatrice - la vanitosa signora Allen, a cui interessa solo non sgualcirsi il vestito -, senza conoscere nessuno, senza che nessuno la inviti a ballare, seduta all'estremità di un tavolo già occupato da una numerosa comitiva che non ha la minima intenzione di rivolgerle la parola o di offrirle anche solo una sbeccata tazzina del tè più annacquato. Sembra quasi di sentirlo, l'imbarazzo della nostra eroina, quella sensazione di "essere in disgrazia agli occhi del mondo" descritta con effervescente, irresistibile ironia.
Ma Catherine non sarà sola a lungo. Presto incontra il giovane Tilney, che "se non è proprio bello, ci va molto vicino" e che la conquista col suo spirito e la sua pacatezza. Anzi, col tempo Catherine penserà di aver conosciuto anche troppa gente, tipo la sua amica Isabella, regina dei passatempi vacanzieri (lo shopping, i pettegolezzi sui flirt estivi e l'individuazione dei tipi strambi da deridere), e suo fratello, la peggior razza di maschio, quello che è innamorato della propria voce, che non sa parlare altro che della propria carrozza e di quanto sia veloce il proprio cavallo, e il cui unico interesse è stimare il prezzo delle cose, il conto in banca della gente e la distanza da un posto all'altro (una noia abissale.) Eppure, non so come, ma Jane Austen riesce a tenermi incollato alle pagine anche se i personaggi stanno discutendo della qualità della mussola indiana o dibattendo su quale dei due sessi sia più versato nello stile epistolare.

Una cartolina vintage a tema Halloween.
I giorni trascorrono monotoni a Bath, e Catherine e la sua amica Isabella passano tutto il tempo a leggere romanzi gotici come I misteri di Udolpho di Ann Radcliffe (ne ho scritto una breve parodia qui.) Il signor Tilney, per cui nel frattempo la protagonista si è già presa una sbandata che non vi dico, è sparito dalla circolazione. Non si fa vedere alle terme, nè a bordo piscina, nè al torneo di calcio balilla. Catherine dà per certo che sia stato vampirizzato, o rapito dagli alieni o segregato nella sala delle torture di una sadica nobildonna, e, per distrarsi, si immerge nella lettura dell'equivalente ottocentesco della collana Piccoli Brividi, in attesa che il suo amore riappaia (anche in forma ectoplasmatica.)
Ciò che rende Catherine così simpatica è il suo essere "quasi carina", non particolarmente brillante, ignorantella e, in più, sfigatissima. Per una cosa che le va bene, altre dieci le vanno a rotoli. Le sue disavventure le abbiamo provate tutti, o almeno io le ho provate: passare giorni senza aver un bel niente da fare e poi essere contesi, da un lato, dai tuoi amici e, dall'altro dall'oggetto del tuo interesse amoroso, che pretendono entrambi di vederti lo stesso giorno e alla stessa ora. La tragedia degli appuntamenti mancati, dei rifiuti sofferti, del "se l'avessi saputo prima non avrei preso altri impegni", senza contare la tortura inflitta dalla solita coppietta di piccioncini che pretende di averti con loro per tutto il tempo come spettatore della loro beatitudine, mentre tu vorresti essere altrove, magari a cercare qualcuno con cui tubare a tua volta anziché brillare della loro luce riflessa.
Finalmente, però, rispunta fuori il signor Tilney, più affascinante che mai, e Catherine, zitta zitta, riesce a rimediare, da quella che spera diventi presto sua cognata, un invito a trascorrere un po' di tempo nella tenuta di famiglia, Northanger Abbey. Solo a sentirne pronunciare il nome - Northanger Abbey - la testolina impressionabile di Catherine se la figura già come un rudere medievale, lugubre e misterioso, teatro di efferati delitti e indicibili segreti. E Tilney, quella vecchia volpe, si diverte ad eccitare la sua suggestionabile fantasia, forse conscio del fatto che non c'è miglior scusa della paura per far cadere una fanciulla tra le proprie braccia.
Quando arriva nel luogo tanto vagheggiato, però, la nostra eroina rimane delusa dalla "modernità" di Northanger. In un certo senso è una hipster ante litteram, un'oltranzista del vintage: schifa qualunque mobile o oggetto sia posteriore al quindicesimo secolo. E a giudicare dai suoi discorsi con Tilney su ciò che è pittoresco e su come rappresentare al meglio un paesaggio, non è da escludere che, se avesse potuto, sarebbe stata dipendente dai filtri di Instagram.
Insomma, Catherine Morland è una di noi. Mi è difficile non riconoscermi in lei, soprattutto per quel che riguarda la sua incapacità, tutta donchisciottesca, di distinguere tra realtà e immaginazione. Detto tra noi, il sottoscritto è stato capace di telefonare la sua migliore amica per questo genere di turbamenti:
"Pronto, Anny? Ti disturbo? Sono nel salotto di casa mia, dovrei andare in bagno a fare pipì ma... ho paura."
"Di cosa, Raffy?"
"Di Satana..."
"..."
"E' che sto traducendo dei passi del Paradiso perduto per l'esame di letteratura... Lo sapevo che dovevo farlo di mattina! Di sera mi suggestiono troppo!"
"Raffy! Pensa a qualcos'altro... chessò, al film di ieri con Michael Fassbender?"
"No, Anny, è ancora peggio: ho sempre pensato che Michael Fassbender sarebbe perfetto per interpretare Satana in un'eventuale trasposizione cinematografica del Paradiso perduto. O lui o Bradley Cooper. Anzi no: Sam Worthington. Ce lo vedo proprio, con quegli occhi rivolti al cielo, mentre si solleva in volo da un lago di fuoco..."
"Okay..."
"Tra l'altro c'è un quadro di Franz von Stuck che raffigura l'angelo caduto e gli somiglia da morire!"
"..."
Ma ci sono stati anche casi peggiori, tipo quando ho telefonato ad Anny perché avevo paura della Maddalena Lignea di Donatello, del ritratto del principe de La Bella e la Bestia o dell'evoluzione della specie. Sì, avevo appena finito di sfogliare col mio cuginetto un libro sui dinosauri e, tornando a casa, di sera, completamente solo, sobbalzavano ad ogni rombo di motocicletta pensando che fosse un velociraptor. Sono il tipo di persona che si spaventa persino del trailer di Scary Movie.
Fortunatamente per Catherine, i più oscuri misteri che dovrà indagare a Northanger, tra ipocrisie e atteggiamenti ambigui, non sono che le contraddizioni dell'essere umano.

Illustrazione di Doogie Horner per la copertina di Orgoglio, Pregiudizio e Zombie di Seth Grahame-Smith

mercoledì 1 ottobre 2014

Pubblicità insopportabili #36 - Un Neruda per tutte le occasioni

Pablo Neruda: uno dei poeti più... l'unico poeta che molta gente conosca, nonché una vacca che i pubblicitari continuano a mungere ininterrottamente. I discendenti avrebbero diritto ad una fornitura a vita di Baci Perugina. In più, non passa giorno che un vostro amico di Facebook (uno di quelli che evitate con cura di salutare per strada) vi riempi la bacheca con un suo componimento, magari corredato da un'immagine di Titti, Diddle, un neonato con la faccia buffa o una rosa luccicante di gocce di rugiada. La cosa più triste è che molti, di Neruda, conoscono solo la poesia che in realtà non ha mai scritto. "Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine... etc." sono parole di Martha Medeiros, una giornalista e scrittrice brasiliana, ma hanno continuato a circolare per anni incrostando la reputazione del poeta, che di sicuro scriveva dediche più belle sui diari di scuola dei suoi compagnucci delle elementari.
Da qualche giorno anche la Mutti ha deciso di spolpare l'opera del Premio Nobel cileno:


La mia prima reazione è stata: "ma 'sta roba l'ha scritta davvero Neruda?" Poi, dopo le dovute ricerche, mi sono reso conto che i pubblicitari, con la stessa disinvoltura con cui hanno ignorato il suo impegno politico trasformandolo nel poeta più commerciale di sempre, hanno anche ristretto un componimento di gran lunga più sugoso di quello da loro proposto in formato tubetto di concentrato:


 La strada
si riempì di pomodori
mezzogiorno,
estate,
la luce
si divide
in due
metà
di pomodoro,
scorre
per le strade
il succo.
A dicembre
il pomodoro
si scatena,
invade
le cucine,
irrompe nei pranzi,
si siede
riposato
sulle credenze,
tra i bicchieri,
i portaburro,
le saliere blu.
Emana
luce propria,
maestà benigna.
Dobbiamo, purtroppo,
assassinarlo:
si affonda
il coltello
nella sua polpa vivente,
è una rossa
viscera,
un sole
fresco,
profondo,
inesauribile,
riempie le insalate
del Cile,
si sposa felicemente
con la chiara cipolla,
e per festeggiare l'unione
si lascia
cadere
olio,
figlio
essenziale dell'ulivo,
sui suoi emisferi socchiusi,
aggiunge
il pepe
la sua fragranza,
il sale il suo magnetismo:
sono le nozze
del giorno,
il prezzemolo
sventola
le sue bandierine,
le patate
bollono vigorosamente,
l'arrosto
bussa
col suo aroma
alla porta,
è ora!
Andiamo!
E sulla tavola,
nel mezzo
dell'estate,
il pomodoro,
astro di terra,
stella
ricorrente
e feconda,
Ci mostra
le sue circonvoluzioni,
i suoi canali,
l'insigne pienezza
e l'abbondanza
senza ossa,
senza corazza,
senza squame né spine,
ci offre
il dono
del suo colore infuocato
e la totalità della sua freschezza.

Illustrazione di Ryo Takemasa.

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